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mercoledì 24 giugno 2009

Russia: ragazza torna vergine per 6 volte ma finisce in rianimazione

La verginità si puo' perdere una volta sola. O no?


Leggetevi l'incredibile storia di questa signora russa che l'ha persa invece per ben 6 volte! Ma l'ultima é finita in ospedale...
La storia arriva dal sito russo Mosnews.com.

RAGAZZA RUSSA FINISCE IN RIANIMAZIONE DOPO AVER "RITROVATO" LA VERGINITA' 6 VOLTE.

Una ragazza russa é finita in rianimazione dopo aver tentato di recuperare per la sesta volta la sua verginità.

La donna, identificata dal sito Life.ru come una certa Natalia K, si era sposata all'età di 24 anni con il marito (rimasto anonimo) che pero' non era stato il suo primo partner sessuale. Quando il marito le ha confessato il suo dispiacere per la sua perdità della verginità prima delle nozze (ma soprattutto per averla persa con un altro uomo), Natalia ha cosi' deciso di fargli un regalo speciale.

Per celebrare il loro primo anno di matrimonio la donna ha infatti deciso di regalare al marito un'altra "prima volta", andando ad effettuare una imenoplastica in una clinica chirurgica e tornare di nuovo "vergine" davanti a lui.

Il marito é stato cosi' entusiasta del "regalo" che l'anno successivo Natalia ha deciso di rifarglielo uguale. E cosi' l'anno dopo, e quello dopo ancora, per 5 anni consecutivi.

La sesta volta che la donna si é presentata alla clinica per l'abituale ricostruzione pero' i dottori l'hanno messa in guardia sui rischi dell'intervento, cresciuti in modo preoccupante. La ragazza ha pero' ignorato gli avvertimenti e si é buttata ancora sotto i ferri.

Ma i timori dei dottori si sono rivelati giustificati, e la donna é finita in rianimazione per un'infezione contratta dopo l'intervento che ha intaccato il suo sistema immunitario fortemente indebolito.

Il sito non racconta come sia finita la storia: ma non é difficile immaginare che il marito d'ora in poi la verginità potrà abbondantemente scordarsela...

giovedì 16 aprile 2009

Operato per tumore, ma era un abete germogliato nei polmoni!

Mi ricordo ancora mia mamma che me lo diceva per non farmi ingoiare i noccioli delle ciliegie o delle olive: "Guarda che poi ti cresce un albero dentro!". E io, ignorante, pensavo scherzasse. Ma a volte la realtà supera la fantasia, come dimostra questa storia giunta dalla Russia!

OPERATO PER TUMORE, SCOPRONO UN ABETE CRESCIUTO NEL SUO POLMONE

Appena 28 anni e già sotto ai ferri per quello che la radiografia aveva evidenziato con un probabile tumore ad un polmone. Artyom Sidorkin tossiva sangue e lamentava continui dolori la petto, ma quando gli hanno aperto il torace i medici sono rimasti a bocca aperta, scoprendo invece un alberello di pino di 5 centimetri perfettamente formato.

L'incredibile fatto é avvenuto a Izhevsk, cittadina della Russia centrale, ed é stato reso pubblico dal tabloid locale "Komsomolskaya Gazeta". Vladimir Kamashev, il direttore dell'equipe medica che ha operato il giovane, ha detto "Credevo di avere un'allucinazione. Ho sbattuto le palpebre tre volte per essere certo di quel che stavo vedendo". I dottori ritengono che il ragazzo possa aver inalato un seme che poi ha germogliato nel suo polmone causandogli dolore ogni volta che respirava. Ora il ramoscello è stato rimosso, insieme a parte dell'organo.

I divoratori di semini di anguria inizino a preoccuparsi... :)

giovedì 18 settembre 2008

L'intervista a Nicolò Modica, il "cantante dei tram"

Come promesso, eccovi l'intervista pubblicata oggi sul Giorno a Nicolò, il cantante della metro. Purtroppo ho dimenticato a casa la macchina fotografica dove avevo salvato i video: li aggiungo appena possibile sul post! Perdonatemi...

di ALESSANDRO GIGANTE

È conosciutissimo a Milano, su Youtube ha schiere di fan che postano i video delle sue esibizioni ed è l’estimatore numero uno dell’azienda di trasporti locale, «precisissima e ricca di vetture e di linee. Poche città ne hanno di così belle, ma non tutti se ne rendono conto». È Nicolò Modica, 27enne torinese che ha fatto dei tram e della metropolitana il suo palcoscenico personale. Gira per 6-7 ore al giorno con una cassa amplificatrice ed un microsono wireless comprati a 450 euro, organizzando karaoke improvvisati e facendo cantare la città su e giù per i binari. «Lo fanno tutti: i romeni coi violini nella metro, gli zingari alle fermate nei tram, i buskers che si fermano a fare i concertini per strada. Perchè io non dovrei farlo? In fondo è solo un modo per mantenersi, facendo divertire la gente». Cantando Nicolò non solo si diverte, ma ottiene la sua unica fonte di reddito da quello che gli regala la gente. «Per questo ringrazio tutti i milanesi. Questa non è la città che tutti pensano, di gente grigia e spenta. Io mi trovo meglio qui che a Torino, e non l’avrei mai pensato».

«QUESTA CITTA' è stupenda. Il calore che ti dà la gente qui è tutto speciale. Entro in una pasticceria e trovo anche le bariste che mi offrono un caffè, perchè dicono che mi hanno incontrato prima sul tram e che ho reso la loro giornata migliore, facendole ridere un po’».

Come ti è venuta l’idea di darti al karaoke sui tram?

L’ispirazione l’ho presa dalle grandi capitali europee, come Londra. Lì lo fanno in tanti, e mi stupisco che qui non ci avesse ancora pensato nessuno. La prima volta l’ho fatto a Torino. Ho cantato per scherzo su un tram e alla fine mi hanno lasciato 4 euro in mano. Lì ho cominciato a pensare: "E se iniziassi davvero a farlo come lavoro?"».

E da lì sei partito...

Sì, all’inizio giravo a Torino in semiclandestinità. Non l’avevo detto nemmeno alla mia ragazza, che credeva lavorassi in un’azienda. Poi suo fratello un giorno mi ha "scoperto" su un tram e mi ha filmato di nascosto, mandando tutto a lei. «Guarda cosa fa il tuo impiegato», le ha detto, e lei se l’è presa a morte. Voleva che smettessi perchè non le andava giù».

E lì cosa hai fatto?

«Non ce l’ho fatta, mi piaceva troppo. Per un po’ le ho detto che lavoravo nella ditta di mio padre, che in realtà è un pittore. Poi lei insisteva, io ho tentato di convincerla che non si fosse nulla di male, ma mi ha piantato dopo poco. Allora ho detto: «basta, vado a farlo dove non mi conosce nessuno».

E sei arrivato a Milano...

«No, non subito. Prima sono stato un po’ a Roma, ma lì ci sono tanti artisti in giro, è pieno ovunque. Allora tre anni fa ho preso e sono venuto qui».

Com’è la città?

«Diversa da come la descrivono. Ho sempre trovato un pubblico caloroso. Magari non cantano, ma ridono sempre. Si divertono, e a me basta quello. Poi mi indicano ai loro amici la volta dopo che mi ritrovano sul tram, e mi lasciano tutti qualcosina».

Quanto guadagni in una giornata in media?

«Beh, di solito quando va bene sono capace di tirar su anche 4-5 euro a canzone. Nei giorni migliori il totale si aggira sui 180-200 euro, per 6-7 ore di lavoro».

Sembra parecchio! Rapportato in un mese non è niente male...

«Alt: se girassi tutti i giorni del mese sì. Ma io canto solo due giorni a settimana, e il resto rimango a Torino. Non voglio stufare il pubblico. Se una cosa diventa abitudine, poi non colpisce più. Poi non sono avido: a me va bene così. Lo faccio per campare, ma anche per divertimento. Suono sui tram perchè mi piace la cornice: tutto intorno a te si muove, sembra di essere sul set di un video».

Il tuo repertorio?

«Vasco, Gerardina Trovato, Raf, Ligabue, Baglioni...soprattutto Baglioni: è il mio cantante preferito. L’ho anche incontrato: mi piacerebbe cantare con lui».

Il tuo sogno?

