giovedì 29 ottobre 2009

Nella finanziaria 2010 sparisce il 5 per mille. Ma per cosa si protesta invece in Senato? Leggete e rabbrividite...

Era uno strumento utile sia alla ricerca che al volontariato, che molto spesso con quello ci campava proprio, anche se veniva pagato molto spesso con anni di ritardo.

Era il 5 per mille, "sparito" - almeno per il momento - nell'ultima finanziaria, nel silenzio più totale. Uno strumento che avevano scelto di usare 19 milioni di contribuenti italiani. La colpa? secondo il senatore del Pd Giuliano Barbolini è di PDL e Lega Nord, ufficialmente per mancanza di copertura finanziaria.

Qui sotto il servizio di Repubblica.it che ha scoperto la "sparizione" sottobanco.

FINANZIARIA, SPARISCE IL 5 PER MILLE. "AFFOSSATO DA PDL E LEGA"

ROMA - Per le associazioni di volontariato era una garanzia, per i 19 milioni di contribuenti che nell'ultima denuncia dei redditi avevano scelto di devolverlo una possibilità d'investire sulla ricerca o di sostenere i progetti in cui credevano. Eppure il 5 per mille è stato affossato. ''Colpa di Pdl e Lega nord'', denuncia il senatore del Pd Giuliano Barbolini, capogruppo in commissione Finanze. "E' un paradosso, la misura era stata voluta dallo stesso Tremonti", fa notare Legambiente.

Barbolini (nella foto) spiega: ''Oggi nel corso della votazione della Finanziaria 2010 nelle Commissioni competenti la maggioranza ha votato contro i nostri emendamenti sul cinque per mille. Sia su quello che riprende i contenuti del Ddl che istituisce la misura 'a regime' fermo in Commissione da molti mesi, sia su quello che avrebbe ripristinato la copertura finanziaria per gli anni 2010, 2011 e 2012''.

''La maggioranza ha affossato una misura di grande valore etico, tesa a favorire un tessuto sociale solidale che offre servizi attraverso associazioni di volontariato, no profit, ricerca, ambientaliste. Con evidente difficoltà e imbarazzo - spiega Barbolini -, Pdl e Lega hanno rinviato ogni finanziamento per il cinque per mille a quando il governo disporrà delle risorse necessarie. Non vorrei che questa disponibilità derivasse dallo scudo fiscale. Non vorrei che una misura di grande qualità e importanza per i valori etici e i principi di sussidiarietà cui si ispira fosse 'sporcata' dal denaro dello scudo proveniente da attività poco trasparenti se non addirittura attigue all'illegalita'''.

''Oggi il mondo dell'associazionismo e del volontariato è stato deluso. E così milioni di persone che attendevano una risposta certa sia alle forme di sostegno alla comunità sia al riconoscimento del valore morale del loro operato. Spero che per quando la Finanziaria arriverà in aula il governo e la sua maggioranza abbiano cambiato idea. Il Pd - conclude Barbolini - ripresenterà gli stessi emendamenti a sostegno della misura oggi bocciati dalla maggioranza''.

Legambiente parla di paradosso perchè "invece di essere stabilizzato il cinque per mille sparisce, danneggiando pesantemente le associazioni e frustrando i buoni propositi di tutti quei cittadini che avevano visto in questo strumento un mezzo utile per sostenere pezzi importanti del volontariato sociale e della ricerca, perennemente a corto di finanziamenti”.


Nunzio Cirino Groccia della segreteria nazionale dell'associazione prosegue sottolineando come la misura fosse stata voluta nel 2005 dallo stesso Tremonti e come abbia riscosso un enorme successo tra i contribuenti: "Sono stati 19 milioni i cittadini che, nell'ultima dichiarazione dei redditi hanno scelto di donare il 5 per mille, dando un contributo concreto al mondo dell'associazionismo, del volontariato e della ricerca. Ci aspettiamo, pertanto, che nei successivi passaggi della Finanziaria si recuperi al più presto questa misura, garantendo al mondo del no profit una grande forma di sostegno e un giusto riconoscimento morale”.

Ma la cosa più triste è che mentre si discute della scarsa copertura finanziaria disponibile per il 5 per mille, in Parlamento i 1058 ex senatori protestano per la decisione che toglie loro i benefit come pedaggio autostradale gratuito assieme a voli e biglietti ferroviari. Che rimangono invece ai 1600 ex appartenenti della Camera dei deputati, come potete leggere qui.

Uno scandalo tutto italiano, su cui nessuno ha detto e dice niente.
Salvo sacrificare, nello stesso silenzio, uno strumento utile come il 5 per mille.


Napoli, la camorra uccide in diretta. Il video shock ed il commento di Roberto Saviano.

Napoli, la camorra spara. E uccide. Un omicidio al Rione Sanità. Il killer che arriva, l'ultima sigaretta della vittima, il padre che scappa con la bimba. L'intervento di Roberto Saviano ed il video shock dell'esecuzione, da Repubblica.it



Il video testimonia l'omicidio di Mariano Bacioterracino a Napoli, nel quartiere Sanità, l'11 maggio scorso. Le immagini sono state diffuse dalla procura sperando che aiutino a identificare i sicari. Il commento di Roerto Saviano: "E' triste vedere che in certe parti del mondo la tua vita non vale niente".

Spazzatour II : Belle cartoline e amare verità (di Luca De Berardinis)

Dal blog di Luca De Berardinis, "Spazzatour 2: belle cartoline e amare verità": un altra ennesima conferma che l'affaire rifiuti, in Campania, è ben lontano dal risolversi.

Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione del Co.Re.Ri. e in particolare di Anna Fava

Scuotono la testa. Cercano di capire quello che hanno di fronte, perché gli sembra incredibile. Di fronte al triste e terribile spettacolo dei rifiuti urbani indifferenziati ammassati a Ferrandelle. Migliaia di tonnellate non differenziate e non trattate lasciate sui piazzali all’aperto fra i gabbiani e le ruspe. O di fronte ai corsi d’acqua dei Regi Lagni, lungo i cui margini vengono sversati quotidianamente tonnellate di rifiuti tossici provenienti dal nord Italia, che le piene portano via fino al mare. Scuotono la testa e parlano tra di loro a bassa voce i giornalisti della stampa estera che hanno partecipato allo “Spazzatour 2”, organizzato dal Co. Re. Ri, il Coordinamento Regionale dei Rifiuti della Campania, che li ha portati in giro per le provincie di Napoli e Caserta a vedere da vicino come il problema rifiuti sia ben lontano dall’essere risolto. Una cartolina quella delle strade di Napoli libera dalla “munnezza” che serve a nascondere sotto un gigantesco tappeto inefficienze e collusioni di una classe dirigente che sulla Campania vuole stendere un velo velenoso di silenzio perché tutto possa continuare come prima, come negli ultimi quarant’anni.

Tossico? Si grazie

L’area che i giornalisti stanno attraversando è una delle più fertili d’Europa. Incastonata tra le zone vulcaniche di Roccamonfina, del Vesuvio e dei Campi Flegrei, vede la presenza di oltre 40mila aziende che rappresentano la spina dorsale dell’economia casertana, con una produzione annua di 34mila tonnellate di mozzarella di bufala, insieme a vini, formaggi, frutta e 3 importanti marchi di acqua minerale. Insomma un vero e proprio “scrigno agricolo d’Europa” che rischia di scomparire a causa dell’inquinamento da rifiuti tossici. Per quarant’anni, infatti, diversi clan, in testa quello dei Casalesi, come raccontato dal pentito di camorra Gaetano Vassallo, hanno sversato migliaia di tonnellate di sostanze tossiche provenienti dalle industrie del nord Italia, ma anche dalla Germania e da altri Paesi europei, industrie che hanno stretto un patto d’acciaio con le mafie per liberarsi dei loro scarti.

