giovedì 31 luglio 2008

Soldati per le strade: il piano di Ignazio La Russa per "machizzare" l'Italia'

"Dal prossimo agosto 400 soldati saranno dislocati di pattuglia per le strade di Milano": lo ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Farà tutto parte del suo piano per "machizzare" la società italiana?

Ascoltare per credere...

La crisi internazionale del grano

Recuperato in rete su : Linea d'Ombra

Beijing, ultimo capitolo: censurato anche il web.

Che dire, lo si poteva immaginare: ma credo che chi nel 2001 ha preso quella solenne cantonata che fu l'assegnazione alla Cina dei giochi olimpici del 2008 forse ora se ne sia definitivamente reso conto....
Eppure vorrei tanto andarci, provare a capire, provare a parlare con la gente anche se so che probabilmente non riuscirei a fare nulla di tutto ciò... Ma mi piacerebbe, per una volta, vedere al di là della cortina di fumo che mettono i regimi...

Dal sito di Repubblica.it:

A pochi giorni dal via, è diventato evidente l'intreccio di limitazioni alle libertà e di pesanti paletti all'informazione
PECHINO, I GIOCHI CENSURATI - LE MANCATE PROMESSE DEI CINESI
Cade così la speranza che le Olimpiadi potessero portare novità positive. Le vicende tibetane e le proteste sulla fiaccola hanno provocato arroccamento

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Il primo dicembre 2006, Pechino annunciava che di lì a poco sarebbero scomparse le ultime restrizioni sulla libertà di circolazione per noi giornalisti stranieri sul territorio della Repubblica Popolare. Il giorno dopo, nel descrivere quel provvedimento, scrivevo su Repubblica: "I Giochi del 2008 semineranno qualche germe di cambiamento in questa Cina". Quella previsione, ahimé, si è avverata nella direzione diametralmente opposta.

I reporter stranieri che arrivano in questi giorni, e che si aggiungono a noi corrispondenti permanenti per coprire le Olimpiadi, trovano una Cina per molti aspetti peggiorata dal 2006. Quello che colpisce subito i nuovi arrivati, naturalmente, è l'insopportabile groviglio di restrizioni alla nostra libertà. Non possiamo andare in Tibet. Non possiamo usare una webcam su Piazza Tienanmen, né in alcuno degli stadi olimpici. Non possiamo accedere a diversi siti Internet oscurati dalla censura.

Dietro questi limiti che ci colpiscono direttamente, c'è una situazione ben più drammatica per i cinesi. Rispetto alla tradizionale mancanza di libertà di informazione c'è stato un ulteriore arretramento. Proprio in vista dei Giochi il governo ha "ripulito" la capitale dei potenziali disturbatori dell'ordine: dagli immigrati che appartengono alle minoranze etniche tibetana e uigura, ai dissidenti, agli avvocati che difendono cause umanitarie. Alcuni di questi attivisti oggi sono agli arresti domiciliari per impedire che entrino in contatto con gli stranieri.

Che cos'è accaduto dunque perché le speranze accese nel dicembre 2006 si vanificassero così brutalmente? Gran parte della spiegazione sta negli avvenimenti tragici di questa primavera, che hanno colto la leadership cinese impreparata, e hanno provocato una reazione furibonda. La rivolta del Tibet a metà marzo, seguita dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, hanno provocato un arroccamento. Il regime di Pechino ha vissuto improvvisamente un incubo: il rischio che questi Giochi con l'accresciuta visibilità che comportano, diventino un'occasione per un "processo virtuale" alla Cina, ai suoi abusi contro i diritti umani, ai suoi gravi ritardi sul terreno delle libertà individuali.

La reazione della nomenklatura ha fatto appello al riflesso condizionato del vittimismo nazionalista: il popolo cinese è stato chiamato a serrare i ranghi contro "l'offensiva" degli stranieri. In questo clima di unità nazionale, invocato per difendere l'immagine della Repubblica Popolare, gli spazi di tolleranza che si erano aperti negli ultimi anni si sono nuovamente ristretti. Ogni voce critica è catalogata come un "sabotatore" dei Giochi, un nemico della patria. La censura è tornata ad avere carta bianca.

Anche le maggiori libertà che erano state promesse a noi giornalisti stranieri sono state revocate, per effetto di questo clima. Ma le vere vittime non siamo noi: sono le tante voci di dissenso che negli ultimi anni avevano trovato nuovamente il coraggio di farsi sentire in Cina, e ora tacciono in attesa di tempi migliori. In attesa che passi la "nottata" dei Giochi, un avvenimento che paradossalmente ha fatto fare ai leader cinesi un grande balzo all'indietro.

martedì 29 luglio 2008

Lezioni di "nera".

Ieri sono finito in mezzo ad una di quelle brutte storie di degrado che ti lasciano un po' con l'amaro in bocca, perchè ti fanno rendere conto che a volte vicino a te vivono frammenti di umanità spezzata che normalmente nemmeno vedi.... Ne ho tratto una lezione interessante di come fare la cronaca nera, anche se ho dovuto cedere un po' su alcune mie posizioni.

Ma andiamo con ordine: sul Giorno di Milano a pagina X oggi troverete questo:
Maltrattamenti - Denunciato un pregiudicato
MAMMA E FIGLIA CHIUSE IN GABBIA
L'ex convivente le teneva segregate nel soppalco di un'officina

di TINO FIAMMETTA

MILANO —LE HA TENUTE chiuse in una gabbia metallica, sul soppalco di un’officina. Nutrendole con rosticceria cinese e panini. Per quindici lunghissimi giorni. Questo è almeno quanto denuncia una giovane donna 22enne che accusa l’ex convivente di averla maltrattata e picchiata insieme alla figlia di tre anni. Il presunto bruto è un pregiudicato di 37 anni uscito dal carcere con l'indulto dopo una condanna per rapina, che è stato denunciato per maltrattamenti in famiglia, violenza privata e sequestro di persona.

LE RAGIONI di questo violento dissidio familiare non sono stato spiegate da nessuno. Nè dalle vittime nè dall’indagato. Ma c’è da credere che si tratti di una storia privata logorata e degenerata fra ex conviventi. Le indagini degli agenti del commissariato Sempione sono ancora alle primissime battute e per adesso a fare testo sono solo le parole della giovane che ha anche rimediato qualche violento ceffone tanto da esibire un referto medico di tre giorni di prognosi anche per la bambina. All’inizio dell’estate la donna era riuscita a liberarsi del suo ex convivente trovando rifugio in una comunità protetta ma l’uomo, che si chiama Andrea P., aveva scovato la comunità e aveva costretto l’ex convivente con la bambina a seguirlo. La meta era un’ officina meccanica di Garbagnate di proprietà di un amico assente per ferie (che si è sempre opposto alle scelte di Andrea). All’interno dell’officina la donna e la figlia sarebbero state segregate dentro una gabbia metallica di 4 metri quadrati. Da cui sarebbe scappato approfittando di un momento di distrazione del suo aguzzino.

A far intervenire la polizia è stata l'ex compagna che alla fine si è recata al commissariato Sempione per sporgere denuncia. Gli agenti si sono presentati in viale Coni Zugna in casa della suocera dove si era rifugiato Andrea. E dove - sempre secondo la denuncia - era riuscito a tenere chiusa a chiave in una stanza l’ex convivente con la bambina.
QUANDO gli agenti sono arrivati nell'appartamento, in viale Coni Zugna, l'uomo ha cercato di scappare, da una finestra del suo appartamento, al secondo piano di un palazzo, attraverso il ponteggio messo in piedi dagli operai per la ristrutturazione della facciata. Andrea P. è stato bloccato nei pressi di viale Papiniano dopo un lungo inseguimento a piedi, quando, alla vista degli agenti, ha cercato di scappare e poi per strada.La vicenda, dai contorni oscuri e tutta da chiarire è in corso di valutazione da parte dell' autorità giudiziaria. Il sostituto procuratore di turno, che sulle prime ha deciso per una denuncia in stato di libertà, ha passato l'inchiesta al pm che ha in carico il fascicolo sul caso di maltrattamento alla base dell' allontanamento dell'ex compagna e delle bimba, che ha tre anni.

Fin qui i fatti: ovviamente tutti i nomi citati come potrete immaginare sono nomi di fantasia.
Il punto è che se avete letto bene dovrebbero venirvi almeno tre domande in testa...

...nulla? Riproviamo...

