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giovedì 10 aprile 2008

OOOOPSS!!!

OOOOPSS!







"Fabio Fazio: Dicono che lo scontro dovrebbe essere tra lei e Casini. Questa voce a lei è arrivata mai?
Walter Veltroni: Guardi, sono arrivate tante voci. Sull'Economist c'era scritto Fini ed io.
Fabio Fazio: Lei c'è sempre però. Questa è la costante.
Walter Veltroni: E' la sicurezza che non ci sarò. Il fatto di esserci sempre è la garanzia che io non ci sarò. Davvero io considero che se farò di nuovo il sindaco di Roma nei prossimi cinque anni, alla fine di questo secondo quinquennio io avrò concluso la mia esperienza politica.
Fabio Fazio: Davvero?
Walter Veltroni: Sì, perché non bisogna fare politica a vita: bisogna continuare a fare le cose nelle quali si crede facendo altro. Ci sono tante cose che si possono fare. So che quando dico questo tutti mi guardano dicendo "Eh guarda che furbacchione, dice così ma non è vero!". Ne parleremo tra cinque anni, vedremo tra cinque anni se sarà vero o no."

"Che tempo che fa", anno 2006.


( Da www.beppegrillo.it, 14 gennaio)

Sono sicuro che anche Berlusconi avesse detto qualcosa del genere, ma non riesco a trovare il video...

venerdì 14 marzo 2008

Ordine dei giornalisti: perchè c'è chi lo difende, ed altre storie...

Dopo l' "effetto Grillo" si parla sempre di più in questi giorni dell'Ordine dei giornalisti, di solito con un solo fine: abolirlo. Uno dei quesiti referendari recentemente depositati dal comico genovese Beppe Grillo in preparazione del secondo "V-Day" contro l'informazione (che non informa), propone infatti proprio questo: l'abolizione dell'ordine, creato dal fascismo nel 1925 e successivamente riformato (in via definitiva) nel 1963, accusato di aver creato una casta chiusa ed impenetrabile dedita solo alla difesa di sè stessa.

Ma siamo proprio sicuri che l'idea di Grillo sia così innovativa?

In tanti forse non sanno che già nel 1996 i Radicali Italiani promossero, in omaggio a quello che definivano un vero e proprio progetto politico di carattere generale definito «americano, liberale, libertario e liberista», una serie di riforme costituzionali tramite referendum. Tra le proposte vi erano leggi elettorali maggioritarie omogenee a tutti i livelli, la riforma della giustizia, del fisco, della sanità, ed alcuni cavalli di battaglia storici dei Radicali come l'aborto, l'obiezione di coscienza e la legalizzazione delle droghe leggere.

In origine molti di più, i referendum vennero ridotti poi a sei da una sentenza della Corte Costituzionale e proposti agli italiani alla fine del 1997, dopo una controversa campagna di pubblicizzazione in cui Pannella denunciò più volte l'ostracismo dei maggiori organi di informazione sul tema, arrivando a presentarsi travestito da fantasma in una trasmissione di tribuna referendaria.

I referendum sopravvissuti furono questi sei: "Abolizione dei poteri speciali riservati al Ministro del Tesoro nelle aziende privatizzate", "Abolizione dei limiti per essere ammessi al servizio civile in luogo del servizio militare", "Abolizione della possibilità per il cacciatore di entrate liberamente nel fondo altrui", "Abolizione del sistema di progressione delle carriere dei magistrati", "Abolizione della possibilità per i magistrati di assumere incarichi al di fuori delle loro attività giudiziarie", "Abrogazione della legge che istituisce il Ministero delle politiche agricole", ed infine l' "Abolizione dell’Ordine dei giornalisti".

Nonostante gli appelli a tutte le formazioni politiche che potessero ritenersi interessate dai quesiti, i Radicali rimasero isolati nella mobilitazione precedente al voto e pur ottenendo maggioranze schiaccianti di «si» (circa l' 80%) i referendum non raggiunsero il quorum di partecipanti richiesto, segnando così un arresto al progetto di riforma radicale. Qui sotto, prese da Wikipedia, potete vedere le percentuali del voto che riguardarono quello specifico quesito: l'abolizione dell'Ordine dei giornalisti. votarono quasi 15 milioni di elettori, che non bastarono a raggiungere il quorum ma che decretarono la loro volontà di abolizione con oltre il 65% dei voti.

Ordine dei Giornalisti

Abolizione dell’Ordine dei giornalisti.


totale percentuale (%)
Iscritti alle liste 49 054 410
Votanti 14 735 975 30,00 (su n. elettori) Quorum non raggiunto
Voti validi 12 702 450 86,20 (su n. votanti)
Voti nulli o schede bianche 2 033 525 13,80 (su n. votanti)
Astenuti 34 318 435 70,00 (su n. iscritti)

Risultati



Voti %
RISPOSTA AFFERMATIVA 8 322 166 65,50%
RISPOSTA NEGATIVA NO 4 380 284 34,50%
bianche/nulle
2 033 525
Totale voti validi
12 702 450 100%

Volendo andare un po' controcorrente come al solito, ho provato a cercare qualcuno che proponesse valide ragioni per fare il contrario, ovvero mantenere l'Ordine intatto, ed ho trovato il testo che vi riporto sotto: si tratta di una "lettera aperta che Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha indirizzato ai colleghi autolesionisti, che chiedono l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, accogliendo i suggerimenti degli editori e in generale dei “padroni delle ferriere”" (cito testuale l'introduzione dal sito FrancoAbruzzo.it).
La lettera è del 10 maggio 2007, e la posto qui sotto per farla leggere anche a voi:

Cari colleghi, mi permetto sommessamente di ricordare che la parola Ordine significa riconoscimento giuridico di una professione, nel caso particolare della professione di giornalista. L’Ordine, inoltre, è la deontologia. Nel caso specifico le "regole" fissate dal legislatore sono il perno, come afferma il nostro contratto di lavoro, dell’autonomia dei giornalisti. I Consigli degli Ordini sono per legge i giudici disciplinari e in questo campo fanno la loro parte, certamente con alti e bassi.