Una situazione che si è ulteriormente aggravata da quando è stato dichiarato lo stato di “emergenza” nel 1994. Oggi su questa stessa zona insistono anche numerose discariche “legali”, costruite spesso sopra gli stessi siti di sversamento della camorra: rifiuti urbani mischiati a rifiuti tossici. C’è la discarica di Lo Uttaro, dove in un video il capocantiere dichiara candidamente che la discarica del commissariato è stata costruita sopra una discarica illegale di rifiuti tossici; c’è Ferrandelle, al momento chiusa, in cui sono stati ammassati milioni di tonnellate di rifiuti dell’emergenza 2008; ci sono quelle di San Tammaro, “Maruzzella” 1, 2 e 3, quelle di Villaricca, di Taverna del Re, c’è la discarica di Chiaiano, realizzata su migliaia di tonnellate di amianto scaricate illegalmente, e al momento chiusa a causa di una frana che ne ha fatto crollare le pareti interne; c’è poi l’inceneritore di Acerra, che è stato temporaneamente chiuso per problemi tecnici interni, e che già in fase di collaudo ha prodotto continui superamenti del limite massimo di emissioni nocive. E poi ci sono le discariche del beneventano, con Savignano che straripa percolato nei campi ogni volta che piove, c’è Sant’Arcangelo Trimonte con le sue frane, c’è Macchia Soprana che stilla percolato nell’oasi regionale della Piana del Sele, e tante altre enormi discariche che sebbene chiuse continuano a rilasciare percolato nelle falde acquifere. Percolato che si mischia ai rifiuti tossici sversati fuori e dentro le discariche

Le provincie di Napoli e Caserta sono quelle più colpite, ma in tutta la Campania ci troviamo di fronte ad un disastro ambientale su più livelli: ci sono gli sversamenti di rifiuti tossici avvenuti nel passato su tutto il territorio e mai bonificati, motivo per il quale sono stati rinviati a giudizio il Governatore Antonio Bassolino, l’ex prefetto Alessandro Pansa, e la società Jacorossi. Ci sono le sostanze pericolose che vengono scaricate ancora oggi, come si può vedere sotto i cavalcavia dell’asse mediano, la superstrada che collega tutto l’hinterland partenopeo, o lungo i canali dei Regi Lagni, sostanze pericolose che, mischiate a pneumatici e balle di stracci, vengono spesso date alle fiamme, generando quei roghi che numerose volte sono stati documentati dalla popolazione e da diversi mediattivisti della “terra dei fuochi” (http://www.laterradeifuochi.it/ ). Un disastro continuo in cui i rifiuti urbani si mescolano continuamente coi rifiuti tossici.

Cartoline amare

In uno spot del 2008 realizzato dalla Presidenza del Consiglio, si vedeva una bella ragazza sommersa dai rifiuti che veniva d’improvviso afferrata da tante mani che ripulivano la Piazza del Plebiscito restituendo Napoli alla dignità di grande metropoli. Se però ci si fosse chiesti dove erano andati a finire tutti quei sacchetti, si avrebbe avuto un’amara sorpresa. Infatti il problema dei rifiuti urbani non era stato risolto avviando finalmente quella raccolta differenziata per la quale in passato erano stati stanziati 250 milioni di euro. Solo in tempi recenti a Napoli (la maggiore produttrice di rifiuti della regione) l’azienda pubblica “Asia” aveva tentato di avviare in alcune zone pilota la raccolta differenziata porta a porta, ottenendo una buona risposta da parte degli abitanti anche dei quartieri più degradati, ma senza ricevere gli stanziamenti adeguati a gestire questo tipo di raccolta il progetto non ha potuto proseguire. Infatti l’Asia, dopo dieci anni dalla sua istituzione, è ancora in attesa di un contratto col Comune di Napoli che garantisca continuità e adeguatezza dei fondi. Questo fatto, unito alla mancanza di un’effettiva direzione dell’azienda (attualmente sprovvista di un Direttore generale e di un Direttore del personale), non solo ha arrestato questo promettente principio di raccolta differenziata porta a porta, ma rischia anche di far fallire la stessa azienda pubblica.

Ma se i rifiuti non sono stati differenziati e l’inceneritore di Acerra è fermo, dove è finita l’emergenza? Più semplicemente i rifiuti tal quale sono stati spostati lontano dal centro città, nel cuore delle campagne, parafrasando si potrebbe dire “naso non sente, cuore non duole”. Così mentre il premier Silvio Berlusconi si lasciava andare a dichiarazioni trionfali sulla capacità di affrontare la crisi e spendeva parole di elogio – «i nostri eroi» – per il management di Impregilo, le ruspe spianavano enormi territori agricoli per far posto ai rifiuti, solo poche decine di chilometri più in là.

Nascevano quindi dei veri e propri “mostri” ecologici non attrezzati né messi in sicurezza, come dimostrano i continui straripamenti di percolato, una sostanza tossica prodotta dalla compressione dei rifiuti indifferenziati quando vengono accatastati gli uni sugli altri e spesso mischiata nelle discariche campane a fanghi industriali e altri tipi di rifiuti tossici. Ma la tipologia di rifiuto che si può ammirare a vista d’occhio lungo i venti ettari del “sito di stoccaggio provvisorio” di Ferrandelle, oppure quello di “Maruzzella 3”, che si trova a poche centinaia di metri dal primo, è un’interminabile distesa di rifiuto “tal quale”, ammassato senza alcun criterio e spesso lasciato all’aria aperta, all’appetito dei gabbiani e di altri animali. Ma non è finita. Nella stessa area dovrebbe sorgere l’inceneritore di Santa Maria la Fossa, su cui altre dichiarazioni del pentito Gaetano Vassallo gettano una luce ancor più inquietante: “I Casalesi avevano deciso di realizzare il termovalorizzatore a Santa Maria La Fossa. Cosentino (sottosegretario all’economia e probabile candidato alle prossime elezioni regionali in Campania), mi disse che si era dovuto adeguare alle scelte fatte ed avvantaggiare solo il gruppo Schiavone nella gestione dell’affare”.

Silenzio in aula

Eppure tutto questo si poteva evitare. Se si fosse effettuata la raccolta differenziata, come previsto dal decreto Napolitano del 1998, che prevedeva che il 50% dei rifiuti solidi urbani dovesse essere avviato ad un ciclo virtuoso entro il 2000, forse non avremmo oggi montagne di migliaia di tonnellate di rifiuti che giacciono nelle campagne della Campania. Ma le cose sono andate molto diversamente. Come emerge anche dal processo “Fibe-Impregilo”, cominciato nel maggio del 2008, e che vede imputati gli allora vertici del Commissariato di governo e della società, per i reati di truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico ed altri gravi reati. Un processo difficile per la complessità delle questioni affrontate, ma difficile anche perché ai giornalisti è stato impedito di riprendere o registrare le udienze dalla Procura della Repubblica.

Durante il processo, attraverso le testimonianze e le deposizioni del consulente della Procura di Napoli, Paolo Rabitti, che sull’argomento ha scritto il libro “Ecoballe”, è emerso un quadro piuttosto chiaro. Secondo l’accusa, infatti, la Impregilo, e le società collegate Fibe e Fisia, si aggiudicano la gara di appalto per la gestione dei rifiuti non solo con l’offerta tecnologicamente più scarsa, ma con ben chiaro il progetto di non realizzare mai la raccolta differenziata e destinare tutti i rifiuti all’incenerimento.

Indizio di tutto questo la lettera che l’allora presidente dell’Abi, associazione bancaria italiana, Giuseppe Zadra, invia all’ex Presidente della Regione Rastrelli, nella quale chiede che durante la gara d’appalto venga considerata l’importanza dei contributi pubblici Cip6 come garanzia per il prestito accordato all’Impregilo per la costruzione degli impianti. Per rientrare nei costi Zadra proponeva di obbligare i Comuni a conferire a Fibe-Impregilo i loro rifiuti, in modo da poter usufruire di maggiori contributi Cip6. Infatti, contrariamente all’ordinanza Napolitano, il contributo all’incenerimento Cip6 viene esteso all’intero quantitativo di rifiuti prodotti, contrariamente a quanto predisposto dall’ordinanza Napolitano. Tradotto: bisogna trovare un modo perché i finanziamenti delle banche rientrino in maniera sicura grazie ai contributi statali, eliminando di fatto il rischio d’impresa a spese dello Stato e della salute pubblica.