1) Quali sono le ragioni del gesto? (questa era facile...)
2) Cos'è successo fuori dall'officina in quei 13 giorni? Nessuno ha fatto niente per cercare questa donna?
3) Perchè Andrea tra tutti i posti dove può scappare sceglie proprio la casa della madre di lei, che in teoria dovrebbe solo odiarlo?

E' per avere la risposta a queste domande che mandano me nel pomeriggio a cercare la ragazza o la madre, con in mano nessun dato salvo un indirizzo di casa che arrivati sul luogo si rivela anche inesistente!
La trovo grazie al particolare dell'impalcatura: ci sono solo 2 edifici nella via in cui stanno facendo dei lavori, e con un minimo di domande ben dosate a chi entra e a chi esce ("E' qui che sono venuti i carabinieri ieri mattina...?") riesco alla fine a trovare la famosa "suocera", la madre della ragazza che ha fatto la denuncia.

All'inizio è diffidente: "Perchè volete sapere queste cose? Cosa vi interessa? Questo non è diritto di cronaca!". Poi piano piano si apre, complici due palesi violazioni da parte mia del codice di "Ciò che ogni buon giornalista non dovrebbe mai fare". La prima è il fatto di dirle subito dopo essermi presentato come giornalista di non lasciarmi nè nomi nè cognomi di nessun genere. Lei si stupisce. La seconda è che le metto in mano l'agenzia con cui sono arrivato lì, e le spiego tutto il percorso da cui nasce ( "questa la dà la polizia la mattina sa, c'è l'hanno tutti ormai") e come sono riuscito a trovarla.

E comincia a parlare. E' un viaggio in discesa senza paracadute, nella storia di una famiglia disastrata dove la normalità è uscita di casa da molti tempo. Genitori divorziati, figlie sbandate, droga, una bambina innocente nel mezzo, carceri, violenze, ambiguità ripetute e un caso che sembra un esempio da manuale della "sindrome di Stoccolma" con la ragazza che denuncia più volte il compagno per maltrattamenti salvo ritrattare sempre tutto e tornare a cercarlo. La madre è onesta con me, anche se nasconde alcuni particolari però facilmente intuibili. Parla della figlia con affetto e rassegnazione insieme, tra una telefonata e l'altra di gente che la chiama sempre per questa storia. Sa che l'ha persa tempo fa, si giustifica con me per quello che ha fatto ("Era il mio dovere di madre"), e finisco per farle quasi da confidente. Non sa nemmeno dove sia al momento: l'hanno riportata in una comunità, ma nessuno le ha detto dove.
Tante sigarette, un pranzo cinese e poi ci lasciamo.

Tornato in redazione scoppia il caos. Non credo che si aspettassero in molti che sarei riuscito a tornare con qualcosa, ma la storia che ho sottomano cambia un po' i loro piani. Lo spazio in pagina c'è, il difficile è metterla giù. E' una storia dove deve risaltare l'ambiguità dei gesti di tutti, ma senza dare del delinquente o del balordo a nessuno. Queste infatti sono le storie dove rischiare una querela per una parola sbagliata è più semplice che mai. Senza contare che ho promesso alla signora che non l'avrei citata nel pezzo.

Tra il sindacalista che urla "Così imparate a mandarci uno stagista!" dimenticando che ho già fatto cronaca, e anche parecchia, e i capiredattori che decidono come buttarla giù, si arriva al compromesso finale: tutti i nomi ed indirizzi della pagina verranno cancellati o sostituiti con nomi di fantasia, e il pezzo verrà fatto in forma di intervista alla madre di lei citata come tale ma in questo modo irriconoscibile:
Quello che ne esce è questo:

di ALESSANDRO GIGANTE

— MILANO — E' UNA STORIA dove il confine tra la verità e la bugia è molto sottile, quella del supposto sequestro emerso ieri, come si evince dalle parole di G.F, madre della ragazza. Denunce, ritrattamenti, comunità, fino al triste epilogo di lunedì mattina.
Com’era quel ragazzo?
«Ero sempre stata diffidente: non mi piaceva. Era tossicodipendente, si faceva di cocaina, e nei 5-6 anni in cui sono stati insieme è successo di tutto».
Cioè?
«Denunce di maltrattamenti subiti da parte di mia figlia, che poi puntualmente ritrattava tutto e tornava a cercarlo. Fughe insieme, durante le quali non li vedevo né li sentivo per giorni».
Poi la nascita di quella bambina...
«...e lei che di nuovo, meno di un mese dopo, lo rimanda in carcere. E poi torna di nuovo a cercarlo».
Qui però entrano in scena i servizi sociali...
«Sì. Proibiscono a lui con un’ordinanza di vedere sia lei che la bambina, fino alla completa disintossicazione. L’assistente sociale era categorico, anche brutale. Ma penso si vedessero di nascosto, si cercavano a vicenda».
E poi cosa cambia?
«Che anche lei viene sistemata con la bambina in una comunità protetta. Dopo un po’ lo chiama chiedendogli di portarla via, dicendo che lì li trattavano male».
A lei non disse niente?
«No, lo seppi il giorno dopo quando fecero la denuncia dalla comunità, non vedendola tornare».
Poi 13 giorni di buio...
«Sì, non seppi nulla per tutto quel periodo. Finché domenica sera,rincasando, me li trovai a casa tutti e tre».
Cosa accadde?
«Mia figlia mi disse che avevano deciso di andarsene via insieme. Poi, non appena lui si allontanò, cambiò versione, dicendo che lui l’aveva tenuta sequestrata insieme alla bambina».
E lì chiamò la polizia?
«No. Si fermarono a dormire lì, e fu lei stessa la mattina dopo ad alzarsi presto e ad andare in commissariato, per l’ennesima denuncia. Poi mi ritrovai i poliziotti in casa: lui tentò di scappare, e il resto lo sapete».
Cosa ne pensa di tutto quello che è successo?
«Non lo so. Forse è stata colpa dell’assistente sociale troppo severo, forse di lui o addirittura di lei. So solo che qualsiasi cosa succeda, io continuerò sempre a voler bene a mia figlia».

L'ultima frase era il mio piccolo chiedere scusa per averla citata lo stesso, anche se in maniera irriconoscibile. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se la figlia avesse letto questo articolo, e avesse trovato le dichiarazioni della madre. Volevo che non la considerasse una traditrice, ma che sapesse soltanto che le voleva bene. Dalla nostra chiacchierata e da come avesse tentato seppur goffamente di proteggerla, si era capito bene...

Il Giorno nella cronaca non usa il passato remoto (a me piace molto nei racconti, ma ognuno ha le sue regole), e così dopo i vari passaggi dei controllori di rito il pezzo oggi lo trovate così:

La testimonianza
DEGRADO, DROGA E VIOLENZA. "MIA FIGLIA, QUEL RAGAZZO, E LE MEZZE VERITA' CHE NON SO".

di ALESSANDRO GIGANTE

— MILANO — E' UNA STORIA di degrado, di droga e violenza dove è difficile capire dove stia la verità, quella del presunto sequestro scoperto dopo la denuncia della giovane vittima. Denunce, ripensamenti, comunità, fino all’epilogo di lunedì mattina. A parlare è la madre della ragazza.
Com’era il convivente di sua figlia?
«Ero sempre stata diffidente: non mi piaceva. Era tossicodipendente, si faceva di cocaina, e nei 5-6 anni in cui sono stati insieme è successo di tutto».
Cioè?
«Denunce di maltrattamenti subiti da parte di mia figlia, che poi puntualmente ritrattava tutto e tornava a cercarlo. Fughe insieme, durante le quali non li vedevo né li sentivo per giorni».
Poi la nascita di quella bambina...
«E lei che di nuovo, meno di un mese dopo, lo rimanda in carcere. E poi torna di nuovo a cercarlo».
Qui però entrano in scena i servizi sociali...
«Sì. Proibiscono a lui con un’ordinanza di vedere sia lei che la bambina, fino alla completa disintossicazione. L’assistente sociale era categorico, anche brutale. Ma penso si vedessero di nascosto, si cercavano a vicenda».
E poi cosa cambia?
«Che anche lei viene sistemata con la bambina in una comunità protetta. Dopo un po’ lo chiama chiedendogli di portarla via, dicendo che lì li trattavano male».
A lei non ha detto niente?
«No, l’ho saputo il giorno dopo quando la comunità ha fatto la denuncia, non vedendola tornare».
Poi 13 giorni di buio...
«Sì, non ho saputo nulla per tutto quel periodo. Finché domenica sera, sono venuti tutti e tre a casa mia».
Cosa è accaduto?
«Mia figlia mi ha detto che avevano deciso di andarsene via insieme. Poi, non appena lui si è allontanato, ha cambiato versione, dicendo che lui l’aveva tenuta sequestrata insieme alla bambina».
E lei ha chiamato la polizia?
«No. Si sono fermati a dormire lì, lei stessa la mattina dopo è andata in commissariato, per l’ennesima denuncia. E mi sono ritrovata i poliziotti in casa: lui tenta di scappare... ».
Cosa ne pensa di tutto quello che è successo?
«Non lo so. Forse è stata colpa dell’assistente sociale troppo severo, forse di lui o addirittura di lei. So solo che le voglio bene».