«Beh, sfondare mi piacerebbe...ma se mi chiamassero a fare un programma tv come X-Factor o non so cos’altro, non ci andrei. Quello è un successo effimero, vali finchè non ne trovano un altro. Piuttosto preferisco rimanere qui. Adesso voglio fare un disco, autoprodurmi. Io scrivo anche canzoni. Lo chiamerò "Innamorato". perchè io sono un artista, innamorato della vita. Il mio sogno è fare una rivoluzione artistica».

In che senso?

«Vedi, ora conta solo la bellezza estetica: il vestito che hai, l’immagine...io voglio andare oltre questo. Voglio far contare di più la simpatia, il carattere. Andare controcorrente. Io sono un insieme di valori: la poesia, l’arte, la musica..sono questi che voglio far conoscere e far dominare. Io ringrazio Milano per avermi fatto diventare un artista. Le mie canzoni sono un modo per dirle: "ti voglio bene"».
- Se lo incontrate per caso in qualche tram, ditegli che lo saluta Alessandro il giornalista e mi farete un regalo!
Ah, curiosità per chi volesse intraprendere il mestiere: non ho potuto infilarlo nell'articolo, ma Nicolò mi ha detto che cantando sui tram si rimorchia un casino!

A buon intenditor...(Eli, non preoccuparti: io in metro ci faccio al massimo i palloncini...)

Prossimamente i video! Bye!

martedì 16 settembre 2008

La maggior fucina di talenti milanesi? La metropolitana!

La maggior fucina di talenti a Milano? Non è lo Zelig, nè alcuno degli altri teatri cittadini. E' la metropolitana!

Oggi ho fatto un articolo su Nicolò Modica, il tipo che vedete qui a fiianco: un ragazzo che da tre anni gira suonando la chitarra e facendo il karaoke per le linee dei tram e della metropolitana meneghina. Forse alcuni di voi l'hanno già incontrato nei loro viaggi: è stato a Torino, Roma e infine proprio a Milano, Io l'ho incontrato per caso sulla metropolitana la settimana scorsa, rincorrendolo per avere il suo numero, ed oggi finalmente sono anche riuscito a scrivere una pagina intera su di lui e sulla sua storia.

L'articolo-intervista a Nicolò lo troverete in Edicola sul Giorno di Milano il prossimo giovedì. Contrariamente al solito, visto che si tratta di due giorni, l'articolo lo troverete pubblicato qui sul blog solo giovedì. Niente anteprime stavolta. Vi anticipo solo che molte delle cose scritte potrebbero stupirvi sul serio... Per ora accontentatevi del video della performance di oggi sulla linea rossa della metro, in cui canta il suo cavallo di battaglia preferito: "Terra promessa" di Raf. Giovedì poi ne posterò anche degli altri, fatti nelle due ore in cui ho girato con lui.

Quest'uomo è fantastico...e se mai nella vita riuscirà a sfondare come sogna, un poco lo dovrà anche a me... :)

Ps. domani/oggi probabilmente non scriverò nulla perchè sono al corso di aggiornamento per stagisti a Bologna. Fatto 13 giorni prima della fine dello stage non so quanto abbia senso, ma vedremo di scoprire anche quello...

Nell'attesa: a presto!

venerdì 5 settembre 2008

Il destino, i dadi ed un "eroe per caso" che ha pagato troppo

Il destino è un po' beffardo con me ultimamente. Si diverte a tirare i miei dadi e a sconvolgere quotidianamente quello che penso o quello in cui credo.

Avevo giurato di aspettare un po' prima di innamorarmi di nuovo. E invece è successo. Avevo detto che mai mi sarei iscritto a siti come Facebook, che ti intasano la casella di posta di qualsiasi genere di cialtronerie. E invece l'ho fatto, e la mia casella di posta ora salta quotidianamente, il computer si intasa e conosco i cazzi di tutti: da Tizio che "è tornato ieri dal campeggio" a Carlo che improvvisamente è "diventato amico della regina d'Inghilterra", passando per Mattia "che si fa due spaghi" e "Goffredo che vuole essere mio amico". Anche se ha 45 anni e non ho la più pallida idea di chi sia. Ma l'ho fatto per poter sentire una persona a cui tengo.
Poi c'era un'altra cosa che avevo detto che non avrei mai fatto. Una delle cose giornalistiche di cronaca che tutti avrete visto da qualche parte. Bussare alla porta delle famiglie a cui è successo qualcosa, e chiedere entrando con fare innocente nel dolore altrui: "mi dà un ricordo del suo caro"?

Odio quelle cose. Tante volte le vedo fare senza un minimo di rispetto, con fotografi che insistono a chiedere la foto della povera vittima di turno ostentando noia o peggio palese insofferenza davanti alla vedova o al figlio che piange davanti a loro. Ho perso il padre un po' di tempo fa. Se uno avesse fatto così lo avrei preso a pugni.

Invece oggi il destino decide di giocare ancora un po' coi miei dadi e dalla redazione mi viene chiesto di fare proprio quello. Un uomo di 56 anni è morto in una spiaggia vicino a Porto Tolle dopo aver salvato due bambini dall'annegamento. Stava risalendo dall'acqua: non si era ancora reso conto di essere uno di quegli "eroi per caso" che tante volte compaiono sulle pagine dei quotidiani salvo ritornare nell'oblio giusto il giorno dopo. E a due metri dalla battigia gli è scoppiato il cuore. Un infarto, fulminante, lo ha lasciato lì riverso nell'acqua. Un gesto d'amore che ha pagato carissimo.

"Vai a vedere dai vicini, o cerca addirittura il figlio. Vedi se questi parlano, se ci tiri fuori qualcosa". Il cinismo dell'ineluttabile uscita del giornale il mattino seguente esige una storia da stampare nelle proprie pagine, anche invadendo il dolore altrui. E prendo la metro e parto, cercando di convincermi che non lo sto facendo per riempire un buco bianco in pagina ma per dare la dignità a un uomo che è morto per un atto d'amore che nessuno altrimenti avrebbe conosciuto. Non lo meritava: non so cosa posso fare per lui, ma il minimo è cercare di entrare più in punta di piedi possibile nelle vite di chi gli sta vicino, cercando di trovare un uomo e non uno scoop.

Al condominio dove Romeo Primo Priotto, 56 anni, viveva mi mandano tutti dal "Tino": 74 anni, secondo piano, 30 passati a lavorare col "Primo". Il Tino l'ha sentita la notizia, ma come è andata lo impara da me. E gli vengono i lucciconi quando scopre che l'ex collega ferroviere è morto da eroe, "che lui lo sapeva già che lo era, dentro". Apre l'anta di un armadietto, dove tra le tazzine ha messo giusto un'ora prima una foto che li ritrae assieme, nel cortile di casa sottostante, durante una festa. La guarda, la accarezza, e la porta di là per farmi una fotocopia a colori. La "foto del morto" serve per il pezzo, è quasi uno degli elementi fondamentali. Lui me la regala con gioia, così "tutti sapranno chi era".

La moglie nel frattempo prepara un caffè a me e al giornalista dell'Ansa che è entrato nel frattempo. Lui gli chiede se può chiamare la moglie del Primo per avere la sua voce. Il "Tino" ancora una volta è gentile e lo fa. La moglie comprendibilmente piange, e non vuole parlare. Si aggrappa alla frase che gli ha detto la madre dei due bambini : "Senza di lui ora non ci sarebbero più". Credo che sia perchè ha bisogno di qualcosa che le faccia disperatamente credere che questa morte assurda, improvvisa, abbia sotto sotto un senso, un perchè.

In fondo è umano, cerchiamo sempre di spiegare le cose razionalmente. Anche se poi altrettanto razionalmente ci chiediamo a cosa serva.

Poi mi accompagnano dai vicini, a parlare con loro, a dire a tutti la notizia che il Primo è morto, sì, ma da eroe. Un eroe che viveva vicino alla loro porta. Ed io di nuovo ad entrare di soppiatto nelle loro vite, cercando di fare il minor rumore possibile.

Questo è quello che ne è venuto fuori. Dedicato al signor Romeo Primo Priotto, 56 anni, ex ferroviere ed "eroe per caso", la cui foto stampata in fretta da un toner a colori mi osserva da un angolino nascosto tra i fogli della scrivania. Un uomo che non conoscevo, ma per cui scrivendo, lo confesso, ho pianto un po'.