Ecco perché Impregilo, sempre secondo l’accusa, realizza degli impianti di trattamento per i rifiuti, i famosi CDR, che non sarebbero mai stati in grado di effettuare una corretta separazione dei rifiuti, ma erano costruiti per ottenere la maggiore quantità possibile di rifiuti da trasformare in ecoballe. Ma la magistratura sequestra gli impianti e nega la possibilità di bruciare le ecoballe che vengono giudicate non a norma. A questo punto interviene il miracolo: col decreto 90 del maggio 2008 si legalizza la possibilità di bruciare nell’inceneritore non solo le ecoballe non a norma, ma lo stesso tal quale, mentre quello che ovunque è considerato un reato, smaltire rifiuti industriali tra i rifiuti urbani, viene legalizzato a norma di legge. Le stesse discariche diventano siti di interesse strategico nazionale, sorvegliate dall’esercito, in cui è impossibile verificare cosa entri davvero.

La raccolta differenziata non va incrementata, l’inceneritore di Acerra va a rilento, e i rifiuti continuano ad essere prodotti e da qualche parte vanno pure messi, ed ecco il Commissariato muoversi per sequestrare terreni e vecchie discariche ormai chiuse spesso perché messe sotto sequestro dalla magistratura, per “stoccare temporaneamente” rifiuti ed ecoballe.

Solo che poi, dicono i pm, dovevano averci preso gusto ed essersi accorti che il gioco conveniva. Ogni volta che strillavano all’emergenza arrivavano pronti nuovi fondi da Roma. E allora si sono verificati continui guasti negli impianti, problemi nella raccolta e difficoltà nell’individuazione dei siti, per aumentare a dismisura le spese. Un gioco che conveniva anche alla camorra, spesso proprietaria dei suoli, o che attraverso passaggi di mano riusciva ad entrare in possesso dei terreni e a farne lievitare il prezzo pochi giorni prima della vendita al commissariato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, o meglio di nessuno.

Scomparire

Perché, come abbiamo già detto, si è deciso di spostare tutto nelle campagne, fingendo che il problema sia risolto ed anzi continuando a sversare ed ammassare rifiuti in un territorio già gravemente colpito da anni di sversamenti dei rifiuti tossici provenienti dal Nord. Non si sa se la raccolta differenziata riuscirà finalmente, dopo 15 anni, a partire, o se verrà ancora ostacolata. Non si sa se il processo riuscirà a puntualizzare le responsabilità dei colpevoli, o se la verità storica verrà celata da una prescrizione o da una mezza sentenza. Quello che si capisce, però, è che per il modo in cui tutto questo viene gestito più che far scomparire un problema, si rischia di far sparire un intero territorio e chi lo abita.

Qui sotto il video della Giornata del tour, sempre realizzato dall'amico Luca.



Se trovate altri articoli sul tema, mandatemeli che li pubblico volentieri!

martedì 27 ottobre 2009

E Lombardo ammise: "Firmo abusi senza neanche accorgermene"

E Raffaele Lombardo (governatore della Regione Sicilia) dopo la tragedia di Messina disse, riferendosi ad una costruzione di una casa in una zona a forte rischio ambientale da lui stesso autorizzato: "Ma che nne sò io di quello che firmo? Che c'ho tante di quelle carte da firmare, che firmo robe senza neanche accorgermene". Questo è il riassunto, ma le parole vere le trovate più sotto. Se volete sapere come nascono le tragedie in Italia, beh, questo è un primo passo.

Il secondo passo a cui però si deve pensare è: se questo accade ad un governatore di Regione, cosa può succedere in Parlamento dove di leggi, leggine e decreti se ne votano a centinaia alla volta? Pensate davvero che i parlamentari sappiano quello che firmano?


Nell'attesa, gustatevi questa videoinchiesta da sito
Strill.it, ed ascoltate le parole del governatore Lombardo...



La trascrizione. "Senta, facciamo una cosa, guardi che io martedì devo riferire. Lei mi prepari cortesemente tutte le carte, poi però mi dovete spiegare, che io non ci capisco niente di questa "declassificazione del rischio finalizzata a costruire".

E poi racconta: "Sapete cosa ho firmato io? Ho firmato un decreto relativo a una delibera di giunta a seguito di uno studio portatomi, in base al quale ho declassificato il rischio di un'area del comune di Rosolini, dove un consigliere comunale deve farsi la casa. E' sul letto di un torrente e io ho firmato il decreto per declassificare il rischio. Capite? chissà quanti ne firmo senza sapere, perché c'ho tanto di carte..."

Contattato dallo stesso autore dell'inchiesta, il presidente della Regione, ha risposto soltanto: "E' una vicenda già nota a cui stiamo già provvedendo".


Giornalisti in Italia: 9mila testate clandestine e 20mila sfruttati senza tutele

- 9mila testate clandestine e non iscritte al tribunale
- 20mila giovani sfruttati senza tutela nè garanzie lavorative
- 5mila precari che guadagnano 8 euro a pezzo; con un compenso minimo di 2 euro per servizio.

Non è uno sfruttamento qualsiasi, ma quello dei giornalisti in Italia. I numeri che avete appena letto infatti sono quelli dell'indagine effettuata per il 2009 dall'ordine nazionale dei giornalisti in collaborazione con i vari ordini regionali. Tante le testimonianza raccolte, con un blog che è stato addirittura creato per mettere in luce il problema.

Numeri - dicono dall'ordine nazionale - che devono fare riflettere perché molti di questi lavoratori presto si rivolgeranno ai Sindacati e agli Ordini per vedere riconosciuto il loro lavoro. E molti già lo hanno fatto. E con le discordanze in essere fra i vari Ordini regionali, può capitare che un aspirante pubblicista in una regione venga iscritto mentre un aspirante pubblicista in un’altra regione veda respinta la domanda, a parità di requisiti.


Per chi fosse curioso, il report integrale è disponibile e scaricabile qui.



lunedì 26 ottobre 2009

Ecco perchè il giornalismo resta nonostante tutto per me il mestiere più bello del mondo. Con tanta invidia per chi lo può fare davvero.

Invidia. Ecco quello che provo quando vedo foto come queste. E mi viene solo da pensare che vorrei tanto poterlo fare anch'io: ma d'altra parte, non è forse l'invidia la forma più sincera di ammirazione? Dal blog "La Torre di Babele" del giornalista Pino Scaccia.


Per capire il post precedente, quello sulla stanza, bisogna sapere cosa c’è fuori la porta, insomma per strada. Questa foto ha undici anni: è stata scattata il 15 maggio del 1998 a Quindici durante i giorni rovinosi della frana. Altro che ufficio. Per scrivere bisognava trovare un posticino più o meno in disparte e, come in questo caso, un’officina abbandonata era già un luogo comodissimo. La dedico a tutti i cronisti, quelli che non mangiano e non dormono per giorni pur di stare lì, dentro la notizia, a raccontare. Ne ho altre simili in giro per il mondo, ma preferisco questa perchè non rappresenta trasferte esotiche ma è vicino casa. L’inferno, infatti, non ha confini. E non ha età: basta la passione.

Ecco perchè il giornalismo è e resterà sempre per me "il mestiere più bello del mondo".

L'emergenza rifiuti in Campania? Non risolta, ma rinviata. Ecco le prove con lo "spazzatour" campano.

L'emergenza rifiuti? In Campania non stata per nulla risolta, ma solo rimandata. Perchè quando anche le discariche che trovate in questo servizio - realizzato anche grazie al collega Luca De Berardinis che ha accompagnato i colleghi della stampa estera in giro nei siti dove vengono stoccati rifiuti di ogni genere senza alcun controllo - saranno piene ( ed avverrà presto), tutto ricomincerà daccapo.

Dal
sito web de L'Unità : "Lo spazzatour della Campania: ecco dove finiscono i rifiuti campani".