Ancora una volta l'ultima riga l'ho aggiunta di straforo, a pagina già passata mentre si stava per andare in stampa. Non so perchè, ma pare che i sentimenti qui non interessino. Una volta finito il caso e raccolto quello che serve, cosa accade a chi c'è coinvolto non interessa più....

Da qui ho imparato tre cose:

1) Che se non volete far sapere delle cose ad un giornalista, è meglio mandarlo al diavolo subito e non aprire più bocca. Fidatevi, capirà.
2) Che scrivere di cronaca è come camminare su un filo sottile, dove si rischia continuamente di cadere. Ma più vado avanti, e più scopro che mi piace per questo.
3) Che per me non è vero quello che disse in un libro il grande giornalista Richard Kapucinski, e cioè che "il cinico non è adatto per questo mestiere". Alla lunga credo sia impossibile non diventarlo: vedere e conoscere certe cose ti rende necessario dotarti di un qualche genere di corazza per proteggerti da esse.

L'importante è che quella corazza resti fuori e non ti entri nell'anima.
Quello è un prezzo che non vorrei mai pagare.

Update: nuova mappa dei visitatori del blog!

Update del blog: da oggi c'è anche la "mappa dei visitatori": così vedete da dove arrivate!

La trovate nella solita barra laterale di destra, sotto i contatori...

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Si aggiornerà ogni giorno a partire da ora: guardate se vi trovate... :)

"Presidente Napolitano, non venga al Sud perchè siamo ancora in guerra con l'Italia"

Voi non avete idea di cosa mi arrivi sulla casella di posta del Giorno...


Guardate ad esempio questa, che è la più bella di oggi: lo sapevate che nel Sud Italia c'è chi si considera ancora (dal 1861) "occupato da una potenza straniera, e ancora in stato di guerra"? Per la felicità di Bossi & Co, guardatevi la lettera che questo tizio del movimento nazionale monarchico ha mandato oggi nientemeno che al presidente della Repubblica appellandosi alla sua napoletanità... :)
(PS: la lettera è pubblicata così come mi è arrivata, con tanto di errori e tutto...)

Preg.mo presidente della repubblica italiana,

certamente saprà cosa rappresenta la sua carica. Giorni orsono mi sono recato al vittoriano, simbolo del massacro di milioni di italiani soprattutto contadini del Sud per l’invasione di terre libere, Trentino Alto Adige e Friuli, per conto dei criminali savoiardi. Ho parlato con il personale che lavora presso l’istituto del risorgimento, è sono stato sorpreso nel constatare che TUTTI coloro che operano nelle associazioni, istituti dediti alla commemorazione dell’italia, del risorgimento, dell’unità nazionale conoscono la Verità, tranne il popolo.

Come è possibile che tali impiegati, storiografi, pennutengoli accettino di trattare documenti, atti che raccontano menzogne, gravi ed infamanti? Nella circostanza tutti sapevano che quei cimeli, quadri, foto che loro espongono sono appartenuti al bandito e criminale garibaldi ed alla feccia dei 1000 delinquenti bergamaschi che lo seguirono.

Con quale coraggio Lei viaggia per i territori del Sud , che in base al diritto internazionale rappresentano tuttora territori occupati da potenza straniera. Ricordo il permanere dello stato di guerra, poiché nessun trattato di resa o pace è stato firmato tra il nostro legittimo rappresentate Re Francesco II di Borbone e l’accozzaglia di criminali, delinquenti italiani piemontesi e mercenari ungheresi.

Lei, napoletano, rappresenta quella potenza straniera ed una bandiera tricolore, che per i molti meridionali che conoscono la Verità, rappresenta oppressione, stragi, saccheggi, eccidi, emigrazione, sofferenze che si perpetuano ancor’oggi. Sappi (così nel testo, ndr) che solo al pronunciare la parola Italia e vedere il tricolore in me come in tanti altri duosiciliani esplode la rabbia dei popoli oppressi.

So di non sortire alcun effetto, ma eviti di venire al Sud in forma ufficiale, ma solo a titolo personale, privato, il rappresentante degli invasori non giova alla nostra salute. Avete di nuovo mandato i militari dell’E.I. a presidiare ed “inquinare” le nostre martoriate terre e popolazioni per la questione rifiuti, duemila poliziotti a massacrare le popolazioni sottomesse, non le sembra l’ora di prendere decisioni molto gradite a noi Meridionali, che non ci sentiamo italiani e mai giureremo fedeltà allo straniero, come fecero i militari e popolazioni borboniche dal 1860.

Il Sud e la Campania, Napoli sono un peso per il nord e lo stato italiano, pertanto, vi invitiamo a riconoscere alla Campania lo status di regione autonoma, preludio ad una ricostituzione dell’Antico Stato del SUD. Le garantisco che tale auspicio è nel cuore di tutti i meridionali, saprà di certo CHE NOI SUDISTI NON CI SIAMO MAI SENTITI ITALIANI, veda l’accoglienza freddina che suscitano le maglie azzurre dei giocatori della vostra nazionale, quando e se, vengono nei territori ostili del Sud.

Le scrivo dopo aver letto articoli di stampa sul suo: “basta ingiurie ai simboli della repubblica”. Quando si metterà fine all’oltraggio che noi meridionali subiamo giornalmente nel vedere strade, piazze, scuole e monumenti occupare le nostre terre meridionali dalla variegata feccia savoiarda, garidaldesca, cavourianesca e sopportare l’oltraggio di vedere sventolare la bandiera nemica dell’oppressore?

Le sue conoscenze storiche le permettono di valutare con obiettività le mie esternazioni, comune a molti Meridionali, che quando si saranno trasformati in moltitudine, sapranno incenerirle proprio in concomitanza dei vostri festeggiamenti del 2011 per l’annessione e sottomissione delle terre e popoli Duosiciliani.

Faccia tesoro di quanto le scrivo, sperando che la sua coscienza di napoletano sappia illuminarla nel liberarci dal giogo straniero.

EVVIVA IL SUD SOVRANO E LIBERO, fuori l’italia dalle Due Sicilie.
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Dedicato a Raffaele Romano Riverso, calabrese verace del master padovano, che al pranzo di saluto di fine anno con la stampa veneta a Palazzo Ferro Fini (vedi post della cronaca dell'evento), dopo aver ricevuto il libro regalato a tutti i partecipanti "PROVERBI VENETI", dichiarò solennemente: "Ma che cazzo c'entra un calabrese coi proverbi veneti? Voglio la secessione!".

Per finire, chi volesse saperne di più sul tema del "sud occupato" e sulla versione alternativa dei fatti del 1861 può guardare qui, nel sito delle Due Sicilie", o qui, dove c'è un po' di tutto...

lunedì 28 luglio 2008

Olimpiadi 2008: due piccoli vademecum se partite per Pechino...

In attesa di sapere se, viste le foto della "nebbia" di smog pubblicate oggi sul sito di Repubblica.it (che corredano in parte il post), il comitato olimpico internazionale deciderà di assegnare i prossimi giochi olimpici a Milano per la "migliore qualità dello smog", posto qui sotto due articoli presi dal blog di Federico Rampini che la dicono lunga sul totale fallimento di uno dei principi cardine in base a cui erano stati assegnati i Giochi del 2008 alla Repubblica Popolare Cinese: l'apertura del Paese alla democrazia e ai valori libertari dell'occidente...

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Una rivoluzione democratica annunciata dal capo della polizia. Così è apparso l’annuncio dato ieri da Liu Shaowu, numero uno della pubblica sicurezza ai Giochi olimpici di Pechino. “Se qualcuno vorrà organizzare manifestazioni durante le Olimpiadi – ha dichiarato Liu in una conferenza stampa – inviteremo a farlo in tre aree pubbliche che abbiamo destinato a questo scopo”.

