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venerdì 18 aprile 2008

10 giorni di arresto per aver guardato la vicina sul treno.

Ok: Lunedì a pranzo dovrò essere a Milano, ed avrò tre ore di treno per andare lì ed altre tre per ritornare a Padova in tempo per il lavoro... Sono finito... Ci metteranno 10 minuti prima di denunciarmi...:)

Ma una volta non si diceva «Guardare e non toccare»? Mò non si può più fare neanche quello... Tra l'altro questo tipo non aveva fatto assolutamente NULLA....

Comunque: dal sito dell'Ansa di oggi...

GUARDA CON INSISTENZA DONNA, CONDANNATO A 10 GIORNI ARRESTO

LECCO - Guardare una donna con insistenza, pur senza proferire parola, rischia di costare caro. Ne sa qualcosa un uomo di Mandello del Lario (Lecco) poco più che trentenne e che tre anni fa era stato denunciato da una signora di 55 anni. Ora è stato condannato a 10 giorni di arresto e 40 euro di multa, con la sola consolazione che rientrano nell'indulto. Secondo l'accusa, aveva guardato con troppa insistenza la donna che era seduta davanti a lui in uno scompartimento del treno regionale Sondrio-Lecco-Milano.

Il giorno prima, aveva raccontato la signora, si era seduto vicino a lei, dopo averle fatto spostare il cappotto. Un po' troppo vicino, aveva detto.E il giorno, dopo, appunto, l'aveva guardata a lungo durante il tragitto.
Tra i due non c'era stato alcuno scambio di parole, non c'erano stati complimenti o tentativi di corteggiamento. Ma la signora aveva comunque ritenuto inopportuno e fastidioso il comportamento, tanto da denunciarlo a un agente della polizia ferroviaria una volta scesa dal treno. Il caso è approdato davanti al giudice Paolo Salvatore e l'imputato è stato condannato. La difesa, sostenendo che l'imputato aveva guardato quella donna solo perché casualmente seduta davanti a lui, ha annunciato appello.

venerdì 4 aprile 2008

Il prezzo del coraggio.

Dal sito di Corriere.it.

L'immagine del famoso studente di piazza Tienanmen solo contro i carri armati è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver letto il titolo. Nessuno tuttora sa con certezza come si chiamasse e che fine abbia fatto, ma tutti ricordano il suo gesto come quello di un uomo, solo, che tentò per un attimo di cambiare il mondo. Era il 5 giugno 1989.

Ora della Birmania non se ne parla quasi più, come succederà tra poco anche con il Tibet, e come è successo prima con tanti, troppi altri fatti e Paesi.
Non dimentichiamoci di quello che è successo.
E, per quello che possiamo, non lasciamoli soli.

In Birmania
MANIFESTO' DA SOLO, CONDANNATO ALL'ERGASTOLO
Ohn Than, 60 anni, arrestato nel 2007 durante le manifestazioni contro il carovita e la mancanza di libertà

RANGOON - Un birmano che la scorsa estate manifestò da solo e pacificamente davanti all'ambasciata statunitense a Rangoon contro il regime militare è stato condannato all'ergastolo. Lo rivela il suo avvocato. Ohn Than, 60 anni, era stato arrestato il 23 agosto del 2007, quando in tutto il Paese si susseguivano le manifestazioni illegali contro il carovita e la mancanza di libertà, poco prima che i monaci buddisti si ponessero alla guida della protesta, poi repressa in settembre.

Quel giorno Than, in silenzio e da solo, andò davanti all'ambasciata Usa esibendo cartelli che chiedevano la convocazione del parlamento e il contenimento del carovita. «È stato condannato mercoledì all'ergastolo e a una multa di 1.000 kyat (meno di un euro), ha detto all'Afp l'avvocato Aung Thein, che ha denunciato la sproporzione fra l'azione compiuta dal suo assistito e la pena e ha annunciato ricorso.

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Girando poi su Repubblica oggi ho trovato altre due storie simili. La prima è quella del tibetano Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, in carcere dallo scorso dicembre dopo 200 giorni di arresti domiciliari, che è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione da un tribunale di Pechino per "istigazione a sovvertire i poteri dello stato".

Unione Europea e Stati Uniti hanno già chesto la sua liberazione, ma resta da veder che cosa succederà.