Gabbiani, ruspe e camion sopra una montagna di immondizia. Provincia di Caserta, località San Tammaro, sito di «Maruzzella 3». Un mezzo compattatore del comune di Bacoli (Na) esce dal «sito di interesse strategico nazionale» di fronte a noi. Siamo su una strada provinciale, affacciati su questa discarica a cielo aperto abitata da uomini e gabbiani. Piove. Saremo a mezzo chilometro in linea d’aria. Sono le tre del pomeriggio. Passa una camionetta con a bordo alcuni militari. Fa un’inversione a «U».


Scende un soldato. Vuole sapere che ci facciamo qui con notes, macchine fotografiche e telecamere. Chiede lumi al proprio comando per sapere se si possa riprendere la montagna di immondizia. «No, non sono all’interno del perimetro... », chiarisce al suo interlocutore. La terminologia militare ha un che di grottesco: stiamo parlando pur sempre della montagna puzzolente sorvolata da gabbiani che abbiamo di fronte. «È tutto ok», sentenzia. Possiamo continuare. Nessuno sequestrerà girato o taccuini alla stampa estera, arrivata, a distanza di due anni dal primo «SpazzaTour», a vedere cosa accade in concreto nella «soluzione» del problema rifiuti in Campania.

Dietro il bluff dell’inaugurazione dell’inceneritore di Acerra che oggi brucia una quantità minima di rifiuti senza fornire un solo megawatt di corrente alla rete elettrica (alla quale non è collegato) e con una raccolta differenziata ancora da inventare in molte province, sono i luoghi come «Maruzzella» ad accogliere la spazzatura campana. Discariche militarizzate che da Savignano (Av), a Chiaiano (Na), da Serre (Sa) a Terzigno (Na), in pieno Parco Nazionale del Vesuvio e in zona evidentemente vulcanica, sono e verranno riempite di spazzatura nelle settimane a venire, in barba a qualsiasi norma ambientale praticata in Europa (Italia compresa).


Eccola la soluzione, «il retro della cartolina» per dirla con Nicola Capone, giovane professore di Storia e membro del Co.re.ri, il Coordinamento regionale dei rifiuti della Campania nato dalla buona pratica dei movimenti ambientalisti e dell’Assise di Palazzo Marigliano. Accompagnati dai ragazzi e dai professori che si sono tassati per pagare il bus che da Roma ci ha condotti qui, i colleghi esteri, capitanati dal segretario Yossi Bar, hanno visto uno scenario inedito. Quello di uno Stato che militarizza le discariche e non controlla i luoghi dove la malavita sversa quotidianamente tonnellate di rifiuti pericolosi. Dopo la visita obbligatoria al «sito di stoccaggio provvisorio» di Taverna del Re, nel giuglianese, dove le «ecoballe» non a norma stazionano «provvisoriamente» dal 2006, nella quantità di sei milioni di tonnellate, eccola la vera emergenza campana.

Sono i rifiuti speciali, quelli che si trovano nelle strade di campagna. Nell’entroterra di Lusciano, i piedi nel fango, i colleghi della stampa estera si avviano in una zona di vecchia cava che costeggia la bretella che porta a Pomigliano d’Arco. In mezzo alle coltivazioni, polveri di amianto, sabbie combuste, i soliti panni che servono a contenere le detonazioni dei liquidi industriali in quella che è ancora la «terra dei fuochi».


Eppure è davanti ai Regi Lagni, i canali costruiti dai Borbone che corrono per le campagne casertane irrigando campi di pere e di pesche, che gli ultimi nodi dello smaltimento campano vengono al pettine. È qui, che, ammassati sugli argini del canale che sfocia nel mare di Castel Volturno, si contano i residui delle lavorazioni provenienti dalla raccolta differenziata.

Massimo De Gregorio, vicepresidente del Comitato emergenza rifiuti di Caserta, spiega alla collega ceca: «Questi sono gli scarti della lavorazioni delle plastiche e dei cartoni. Sono materiali pericolosi. Contengono metalli pesanti». E che ci fanno qui? Aspettano che il livello dell’acqua si alzi. Poi saranno trasportati ad inquinare campagne e coste. A quel punto l’argine si sarà liberato e si potranno portare nuove scorie. Accade così da cinque anni. Anche oggi. Che l’emergenza è «risolta».


mercoledì 21 ottobre 2009

L'onorevole Abelli come la Binetti: "L'omosessualità è devianza"

Le dichiarazioni della senatrice teodem della Margherita Paola Binetti sull'omosessualità - che hanno causato ultimamente l'affossamento alla Camera della legge "Concia" sull'omofobia - riassumibili con la frase pronunciata a Matrix lo scorso 2007 "L'omosessualità è una devianza della personalità", sono cosa nota. E così si pensa che l'ostacolo per avere una legge che tuteli i diritti degli omosessuali in Parlamento sia proprio lei, la cattolicissima Binetti.

Ma non è la sola a pensare - e a dire - queste cose - benchè tutti si occupino ormai solo di lei. Quello che è sfuggito alla stampa nazionale, ma - per una volta - non a noi di TelePavia Web sono state le dichiarazioni dell'onorevole del Pdl Giancarlo Abelli, a margine di un convegno dell'UDC tenuto negli scorsi giorni in provicnia di Pavia assieme a Rocco Buttiglione.

Le trovate qui sotto, nel filmato: ascoltatele, e fatemi i vostri commenti...

video

PS: come ogni buon giornalista penso dovrebbe fare, ho immediatamente tentato di chiamare in studio un secondo dopo averle udite qualcuno delle rappresentanze di associazioni gay e lesbiche che potesse darmi un parerfe/ una risposta in merito. Ma non ho trovato nessuno disposto a rilasciare alcunchè.

Se qualcuno vede questo servizio e vuole parlare...siete sempre in tempo!

This is "giudiziaria": l'inchiesta Santa Giulia in 3 minuti!

Un'indagine durata 8 anni, ricostruita in 3 minuti per voi! E' quella che ha portato ieri all'arresto dell'assessore provinciale Rosanna Gariboldi e dell'imprenditore "re delle bonifiche" Giuseppe Grossi, per le indagini sulla bonifica dell'Area Santa Giulia.

video

(Video Courtesy of TelepaviaWeb)

Qui sotto il testo integrale:


"L’ inchiesta che ha portato all’arresto dell’assessore Rosanna Gariboldi è partito lo scorso anno su input del tribunale tedesco di Kaiserslautern, che indagava su «sei cittadini tedeschi sospettati di infedeltà, evasione nonché corruzione in relazione alle operazioni di smaltimento dei rifiuti speciali provenienti dall' Italia». I rifiuti provenivano proprio «dall' ex area industriale Montecity-Rogoredo rientrante nel cosiddetto progetto Santa Giulia» ed avrebbero fruttato alla società «Ma.Te.Co.», fondata nel 2004 dai due ex finanzieri , Giuseppe Anastasi e Paolo Paqualetti, arrestati insieme all’avvocato svizzero Fabrizio Pessina lo scorso febbraio, fatturazioni per oltre 14 milioni e mezzo.

A coinvolgerli nell’affare era stato Giuseppe Grossi, proprietario della Green Holding, una delle principali imprese di smaltimento rifiuti in Italia “per proteggersi – diceva - dalle infiltrazioni della ‘ndrangheta che avevano colpito le sue attività. La Ma.te.co faceva da mediatrice per l’impresa di Grossi. Una mediazione che come ha scritto il gip Fabrizio D’Arcangelo serviva soltanto a imporre prezzi “esagerati” all’impresa a cui era affidata la bonifica dell’area, la “Servizi Industriali”. Nello specifico, la Ma.Te.Co avrebbe ottenuto 50 euro per tonnellata smaltita in Germania contro un prezzo medio di 38. Gli arresti sono scattati anche per evitare che lo strano meccanismo si estendesse ad altri progetti. Secondo il gip, infatti, «dall' esame delle conversazioni intercorse fino all' 8 gennaio scorso emerge che i soggetti già coinvolti nella bonifica di Santa Giulia stessero adottando lo stesso modus operandi nell' ex area Sisas nel comune di Pioltello, inserita nell' accordo di programma stipulato, tra gli altri, con la Regione Lombardia”.