Designare delle zone speciali per le manifestazioni, è una consuetudine nelle città che ospitano i Giochi. Serve a evitare interferenze con la complessa macchina organizzativa e il traffico caotico di decine di migliaia di visitatori. Ma Pechino non è Atene né Sidney né Atlanta. E’ la capitale di un regime autoritario, dominato da un partito comunista che non ammette opposizioni. Come provarono sulla propria pelle gli studenti a Piazza Tienanmen nel 1989, qui la libertà di espressione esiste solo sulla carta: cioè nella Costituzione della Repubblica Popolare, uno dei testi giuridici meno applicati del mondo. Ma Liu Shaowu ieri è stato tassativo. Ha aggiunto l’indicazione dei luoghi eletti, dove sarà consentito organizzare cortei, comizi e sit-in all’aperto. Si tratta del parco Ritan, del parco Zizhuyuan (detto del Bambù Purpureo) e del World Park.
Qualcuno ha storto il naso perché gli ultimi due sono in sostanza dei parchi-attrazione, ed è un po’ come se il sindaco di Parigi costringesse le manifestazioni a svolgersi dentro Eurodisney. Non importa: se davvero la promessa sarà mantenuta, la novità è di rilievo. Sarebbe il primo gesto importante del governo cinese per venire incontro alle pressioni internazionali, e rispettare gli impegni presi quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi. Era il 2001: in occasione della vittoria di Pechino i leader comunisti fecero promesse solenni sui progressi dei diritti civili. La rivolta del Tibet a marzo è stata un brutale richiamo alla realtà. Il mondo intero ha visto crollare le speranze che questi Giochi presentassero una Cina dal volto più tollerante. Da allora molti governi hanno continuato a premere sul presidente Hu Jintao per ottenere qualche concessione: l’avvio di un dialogo vero con il Dalai Lama, la liberazione di qualche prigioniero politico. George Bush e Nicolas Sarkozy hanno escluso un boicottaggio della cerimonia inaugurale, speranzosi che la loro presenza qui a Pechino l’8 agosto possa incoraggiare il regime ad aprirsi. L’annuncio del capo della sicurezza a due settimane dall’inaugurazione è stato accolto con un sospiro di sollievo nelle cancellerie occidentali, e al Comitato olimpico internazionale: la conferma che i Giochi sono serviti a qualcosa.

Il diavolo sta nei dettagli. E sui dettagli Liu Shaowu ieri è stato sibillino.”La polizia – ha precisato – proteggerà il diritto di manifestare, nella misura in cui i manifestanti abbiano ottenuto la preventiva approvazione delle autorità, e si comportino nel rispetto della legge”. La legge in questione prevede che il permesso per una manifestazione venga richiesto con cinque giorni di anticipo all’ufficio di pubblica sicurezza; i promotori devono presentarsi di persona e sottoporsi a un interrogatorio sullo scopo dell’evento pubblico, gli slogan che saranno usati, gli eventuali oratori, il numero previsto di partecipanti. Nel manualetto diffuso in questi giorni a Pechino – Guida dei Giochi per lo Straniero – si ricorda che sono proibite azioni che “minacciano l’unità nazionale, danneggiano l’ordine pubblico, turbano la stabilità sociale, o incoraggiano il separatismo etnico”. Su queste basi saranno permesse manifestazioni per il Tibet, il Darfur o la Birmania?

Il concetto di stabilità sociale è interpretato in maniera molto estesa. Dopo il terremoto nel Sichuan sono stati arrestati molti genitori che protestavano per la morte dei figli schiacciati dal crollo delle scuole: i familiari chiedevano indagini sul mancato rispetto delle norme antisismiche, puntavano il dito contro la corruzione della nomenklatura che ha consentito gli abusi edilizi. Per “turbare la stabilità sociale” è sufficiente mettere in discussione l’autorità suprema del partito. Lo sanno i dissidenti di Pechino. Jiang Tianyong, un noto avvocato difensore dei perseguitati politici, ha tentato più volte in passato di farsi autorizzare una manifestazione ed è sempre stato respinto. “Temo che sia solo una messinscena per stranieri”, ha commentato ieri dopo l’annuncio del capo della polizia.Le autorità del resto stanno facendo il possibile perché non ci sia proprio nessuno che voglia manifestare durante i Giochi. Si sono moltiplicate le restrizioni burocratiche per la concessione dei visti ai visitatori stranieri, col risultato che le previsioni sugli arrivi sono crollate da un milione a 150.000 (gli albergatori disperati per il flop stanno offrendo sconti fino al 30% sulle camere). I filtri dei consolati cinesi all’estero dovrebbero impedire l’arrivo di militanti di Amnesty International o Free Tibet.

Anche sulla popolazione locale è in atto una pulizia selettiva. I lavoratori immigrati sono stati “esortati” a tornarsene a casa per il periodo dei Giochi, soprattutto se appartengono alle minoranze etniche sospette, i tibetani e gli uiguri musulmani. Ufficialmente per prevenire attentati terroristici, 110.000 poliziotti già presidiano la capitale, con l’ausilio di 500.000 volontari che effettuano ronde di quartiere e segnalano ogni attività sospetta. Un cordone di posti di blocco impedisce l’accesso alla capitale per quei contadini disperati che portano petizioni di protesta contro gli abusi subiti: sequestri illegali di terreni, estorsioni di tangenti. Li Heping, un legale che più volte ha preso la difesa dei contadini, rivela che la polizia lo ha “invitato ad andarsene da Pechino” durante i Giochi. “Quando arriveranno i giornalisti dall’estero non troveranno più nessuno con cui parlare”, osserva sconsolato.

I più ottimisti vogliono sperare che la promessa di Liu Shaowu non sia una beffa, che qualche manifestazione possa svolgersi davvero, e che questo crei un precedente per il futuro. Il governo cinese vuole convincerci. Ha perfino fatto stampare decine di migliaia di Bibbie che farà trovare nelle camere del Villaggio olimpico. Ieri ha annunciato anche che gli atleti disporranno di appositi “luoghi di meditazione”, perché chi lo desidera possa dedicarsi ai propri riti religiosi.
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Guida dello Straniero ai Giochi

Il vostro bagagliaio potrebbe essere ispezionato per verificare che non contenga bandiere. E’ vietato esibirle ai Giochi: non si sa mai che abbiate infilato in valigia l’emblema nazionale del Tibet. E’ proibito anche introdurre nel paese “libri, articoli e file di computer il cui contenuto è dannoso per la politica, la cultura, la morale e l’economia della Cina”. La definizione è abbastanza vasta da consentire l’arbitrio più totale di chi farà i controlli, se vorrà farli.

La Guida dello Straniero ai Giochi, diffusa dalle autorità locali con 57 domande-risposte, precisa anche questo: “Gli stranieri non devono danneggiare la sicurezza nazionale o l’ordine sociale della Cina”. Un principio così generale di per sé è incontestabile; nella sua applicazione concreta ha una portata assai diversa qui a Pechino, di quella che poteva avere ad Atene. La definizione di ordine sociale qui è molto ampia. E chi stabilisce se lo avete turbato non deve rendere conti a nessuno. La polizia può arrestare e detenere un cittadino straniero per 8 giorni senza avvisare le sue autorità consolari, senza dargli la possibilità di un’assistenza legale. Da non dimenticare: un cittadino straniero è tenuto ad avere sempre con sé il passaporto, unico documento d’identità che può usare qui nella Repubblica Popolare.

Anche ammesso che non veniate qui per manifestare solidarietà al popolo tibetano, la Pechino che vi accoglierà è un po’ meno divertente del solito. La paranoia della sicurezza ha ispirato un coprifuoco delle discoteche alle due del mattino: un’orario in cui un tempo la movida pechinese cominciava a entrare nel vivo. Molti ritrovi sono stati chiusi con i pretesti più disparati: dal mancato rispetto delle regole igieniche alla lotta contro la prostituzione; spesso in realtà si tratta di locali alternativi dove era possibile ascoltare musica e incontrare amici in un’atmosfera rilassata e tollerante.

Per quanto il regime ce la stia mettendo tutta per rendere noiose le Olimpiadi, gran parte della vitalità spontanea di questa metropoli resta intatta. Per fortuna Pechino è troppo grande, e i pechinesi sono troppi perché le nuove regole di sicurezza riescano davvero a spegnere l’allegrìa spontanea, la vivacità dei quartieri popolari, l’abitudine di vivere all’aperto d’estate, di giocare, mangiare, bere e divertirsi in un caos chiassoso. Dettaglio non banale: malgrado le sue immense dimensioni e le crescenti diseguaglianze sociali, la criminalità è ancora bassa. Pechino è mediamente più sicura di tante città europee.