La seconda storia, ancora più drammatica, è quella di Palden Gyatso, monaco buddista arrestato nel 1959 dopo le proteste seguite all'invasione cinese del Tibet che ha passato nelle carceri cinesi 33 anni. Anni di torture, violenze e lavori forzati, a cui questo monaco è incredibilmente riuscito a resistere. Palden è uscito dalle carceri quasi sordo, senza piedi e senza i denti, caduti a forza di scariche elettriche procurategli inserendogli bastoni elettrici direttamente in bocca.

"Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", è l'unico commento delle autorità cinesi, pronunciato nel 1995 dall'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

Qui sotto il reportage integrale di Anais Ginori, dal titolo "La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità", con le foto di Jokim Eneroth dal sito di Repubblica.it. Lo potrete trovare in edicola domani su "D", il supplemento settimanale del quotidiano italiano.

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Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
GUARDA IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.

A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".

I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.

Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.

Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".

I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".

Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".

Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.

"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".

Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.

Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".

Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue". Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.

Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.

"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".


(
3 aprile 2008)

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...è
questo il Paese a cui abbiamo dato le Olimpiadi?



giovedì 14 febbraio 2008

Perchè Fouad scrive un blog (e finisce in prigione senza un perchè).

Dal blog "blogger senza frontiere", post del 12 febbraio.

Lo pubblico 1) perchè penso sia utile, e 2) perchè mi piace molto quello che c'è scritto. E anche per ricordare che la libertà di espressione non è mai scontata, purtroppo...

A voi:

“Non lasciatemi marcire in prigione”, scrive dal carcere Fouad Al-Farhan (nella foto sopra al centro), uno dei più seguiti blogger dell’Arabia Saudita arrestato 60 giorni fa senza un’accusa precisa. Tra i pochissimi sauditi che hanno il coraggio di sfidare le autorità firmando i messaggi del suo blog con nome e cognome, Fouad ha 33 anni, due figli, ed è general manager di una compagnia di Jeddah. Nel suo blog scrive di riforme, libertà di espressione e di giustizia e forse, proprio per questo, è stato arrestato lo scorso 11 dicembre.

Per raccogliere il suo appello, il movimento spontaneo dei blogger ha promosso dal 9 al 15 febbraio una settimana di mobilitazione internazionale che invita tutti i blogger a copiare un post di Fouad sul proprio sito per diffondere in tutta la blogosfera il suo messaggio. Partecipiamo alla mobilitazione traducendo un post nel quale Fouad spiega i 25 motivi per cui lui e i blogger sauditi scrivono un blog, pubblicato lo scorso luglio dopo sei mesi di chiusura del sito, voluto dalle autorità saudite.

Perchè scriviamo un blog?

1. Perchè crediamo di avere opinioni che meritino di essere ascoltate, e menti che meritino di essere rispettate.
2. Perchè le società non progrediscono se non imparano a rispettare le opinioni dei loro membri. E noi vogliamo vedere la nostra società progredire.
3. Perchè scrivere un blog è la nostra unica possibilità. Non abbiamo mezzi di comunicazione indipendenti e non abbiamo la libertà di organizzarci e riunirci.
4. Perchè vogliamo discutere le nostre opinioni.
5. Perchè pensiamo.
6. Perchè ci importa.
7. Perchè avere un blog ha un effetto positivo sulle altre società e noi vogliamo avere stesso effetto sulla nostra.
8. Perchè avere un blog è un riflesso della vivacità di una società e noi siamo vivi.
9. Perchè avere un blog è guadagnare l’attenzione dei media e dei governi. E noi vogliamo essere ascoltati.
10. Perchè non abbiamo paura.
11. Perchè rifiutiamo la mentalità del gregge.
12. Perchè amiamo la diversità di opinione.
13. Perchè il nostro paese è di tutti e noi siamo parte del nostro paese.
14. Perchè vogliamo arrivare a tutti.
15. Perchè ci rifiutiamo di essere solo un’eco.
16. Perchè non siamo altro che bloggers nelle altre società.
17. Perchè inseguiamo la verità.
18.Perchè la nostra religione ci incoraggia a parlare.
19. Perchè siamo stanchi dell’ipocrisia dei media sauditi.
20. Perchè siamo positivi.
21. Perchè un blog è uno strumento potente che può far del bene alla società.
22. Perchè noi siamo turbati e vogliamo turbare.
23. Perchè amiamo il nostro paese.
24. Perchè amiamo il dialogo e non lo temiamo.
25. Perchè siamo sinceri.