I soldi, circa 22 milioni di euro in totale, venivano in parte dal proprietario dell’area, l’imprenditore Luigi Zunino, ma c’erano anche una grossa fetta di fondi pubblici, provenienti dal Comune e dalla Provincia di Milano, dalla Regione Lombardia e dalla Comunità Europea. Ignota invece era la loro destinazione. Si parla di fondi neri, con soldi che passavano attraverso una serie di scatole cinesi tra Madeira, le isole Cayman e il Delaware. Un sospetto che il gip Fabrizio D' Arcangelo mette nero su bianco in una delle sue ordinanze : la differenza di prezzo sborsata - scrive - «sembra rispondere alla necessità di assicurare un "sovrapprezzo" necessario per la costituzione di riserve occulte a favore di soggetti allo stato ignoti». Rosanna Gariboldi è accusata di aver ricevuto soldi da conti esteri a Montecarlo "schermati" di Grossi, partecipando di fatto al riciclaggio. Nei mesi scorsi, la procura aveva avviato una rogatoria in terra monegasca sul conto dell'assessore.

Gli inquirenti avevano individuato un conto corrente a Montecarlo dal quale, nel luglio del 2007, era partito un bonifico su un deposito svizzero gestito da un fiduciario di Grossi per 500.000 euro. Poi, in due tranche, nel marzo e nell'ottobre del 2008, sul conto monegasco erano arrivati complessivamente 632.000 euro da conti esteri «schermati» che per l'accusa facevano riferimento a Grossi. Rosanna Gariboldi aveva dichiarato che le somme non erano altro che la restituzione di un prestito fatto a Grossi, che aveva definito «un amico». Da qui l’accusa in concorso in riciclaggio, e l’arresto ieri assieme a Giuseppe Grossi.

mercoledì 14 ottobre 2009

Silvio santo subito! (E ci cascano in 30mila!)

Un sito per "Silvio Santo subito"? C'è chi, sulla scia del "sito per il comitato per il Nobel per la pace 2010 a Silvio Berlusconi" ci ha provato, anche se non con intenti seri stavolta. Ed invece, a dispetto delle previsioni, ci sono cascati in 30mila!

Ecco l'intera storia, dal blog di Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica:

SILVIO SANTO SUBITO: E ACCORRONO IN 30MILA

Silvio Berlusconi è stato il nostro salvatore e merita più di chiunque altro italiano negli ultimi secoli di storia una beatificazione ufficiale da parte della nostra Santa Madre Chiesa. Il nostro comitato nasce per questo e con questo sogno preghiamo e adoriamo il Signore auspicando che la Sua verità e la Sua luce raggiungano i vertici della nostra amata Chiesa.

È un passo delle motivazioni che animano il sito di “Berlusconi beato“. Seguivano nomi di avvocati e semplici cittadini, codici Iban dove privati e aziende potevano fare donazioni per sostenere la causa. Tutto finto, ovviamente. Una provocazione nata da Massimo Scialò, imprenditore musicale e docente in un master di comunicazione e marketing della Sapienza. “Era una scommessa con i miei studenti: volete vedere che la gente ci casca?” ci dice al telefono da Parigi. Gli è bastato promuovere il sito su Facebook e il passaparola ha fatto il resto.

In meno di due giorni il sito ha avuto oltre 30 mila visite e lui ha dovuto rispondere a centinaia di mail: “C’era gente che mi ha scritto per dire che i conti correnti erano incompleti, che doveva esserci un errore e se potevo dar loro quelli giusti”. Insomma, apparentemente qualcuno pronto a metter mano al portafoglio. E poi svariate richieste di interviste. “L’idea mi è venuta” spiega Scialò “quando qualcuno, sul serio, aveva pensato di organizzare un comitato per candidarlo al Nobel. Quando si parla di quest’uomo non c’è limite alla credulità”. E infatti…

Le province? Erano da abolire, ma poi... Un articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

Direttamente da Corriere.it, un bellissimo articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sulla questione delle province: erano da eliminare secondo tutti i contendenti (stando a quanto dichiaravano in campagna elettorale), ma come si vedrà leggendo la situazione è finita in modo un po' diverso...

Il numero è quesi raddoppiato dall'unità d'Italia: adesso sono a quota 109.
E I CAMUNI GRIDARONO: "UNA PROVINCIA ANCHE A NOI"
Gli enti che dovevano essere aboliti e le promesse infrante. E i Camuni? Niente ai Camuni?

Deciso a vendicare l’ingrata storia, il deputato leghista Davide Caparini ha deciso di tirare dritto: vuole a tutti i costi la nuova Provincia della Valcamonica. Capoluogo: Breno, metropoli di 5.014 anime. Direte: ancora un’altra provincia? Ma non avevano promesso quasi tutti di abolirle? Certo: prima delle elezioni, però.

Promessa elettorale, vale quel che vale. Tanto è vero che il disegno di legge per sopprimerle, presentato alla Camera dalla strana coppia Casini & Di Pietro, è già morto. Se dovesse passare l’iniziativa camunica del parlamentare del Carroccio, quella con capita­le Breno (inno ufficiale: «E su e giù e per la Val­camonica / la si sente la si sente...») sarebbe la provincia numero 110. Quando nacquero nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, erano qua­si la metà: 59. Distribuite sul territorio con un criterio semplice: dovevi attraversare ciascuna in una giornata di cavallo. Nel 1947 erano già 91. E col passaggio dagli equini alle autoblu, hanno continuato ad aumentare, aumentare, aumentare a dispetto del proposito dei padri costituenti, che avevano previsto la loro aboli­zione con l’arrivo delle Regioni, fino a diventa­re 95 e poi 102 e su su fino a 109 grazie a new entry e soprattutto al raddoppio (da 4 ad 8) di quelle della Sardegna. La quale con l’Ogliastra (57.960 abitanti, due terzi di Sesto San Giovan­ni) mise a segno il capolavoro, la provincia a due teste: Tortolì (10.661 anime) e Lanusei, che di anime ne ha ancora meno: 5.699. Un re­cord mondiale. Che con l’arrivo di Breno ver­rebbe stracciato in attesa di nuove province e nuove capitali tipo Quinto Stampi, Pedesina, Zungri, Maccastorna, Carcoforo... Direte: ma dai, Carcoforo! Perché no, scusate? Se la pro­vincia è indispensabile per essere vicina ai cit­tadini, cosa han fatto di male i carcoforesi per non avere anche loro una provincia?

Quanto costino lo ha calcolato l’anno scorso il Sole 24 Ore : 17 miliardi di euro. Con un au­mento del 70% rispetto al 2000. Da dove arriva­no i denari? Un po’ dai trasfe­rimenti. Parte dal prelievo del 12,5% sull’assicurazione delle auto e delle moto: 2 mi­liardi nel 2007, il 54% in più rispetto al 2000. Più aumenta l’assicurazione, più intasca la Provincia. Altri quattrini arri­vano dall’imposta provincia­le di trascrizione: le annota­zioni al Pubblico registro au­tomobilistico che doveva es­sere abolito. Ci sono poi un’addizionale sulla bolletta elettrica e il tributo provincia­le per l’ambiente.

Come mai i cittadini non si arrabbiano? Occhio non ve­de, cuore non duole: sono tut­te tasse dentro altre tasse. Non si notano. Va da sé che a quel punto, ignaro delle spe­se, il cittadino vede titillato il suo campanilismo. Come nel caso della provincia di Fer­mo nata dalla divisione di quella di Ascoli Piceno. Una specie di scissione dell’ato­mo: da una piccola provincia ne sono nate due minuscole. In compenso, al posto di un solo consiglio da 30 membri, ne sono nati due da 24: totale 48 poltrone. Per non dire del­la provincia a tre piazze di Barletta-Andria-Trani, chia­mata così per non far torto ai permalosi cittadini dell’una o l’altra capitale. Quanti sono i comuni di quel­la nuova Provincia? Dieci in tutto, sono. Il che, diciamolo, aumenta la pena per i sette tagliati fuori dal nome: Bisceglie, Trinitapoli, Minervi­no Murge. E la targa automobilistica? «BT». Ri­volta: «E Andria? Non si può fare “Bat”?». «No, quella è di Batman».