Aveva i baffi come mio papà.

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Ex ferroviere, era in pensione da dicembre
PRIMO, L'EROE CHE HA PAGATO TROPPO
L'uomo è morto dopo aver salvato due bambini dall'annegamento

HA VISTO due bambini in difficoltà e non ha esitato a gettarsi in mare per salvarli. C’è riuscito, ma il suo cuore l’ha tradito un attimo dopo, appena giunto a riva. Un infarto, fulminante, ha portato via Primo Romeo Priotto, 56 anni, sulla spiaggia di Boccasette, vicino a Porto Tolle, dove era appena diventato un eroe. Nel palazzo di via Boiardo dove viveva da anni assieme alla moglie lo piangono in tanti, increduli di fronte alla notizia della sua scomparsa.

IL "PRIMO", come lo chiamavano tutti, viveva al primo piano del civico 11. Il "palazzo del Cairo", come amava dire, perchè leggenda vuole che il palazzo sia stato costruito da un architetto egiziano.«Era arrivato qui tempo fa insieme al fratello, coi genitori - racconta il vicino della porta a fianco, Michele Abbattista -. Poi loro se ne sono andati, e lui è rimasto qui assieme alla moglie Daniela». «Era un ferroviere - racconta Tino, il vicino del secondo piano, tirando fuori una fotografia che li vede abbracciati trattenendo a stento le lacrime -. Lui era capotecnico del servizio lavori a Rogoredo, io capostazione in Centrale: ci conoscevamo da una vita, non posso credere che non ci sia più». Nemmeno sapeva, Tino, che "il Primo" era morto da eroe. «Ho visto suo figlio stamattina. Mi è venuto vicino e mi ha abbracciato stretto. Poi mi ha detto che papà non c’era più. La madre gli aveva raccontato solo di un incidente di pesca».

AMAVA LA pesca Priotti, tanto da girare tutta l’Italia dietro ai suoi pesci. «In casa ha due bacheche di medaglie grandi così - dice Gianmario, del secondo piano - Faceva le gare, ma era bravo: era quasi entrato nella nazionale italiana».Da quando a dicembre era andato in pensione, tornava spesso ad Adria, dove stava tentando di rimettere a posto pian piano la casa dei genitori, un viaggio dopo l’altro. I Priotto erano una famiglia felice, nonostante la moglie fosse stata messa da un anno in cassa integrazione dalla ditta tessile per cui lavorava. «Regalavano sempre i cioccolatini alla bambina del piano di sotto - ricorda Maria, la moglie di Tino -ed era anche diventato consigliere di condominio, perchè era uno che se c’era qualcosa da fare anche per gli altri la faceva sempre».

LA MOGLIE al telefono ripete solo quello che le ha detto la madre dei due bambini salvati, prima di scoppiare in lacrime: «Senza di lui non sarebbero qui». Voleva tornare ieri mattina a casa, ma il bel tempo gli aveva fatto cambiare idea. Poi il "Primo" è andato in spiaggia ed è diventato un eroe, pagando con un prezzo altissimo il suo gesto d’amore.

mercoledì 3 settembre 2008

...ma il Cern deve distruggere la Terra proprio il giorno del mio compleanno?!?

Meno 7 giorni al mio compleanno e meno 7 giorni alla probabile fine della Terra, inghiottita dal buco nero che verrà creato dall'esperimento del Cern di Ginevra per scoprire come si è creato l'universo così come lo conosciamo.

Almeno, questa è la possibilità secondo un gruppo di studiosi, che aveva presentato un ricorso d'urgenza alla Corte Europea dei Diritti umani rigettato giusto ieri. "I miei calcoli indicano che il rischio che un buco nero mangi il pianeta a causa dell'esperimento è serio", aveva detto il professor Otto Rossler, un chimico tedesco della Eberhard Karls University promotore del tentativo di blocco.

Ora: c'è qualcuno che sa a che ora facciano l'esperimento?

Perchè io devo regolarmi con la cena di compleanno: se il ristorante viene inghiottito da un buco nero gigante, non prenoto neanche! :)

Intanto, devastazione atomica o no, siete tutti invitati al mio compleanno: stavolta sarà veramente "una fine del mondo"!!!

Ps: nella mia libreria di fumetti ho scovato una storia praticamente identica! Dove? Sul mensile PK (Paperinik New Adventure: l'episodio è il 14, dal titolo "Carpe Diem" pubblicato nel febbraio 1998 e ristampato nel maggio 2006".

Stavolta è un'esperimento cronotemporale sfuggito di mano ad alcuni scienziati a creare una "bolla cronotemporale" che dal XXIII secolo comincia a divorare a ritroso tutto il tempo del mondo! Toccherà a Pk (alias il mitico Paperinik!) viaggiare nel tempo in compagnia di un pirata temporale (Il Razziatore) e salvare la terra dalle teste d'uovo del secolo prossimo venturo.

Se capitate in una buona fumetteria leggetelo! Magari saprete già come va a finire...

giovedì 14 agosto 2008

Chi tiene aperto a Ferragosto a Milano!

Oggi giro per Milano a vedere i commercianti che tengono aperto anche a Ferragosto... ovviamente su 100 2 sono italiani e 98 extracomunitari!

E scopri storie di gente costretta a tenere aperta perchè se chiudesse non potrebbe più pagare le rate del negozio ma che ti offre il kebab quando gli fai l'intervista, altri che tengono aperto facendo le ferie a turno come i tre fratelli proprietari di una macelleria islamica che si danno in cambio per andare in Marocco a curare il padre malato, altri che tengono aperto ora perchè "solo a luglio abbiamo potuto trovare i voli per tornare a casa a prezzo decente, invece ora è praticamente impossibile e così ci conviene rimanere qui", ed altri ancora come gli instancabili cinesi di via Paolo Sarpi che ti dicono che "domani venile vedele se c'è gente, poi decido apelto o chiuso"!

Dopotutto Milano non è poi così male da girare, anche d'agosto quando non c'è nessuno... I manager vanno in vacanza, e un po' di umanità si respira anche qui... :)

giovedì 7 agosto 2008

Prospettive dal cielo: il racconto di Walter Nones e Simon Kehrer

E' stato pubblicato oggi dal sito internet del Corriere il diario di Walter Nones e Simon Kehrer, gli alpinisti che hanno visto morire il loro amico e collega Karl Unterkircher nella tragica scalata del Nanga Parbat lo scorso 15 luglio.

Postarlo tutto sarebbe troppo lungo, per cui mi limiterò per una volta a mettere solo il link esterno all'articolo del Corriere qui.


Leggerlo merita, se avete 5 minuti per farlo.


Se non altro solo per capire cos'hanno provato lassù, soli a 7000 metri sul mondo, e scoprire quanto era diverso ciò che vedevamo da qui sotto...


Pubblico qui solo un pezzettino tratto dal racconto del 16, il giorno appena dopo la tragedia:


Abbiamo trascorso la notte a ripeterci: «Dormi?» «No, sto pensando». Non vedevo l'ora che Walter attaccasse a parlare. A un certo punto, all'alba, ho sentito come una persona che fischiava. Siamo usciti in fretta dalla tenda, ci siamo aggrappati all'idea che qualcuno stesse arrivando, forse Karl stava tornando. E' una cosa assurda, lo so. Karl l'ho visto con i miei occhi, immobile nel ghiaccio. Devi rassegnarti, devi accettare la morte, ma la verità è che non vuoi. Mi sono tornati in mente Silke e i loro tre bambini. La loro vita sarebbe cambiata, ma ancora non lo sapevano. (Simon)


Finalmente la mattina, spostandoci di qualche metro, abbiamo trovato campo. Io alle dieci ho chiamato Manuela, le ho detto di Karl, ma di stare tranquilla perché noi stiamo bene e saremmo scesi dalla Buhl, che avrei richiamato dal campo base. Simon ha chiamato il manager di Karl (Nella foto a sinistra) , Herbert Mussner. Poi il telefono si è scaricato definitivamente. Siamo tornati nel buco dove c'era Karl, ci siamo calati ancora, ma era impossibile recuperarlo, non ce l'avremmo mai fatta. Così abbiamo preso il suo zaino e lo abbiamo messo sopra il crepaccio: quando arriverà l'elicottero sapranno dov'è. Ora l'obiettivo della nostra missione cambiava: fare in fretta per tornare da Karl. (Walter)


Il resto lo trovate al link.

mercoledì 28 maggio 2008

Gli rubano la bici...e spara al ladro col bazooka!