Alcune regole di autodifesa per il visitatore: l’acqua del rubinetto non è veramente potabile; i vaccini non sono obbligatori ma l’epatite è un rischio reale ed è sconsigliabile mangiare verdura curda. Il kit di farmaci essenziali deve contenere un medicinale anti-diarrea. La diffusione dell’inglese resta limitata. Il mandarino che credete di pronunciare usando i manualetti per turisti risulta incomprensibile ai cinesi nel 90% dei casi: è una lingua tonale, dove i significati variano come se ogni sillaba fosse una nota musicale. I cinesi sono, in buona sostanza, degli individualisti anarchici. Nonostante il regime autoritario, appena possibile ognuno aggira le regole. Occhio allora quando attraversate le strade, il pedone non gode di nessun rispetto. Nelle file armatevi di santa pazienza: alla biglietteria di un museo o della stazione ferroviaria, almeno venti cinesi vi passeranno davanti sgomitando, prima ancora che ve ne siate accorti. E a dispetto delle campagne governative sulla “educazione alle buone maniere”, continuano a sputare per terra.

Ma se li prendete per il verso giusto li troverete gioviali, spontanei, simpatici, divertenti, amichevoli e ospitali.

(Dedicato a chi sta per spiccare il volo per la prima volta verso Pechino)

Sondaggio (umorismo del lunedì)

Sondaggio: alla domanda "Pensate che ci siano troppi stranieri in Italia?" il campione ha così risposto:

12% -

4% - No

85% - لا ، هو الانطباع الخاص بك

(Visto stamattina in corridoio nella redazione de "Il Giorno")

venerdì 25 luglio 2008

Da viale Jenner al Palasharp. Io c'ero, e vi racconto che...

In anteprima ancora per i lettori del blog il nuovo articolo del sottoscritto sulla questione dei musulmani di viale Jenner, stavolta trasferiti al PalaSharp di Lampugnano.

A causa della minaccia di scorticamento se avessi usato di nuovo le foto dell'agenzia del giornale, oggi le immagini del post sono state cortesemente fornite dal blog "Milano 2.0" del network Blogosfere, che ringrazio sentitamente.

Il nodo di viale Jenner - Primo venerdì a Lampugnano
C'E' LA PREGHIERA, PALASHARP BLINDATO
Polemica sul Ramadan: "Qui non va". Il Prefetto: "Indietro non si torna"

IL TERZO ATTO di quello che ormai è definibile solo come "l’esodo dei fedeli di viale Jenner" è andato in scena ieri al Palasharp di Lampugnano. Più fedeli, meno attenzione mediatica e meno polizia per altre tre ore passate ancora senza contestazioni.

È VERSO LE 12 che compare Abdel Hamid Shaari, il direttore del centro islamico di viale Jenner, subito preso d’assalto dai cronisti. «Oggi non ci sono proteste e nemmeno la signora Santanchè - scherza - Siamo felici di essere qui. Parlavano di ostilità della gente verso di noi, considerati come "occupanti", ma si è visto già la settimana scorsa al Vigorelli che che è stata solo una polemica montata ad arte. Siamo arrivati, abbiamo pregato e siamo andati via: tutto è tornato come prima».

Poco dopo, all’arrivo dei primi fedeli, la doccia fredda per i giornalisti: «Oggi non si entra, questo è un luogo di culto». Non è chiaro chi prenda la decisione, se i mussulmani o la polizia per loro, ma alla fine nonostante i tentativi di mediazione, ed il nervosismo di alcuni fotografi non c’è niente da fare. «L’altra volta avete messo tutto su Youtube - esclama qualche fedele -. Anche noi abbiamo diritto alla nostra privacy come tutti».

ARRIVA ANCHE Divier Togni, presidente della società che gestisce la struttura:«L’impegno ad ospitare i fedeli mussulmani c’è per 5 settimane, compresa quella in cui ci sarà la festa del PD per cui tenteremo di arrivare ad una mediazione. Dopo ci sono altre idee, sempre in questa zona, ma prima bisognerà parlare con le istituzioni».

I fedeli continuano ad arrivare alla spicciolata fino alle 14.30, orario in cui termina la funzione.
La questura dirà alla fine che hanno pregato circa in 700. «Noi li abbiamo contati - dirà poi Shaari all’uscita - Erano circa 1700-1800. Ma non importa, per noi è stato comunque un successo».

Nel frattempo nasce una nuova polemica per il Ramadan, la ricorrenza sacra dei mussulmani che durerà tutto settembre. Il prefetto Gian Valerio Lombardi smentisce poco dopo le 13 ciò che era stato detto la mattina prima in conferenza stampa, ovvero che nelle sere della festività sarebbe stata permessa la preghiera nei locali di viale Jenner. «L’abbiamo fatto per vent’anni - ribatte Shaari, messo al corrente della notizia -. Arrivavano massimo 400 persone, che il locale conteneva tranquillamente. Ma se il prefetto ci dirà di spostarci siamo disposti a farlo, a patto che stavolta ci dica almeno dove».

Attendendo settembre, il direttore del centro vedrà martedì i dirigenti del Pd per accordarsi sulla data del 29, mentre ancora nulla trapela per dopo. «Ringraziamo il signore di Brugherio che aveva messo a disposizione il suo terreno per la moschea, ma purtroppo è un po’ troppo lontano. In compenso ci ha dato coraggio: dimostra che la sensibilità sul tema c’è».
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Più come al solito le chicche extra, come...

1) Il fotografo dell'agenzia NewPress che arriva alle 13:45 quando tutti sono lì da almeno un'ora e mezza prima, si incazza con tutti perchè "non è possibile che ci lascino fuori. Dovevate insistere, rompere i coglioni, attaccare e farvi lasciare entrare". Manca la Santanchè, ma in compenso c'è lui. Grande Clemente, ma la prossima volta prenditi una camomilla...

2) Il musulmano di guardia alla porta al fotografo in maglietta rosa (che vedete anche in foto) che risponde al fotografo che gli chiede come mai non si possa entrare così: "Oggi è così. Non si entra e basta. Ognuno ha le sue regole: voi mangiate maiale e noi no". Ma che c'azzecca?!?

3) Il mitico Divier Togni che fa omaggio a tutti i giornalisti che rimangono ore sotto il sole di due casse di bottigliette di acqua senza che nessuno gli chieda nulla. Provvidenziale, ma soprattutto generoso. Basta poco, che cc'e vò?

4) La signora italiana, musulmana convertita, che arriva dal cronista dell'Ansa che sta intervistando Shaari dopo la preghiera dicendo "Io voglio parlare", e senza che nessuno le chieda niente comincia una litania interminabile sui "musulmani che sono trattati dopo l'11 settembre come il male assoluto, e non è giusto, e non è giusto, e non è giusto, e non è giusto"., lasciando al presidente del centro islamico l'occasione per svicolare indisturbato dall'assedio del cronista. In quel momento penso avrebbe ritenuto giusto, giusto, giusto ma molto giusto uccidere la signora su due piedi con una microfonata.

5) I soliti saluti di rito alla nuova gente che conosco ogni volta, nella fattispecie Alessandra (stagista di Radio MonteCarlo) e Andrea (stagista all'agenzia di stampa Agi) dell'Ifg di Milano. Li trovate nell'ultima foto in basso a sinistra assieme a me: Andrea è quello con la maglia verde, io quello con la polo bianca e Alessandra quella con pantaloncini bianchi e maglietta marrone! Blogosfere ha fotografato anche me... :)

Il mio ex collega della Voce di romagna Andrea Colombari diceva sempre che "andare ad una conferenza stampa è un po' come andare ad una festa: se esci senza conoscere nessuno di nuovo o senza almeno un numero nuovo di cellulare è come se non ci fossi mai stato".

Andrea, approvo e tengo sempre in mente.
Hasta la Xa Mas siempre! :)
Ah, poi sempre dal sito di Blogosfere vi propongo due video...
Questa è l'intervista di Abdel Hamid Shaari, direttore del centro islamico di viale Jenner concessa dopo la preghiera. Il sotto scritto è dietro a prendere appunti insieme ad Andrea...



Qui invece una panoramica d'insieme dei giornalisti, tanto per farvi capire com'era l'atmosfera...



Che dire... se volete altro lo trovate qui!