C’è da sorridere? Mica tanto. Sull’abolizione delle province, infatti, fu giocato un pezzo del­l’ultima campagna elettorale. «Aboliremo le Province, è nel nostro programma», disse Ber­lusconi a Porta a porta il 10 aprile 2008. «Ma la Lega sarà d’accordo?», eccepì Bruno Vespa. E lui: «La Lega è composta da persone leali». «Presidente, che cosa ha previsto per abbassa­re i costi folli della politica?», gli chiese la si­gnora Ines nella chat-line al Corriere . E lui: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei con­siglieri comunali». E le Province? «Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle». Mostrava di crederci al punto, il Cavaliere, che cercava sponde: «Se Veltroni ci darà una ma­no... ». La linea veltroniana, del resto, era già stata dettata: «Cominceremo da subito abolen­do le Province nei grandi comuni metropolita­ni ». Posizione confermata a Matrix : «All’aboli­zione delle province penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. È facile dirlo in campagna elettorale...». Il socio fondatore del Pdl Gianfranco Fini era d’accordo: «I carrozzo­ni non sono intoccabili e si possono abolire per esempio le Province». Una tesi già benedet­ta da altri. Come l’ex ministro degli Interni az­zurro Giuseppe Pisanu: «Le Province ormai non hanno più senso».

Qualche settimana dopo le elezioni il capo del Governo sventolava il primo trionfo, rias­sunto dai tg amici con titoli così: «Abolite no­ve Province». In realtà nove province cambia­vano soltanto nome. D’ora in avanti si sarebbe­ro chiamate aree metropolitane. Un ritocco se­mantico. Ma naufragato lo stesso. Poi comin­ciarono i distinguo. «C’è un solo punto nel pro­gramma in cui ho difficoltà serie con gli allea­ti, l’abolizione delle Province. La Lega ha una posizione molto ferma», confessò Berlusconi nel dicembre 2008. «Sono enti inutili, ma non riusciremo a cancellarli in questa legislatura», confermava Renato Brunetta. Di più: nel dise­gno di legge sulle autonomie locali definito dal ministro Roberto Calderoli non solo so­pravvivevano. Venivano addirittura rafforzate, con la possibilità di riscuotere tasse proprie.

Vero è che Bossi aveva eretto un muro insor­montabile: «Le Province non si toccano». Ma che la marcia indietro collettiva sia stata dovu­ta solo all’altolà del Carroccio non si può dire. Basti rileggere quanto affermò il deputato del Pd Gianclaudio Bressa nell’ottobre scorso: «Non siamo d’accordo con l’abolizione delle Province, né abbiamo mai detto di esserlo in passato. È ora di finirla con questa mistificazio­ne ». E quello che diceva Veltroni? Coro demo­cratico: Veltroni chi? Ma è niente in confronto alle contraddizioni della maggioranza. Dove Sandro Bondi, da coordinatore forzista, era a pié fermo al fianco del Capo: «Aboliamo le Pro­vince. Sono un diaframma inutile fra i Comuni e le Regioni». Era il 14 luglio 2007: qualche me­se dopo, con marmorea coerenza, si candidava alla presidenza della Provincia di Massa Carra­ra.

E meno male anche per lui (oggi ministro) che non ce l’ha fatta. Sennò sarebbe andato a ingrossare la folta schiera dei fedeli di sant’Al­fonso Maria de’ Liguori al quale Dio concesse il dono della bilocazione. Cioè quei politici che sono insieme assisi su due poltrone: quella di parlamentare e quella di presidente provincia­le. La legge dice che il presidente di una Provin­cia o il sindaco di una città con oltre 20 mila abitanti non può essere eletto parlamentare? Sì, ma non dice il contrario. Così i casi di dop­pio o triplo incarico si sono moltiplicati. Ades­so sono nove, di cui sei pidiellini: c’è il presi­dente foggiano Antonio Pepe, quella astigiana Maria Teresa Armosino, quello avellinese Cosi­mo Sibilia, quello salernitano Edmondo Ciriel­li, quello napoletano Luigi Cesaro, quello cio­ciaro Antonio Iannarilli...

Poi ci sono gli «ubi­qui » della Lega: il presidente biellese Roberto Simonetti, quello bergamasco Ettore Pirovano e quello bresciano Daniele Molgora, che è an­che sottosegretario all’Economia: un esempio di trilocazione mai tentato neppure dal santo fachiro Sai Baba capace al massimo di apparire insieme nell’Andra Pradesh e a Toronto. Chie­derete: ma come fa uno a stare in tre posti di­versi? La risposta la può forse suggerire lo stes­so Pirovano. Il quale il 27 luglio scorso, mentre teneva la giunta a Bergamo, votava alla Came­ra a Roma materializzandosi grazie al tesserino usato al posto suo dal collega Nunziante Consi­glio. Il quale, pizzicato da Fini, disse: «Era un gesto innocente, pensavo stesse per arriva­re... ». Ma se di lunedì ha la giunta! «Oh signur, credevo fosse martedì...».

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

martedì 13 ottobre 2009

Trenitalia e i treni dimenticati: il treno passeggeri a Milano e l'ETR 500 storico di Pavia.

Avete presente il treno deragliato tre settimane fa a Milano e caduto in un cortile? Bene: è ancora lì, come ci racconta il pezzettino tratto dal Corriere.it di oggi.

La locomotiva e la carrozza deragliate a Milano lo scorso 21 settembre, durante le operazioni di manovra di un treno vuoto, non sono state ancora rimosse. Il materiale, fanno sapere da Trenitalia, è stato sottoposto a sequestro da parte del'autorità giudiziaria. Trenitalia comunica di avere già avviato istanza di dissequestro e, non appena lo avrà ottenuto, si provvederà a sezionare i vagoni coinvolti nell'incidente: lo spostamento dei mezzi interi è impossibile, a causa del loro peso e ingombro. Per quanto riguarda invece la presenza di senzatetto e clandestini a bordo della carrozza incidentata, denunciata nei giorni scorsi, "occorre ricordare che tali questioni, attinenti all'ordine pubblico, non rientrano nelle competenze delle Ferrovie"
. Il vicesindaco Riccardo De Corato: "Scriverò al magistrato per chiedere di accelerare le procedure" (immagine Fotogramma)


Ma non è la prima volta che per un motivo o per l'altro Trenitalia si dimentica in giro i treni, abbandonandoli magari per anni in binari dimenticati. Come era accaduto a questo qui, che avevo ritrovato per caso questo agosto vicino Pavia: un pezzo di storia delle Ferrovie, abbandonato da anni appena fuori dalla città. Eccovi le foto ed il pezzo che avevo scritto allora per la Provincia Pavese (questo sì, invece, l'avevano pubblicato!)

REMO, IL PENDOLINO DIMENTICATO

Una fine ingloriosa per un treno, l’ETR 500 Y, la cui storia comincia nel maggio del 1983, quando le Ferrovie dello Stato decidono di creare il primo treno italiano ad alta velocità. Senza casse oscillanti come i vecchi Pendolini, ma composto di locomotive capaci di raggiungere i 300 km/h e speciali carrozze pressurizzate. Della costruzione si occupa il consorzio Trevi (Treno Veloce Italiano), che raccoglie il gotha della produzione ferroviaria dell’epoca: Ansaldo, Breda, Fiat Ferroviaria, ABB Tecnomasio e Firema Trasporti.

Il progetto porta dopo cinque anni alla costruzione di un treno prototipo definito ETRX 500, e di due treni sperimentali ETRY 500 (soprannominati Romolo e Remo) che scendono sulle rotaie nel 1990. In Italia si gioca in quell’anno il mondiale di calcio, e la prima corsa con passeggeri a bordo viene fatta proprio per portare gli spettatori ad una delle sue partite. La ribalta mediatica è enorme, perchè l’Italia può ora concorrere alla pari con i famosissimi TGV francesi.

C’è un solo problema: le linee sono vecchie, ancora a corrente continua, e non supportano le velocità che l’ETR 500 può raggiungere salvo qualche tratto sulla Direttissima Roma-Firenze e sulla Roma-Reggio Calabria dove Romolo e Remo finiscono per essere impiegati. Tra il 1994 ed il 1996 vengono effettuati i lavori di rimodernamento strutturale e richiamate per adattamenti tutte le 60 locomotive nel frattempo prodotte. Ed è qui che la storia di Remo prende il binario dell’oblio.