Dal Corriere.it di oggi. Anche a me sono girate le scatole parecchio le volte (purtroppo più di una) in cui da qualche parte mi hanno rubato la bicicletta... Però non credo che sarei mai arrivato a questo... :)

In Sudan

LADRO DI BICI CENTRATO DA BAZOOKA

Colpito da un lanciatore di granate a razzo Rpg.
Il proprietario condannato per omicidio volontario

Non ha potuto appellarsi al concetto di legittima difesa il padrone di una bicicletta che, in Sudan, ha pensato bene di sventare il furto del suo mezzo utilizzando un bazooka. La vicenda è stata raccontata dal sito internet della tv saudita al Arabiya. Tutto è avvenuto nell’elegante quartiere residenziale di al Riad, nella capitale sudanese. Il ladro, a dir poco sfortunato, è saltato su una bici, come nel famoso film di Vittorio De Sica, ma ha trovato ben vigile il proprietario e, tra l’altro, in possesso di un’arma non proprio delle più comuni: un lanciatore di granate a razzo Rpg.

ESECUZIONE - A quanto racconta al Arabiya si sarebbe trattato di una vera e propria esecuzione. Quando l’irascibile ciclista ha premuto il grilletto, infatti, il ladro era ormai stato messo in fuga dai passanti. Il tutto è accaduto in pieno giorno. L’emittente riferisce che il giudice della prima sezione del Tribunale penale di Khartoum «ha ritenuto l’imputato colpevole di omicidio volontario» e non ha concesso l’attenuante della legittima difesa, in quanto «l’imputato era troppo distante dalla vittima al momento dello sparo». Il giudice, inoltre, non ha inteso concedere attenuanti neanche rispetto agli articoli di legge sulla difesa delle proprietà personali: «Il ladro aveva ormai abbandonato la refurtiva», quando è stato centrato in pieno e ucciso dal razzo, ha detto il magistrato. Il processo, che ha avuto luogo lunedì, è stato aggiornato «per permettere alla parte lesa di esporre le sue richieste dei danni, prima di emettere la sentenza»

venerdì 9 maggio 2008

Natasha: una storia di piccioni.

Dal sito Venessia.com, "Natasha". Storia veneziana di una colomba e di un amico dei piccioni: una di quelle storie belle che è bello ascoltare, e avere la fortuna di poter raccontare...

Dedicata a chiunque odi i piccioni, o come si chiamano più familiarmente in laguna "i colombi", sperando che possa cambiare idea.


(Le foto del post, tranne questa dei colombi sul tetto, sono quelle dei protagonisti della storia, originali dal sito.

Natasha (da http://www.venessia.com/gigio.htm)

Non è una russa alta e bionda che si è stabilita a Venezia ma una colomba bianca. La compagna di Gigio. Gigio Brasi aveva 11 anni quando è venuto in piazza a imparare il mestiere dello scattino, quello cioè che, armato di macchina fotografica e treppiede, fa le foto ricordo ai turisti in visita in città. Mestiere quasi ormai scomparso visto che tutti hanno la loro macchina fotografica appresso. Adesso ha una digitale e sono passati 57 di anni da quella volta.

Le foto che fa Gigio è quella classica: invita la gente sorridente a mettersi spalle alla basilica, gli mette un po' di granoturco sulle mani e scatta delle foto mentre i clienti vengono sommersi dallo sbatter d'ali dei piccioni. Adesso non può dare i chicchi di grano ai cliente perché l'ordinanza vieta di farlo ma lui li invita a protendere le mani come se ci fosse, tanto i colombi sono abituati per generazioni a farlo.

Molti passano da lui perché è una brava persona, simpatico e disponibile a chiaccherare del più o del meno. Sempre abbronzato, una vita all'aria aperta. Unico amico fisso Natasha. Lui di amici del genere li ha sempre avuti. Prima Roger poi Nestore, Vivaldi, Tyson...

(foto: Nestore, e alle spalle sfocato nel nido Roger)

Roger è il più importante per Gigio. Roger aveva fatto il nido più di 25 anni fa nel rio delle Procuratie Vecchie appena giù dal ponte dei Dai dove i fotografi avevano il laboratorio. Tra acidi e camere oscure. Roger era un bel colombo sano bianco e nero con una macchia bianca sulla testa. proprio al centro. In quelle giornate quando la piazza era piena di gente lo vedevi girare in tondo tra un pizzo marciano e un arco gotico finchè non individuava Gigio. E Gigio lo sapeva, lo salutava e gli dava il grano sopra la macchina fotografica, una di quelle antiche a piastra con la tenda dove inserire la testa e scattare.

Gigio si faceva l'ombra e Roger lo seguiva. Era come un cagnolino. Gigio scattava le foto coi piccioni e Roger faceva il piccione. Una comparsa nel grande teatro veneziano Una specie di tacito accordo. Poi un giorno, dopo tanti anni, Roger arrivò assieme ad un altro colombo più piccolo, ancora con le piumette gialle ma bianco e nero come lui. Era nato Nestore. Nestore era il figlio di Roger. Gigio sbuffò simpaticamente e accetto pure Nestore. Era un raccomandato. Passavano i giorni e Nestore diventò grande come suo papà. Uno con la macchia nera nel capo e l'altro no. Del resto sembravano uguali.

Quel giorno c'era tanta gente e i due colombi faticavano tener lontani gli altri da sopra la loro postazione (il tetto della macchina fotografica), sicché Gigio, col pretesto di metter fine a queste baruffe tra colombi, mando via Roger e Nestore gettando a tutti quanti del grano a terra. In quel momento però passò un carretto di un trasportatore. Velocissimo come sempre passò tra quel centinaio di colombi e uccise Roger all'istante. Sulla testa. Gigio lo prese tra le lacrime, osservò il rosso sangue colare dalla macchiolina nera. Lo mise avvolto in un giornale e lo buttò in uno dei bidoni della piazza. Dietro di lui Nestore. Gigio si allontanò incamminandosi verso la macchina fotografica. Si girò un attimo e vide Nestore appollaiato sul bordo del bidone. Subito dopo si mise attorno a Gigio. Ci restò altri 8 anni. Puntuale come suo papà.

Poi vennero Vivaldi, un bel colombo rosso e Tyson un colosso di colombo tutto nero. E adesso, da 6 anni, c'é Natasha. Riuscirà a farsi furba come gli altri amici di Gigio o verrà presa con la rete dagli incaricati del Comune? Adesso che non si può più dare da mangiare ai colombi Gigio ha notato che ce ne sono di meno. Dubita però che sia merito della cacciata dei venditori di granoturco. La sua opinione è quella che probabilmente sono aumentate le catture proprio per valorizzare l'operato dell'amministrazione. Chissà.


mercoledì 7 maggio 2008

Nuova sezione webcam: per viaggiare, sognare e...informare!

Nuova sezione del blog (nella solita colonnina a destra), nuove cose e nuove storie!

Come avrete già capito, la nuova sezione è fatta tutta di immagini, di sogni e di viaggi. Il blog si è arricchito infatti di una mini raccolta di webcam italiane, con un piccolo scopo: poter fuggire, per un attimo e con un click, da dove sarò di volta in volta per rituffarmi in viaggi e ricordi di tutti i posti più o meno belli dove sono stato. Naturalmente non da solo, ma con chiunque proverà la curiosità di seguirmi e partire per il viaggio.

Un criterio le lega tutte assieme: tutti posti linkati mi hanno visto di persona, almeno una volta. Alcuni per anni, e li ho esplorati bene raccogliendo casse di storie e ricordi, altri per mesi, lasciando accuratamente un angolo inviolato per avere la scusa per tornare, ed altri ancora solo per giorni, per i più disparati perchè. Amici, lavoro, famiglia, affetti o anche solo la voglia di prendere e viaggiare un po'.

La prima potrete vederla sempre direttamente, senza fare alcunchè. E' per dirvi dove sono e da dove scrivo, e perchè no per facilitare chiunque abbia qualcosa da raccontarmi a venire a incontrarsi e prendere un caffè o una birra assieme. Questo blog infatti è nato come un porto di mare, per conoscere nuova gente e per rimanere in contatto con gli amici lontani, e spero continuerà ad esserlo per sempre o quasi.