Per oggi è tutto, penso che basti...see you next time! :)

giovedì 24 luglio 2008

La trappola del luogo comune

Stamattina come quasi tutte le mattine per lavoro prendo la metro. Non c'è nemmeno bisogno di chiamarla "metropolitana" a Milano: è "la metro", per tutti.
Linea rossa, fermata Loreto, pochi passi dalla redazione. Entro, respiro il fresco (la rossa è l'unica linea con l'aria condizionata che funzioni) e mi siedo tranquillo.

Dopo poco mi si siede di fianco un tipo: corporatura media, camicia rossa, jeans ipergriffati, capello laccato e carnagione abbastanza abbronzata. Italiano, avrei detto, probabilmente del sud Italia appoggiandomi agli stereotipi comuni: sopracciglia scure, baffi sottili e pizzetto, capelli neri, e lineamenti marcati ma non troppo. Si appoggia allo schienale e si distende, gambe aperte, braccia allargate, masticando qualcosa in bocca con fare nervoso.

Mi accorgo che la gente davanti e di fianco a lui comincia a guardarlo, in modo strano: occhiate furtive e subito l'abbassarsi degli occhi, quasi ad aver paura di esser colti sul fatto, posture cambiate velocemente con fare nervoso, occhi che indugiano sulle braccia tatuate quasi a cercare qualcosa che si sa, ci deve essere, ma è coperto astutamente.

"Buchi?", mi chiedo, senza sapere perchè. "Forse questa gente sa qualcosa che io non so, forse l'ha già visto, forse è un habituè della stazione e in parecchi l'hanno visto fare qualcosa di scomodo". Comincio a scrutarlo, piano anch'io. Qualcosa ci deve essere.

Le scarpe, Nike, lucidissime e nere. I pantaloni, jeans grigio scuro, griffati con un logo incomprensibile per tutta la lunghezza appena sotto il tessuto, quasi in filigrana. Il cinturone, con una fibbia grande color dell'oro, più bronzo ad occhio e croce. La maglia rossa: una polo, bande nere sulle maniche, pulita e stirata ma pare il giorno prima, perchè un po' sgualcita. "Che lavoro fai? Chi sei, che non riesco a capirlo?". I capelli, un po' più radi di quanto mi fosse parso inizialmente, sempre scuri, probabilmente neri. "Cosa mastichi? A cosa pensi? Perchè sei così nervoso?".

Tutto il vagone lo guarda, quando arriviamo alla stazione di Cadorna. E' la mia. Mi alzo e mi metto davanti alle porte mentre il treno frena. Lui sempre fermo, imperturbabile. La gente a guardarlo: "Che farà? Scenderà? Cosa lo aspetta fuori?".

Scendo io, lui no. E fatti due passi mi accorgo di una cosa, semplice ed importante allo stesso tempo. Lo guardavo per chiedermi chi fosse, ma non mi sono chiesto perchè. Perchè lo guardavano tutti, perchè se tutti facevano così DOVEVA ESSERCI PER FORZA UN MOTIVO, e il motivo doveva essere anche giusto. Non buono o sensato, semplicemente giusto.

Non lo guardavo per interesse mio: lo guardavo pensando alle cose più strane, e gli altri nel vagone come me. L'uno a sostenere e dare all'altro quella ragione che non c'era, quasi in un muto sostegno della nostra ricerca insensata di qualcosa di oscuro, misterioso, nato da qualcuno senza che ci chiedessimo perchè. A cercare di inquadrare quello che non so nemmeno dire se capissimo o meno, in uno dei tanti stereotipi che ci governano la vita: quello delle persone pericolose in metro, quello dei tossici insospettabili, quello di qualcuno che ha per forza qualcosa da nascondere, quello di vai tu a pensare cosa e perchè.

Credevo di essere diverso dagli altri: io giornalista, attento ai dettagli, sempre lì a ricordare che per ogni cosa c'è un perchè ed un motivo, che possiamo considerare insensato o meno ma che comunque esiste. Io, che prima di raccontare una storia cerco sempre di coglierne tutti i punti di vista e liberarmi dai pregiudizi, per scoprire l'ombra nel mezzo delle versioni di tutti, là dove si annida la verità. Io che guardo, ascolto, racconto, intervisto, dipingo e scrivo in punta di penna, cercando i fatti e non le versioni.

Credevo di essere diverso.

Ma sono caduto anch'io, alla prima distrazione, nella trappola del luogo comune.

mercoledì 23 luglio 2008

Chiami il 118, risponde il centralino...del Resto del Carlino!

Piccola nota curiosa a margine della giornata: per avere informazioni varie per un servizio di ambulanze nei luoghi di ritrovo della movida milanese chiamo il "118" dal telefono della redazione.


Mi risponde dopo 10 secondi la voce di una ragazza, che alla solita tiritera ("Buongiorno, mi chiamo Alessandro Gigante, del Giorno di Milano: cercavo informazioni su...") mi stoppa subito: "No guardi, qui è il centralino del Resto del Carlino, alla sede principale di Bologna! E' che una volta il centralino del giornale rispondeva sul 9118, ma si vede che hanno tolto il 9 ed è rimasto impostato così... Tra l'altro non è neanche il primo sa? Spesso ci chiamano da Milano richiedendoci ambulanze, e noi tutte le volte a spiegare tutto..."

Morale della favola: ti fai male, chiami il 118 e sei in prima pagina ancora prima di finire in ospedale! :)

Vabbè, torniamo a lavorare...

Iran: l'invasione è vicina?

Dal sito di Cani Sciolti, 20 luglio 2008: prove tecniche di un futuro che speriamo resti sulla carta...

PROVE GENERALI PER LA GUERRA ALL'IRAN

Il nome in codice era “Glorious Spartan 08”, il teatro operativo era il tratto di mare a sud est dell’isola di Creta. È in questo splendido angolo di Mediterraneo che l’aviazione israeliana ha simulato - dal 28 maggio al 18 giugno di quest’anno - l’attacco all’Iran. Oltre cento caccia F16 e F15, con l’ausilio di aerei per il rifornimento in volo, hanno condotto una missione di 1.500 chilometri; la stessa distanza che divide lo Stato ebraico dall’impianto nucleare di Natanz, in Iran. I jet hanno sganciato bombe, condotto raid contro i radar e attuato manovre evasive. In loro supporto anche velivoli per la guerra elettronica ed elicotteri che trasportavano i commandos dell’unità speciale 5101, conosciuta come Shaldag, e gli incursori della Sayeret.

Gli israeliani, di solito estremamente riservati su quello che combinano, hanno passato al New York Times le informazioni su “Spartan 08” accostando le manovre a un possibile blitz contro l’Iran. E hanno spiegato, con l’abituale pragmatismo, quali fossero gli obiettivi.

Il primo - tecnico - era quello di esercitarsi in un raid a lungo raggio. Il secondo - politico - era ribadire agli Stati Uniti e ai governi occidentali che l’opzione militare non è poi così lontana. Se i ripetuti tentativi negoziali falliranno, non resterà che la forza.

E gli israeliani sono pronti. Le fughe di notizie, i “piani” rivelati dai giornali, gli scenari dei think thank, fanno parte di una accurata regia per preparare le opinioni pubbliche. Il punto, quindi, non è più “se” ma piuttosto “quando” ci sarà l’assalto. Quello che in occidente si teme, in Israele è infatti già realtà. Vuoi per ragioni ideologiche e religiose, vuoi per motivi di vicinanza geografica il tanto paventato attacco all’Iran, oramai, è molto più che una semplice minaccia, molto più di un semplice strumento per mobilitare le diplomazie e velocizzare le trattative.

Preoccupato per questi sviluppi, Mohammed El Baradei, il direttore dell’Aiea, l’ente per l’energia atomica dell’Onu, ha più volte ribadito il suo dissenso arrivando ad affermare che si dimetterà nel caso di un attacco contro l’Iran: “Secondo me, è la peggiore opzione possibile. Trasformerebbe la regione in una palla di fuoco... Se l’Iran non sta già costruendo armi nucleari, lancerà un corso accelerato con la benedizione di tutti gli iraniani”. Persino il nostro splendido Ministro degli Esteri Frattini, nonostante il suo filo atlantismo, ha dichiarato che un’azione ostile diretta contro il regime khomeinista sarebbe “un disastro”. Non si può non dargli ragione.

Tutto questo dopo che fonti dell’intelligence USA, già nel corso del 2007, lasciarono trapelare notizie che confermavano il pieno attivismo dello Stato Maggiore americano nel progettare un attacco all’Iran. Un progetto che appariva, però, del tutto innovativo. Dopo l’Afghanistan e dopo l’Iraq, infatti, non è più immaginabile l’apertura di un terzo fronte. Le due guerre che sembravano vinte prima ancora di essere combattute, viste le proporzioni delle forze in campo, ormai perdurano da più tempo del secondo conflitto mondiale. Mancano gli uomini, quindi, ma questa guerra si deve comunque fare.