Secondo Trenitalia il treno viene riadattato ed usato per viaggi charter e promozionali fino al 2001, quando ne viene decisa la dismissione a solo 11 anni di età. Fatto strano, se si considera che il parco locomotive dei convogli pendolari oggi in servizio ha un’anzianità media tra i 27 ed i 32 anni.

Tra il 2003 ed il 2005 vengono asportati i 9 vagoni interni, ed abbandonate sui binari di Pavia le due locomotive. Cosa strana - che contrasta un po’ con la versione fornita - è il fatto che all’interno delle cabine, dove tutto è devastato e i vandali si sono portati via anche i circuiti stampati della plancia di comando, siano ancora appoggiate aperte delle riviste datate dicembre 1996. Il treno viene poi dimenticato persino dagli addetti della stazione e abbandonato a sé stesso nello scalo merci nel frattempo dismesso. Nascosto tra gli alberi che nel frattempo hanno preso possesso dei binari, è diventato palestra per graffitari e regno dei vandali che ne hanno saccheggiato l’interno, rimasto tutto come allora, e solo i numeri di serie impressi sul telaio raccontano a chi sa decifrarli la sua vera storia di pioniere dimenticato.

Per chi poi avesse 5 minuti per guardare, su Youtube avevo anche trovato un video del treno abbandonato, fatto da alcuni ragazzi che l'avevano "esplorato" come me un paio di anni fa.




Un'altra incredibile storia di spreco all'italiana

1992-1994, alcune cose che è utile sapere.

Dal blog "Piovono Rane" del giornalista di Repubblica Giuseppe Giglioli, un articolo sulla storia recente che ritengo possa essere utile leggere. Se non altro per capire pagine di una storia non troppo lontana, che stanno tornando di attualità.

1992 - 1994, F.A.Q.

Questo è un elenco di date su quel che è successo tra il ‘92 e il ‘94, che forse può aiutare in termini di chiarezza e di memoria.

In gran parte si tratta di un banale copiaincolla dalla cronologia di un mio libro del ‘94, oggi fuori catalogo, sulla nascita di Forza Italia, integrato da un po’ di notizie uscite in passato o di recente e da qualche considerazione conseguente. E’ quindi solo un penny offerto alla ricostruzione di quel periodo: non contiene niente di nuovo e sicuramente manca qualcosa - perciò qualsiasi aggiunta o correzione è benvenuta.

Perché è importante quello che è successo tra il 92 e il 94?
Perché è un periodo fondamentale per capire tutto quello che è successo dopo. La situazione in cui viviamo oggi è il risultato del grande caos che ci fu tra il 92 e il 94, con la fine della Prima repubblica e l’ingresso in politica di Berlusconi.

Partiamo dal 1992: i fatti.
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione chiude il maxiprocesso alla mafia con 360 condanne - di cui 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere. E’ la prima volta che Cosa Nostra subisce un colpo così duro.

Poco dopo però, lo Stato entra gradualmente in una crisi di gravità mai vista prima, che inizia il 17 febbraio, con l’arresto di Mario Chiesa: scoppia Tangentopoli, il Psi e la Dc (che reggevano il governo) iniziano a sfaldarsi.

Il 1 marzo viene ucciso il deputato dc Salvo Lima (foto), andreottiano, già garante dei rapporti tra mafia e Stato, rapporti entrati in crisi dopo il maxiprocesso e la sentenza della Cassazione.

Il 23 maggio viene ucciso Giovanni Falcone, tra gli artefici del maxiprocesso che aveva messo in crisi Cosa Nostra.

Tra maggio e luglio c’è una gigantesca speculazione attorno alla lira che porta il paese al rischio default (e qualcuno ritiene che a innescare questa crisi siano stati anche i capitali della mafia).

Il 1 giugno, per la prima volta Berlusconi dice che “potrebbe fare un pensierino” a diventare presidente del Consiglio (a Cernobbio, intervistato dalla “Provincia” di Como).

Il 19 luglio viene ucciso Paolo Borsellino (strage di via D’Amelio).

Ad agosto diventa legge il “carcere duro” (articolo 41 bis) per i mafiosi.

Il 17 settembre la mafia uccide Ignazio Salvo, un altro ex referente politico della mafia in Sicilia.

A settembre iniziano le cene di Berlusconi con gli imprenditori, con cui il Cavaliere sonda il gradimento di un suo ingresso in politica.

Il 15 dicembre 1992 Craxi riceve il suo primo avviso di garanzia.

Insomma?

Insomma nel 92 avvengono due processi in parallelo e forse intrecciati: da un lato sta iniziando a cadere il sistema politico che ha retto l’Italia dall’inizio del Dopoguerra, e qualcuno si prepara per sostituirlo. Dall’altro c’è la mafia che, persi i suoi tradizionali appoggi nello Stato e infuriata per quanto ottenuto dal pool di Palermo, reagisce con la bomba di Capaci firmata Riina. Poi, attraverso Vito Ciancimino (altro andreottiano) da quanto emerso di recente Cosa Nostra avrebbe iniziato una trattativa con settori dello Stato (servizi e carabinieri). A quella trattativa si sarebbe opposto Borsellino. Alcuni ritengono che Borsellino sia stato ucciso proprio per questo. Di recente Riina (condannato anche per l’omicidio Borsellino) ha sostenuto che Borsellino “lo hanno ammazzato loro”, cioè uomini dello Stato, dei servizi, che lo consideravano d’intralcio alla trattativa.

In ogni caso, dall’agosto del 92 i mafiosi vengono sottoposti al 41 bis, nel gennaio dell’anno dopo Riina finisce in carcere e Cosa Nostra ha un nuovo capo, Provenzano. La strategia di Riina (quella che ha portato alla strage di Capaci e, per quel che si sa finora, a quella di via D’Amelio) è quindi fallita.

E nel ‘93 che cosa succede?
Lo smottamento della prima repubblica prosegue, con l’inchiesta Mani Pulite che va espandendosi fino a coinvolgere buona parte della Dc e il Psi.

L’11 febbraio ‘93 Craxi si dimette da segretario del Psi.

Il 27 marzo ‘93 Andreotti viene indagato per associazione mafiosa.

Il 5 aprile è indagato Forlani. Dunque i tre uomini che garantivano la stabilità di governo (il cosiddetto Caf, Craxi, Andreotti, Forlani) sono finiti.

Il 15 aprile del ‘93 Silvio Berlusconi convoca i vertici del gruppo ad Arcore e parla dei gravi rischi che il gruppo Fininvest corre nel dopo Tangentopoli, venuti a mancare gli amici di sempre nel Palazzo. “C’é il fondato pericolo”, dice, “che si crei una situazione ostile ai nostri interessi. Bisogna prepararsi a scendere sul terreno politico”. Il Caf era stato il suo referente politico per anni: lo aveva ammesso pubblicamente lo stesso Confalonieri, in un’intervista a L’europeo del 25 agosto 1989 (”Il tg di Canale 5 sarà omogeneo al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti l’accettazione delle libertà»).

Il 14 maggio 1993 in via Fauro a Roma Cosa Nostra piazza quasi un quintale di tritolo per far saltare Maurizio Costanzo. Si salva per un soffio, grazie un allineamento fortuito che crea un cono d’ombra sulla sua auto. Costanzo nei suoi show aveva ospitato spesso Falcone e, dopo la morte di questi, aveva fatto delle puntate molto dure contro la mafia. Forse volevano punirlo solo per quello. Alcuni tuttavia ipotizzano che la mafia volesse anche dare un messaggio a Berlusconi. Un messaggio del tipo: vedi di fare il bravo. Ma questa è solo un’ipotesi.

Il 27 maggio 1993 viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo a Firenze, vicino alla sede dell’Accademia dei Georgofili (5 morti, nella foto.) Un messaggio della mafia allo Stato, in un momento in cui lo Stato stesso è in confusione: caduto il governo Amato, si chiama da Bankitalia il tecnico Ciampi, mentre Craxi viene assalito con le monetine fuori dall’hotel Raphael di Roma.