Per questo siete tutti invitati a curiosare e ad entrare dalle varie porte: come diceva Hugo Pratt, portano sempre in nuove storie interessanti... :)

Prima di chiudere questo post volevo raccontarvi però una cosa curiosa, che dimostra come tramite le webcam a volte si possa riuscire a creare anche delle nuove forme di giornalismo!

Lo scorso 15 febbraio stavo chattando con un mio amico francese quando girando sui siti delle agenzie di informazione iniziano a partire i lanci della storia di un incredibile incidente accaduto a Milano appena 10 minuti prima: una macchina, per cause non chiarite, aveva sbandato in Corso Buenos Aires finendo per entrare nella vetrina di un negozio di abbigliamento tra lo stupore dei passanti e dei clienti!

Beh, ora capita che proprio su Corso Buenos Aires sia puntata una webcam, e che la webcam inquadri tra le altre cose proprio l'angolo di questo negozio!

Per una mezzoretta mi sono divertito a fare a gara con il mio amico francese a dargli tutte le anticipazioni dei lanci giornalistici che sarebbero usciti di lì a poco, semplicemente basandomi sulle inquadrature che vedevo dalla webcam! Non ci crederete, ma riguardando la conversazione un paio d'ore mi sono reso conto che - voci dei testimoni a parte - sarei stato perfettamente in grado di fare la cronaca di tutta la vicenda in tempo reale, stando comodamente seduto davanti ad un pc a più di 270 km di distanza!

Il giornalismo cambia, ed un modo è anche questo...

Alla prossima storia, e arrivederci a tutti!

Gig:)

mercoledì 23 aprile 2008

Le pressioni sui giornalisti spiegate alla gente. Ovvero, cosa può accadere in un giornale di Provincia se a qualcuno non piace un articolo...

«Fare il giornalista? Sempre meglio che lavorare!».

Non so chi l'abbia coniata, ma è una battuta che riassume quello che di solito pensa la maggioranza della gente (almeno - di quella che io ho conosciuto) del lavoro del giornalista. «Avete la vostra tesserina, viaggiate ed entrate gratis ovunque, mangiate a sbafo alle conferenze stampa e tutto per due articoli che mettete sul giornale, sempre uguali tra loro ogni quotidiano che si apre, e potete fare quello che vi pare senza che nessuno vi dica niente». Ha ragione "Il Grillo" quando dice che siete una casta anche voi...

Ma siamo sicuri che sia così?

Oggi mi è arrivata una mail da un collega che racconta un piccolo fatto a lui accaduto, esemplificativo di tante cose e di tutti quei piccoli e grandi problemi di pressioni e gerarchie che anche solo un piccolo collaboratore di un giornale di provincia pagato 5 euro al pezzo come lui deve subire nel mestiere che ha scelto, e che nonostante tutto continua a fare.

Non troverete nomi nella mail: mi ha permesso di pubblicarla, ma non di rendere noti i nomi delle persone e delle ditte coinvolte. E' una sua decisione, ed io la rispetto, anche se mi sarebbe piaciuto tanto, ma veramente tanto, farvi conoscere le persone che hanno il coraggio di scrivere certe cose.
Se avrete la pazienza e la voglia di saperne di più, la stessa lettera l'ha pubblicata in versione integrale sul suo blog. Non posso darvi il nome, ma non è difficile da trovare partendo da qui...

Ad ogni modo: a voi! E' un po' lunga, ma merita...

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"Da noi al Giornale di ******* tira lo stesso tipo di brutto vento che gira da voi ".
Queste le testuali parole che mi detto al telefono un redattore quando gli ho raccontato tutta la vicenda che segue qui sotto. E mi ha garantito che anche in tutti gli altri piccoli quotidiani è così. Avete davvero voglia di fare questo mestiere?



Atto 1: Articolo mio uscito domenica sul Giornale di *******

L'INAUGURAZIONE. Tre piani di mostra-fiera di creazioni da ammirare, nate dalle mani dei maestri PROVINCIAli
"MOSTRARTE (ovviamente non è il nome originale...)", aperto il museo delle opere d'artigianato

di IL MIO AMICO
(
PS: la foto è di una inaugurazione trovata a caso su internet, e non ha niente a che vedere con la mostra in questione!)

Non c'è bisogno di andare a scomodare l'etimologia latina, lo si sente anche dal suono: arte e artigianato hanno molto in comune. Anzi, qualcuno addirittura sostiene che siano la stessa cosa. Dunque se esistono le mostre d'arte, perché non può esistere anche una mostra dell'artigianato? Da ieri CITTA' ne ha una. Si chiama MOSTRARTE, ed è stata inaugurata ufficialmente ieri pomeriggio nella sua sede di DOVESITROVA, a due passi da Piazza DEL PIRIPICCHIO. È la prima nel suo genere in Italia, se si considera l'artigianato contemporaneo.


A metà via tra una mostra, una fiera, e un museo, MOSTRARTE raccoglie in 550 metri quadri le opere di 26 aziende dell'artigianato DELLA PROVINCIA, severamente selezionate tra quelle di maggiore qualità. Divisa in tre livelli, conduce il visitatore attraverso i materiali - legno, oro, ferro battuto, pietra, carta, tessuto - e le epoche (dai romani ai giorni nostri) che hanno formato la tradizione artigiana della città del Palladio. Ognuno dei tre piani è dedicato ad un diverso componenti della cultura artigiana: il garzone, il lavorante e il maestro. La mostra si rinnoverà ogni quattro mesi, e oggi è aperta gratuitamente al pubblico. Da domani, invece, biglietti a partire da due euro.

A tagliare il nastro ieri pomeriggio c'era anche la candidata sindaco on. CANDIDATA. Ma a seguire il progetto fin dalle sue origini è stata la precedente giunta, e in particolare l'assessore uscente al turismo PINCO PALLINO, che già dal mattino passeggiava tra le opere in mostra e commentava così: «Credo che la giunta SINDACO possa vantare almeno dieci grandi risultati: tra i primi di questi metterei sicuramente l'inaugurazione di MOSTRARTE. Ci sono voluti quattro anni e 5 milioni di euro, ma alla fine il risultato è arrivato e, per quanto mi riguarda, è anche superiore alle aspettative. La speranza è quella di creare un punto di incontro tra imprese artigiane e il pubblico. Uno spazio e una visibilità che in passato non sempre è stato loro garantito».

Una soddisfazione, quella dell'assessore, che viene però velata da un piccolo rimpianto: «Non voglio far polemica, ma mi spiace che l'ex Giunta non possa avere un suo rappresentate alla presentazione ufficiale di questo pomeriggio, e ricevere così la giusta soddisfazione per il lavoro svolto. D'altronde lo sapevamo che sarebbe andata così, visto il prossimo avvicendamento di giunta. Se avessi voluto usare questa mostra come "spot" elettorale avrei potuto forzare un po' i tempi e inaugurarla un mese fa, ma ho preferito lasciare tutto il tempo perché il progetto fosse completato al meglio».

E tra chi ha partecipato al completamento della mostra c'è anche TAL DEI TALI, docente di cultural planning al Politecnico di Milano, che però per MOSTRARTE preferisce un'altra definizione: «Museo. Perché non chiamarlo così? D'altronde ospita prodotti eccelsi. In passato non c'era questa distinzione "artificiosa" che facciamo noi tra artigianato e arte. Non è un caso che Andrea Palladio fosse uno scalpellino: nei secoli passati gli artisti erano prima di tutto artigiani. All'estero questo lo capiscono meglio di noi: ogni Paese ha il suo museo nazionale di arti decorative. Dobbiamo ritornare a quel cammino che il nostro Paese ha interrotto con la chiusura negli anni venti dei "Regi Musei artistici industriali". Questo di MOSTRARTE mi sembra un eccellente punto di partenza per recuperare quel tipo di cultura».

«Questo progetto dimostra quanto bene si possa fare a CITTA' quando si lavora in sinergia», conclude PINCO PALLINO.

Atto 2: lettera indirizzata ame tramite il direttore del Giornale di ******* (o chi per lui)

Gentile sig. *******, le scrivo in merito all''articolo che lei ha realizzato domenica scorsa sull''apertura del nuovo MOSTRARTE. Preferisco scriverle riservatamente (sperando che questa mail la raggiunga), perchè non intendo entrare in polemica con una lettera al Direttore da pubblicare sul giornale. Mi rivolgo alla sua sensibilità di professionista che ha l''obiettivo di informare sempre correttamente i propri lettori.