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Per saperne di più sull'iniziativa e sulla storia di Fouad, cliccate
qui.

E, se siete daccordo, aderite sui vostri blog. Sul suo sito
http://www.alfarhan.org/ trovate anche un banner come quello nella mia barra laterale che potete inserire per testimoniare il vostro impegno.

Il mio invito è di farci un salto: vale la pena.


lunedì 4 febbraio 2008

Parwiz: il senato non conferma la condanna a morte, ma lo studente resta in carcere.

Dal blog di Pino Scaccia:


Il senato afghano ci ripensa: non conferma più la condanna a morte di Parwiz (che però resta in carcere per blasfemia)

Con un chiaro voltafaccia, il Senato afghano ha ritirato la conferma della condanna a morte del giornalista Sayed Parfwiz Kambaksh, giudicato colpevole di blasfemia per aver stampato da internet un articolo sui diritti delle donne.
Lo scrive l'Indipendent online, spiegando che in un comunicato la Camera alta afghana ieri (01 febbraio, ndr) ha definito un "errore tecnico" la sua precedente decisione di approvare la condanna a morte
di Sayed pronunciata da un tribunale di Mazar-i-Sharif. Ciò non significa che il giovane giornalista sarà rimesso in libertà, scrive il quotidiano, ma certo questa mossa del Senato aumenta le speranze che egli possa tornare in libertà.

Da settimane è in corso una campagna mondiale - di personalità politiche, media, organizzazioni dei diritti umani - per salvare Sayed dal patibolo. (...) La Meshrano Jirga (la camera degli anziani) non ha nessun potere giudiziario, ma la sua opinione ha una valenza politica. La legge prevede due appelli sulla sentenza. La condanna a morte, prevista dalla Costituzione per i reati di blasfemia, deve essere approvata dal capo dello Stato, Hamid Karzai.


Secondo i familiari di Kambakhsh, il giovane è stato processato il 22 gennaio a Mazar-i-Sharif, nel Nord, a porte chiuse e senza supporto legale. Studente di giornalismo all'Università di Balkh, era stato arrestato a ottobre. Amici e familiari sostengono che l'articolo incriminato non era suo, ma solo riprodotto da Internet e distribuito. In un'intervista a Radio Free Afghanistan, il procuratore generale della provincia di Balkh Hafizullah Khaliqyar ha difeso la sentenza, affermando che il processo è stato condotto in modo "molto islamico" e non c'é stata nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa. "Non ha fatto un errore giornalistico, ha insultato la nostra religione", ha detto Khaliqyar. Khaliqyar, secondo il quale il giornalista ha confessato, in una conferenza stampa ha minacciato l'arresto per tutti i giornalisti che si dovessero levare in difesa di Kambakhsh.

Dopo i sei anni di repressione dei media sotto il regime dei Taleban, crollato nel dicembre 2001 sotto le bombe americane, Karzai nel 2005 ha ratificato una nuova legge sull'informazione, ma restano molte le dispute sull'interpretazione della normativa.
Ansa.it

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Ora: per tenermi informato su questo fatto mi ero, tra le altre cose, iscritto al servizio di Google Alert digitando il nome del giovane studente di giornalismo. Nei tre giorni in cui sono stato via dal web mi sono arrivati solo due messaggi, e tutti riguardanti articoli scritti su blog: uno addirittura tra le varie fonti rimandava al mio!

Al che mi è venuto un dubbio: è Google Alert che non ha trovato nulla, sono io che ho taggato male gli alert o a parte i blog quasi nessuno ha speso una parola sulla vicenda?

Mah...

Qui l'ultimo articolo dell'Independent online sulla vicenda, che descrive le pressioni di 20 lobby internazionali sul presidente Karzai per annullare la sentenza di pena capitale. Nel frattempo la petizione internazionale promossa dal quotidiano inglese, che invito tutti a firmare, ha già superato quota 53.000. A presto con altri aggiornamenti.

mercoledì 12 dicembre 2007

Germania: fate un regalo e chiedete un bacio in cambio? Galera....