Il 25 maggio Andreotti viene indagato anche per l’omicidio Pecorelli.

Nell’estate del 93, come emergerà in seguito, Berlusconi inizia a preparare la discesa in campo. A giugno Fininvest inizia l’opera di acquisto a tempo indeterminato, in tutte le agenzie fotografiche, di tutte le immagini circolanti di Silvio Berlusconi in cui il Cavaliere non era venuto bene. Sempre a giugno, Berlusconi incarica un dirigente del suo marketing - Gianni Pilo - di fare delle proiezioni elettorali per capire se è il caso di fondare un suo partito o di appoggiare i leader nascenti, come Mario Segni; ancora a giugno, due dirigenti del gruppo (Domenico Lo Jucco di Publitalia e Ennio Doris di Programma Italia) iniziano a sondare le strutture locali di Publitalia (la concessionaria di pubblicità del gruppo) per verificare la loro disponibilità a lavorare sul territorio in vista della creazione di un eventuale partito (quelli che diventeranno i club di Forza Italia).

Il 10 luglio 93 Berlusconi dice ai suoi più stretti collaboratori che sta pensando di entrare in politica: Confalonieri è contrario, Dell’Utri favorevole.

Subito dopo iniziano le cene di Berlusconi con gli imprenditori per la nascita di Forza Italia.

Il 23 luglio muore l’imprenditore Raul Gardini: da sempre considerata un suicidio, la morte di Gardini è adesso di nuovo al centro un’inchiesta perché secondo un pentito una società di Gardini - la Calcestruzzi - riciclava i soldi della mafia.

Il 26 luglio la Dc si scioglie.

Il 27 luglio scoppiano due nuove bombe di mafia, una a Milano e una a Roma. La bomba a Roma viene fatta esplodere accanto alla chiesa di San Giovanni in Laterano e non fa vittime. Quella di Milano in via Palestro fa cinque morti, probabilmente per sbaglio (foto). Sono dei messaggi allo Stato: lo scopo è far sapere - in un Paese il cui quadro politico è in rapido cambiamento - che la mafia può inaugurare una nuova strategia della tensione e che quindi a chi prenderà le redini dello Stato converrà trattare.

A settembre Berlusconi dice a Marcello Dell’Utri di iniziare lavorare all’organizzazione del nuovo partito. Dell’Utri parte per la creazione di Forza Italia basandosi sulle strutture locali di Publitalia e organizzando i club.

A ottobre iniziano sulle reti Fininvest due trasmissioni volute da Berlusconi sull’attualità politica, in cui si chiede ai passanti “che cosa vuole la gente”. Si tratta di “Luogocomune” di Davide Mengacci su Retequattro e di “Qui Itali”a di Giorgio Medail su ItaliaUno. L’esito è sempre che la gente è stufa dei vecchi politici e vorrebbe un nuovo partito con Berlusconi leader.

Il 16 ottobre un’auto carica di esplosivo non scoppia per puro caso fuori dallo stadio Olimpico di Roma, durante una partita.

Il 10 novembre in uno stabile di viale Isonzo a Milano iniziano i provini per il casting su 650 persone selezionate da Publitalia e candidabili con il nuovo partito che ufficialmente non esiste ancora.

Il 23 novembre Berlusconi appoggia pubblicamente Fini come candidato sindaco di Roma contro Rutelli. Lo stesso giorno, di ritorno in aereo da Casalecchio di Reno insieme con il giornalista Andrea Pamparana, chiede a questi notizie su Antonio di Pietro nell’eventualità di includerlo nel nuovo partito.

Il 25 novembre nasce ufficialmente Forza Italia, che vincerà le elezioni nel marzo dell’anno successivo.

Che è Dell’Utri, l’organizzatore di Forza Italia?

Amico di Berlusconi dai tempi in cui entrambi studiavano Legge a Milano nella seconda metà degli anni ‘50, con lui dagli inizi alla Edilnord e (dopo un breve periodo al gruppo Rapisarda, legato alla mafia di Palermo) ai vertici del gruppo del Cavaliere fino a diventare nel 1984 amministratore delegato del gruppo Fininvest. Palermitano, è lui che negli anni ‘70 porta ad Arcore il boss mafioso Vittorio Mangano, con funzioni di stalliere. La presenza di Mangano ad Arcore verrà giustificata come una sorta di “protezione” che Dell’Utri avrebbe garantito alla famiglia Berlusconi spaventata da possibili sequestri di persona; secondo altri, rappresentava invece il punto di collegamento tra Cosa Nostra e Berlusconi.

Dopo aver fondato Forza Italia, Dell’Utri verrà eletto parlamentare e lo rimarrà ininterrottamente fino a oggi (attualmente è senatore).

Nel dicembre del 2004 Dell’Utri verrà condannato a 9 anni di carcere (in primo grado, quindi è ancora innocente) per concorso esterno in associazione mafioso. Insomma, per aver fatto gli interessi della mafia. In particolare il tribunale scriverà nella sentenza che “c’è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico”.

Recentemente il pentito Nino Giuffré, già uomo di fiducia di Bernardo Provenzano, ha confermato in aula che negli anni Novanta Cosa Nostra era in rapporti con Dell’Utri, l’uomo che secondo Provenzano (stando alla versione Giuffrè) garantiva il rapporto con Forza Italia e quindi con il potere politico. Nel corso del processo a Dell’Utri il pentito Giovanni Brusca ha ammesso di aver tenuto contatti con Dell’Utri, mediati prima da Mangano e poi da altri, durante tutto il ‘93.

Detto tutto ciò, cosa si può ragionevolmente stabilire?

Primo: che dall’inizio del 1992 la mafia di Riina ha perso i tradizionali punti di riferimento nei rapporti con lo Stato.

Secondo: che nel 1992 Cosa Nostra ha messo una bomba per uccidere Falcone, artefice della maxicondanna al processo.

Terzo: che nei due mesi tra la morte di Falcone e quella di Borsellino c’è stato almeno un inizio di trattativa tra la mafia e settori dello Stato.

Quarto: che Borsellino si è opposto a questa trattativa e forse è stato ammazzato anche per questo, secondo alcuni con la complicità di qualcuno esterno alla mafia.

Quinto: che con l’introduzione del 41 bis nell’agosto del 92 la mafia ha subito un altro duro colpo e ha visto fallire la strategia di Riina.

Sesto: che all’inizio del ‘93 Riina è stato arrestato e a comandare la mafia è rimasto Provenzano.

Settimo: che dopo questo cambio, nell’estate del ‘93 e fino a ottobre, la mafia ha messo bombe a Firenze, Milano e Roma per provare a costringere lo Stato a stabilire un nuovo rapporto.

Ottavo: che tutto questo accadeva mentre la stabilità della politica veniva terremotata, prima per il crollo della lira e poi a seguito di Tangentopoli.

Nono: che in questa confusione e in questo vuoto dello Stato Berlusconi ha iniziato a ipotizzare di scendere in politica già nel giugno del ‘92 e ha iniziato a render concreto questo progetto nel maggio del ‘93.

Decimo: che il progetto è stato operativamente affidato a Marcello Dell’Utri, che 21 anni dopo verrà condannato (in primo grado) per mafia e in particolare per i suoi rapporti con Provenzano.

Tutto questo per arrivare tendenziosamente a dire che Berlusconi era in rapporti con la mafia?

No, tutto questo è un insieme di fatti, che poi ciascuno può interpretare nella logica e nei nessi che crede, facendosene un’opinione politica prima ancora che giudiziaria.

Gli eventuali rapporti di Berlusconi con la mafia necessiterebbero di approfondimenti molto maggiori, a partire dai finanziamenti avuti a 27 anni da Silvio Berlusconi per la fondazione di Edilnord dalla Banca Rasini, i cui principali proprietari erano gli Azzaretto di Misilmeri (potenti amici di Andreotti in Sicilia), che aveva tra i suoi clienti Calò, Riina e Provenzano e collegata a società offshore di Calvi e Gelli.

Ma questa è un’altra storia.