Nell''articolo sopracitato vi erano omissioni e inesattezze che sinceramente ci hanno infastidito parecchio, soprattutto in considerazione del gran lavoro che il nostro Studio ha fatto per il MOSTRARTE. Noi siamo infatti la Ditta ***** ****** di Vicenza che ha avuto l''incarico da parte di MOSTRARTE di ideare e realizzare il percorso espositivo e inoltre, cosa più importante, di visionare e selezionare le opere da esporre. Compito oneroso che è stato svolto in maniera egregia. La conferma ci è stata data dall''affluenza straordinaria che ha avuto il Museo nella giornata di domenica (più di 1000 presenze) e dall''approvazione dei responsabili della struttura. (Un successo così importante meriterebbe un altro articolo) [!!! ndr] .

Ora del nostro lavoro e del nostro compito nulla è stato riportato. Eppure nella mattinata di sabato lei aveva avuto la possibilità di colloquiare con la dottoressa COMESICHIAMA, responsabile della nostra struttura per l''allestimento e per la scelta delle opere, ma ha preferito liquidarla, sinceramente in modo non molto educato, preferendo parlare con l''assessore PINCO PALLINO. Il commento dell''assessore è sicuramente importante e molto si deve a lui se il museo è ora in funzione, ma allo stesso tempo molto si deve a DITTA ***** se è risultato, come dice lo stesso PINCO PALLINO, molto al di sopra delle aspettative.

La dottoressa COMESICHIAMA, anche se ha un aspetto giovanile e magari si è presentata in tuta da lavoro perchè stava ultimando l''allestimento, è insegnante all''Università di Architettura di Venezia; lei, però, nell''articolo ha preferito citare solo la dottoressa TAL DEI TALI, forse perchè è rimasto impressionato dal fatto che insegni al Politecnico di Milano.

Inoltre, cosa ancora più grave, la dottoressa non ha per niente collaborato all''allestimento, come erroneamente da lei riportato, ma è stata semplicemente invitata solo per l''inaugurazione. Mi è sembrato giusto scriverle queste precisazioni a suo vantaggio personale perchè nell''articolo di domenica, a nostro avviso, non ha svolto nel migliore dei modi, involontariamente ne sono sicuro, il suo ruolo di giornalista e reporter.
La ringrazio e la saluto cordialmente.

(Nome e Cognome del rappresentante della ditta ******)


Atto 3: La redazione reagisce

Mi chiama il caporedattore e, dopo una strigliata, mi invita a fare un pezzo "riparatore" in cui si parli dell'ottimo lavoro svolto dalla DITTA *******.
Mi adeguo per questioni di forza maggiore, ma rispondo a (rappresentante della ditta ******) con questa lettera:

Caro signor (rappresentante della ditta ******), ho letto la sua mail.
Nell'assoluto rispetto delle sue idee, mi permetta di esprimere liberamente la mia opinione.


Nell'osservanza di quel che è vero ed equilibrato, è mia - e non solo mia - assoluta convinzione che sia il giornalista a decidere cosa va citato in un proprio articolo e cosa no, a seconda di ciò che egli reputa come di maggior interesse e utilità per il lettore. E' una scelta dettata dalla necessità di sintesi che la carta stampata impone, e fa parte delle competenze professionali che dovrebbe avere ogni giornalista. Può consultare qualsiasi legislazione o libro di testo: il giornalista non è mai tenuto a dare tutte le informazioni che ha in possesso, a meno che, occultandole, non contribuisca a dare un'informazione fuorviante.

Mi sbaglierò, ma non credo che citare il buon lavoro svolto dalla DITTA ******* all'interno di MOSTRARTE fosse un particolare essenziale per la cronaca giornalistica dell'evento, come sembra invece far intendere lei. Se fosse così, ogni volta che si dovrebbe fare un articolo su una mostra - per esempio - bisognerebbe necessariamente citare l'ottimo lavoro e congratularsi compiutamente con ogni persona che ne ha preso parte. Con questa visione delle cose, ogni articolo diventerebbe una specie di contenitore di ringraziamenti ed encomi, come i titoli di coda di un film. Anzi, avrei forse dovuto anche citare, alla pari vostra, l'azienda che tiene puliti i pavimenti. Sono certo che capisce bene che QUESTO avrebbe significato per me non fare bene il mio lavoro.

Detto questo, sappia che con una decisione che io reputo assai deprecabile il Giornale di ****** ha deciso di accontentarvi e di far uscire un articolo "riparatore". Sono certo che un pezzo in cui si esalteranno le eccellenti competenze messe in campo dalla vostra ditta nell'allestimento di MOSTRARTE risulterà di grande interesse e pubblica utilità per i nostri lettori. Certamente più di sapere che un assessore comunale uscente - che pure ha seguito e fatto crescere il progetto fin dall'inizio - si mette in velata polemica con un candidato alla poltrona di sindaco.

Sono davvero convinto che, da un articolo siffatto, i lettori ne trarranno un grande beneficio; forse anche superiore a quello che riceverà in pubblicità la sua ditta.


Distinti saluti.

(IL MIO AMICO)


P.S. Per quanto riguarda la dott.ssa TAL DEI TALI: se è vero che non ha collaborato allo sviluppo di MOSTRARTE, ammetto di aver commesso un'inesattezza. Inesattezza che però mi è stata indotta dalla signora COMESICHIAMA, che così me l'ha presentata, come testimoniano i miei appunti. Sul fatto che poi io abbia reputato più interessante quello che mi ha detto la signora TAL DEI TALI rispetto a quanto riferitomi dalla COMESICHIAMA, le ripeto che è una mia legittima scelta professionale, che civilmente lei dovrebbe rispettare.
Così come io rispetto il suo lavoro.


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E questo è tutto...
Aspettando le prossime puntate, pensate ancora che sia così facile fare il giornalista?

A voi la parola...

venerdì 18 aprile 2008

10 giorni di arresto per aver guardato la vicina sul treno.

Ok: Lunedì a pranzo dovrò essere a Milano, ed avrò tre ore di treno per andare lì ed altre tre per ritornare a Padova in tempo per il lavoro... Sono finito... Ci metteranno 10 minuti prima di denunciarmi...:)

Ma una volta non si diceva «Guardare e non toccare»? Mò non si può più fare neanche quello... Tra l'altro questo tipo non aveva fatto assolutamente NULLA....

Comunque: dal sito dell'Ansa di oggi...

GUARDA CON INSISTENZA DONNA, CONDANNATO A 10 GIORNI ARRESTO

LECCO - Guardare una donna con insistenza, pur senza proferire parola, rischia di costare caro. Ne sa qualcosa un uomo di Mandello del Lario (Lecco) poco più che trentenne e che tre anni fa era stato denunciato da una signora di 55 anni. Ora è stato condannato a 10 giorni di arresto e 40 euro di multa, con la sola consolazione che rientrano nell'indulto. Secondo l'accusa, aveva guardato con troppa insistenza la donna che era seduta davanti a lui in uno scompartimento del treno regionale Sondrio-Lecco-Milano.

Il giorno prima, aveva raccontato la signora, si era seduto vicino a lei, dopo averle fatto spostare il cappotto. Un po' troppo vicino, aveva detto.E il giorno, dopo, appunto, l'aveva guardata a lungo durante il tragitto.
Tra i due non c'era stato alcuno scambio di parole, non c'erano stati complimenti o tentativi di corteggiamento. Ma la signora aveva comunque ritenuto inopportuno e fastidioso il comportamento, tanto da denunciarlo a un agente della polizia ferroviaria una volta scesa dal treno. Il caso è approdato davanti al giudice Paolo Salvatore e l'imputato è stato condannato. La difesa, sostenendo che l'imputato aveva guardato quella donna solo perché casualmente seduta davanti a lui, ha annunciato appello.

mercoledì 16 aprile 2008

Due o tre cose che forse non sapevate sulla fiaccola olimpica.

Lo sapevate che il rito del passaggio della fiaccola olimpica attraverso i continenti fu inventato dai nazisti per promuovere il terzo Reich, e che la prima protesta alle Olimpiadi moderne è del 1908?