Ed ecco il piano: 1600 siti, sia militari che civili, già individuati da bombardare tramite l’utilizzo degli incrociatori al largo del golfo Persico. Il tutto senza dimenticare il sicuro appoggio israeliano. Si tratta di ponti, raffinerie, industrie oltre, ovviamente, alle centrali nucleari. In questo contesto gli iraniani non rimangono certo a guardare.

Agitando le sciabole agli israeliani hanno, infatti, anche voluto accentuare le inquietudini degli ayatollah, ormai da tempo sotto una forte pressione psicologica e diplomatica. Ogni giorno Teheran dovrà chiedersi se la formazione di jet in avvicinamento sono l’ennesima simulazione o il colpo di maglio. Se l’inasprirsi dei toni e il rallentamento delle trattative diplomatiche poteva, facendo lievitare il prezzo del greggio, essere per loro addirittura un vantaggio; ad oggi, gli iraniani temono seriamente che ai loro confini si stia preparando qualcosa. Se l’ayatollah Ahmad Khatami minaccia conseguenze “terribili”, il Presidente Ahmadinejad, dopo aver già acquistato tecnologia militare russa, ha dato modo d’intendere di voler acquistare le nuove batterie antiaeree S-400. Secondo quanto sostenuto dagli stessi produttori, una volta operativa, la nuova batteria antiaerea dovrebbe essere in grado di abbattere veivoli, missili cruise e missili balistici di media e corta distanza in un raggio di 400 chilometri.

Una prospettiva questa che fa rabbrividire i militari israeliani, tanto da far pensare ad un attacco preventivo non appena avuta la notizia dell’acquisto. Quello che però è necessario sottolineare, è che se questa guerra si farà, l’Europa vi verrà coinvolta con o senza la sua volontà. L’Iran non è l’Iraq: è un paese con più di 70 milioni di persone e può contare su di una economia forte, oltre ad avere riserve infinite di petrolio. Se attaccato, l’Iran risponderà e risponderà con tutte le sue forze. Questo significherà che tutte le petroliere nel Golfo Persico verranno abbattute e gli oleodotti chiusi. Tempo massimo due mesi e l’Europa si troverà senza petrolio. Uno scenario agghiacciante.


Ilvio Pannullo - Altrenotizie

lunedì 21 luglio 2008

AAA, notizie cercasi

Oggi in redazione giornata piatta, almeno per il momento...

In attesa di sapere se riuscirò ad avere l'agognato accredito stampa per il concerto dei REM all'Arena Civica il 26, ne approfitto per lanciare ai lettori milanesi e non un piccolo appello:

Se avete qualcosa che valga la pena di raccontare su Milano e provincia (ogni genere di storie, purchè interessanti, che possano finire nella sezione cronaca del Giorno di Milano), su fatti di vita ordinaria, degrado, moda, costume, cronaca e quant'altro vi venga in mente o che possiate aver visto, il sottoscritto attende i vostri racconti! Mandatemi una mail a gentiluomini.di.fortuna(at)gmail.com, e vedrò di ricontattarvi quanto prima!

Il giornalismo siete anche voi, e potete dimostrarlo quando volete...

venerdì 18 luglio 2008

Da viale Jenner al Vigorelli: tutto quello che è successo realmente...

In anteprima per i lettori del blog, il pezzo che uscirà domani sul Giorno di Milano su quello che è accaduto oggi al velodromo Vigorelli di Milano, dove sono stati momentaneamente "trasferiti" oggi i fedeli islamici della mosche di viale Jenner.

SOLO 5OO FEDELI, E' POLEMICA
La Maiolo: "Shaari ammette, la maggioranza è clandestina"

di ALESSANDRO GIGANTE
- MILANO -
CI SI ATTENDEVA l’arrivo in massa di migliaia di fedeli ieri pomeriggio al velodromo Vigorelli e accanite proteste da parte di residenti. È finita invece con una polemica sulla clandestinità dopo tre ore di preghiera passate tutto sommato tranquillamente.

TUTTO COMINCIA verso le 12, quando fuori dalle porte del velodromo la strada viene invasa da giornalisti di ogni nazione, compresi due troupe di una tv russa e di un’emittente satellitare iraniana. Di fronte a loro un cordone di polizia di circa una cinquantina di uomini tra carabinieri e agenti della polizia locale.
Davanti alle porte del velodromo c’è solo un piccolo banchetto di sostenitori de La Destra, raggiunti poco dopo dalla leader del movimento Daniela Santanchè. «Siamo qui per manifestare contro questa decisione delle istituzioni di concedere ai musulmani questo luogo simbolo dello sport, perlopiù gratuitamente. Non si può profanare un simbolo dello sport come questo».

Mentre la Santanchè parla, i fedeli cominciano a giungere alla spicciolata all’ingresso opposto, sotto uno striscione bianco che recita «La nostra dignità, la vostra tranquillità. Un’unica cittadinanza che invoca rispetto». L’ex parlamentare protesta all’arrivo delle donne coperte dal burqa, chiedendone l’identificazione, ma l’ingresso prosegue senza incidenti.
Alla fine all’interno a seguire la preghiera dell’imam Abu Emad si conteranno circa 5-600 persone, a riempire coi loro tappetini verdi appena un quarto dello stadio.

«PER NOI È comunque un successo - spiega Abdel Hamid Shaari, direttore del centro islamico di viale Jenner -. Molti non sono venuti perchè hanno avuto paura, e anche perché parte di loro non ha purtroppo i documenti in regola». L’affermazione crea una bufera a palazzo Marino, con l’assessore alle Attività produttive Tiziana Maiolo che rilascia poco dopo una dichiarazione: «Quello che ha detto Shaari è molto grave, perchè ha ammesso che il centro culturale è stato per molto tempo luogo di copertura dell’illegalità, frequentato da immigrati clandestini». «La preghiera a tempo in un luogo chiuso e controllato è stata la scelta giusta», ha aggiunto il vicesindaco Riccardo De Corato.

Dopo un’oretta la preghiera finisce ed i fedeli sfollano tranquillamente, mentre si aspettano ancora decisioni certe per il prossimo venerdì. Lunedì Sharii si incontrerà con Didier Togni per discutere dell’affitto del Palasharp, mentre per martedì è già stato convocato un tavolo tecnico tra prefettura e istituzioni.

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Questo per l'ufficialità: quello che nessuna agenzia ne articolo vi dirà mai di quello che successo è questo...

1) innanzitutto l'odio istintivo per il collega improvvisato di C6.tv (nuovo esperimento di cityzen journalism con trasmissioni video in diretta streaming su internet), che tenta un innovativo tipo di diretta usando la webcam del proprio portatile anche nella ressa delle intervista per la Santanchè e per il direttore del centro islamico, dandolo in testa a tutti, continuando sempre a parlare e non facendo capire un tubo a nessuno. Innovativo, ma veramente rompic...i!
2) Lo spettacolo vero della Santanchè: arriva con le guardie del corpo e corre subito ai microfoni di Skytg24 perchè trasmette in diretta. Dopodichè si getta al baracchino di quelli de La Destra ( che nel frattempo pensano solo a spostare furiosamente le bandiere perchè si vedano!) chiedendo a tutti come ci si possa incatenare ai portoni e farsi inquadrare bene nel frattempo. (poi, per la cronaca, dopo un'ora e mezza passata a girare con le catene in mano stile naziskin infoiati i compagni di partito desisteranno da proposito. Era una cazzata, hanno fatto una figura stupida ma sono riusciti ad evitarsi la peggiore).

3) Lo show della passeggiata dell'ex onorevole Daniela. Prima corre su e giù per i confini del velodromo attorniata da decine di giornalisti e poliziotti urlando: "Dove sono? Non ce n'è uno, dove li hanno messi?", poi litiga con il dirigente del commissariato del centro da cui pretende l'identificazione delle donne in burqua (Fabiano Girolamo, che le risponde con un perentorio "Io sono una persona seria, non devo rendere conto a lei di quello che faccio. Mi chiamo Fabiano Girolamo, dirigente del commissariato di centro, e non ho paura di lei. Io non mi nascondo". Da applausi e strette di mano, come fanno giusto di lì a poco due signore). Infine dà il meglio di sè: "Io su questa cosa ci faccio un'esposto! E intanto un'Ansa! Dov'è il giornalista dell'Ansa? Trovatemi il giornalista dell'Ansa! [...] Ah beh, se no chiamo Roma e me la faccio fare!". Diva e donna.