Quando il reale supera l'assurdo... Se la avessero applicata anche in Italia ai suoi tempi probabilmente ora scriverei dalle patrie galere con una pena da 20 anni all'ergastolo... Ma se ti rimandano i regali indietro è reato lo stesso?

Mah... Dalla Germania con furore (fonte: Corriere.it)

Se ne discute in Parlamento dopo una norma UE

IL DIVIETO DI STATO AL SESSO TRA ADOLESCENTI

Berlino, offrire il cinema può diventare reato. "Legge ambigua per punire tutto".

BERLINO — Svolta nei costumi dei più giovani: «Vogliamo ostacolare lo sfruttamento dei minori» Ma il Paese insorge. Se un sedicenne tedesco comprerà un bratwurst a una coetanea e poi tenterà di baciarla, rischierà di commettere un reato penale. Non tanto per via della salsiccia, ma per il fatto che una legge in discussione al Bundestag, il Parlamento della Germania, interviene pesantemente sui comportamenti sessuali, ma anche sulle semplici effusioni, dei teenager. Il progetto sta suscitando critiche e opposizioni fortissime, al punto che ha mandato in confusione il governo di Angela Merkel: sul provvedimento i deputati dovevano votare domani, ma la coalizione cristiano-social-demo-cratica, di fronte alle proteste, ieri pomeriggio ha deciso di rinviare tutto.

La vicenda nasce da una direttiva- cornice dell'Unione europea che impone ai Paesi membri di adeguare le legislazioni alla lotta contro la prostituzione giovanile e la pornografia infantile. La ministra della Giustizia tedesca, Brigitte Zypris, socialdemocratica, ha dunque preparato un progetto per mettere il Paese in linea con le indicazioni di Bruxelles e cercare di creare ostacoli allo sfruttamento sessuale dei minori. La novità più importante sta nel fatto che la legge in questione prevede di abbassare l'età in cui si è punibili penalmente da 18 a 16 anni nei casi di prestazioni sessuali (ma anche effusioni spinte) nelle quali intervenga qualche forma di compenso materiale. A legislazione vigente, se un maggiorenne (o una maggiorenne, ovviamente) «adesca» una minorenne usando denaro o un regalo è perseguibile. Con le nuove norme, l'età viene abbassata di due anni, con il risultato che nel rapporto tra ragazzi viene gettata la minaccia concreta del reato penale. Se la legge passasse, due sedicenni, per esempio, dovrebbero guardarsi da se stessi ma, probabilmente, soprattutto dalla non impensabile reazione di genitori contrari alle effusioni di uno dei due teenager.

Si aprirebbero le porte a ingerenze senza fine. Secondo l'ex giudice federale Wolfgang Neskovic, del partito Die Linke (Sinistra), la riforma «criminalizza il corteggiamento dei teenager», che finora è stato libero. Jerzy Montag, rappresentante dei Verdi, dice che il progetto è ambiguo perché non chiarisce se un giovane si rende colpevole di un reato quando invita a cena o al cinema una ragazza nella speranza di un «avvicinamento sessuale ». Ancora più netti i liberali: Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, che fu ministro della Giustizia, dice che la nuova legge «è in linea con le idee dei cristiano-democratici e dei socialdemocratici di proibire tutto e di regolare tutto». Al di là delle reazioni delle opposizioni politiche, però, anche gli esperti sono critici. Helmut Graupner, un sessuologo citato ieri dal quotidiano Berliner Morgenpost, sostiene che, oltre al diritto di esser protetti dal pericolo della prostituzione, i giovani hanno soprattutto «il diritto di esprimersi anche sessualmente: ma questo progetto limita la loro possibilità di decidere».

Insomma, mentre finora si è punito il «vantaggio» di cui è portatore il maggiorenne rispetto al minorenne, ora si passerebbe a punire l'autodeterminazione. A parere di Graupner, si tratta di un comportamento irrazionale dei politici: «Nessuno vuole essere sospettato di favorire abusi sessuali, ma questa riforma è la semplice traduzione di norme degli Stati Uniti, un misto di pruderie e di panico i fronte al problema della pornografia in relazione ai giovani». Anche l'Italia dovrà adeguarsi alla direttiva. Almeno in questo caso, però, il modello tedesco non è per ora il migliore: ogni gesto di cavalleria, un invito a cena, un anellino tra ragazzini, diventerebbe tabù.

Danilo Taino