Questi ed altri piccoli e grandi aneddoti sulla storia della fiamma dei Giochi me li ha fatti scoprire la giornalista Lucia Annunziata in un suo articolo apparso su "La Stampa" lo scorso 9 Aprile.

Se siete curiosi come me beh, lo trovate qui sotto...


LA TORCIA E' POLITICA

Due o tre cose che so di lei.

Lei è la Torcia, che attraversa fiammante il mondo e la nostra fantasia, simbolo innegabile e magnifico di aspirazione all’eternità. Ma prima che la passione di cui naturalmente essuda diventi nelle nostre menti un ricettacolo di clichè, vorrei sfogliare con voi la storia di molti concetti che ripetiamo in questi giorni. Dal momento che i clichè sono sempre i nemici del lavoro mentale, e per converso sono sempre i migliori amici delle ideologie.

Non è affatto vero, intanto, che la tradizione della staffetta mondiale della torcia come segno di pace fra i popoli risalga all’antica Grecia. A Olimpia c’erano la torcia e l’idea del fuoco eterno; ad Atene c’erano delle corse con la fiamma, chiamate lampadedromia.

Ma la tradizione del trasporto della torcia da un paese all’altro è usanza infinitamente più moderna e ben meno nobile di quel che si dice: la fiamma venne reintrodotta nelle Olimpiadi nel 1928 ad Amsterdam e il suo trasporto a piedi attraverso nazioni fu inventato dai nazisti per preparare le famose Olimpiadi di Berlino del 1936.

La cerimonia fu accuratamente progettata perché proiettasse nel mondo l’idea del Terzo Reich; un grande spot per stabilire la perfetta continuità fra l’antica Grecia, considerata, ricordiamoci, una nazione proto-ariana, e la Germania di Hitler.

All’evento lavorarono i grandi personaggi della comunicazione nazista: Carl Diem, Josef Goebbels che ne impostò il coverage dal vivo via radio, e Leni Riefenstahl che filmò il tutto. La prima torcia della staffetta moderna venne così accesa con l’uso di uno specchio fatto dalla società tedesca Zeiss; il suo acciaio era firmato dalla Krupp; e il suo itinerario, scelto da Hitler, fu, col senno di poi, tutto tranne un viaggio di pace fra popoli: dalla Grecia a Berlino la torcia passò per la futura Jugoslavia e la Cecoslovacchia che pochi anni dopo sarebbero state invase dai carri armati della Krupp, e al suo arrivo a Vienna fu accolta da un gran raduno pro-nazista, che aprì la strada all’Anschluss, l’annessione dell’Austria nel 1938.

Va maneggiata con cura dunque la retorica della fiaccola e della pace. Così come con cura bisogna scegliere le parole quando si dice che le Olimpiadi non sono un evento politico.

Al contrario, esse sono sempre state estremamente politiche: i Giochi senza segno di boicottaggio sono stati l’eccezione, non la regola. Secondo gli storici dello sport, solo Barcellona nel 1992 e Roma nel 1960 sono stati tranquilli. La prima protesta è del 1908, quando gli atleti irlandesi non andarono ai Giochi a Londra per manifestare a favore dell’indipendenza del loro Paese. In quella stessa occasione gli atleti Usa rifiutarono di abbassare la bandiera davanti al re Edoardo VII in onore della loro indipendenza dall’Inghilterra.

Nel 1936 molti atleti ebrei si rifiutarono di andare a Berlino e gli stessi Usa furono molto vicini al boicottaggio, evitato solo da un appello del presidente del Comitato Olimpico Americano. Fu una buona decisione, probabilmente perché per gli Usa vinse un atleta nero, Jesse Owens.

Dopo il secondo conflitto mondiale le Olimpiadi vengono segnate dalla Guerra Fredda: ad Helsinki nel 1952 i sovietici rimanevano sempre da un lato del confine e arrivavano solo per competere; a Melbourne nel 1956 Egitto, Iraq e Libano restarono a casa per protestare contro l’invasione di Suez da parte di Inghilterra e Francia, mentre Olanda, Spagna e Svizzera disertarono lo stesso appuntamento contro l’invasione dell’Ungheria da parte della Russia sovietica.

Nel 1964 il Sud Africa fu bandito per le sue politiche razziali; nel 1968 in Messico vennero uccisi 200 studenti nel corso di proteste, ed è in quella Olimpiade che due atleti Usa, neri, alzarono dal podio il pugno del Black Power. Vennero espulsi, ma sono rimasti nella storia delle Olimpiadi.

C’è poi la crudele Monaco del 1972 con la strage di 11 atleti israeliani assaliti dai terroristi del Settembre Nero palestinese; e il boicottaggio nel 1976 delle Olimpiadi di Montréal da parte di 26 nazioni africane, e quello di tutti i Caraibi contro la Nuova Zelanda che aveva giocato con il Sud Africa.

Ma i più grandi boicottaggi dovevano ancora venire: 62 Paesi guidati dagli Usa nel 1980 disertarono Mosca contro l’intervento sovietico in Afghanistan e i sovietici restituirono il trattamento nel 1984, quando non andarono a Los Angeles insieme con tutti i Paesi del loro blocco d’influenza.

Insomma, taglia qui e verifica lì (le fonti di queste storie sono facilmente verificabili, ad esempio tramite i link di approfondimento della Bbc) cosa resta della mistica pacifista delle Olimpiadi e del dibattito sulla legittimità del boicottaggio?

Resta poco, ma per fortuna quando si aggirano tutti i clichè, quel poco è l’essenziale: politica e Giochi sono da sempre legati e non è affatto un’offesa usarne il legame. Possiamo così liberarci dalla retorica: boicottare o no la Cina non è una scelta fra sport e politica, ma una scelta tutta politica. Assodato questo, ritorna in primo piano la classe dirigente del mondo. Le sue esitazioni non riguardano solo i rapporti commerciali con la Cina, pur rilevanti.

Queste Olimpiadi arrivano in un momento in cui la definizione della natura del governo cinese trova a un incrocio molti leader occidentali. Sarkozy, ad esempio, viene colto nel momento in cui reinventa la sua posizione internazionale: e può forse occuparsi di liberare la Betancourt, le infermiere incarcerate in Libia, e non criticare la Cina?

Su Hillary Clinton, in posizione difficile nelle primarie, la Cina pesa in quanto ex partner ombra della presidenza Clinton. Ci si ricorderà che sia Clinton che Gore vennero accusati di prendere soldi dai cinesi, e le spese dell’inchiesta vennero pagate solo da chi l’aveva avviata, l’allora capo dell’Fbi, Louis Freeh, che venne rimosso.

Con chi starà poi il tormentato Brown, ancora all’ombra del suo predecessore Blair (per altro campione proprio dei diritti civili)? Ed è evidente, infine, che in Italia la Cina scatena le molte diverse anime del Pd.

Discutere di queste Olimpiadi è, dunque, ben più che parlare di pace. La Cina non solo è vicina, ma ci è dentro.

Lucia Annunziata - La Stampa

venerdì 14 marzo 2008

Ordine dei giornalisti: perchè c'è chi lo difende, ed altre storie...

Dopo l' "effetto Grillo" si parla sempre di più in questi giorni dell'Ordine dei giornalisti, di solito con un solo fine: abolirlo. Uno dei quesiti referendari recentemente depositati dal comico genovese Beppe Grillo in preparazione del secondo "V-Day" contro l'informazione (che non informa), propone infatti proprio questo: l'abolizione dell'ordine, creato dal fascismo nel 1925 e successivamente riformato (in via definitiva) nel 1963, accusato di aver creato una casta chiusa ed impenetrabile dedita solo alla difesa di sè stessa.

Ma siamo proprio sicuri che l'idea di Grillo sia così innovativa?

In tanti forse non sanno che già nel 1996 i Radicali Italiani promossero, in omaggio a quello che definivano un vero e proprio progetto politico di carattere generale definito «americano, liberale, libertario e liberista», una serie di riforme costituzionali tramite referendum. Tra le proposte vi erano leggi elettorali maggioritarie omogenee a tutti i livelli, la riforma della giustizia, del fisco, della sanità, ed alcuni cavalli di battaglia storici dei Radicali come l'aborto, l'obiezione di coscienza e la legalizzazione delle droghe leggere.