Ps: la Santanchè scomparirà appena tutti i giornalisti entreranno dentro per fotografare gli islamici in preghiera, e nessuno la rivedrà più.

4) Un non ben precisato e sponente islamico che prima rilascia un'intervista a due ragazzi che dicono di essere di un'agenzia stampa, poi gli chiede per chi lavorino e riceve in risposta un mucchio di prese per il culo, incazzandosi poi con tutti i giornalisti presenti e mandandoli a fare in c**o in 4 lingue diverse. Incomprensibile.
Update: ho trovato chi sono! Quelli di Libero! Se non lo compro c'è un motivo...

5) L'assalto dei cronisti (me compreso) al banchetto di kebab e lattine varie dei fedeli musulmani allestito dentro il Vigorelli a fine preghiera. Dopo essere stati sotto il sole da mezzogiorno alle 15:30 senza aver toccato nè acqua nè cibo, è spettacolare assistere alla contesa dei panini tra giornalisti e islamici, ambedue impanicati che il cibo finisca prima del proprio turno. Spintoni, ressa, ma alla fine tutti soddisfatti! Va detto che il kebab era proprio buono: non quello ultraunto "commerciale" che si trova in giro ovunque, ma quello "Igp" con la carne tritata fine fine stile ragù al modico prezzo di soli 2 euro! Praticamente quando finalmente riusciranno a costruire la loro moschea, un po' potremo dire di aver contribuito anche noi... :)

6) Annie Smith di Rttv ( emittente russa) e Wolfgang Achtner di Press Tv, emittente satellitare iraniana in lingua inglese (l'Al Jazeera di lì..). Gentilissimi e preparatissimi, veri esempi di professionismo giornalistico. Da ringraziare per l'aiuto e le belle chiacchiere che abbiamo scambiato insieme: spero di ritrovarvi presto.

Che dire... That's all folks...

Ps: le foto del post sono dell'agenzia Newpress! Il loro copyright è STRETTAMENTE RISERVATO E L'USO PROIBITO! Ma fategli una bella pubblicità, che così mi perdonano di avergliele "rubate"... :)

giovedì 17 luglio 2008

Wikileaks: sul web nulla è segreto

Sempre da Repubblica.it, un bell'articolo su un sito che volevo recensire da un po'...
Siore e Siori ecco a voi
Wikileaks, la Wikipedia dei segreti del mondo....

Sul sito dell'australiano Assange segreti di stato e documenti militari top secretSenza dimenticare i carteggi riservati di banche, aziende e organizzazioni religiose
Wikileaks, velina online contro tutti. "E' tempo di disobbedienza civile"

di Paolo Pontoniere

LA Cina non è l'unico paese al mondo ad essere irritato dalle attività internet dei dissidenti politici. Negli Stati Uniti alla fine di giugno è stato bandito (e poi riaperto)
Wikileaks, sito fondato dall'hacker australiano Julian Assange. Lo stesso sito che ha pubblicato di recente il video-denuncia con l'interrogatorio del sedicenne a Guantanamo.

Una sorta di "wikipedia della velina globale", il sito è stato concepito con l'intenzione manifesta di aiutare gli scontenti a far trapelare documenti riservati, segreti di stato, documenti top secret dei militari e i carteggi relativi a tutte le presunte attività illegali di governi, aziende, banche e organizzazioni religiose.

A far scattare le ritorsioni del sistema giuridico statunitense (nello specifico della corte federale della California), nei confronti di Wikileaks era stata la decisione di Assange di pubblicare una serie di documenti scottanti sulle attività di una banca privata svizzera. Il giudice californiano ha così deliberato che il sito meritava di essere delistato da ICANN. Questo ancora prima che l'intervento della Electronic Frontier Foundation e della ACLU, la American Civil Liberty Union, lo costringesse a rivedere la sua posizione.

L'indagine sulla banca rappresenta però solo l'ultimo anello d'una catena di azioni che hanno profondamente angustiato le autorità americane. Wikileaks era finito già da tempo nel mirino del governo USA, in particolare del Pentagono, per aver pubblicato una serie di documenti riservati che avevano fortemente imbarazzato le autorità. Primi fra tutti il manuale di istruzioni usato dai militari americani per interrogare i prigionieri di Guantanamo e una direttiva del Pentagono sulle regole di ingaggio delle truppe americane in Iraq.

Per un sito che è stato lanciato meno di 18 mesi fa, insomma, Wikileaks s'è creato in poco tempo una lista di nemici di dimensioni planetarie. Non solo il governo USA, ma anche quello keniota lo ha messo nel mirino. proprio sul Kenya Wikileaks aveva pubblicato, ancor prima di finire online, un rapporto - soppresso dalle autorità - che accusava l'amministrazione del presidente Daniel Arap Moi.

Wikileaks ha messo i piedi nel piatto anche su Scientology e Tom Cruise, con la pubblicazione di un gran numero di documenti interni della chiesa-setta fondata da Ron Hubbard. Un destino simile è toccato anche alla Church of Jesus Christ of the Latter Day Saints, quella dei mormoni, il quarto gruppo di ispirazione cristiana degli Stati Uniti. Ai militari britannici è invece toccato lo stesso destino di quelli USA, con la pubblicazione delle direttive di ingaggio in Iraq e Afghanistan, mentre per il Venezuela a finire sul sito è stato l'accordo segreto con il governo cubano per la costruzione di un collegamento diretto via fibra ottica tra le due nazioni.

Anche Hollywood non è sfuggita alle forche caudine di Assange. Prima hanno pubblicato il carteggio che è corso tra Wesley Snipes e le autorità tributarie americane (Snipes purtroppo finirà in carcere), e poi una versione iniziale della sceneggiatura dell'ultimo Indiana Jones.

Malgrado le storie pubblicate da Wikileaks abbiano spinto media come il New York Times e il Washington Post ad interessarsi maggiormente di Guantanamo e delle attività delle truppe in Iraq, non tutti i progressisti americani vedono di buon occhio il suo operato. Steven Aftergood, direttore del Secrecy Project della Federation of American Scientists e uno dei maggiori esperti statunitensi di terrorismo, spesso tra i critici più decisi del governo americano, pensa che Wikileaks stia sovvertendo le regole del vivere civile e che le sue soffiate, soprattutto sul funzionamento delle armi segrete statunitensi, facciano il gioco dei nemici dell'occidente.

Una critica questa alla quale Assuage risponde quotando il filosofo della politica filippino Walden Bello: "E' tempo di fare meno società civile e più disobbedienza civile". Per quanto possa apparire assurdo la forza di Wikileaks sta proprio nella sua segretezza. Il dominio è registrato a nome di un keniota che sa ben poco di chi lo faccia o dove si trovi il suo quartier generale. Assange vive da qualche parte in East-Africa e fa solo interviste sul web. Il server principale, che si trova in Svezia, è specchiato da altri server segreti sparsi in giro per il mondo, e così quando la corte federale statunitense ne aveva chiesto la chiusura i webnauti che inserivano il suo indirizzo IP continuavano comunque a collegarsi. Anche i tentativi di Scientology di bloccare alcuni documenti sulla base della difesa del copyright statunitense servono a poco. Non disponibili negli USA, i documenti saranno comunque visibili sugli altri server.

Insofferente alle critiche dei suoi detrattori, Assange conviene però che non tutto ha funzionato come sperava. L'intenzione degli ideatori di Wikileaks - tra i quali figura anche l'esperto di sicurezza Ben Laurie - era quella di creare una creative commons alla Wikipedia, nella quale il pubblico avrebbe pubblicato spiate di tutti i generi e verificato la consistenza dei documenti di supporto. Quest'aspetto non s'è manifestato nei termini sperati, e a parte i giornalisti e gli accademici, che analizzano e utilizzano quotidianamente il materiale pubblicato da Wikileaks, la "sollevazione" di popolo stenta ancora a realizzarsi.

Questo però non scoraggia Assange che invece, da tifoso del giornalismo d'assalto quale dice di essere, in questa fase di crisi dei media tradizionali suggerisce ai professionisti dell'informazione di usare il suo sito per rilanciare la loro reputazione di difensori dell'interesse pubblico. Casomai per abbonamento, visto che conta di trasformare il sito in una sorta di archivio dei progetti segreti, consultabile da giornalisti ed altri professionisti in cambio di una piccola sottoscrizione monetaria.