In origine molti di più, i referendum vennero ridotti poi a sei da una sentenza della Corte Costituzionale e proposti agli italiani alla fine del 1997, dopo una controversa campagna di pubblicizzazione in cui Pannella denunciò più volte l'ostracismo dei maggiori organi di informazione sul tema, arrivando a presentarsi travestito da fantasma in una trasmissione di tribuna referendaria.

I referendum sopravvissuti furono questi sei: "Abolizione dei poteri speciali riservati al Ministro del Tesoro nelle aziende privatizzate", "Abolizione dei limiti per essere ammessi al servizio civile in luogo del servizio militare", "Abolizione della possibilità per il cacciatore di entrate liberamente nel fondo altrui", "Abolizione del sistema di progressione delle carriere dei magistrati", "Abolizione della possibilità per i magistrati di assumere incarichi al di fuori delle loro attività giudiziarie", "Abrogazione della legge che istituisce il Ministero delle politiche agricole", ed infine l' "Abolizione dell’Ordine dei giornalisti".

Nonostante gli appelli a tutte le formazioni politiche che potessero ritenersi interessate dai quesiti, i Radicali rimasero isolati nella mobilitazione precedente al voto e pur ottenendo maggioranze schiaccianti di «si» (circa l' 80%) i referendum non raggiunsero il quorum di partecipanti richiesto, segnando così un arresto al progetto di riforma radicale. Qui sotto, prese da Wikipedia, potete vedere le percentuali del voto che riguardarono quello specifico quesito: l'abolizione dell'Ordine dei giornalisti. votarono quasi 15 milioni di elettori, che non bastarono a raggiungere il quorum ma che decretarono la loro volontà di abolizione con oltre il 65% dei voti.

Ordine dei Giornalisti

Abolizione dell’Ordine dei giornalisti.


totale percentuale (%)
Iscritti alle liste 49 054 410
Votanti 14 735 975 30,00 (su n. elettori) Quorum non raggiunto
Voti validi 12 702 450 86,20 (su n. votanti)
Voti nulli o schede bianche 2 033 525 13,80 (su n. votanti)
Astenuti 34 318 435 70,00 (su n. iscritti)

Risultati



Voti %
RISPOSTA AFFERMATIVA 8 322 166 65,50%
RISPOSTA NEGATIVA NO 4 380 284 34,50%
bianche/nulle
2 033 525
Totale voti validi
12 702 450 100%

Volendo andare un po' controcorrente come al solito, ho provato a cercare qualcuno che proponesse valide ragioni per fare il contrario, ovvero mantenere l'Ordine intatto, ed ho trovato il testo che vi riporto sotto: si tratta di una "lettera aperta che Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha indirizzato ai colleghi autolesionisti, che chiedono l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, accogliendo i suggerimenti degli editori e in generale dei “padroni delle ferriere”" (cito testuale l'introduzione dal sito FrancoAbruzzo.it).
La lettera è del 10 maggio 2007, e la posto qui sotto per farla leggere anche a voi:

Cari colleghi, mi permetto sommessamente di ricordare che la parola Ordine significa riconoscimento giuridico di una professione, nel caso particolare della professione di giornalista. L’Ordine, inoltre, è la deontologia. Nel caso specifico le "regole" fissate dal legislatore sono il perno, come afferma il nostro contratto di lavoro, dell’autonomia dei giornalisti. I Consigli degli Ordini sono per legge i giudici disciplinari e in questo campo fanno la loro parte, certamente con alti e bassi.

Sottolineo l’importanza strategica per una società democratica del nuovo diritto fondamentale dei cittadini all’informazione ("corretta e completa"), costruito dalla Corte costituzionale sulla base dell’articolo 21 della Costituzione e dell’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (che è legge "italiana" dal 1955). Questo nuovo diritto fondamentale presuppone la presenza e l’attività di giornalisti vincolati a una deontologia specifica e a un giudice disciplinare nonché a un esame di Stato, che ne accerti la preparazione come prevede l’articolo 33 della Costituzione. Le considerazioni sopra esposte consentono di risalire alle ragioni che hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione di giornalista. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione di giornalista comporterà questi rischi:

1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.

2) risulterà abolita la deontologia professionale fissata negli articoli 2 e 48 della legge professionale n. 69/1963.

3) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del "segreto professionale sulla fonte delle notizie". Nessuno in futuro darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.

4) senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione. Oggi, forti delle regole deontologiche calate nella legge, possiamo dire “no” senza rischi di licenziamento. Domani?

5) una volta abolito l’Ordine, scomparirà l’Inpgi. I giornalisti finiranno nel calderone dell’Inps, regalando all’Inps un patrimonio di 2.500 miliardi di vecchie lire (immobili e riserve). Governo e Parlamento devono preoccuparsi di riformare le leggi sugli ordini e sui collegi professionali nonché di tutelare i saperi dei professionisti. La formazione e gli esami per l’accesso devono essere delegati, come vuole la Ue, a un altro soggetto (l’Università) anche per garantire il rispetto del principio costituzionale dell’imparzialità. Non possono essere i professionisti a giudicare chi debba entrare nella cittadella delle professioni. E’ condivisibile, infatti, quella parte del decreto legislativo 300/1999 sul riordino dei ministeri che affida l’accesso alle professioni - e quindi anche della professione di giornalista - all’Università. Oggi deve essere tolto agli editori il potere che hanno dal 1928 di “fare” i giornalisti. I giornalisti devono nascere soltanto in Università.

Non dimentichiamo:

a) che l’Ordine ha cercato di liberalizzare la professione creando 21 scuole (o master) di giornalismo. Scuole e master hanno senso se diventano legalmente l’unica via di accesso;

b) che i suoi minimi tariffari non sono vincolanti (come vuole l’Europa);

c) che l’Europa, con la direttiva 36/2005 (“Zappalà”), ha dato disco verde gli Ordini e ai Collegi italiani.

Quella direttiva e poi il dlgs 30/2006 (“La Loggia”) hanno stabilito che le professioni intellettuali si possono svolgere sia in via autonoma sia in via dipendente. Vogliamo rimanere professionisti e non tornare alla stagione mortificante del “mestiere”. Guardiamo avanti e non sposiamo le aspettative degli editori, che vogliono i giornalisti asserviti ai loro voleri. Senza Ordine, infatti, rimarranno soltanto gli ordini degli editori.

E’ tempo di elezioni (per il rinnovo dei Consigli dell’Ordine) e anche tempo di riformare in maniera incisiva l’Ordine e la professione secondo questi 11 punti:

( ma qui mi fermo, perchè elenca i suoi suggerimenti per cambiare l'ordine che ancora però sono rimasti solo nei suoi pensieri e non nella realtà: per chi vuola continuare l'articolo intero lo trovate sul sito di Franco Abruzzo, cliccando qui.)

Franco Abruzzo

presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

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Conclusioni: Secondo me Grillo si prende meriti che non ha, senza nemmeno citare (sarebbe stato carino) il tentativo fallito dei suoi predecessori. Sembra facile adesso il tentativo di cavalcare un'onda, anzi due: quella dell'entusiasmo suscitato dal primo V-Day (che però come era facile immaginare non ha ancora prodotto nulla di concreto...) e quella di un'Italia facile ad adirarsi ora contro tutte quelle che possono essere chiamate caste. Perchè, ad esempio, ora si parla solo di quella dei giornalisti (cosa pure giusta) e non di altre come quella dei notai o degli avvocati? Grillo li ha tenuti da parte per i prossimi 14 V-Day?

Per il resto essendo parte in causa (ora appartengo al "famigerato" ordine, anche se dei benefici su cui Grillo ed altri sparano non ne ho ancora visto mezzo) non mi pronuncio e lascio a voi i commenti. Credo sia giusto non lasciare tutto il potere alle aziende, ma nemmeno delegarlo tutto alle università penso sia la scelta giusta, almeno finchè i master riconosciuti come quello che sto frequentando costeranno dai 10mila euro in su gettando centinaia di giornalisti in un mercato chiuso e senza sbocchi perchè poco o nulla regolamentato.
La riforma dell'Ordine deve per me passare anche e soprattutto per i problemi di stagisti e collaboratori, se no si rischia di avere un ordine fondato su piloni di irrealtà e pressochè fossilizzato come quello attuale.


Dopo di tutta questa piccola storiellina, che ne pensate?

Fatemelo sapere tramite commenti, che sono curioso... :)