Sottolineo l’importanza strategica per una società democratica del nuovo diritto fondamentale dei cittadini all’informazione ("corretta e completa"), costruito dalla Corte costituzionale sulla base dell’articolo 21 della Costituzione e dell’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (che è legge "italiana" dal 1955). Questo nuovo diritto fondamentale presuppone la presenza e l’attività di giornalisti vincolati a una deontologia specifica e a un giudice disciplinare nonché a un esame di Stato, che ne accerti la preparazione come prevede l’articolo 33 della Costituzione. Le considerazioni sopra esposte consentono di risalire alle ragioni che hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione di giornalista. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione di giornalista comporterà questi rischi:

1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.

2) risulterà abolita la deontologia professionale fissata negli articoli 2 e 48 della legge professionale n. 69/1963.

3) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del "segreto professionale sulla fonte delle notizie". Nessuno in futuro darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.

4) senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione. Oggi, forti delle regole deontologiche calate nella legge, possiamo dire “no” senza rischi di licenziamento. Domani?

5) una volta abolito l’Ordine, scomparirà l’Inpgi. I giornalisti finiranno nel calderone dell’Inps, regalando all’Inps un patrimonio di 2.500 miliardi di vecchie lire (immobili e riserve). Governo e Parlamento devono preoccuparsi di riformare le leggi sugli ordini e sui collegi professionali nonché di tutelare i saperi dei professionisti. La formazione e gli esami per l’accesso devono essere delegati, come vuole la Ue, a un altro soggetto (l’Università) anche per garantire il rispetto del principio costituzionale dell’imparzialità. Non possono essere i professionisti a giudicare chi debba entrare nella cittadella delle professioni. E’ condivisibile, infatti, quella parte del decreto legislativo 300/1999 sul riordino dei ministeri che affida l’accesso alle professioni - e quindi anche della professione di giornalista - all’Università. Oggi deve essere tolto agli editori il potere che hanno dal 1928 di “fare” i giornalisti. I giornalisti devono nascere soltanto in Università.

Non dimentichiamo:

a) che l’Ordine ha cercato di liberalizzare la professione creando 21 scuole (o master) di giornalismo. Scuole e master hanno senso se diventano legalmente l’unica via di accesso;

b) che i suoi minimi tariffari non sono vincolanti (come vuole l’Europa);

c) che l’Europa, con la direttiva 36/2005 (“Zappalà”), ha dato disco verde gli Ordini e ai Collegi italiani.

Quella direttiva e poi il dlgs 30/2006 (“La Loggia”) hanno stabilito che le professioni intellettuali si possono svolgere sia in via autonoma sia in via dipendente. Vogliamo rimanere professionisti e non tornare alla stagione mortificante del “mestiere”. Guardiamo avanti e non sposiamo le aspettative degli editori, che vogliono i giornalisti asserviti ai loro voleri. Senza Ordine, infatti, rimarranno soltanto gli ordini degli editori.

E’ tempo di elezioni (per il rinnovo dei Consigli dell’Ordine) e anche tempo di riformare in maniera incisiva l’Ordine e la professione secondo questi 11 punti:

( ma qui mi fermo, perchè elenca i suoi suggerimenti per cambiare l'ordine che ancora però sono rimasti solo nei suoi pensieri e non nella realtà: per chi vuola continuare l'articolo intero lo trovate sul sito di Franco Abruzzo, cliccando qui.)

Franco Abruzzo

presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

--

Conclusioni: Secondo me Grillo si prende meriti che non ha, senza nemmeno citare (sarebbe stato carino) il tentativo fallito dei suoi predecessori. Sembra facile adesso il tentativo di cavalcare un'onda, anzi due: quella dell'entusiasmo suscitato dal primo V-Day (che però come era facile immaginare non ha ancora prodotto nulla di concreto...) e quella di un'Italia facile ad adirarsi ora contro tutte quelle che possono essere chiamate caste. Perchè, ad esempio, ora si parla solo di quella dei giornalisti (cosa pure giusta) e non di altre come quella dei notai o degli avvocati? Grillo li ha tenuti da parte per i prossimi 14 V-Day?

Per il resto essendo parte in causa (ora appartengo al "famigerato" ordine, anche se dei benefici su cui Grillo ed altri sparano non ne ho ancora visto mezzo) non mi pronuncio e lascio a voi i commenti. Credo sia giusto non lasciare tutto il potere alle aziende, ma nemmeno delegarlo tutto alle università penso sia la scelta giusta, almeno finchè i master riconosciuti come quello che sto frequentando costeranno dai 10mila euro in su gettando centinaia di giornalisti in un mercato chiuso e senza sbocchi perchè poco o nulla regolamentato.
La riforma dell'Ordine deve per me passare anche e soprattutto per i problemi di stagisti e collaboratori, se no si rischia di avere un ordine fondato su piloni di irrealtà e pressochè fossilizzato come quello attuale.


Dopo di tutta questa piccola storiellina, che ne pensate?

Fatemelo sapere tramite commenti, che sono curioso... :)


martedì 4 marzo 2008

Tutti i simboli delle prossime elezioni!

Sembra una cosa seria, invece è una cazzata... o meglio, sembra una cazzata, invece è una cosa seria...insomma: non lo so!

Per farla breve, sono finalmente riuscito a trovare la lista di tutti i simboli e contrassegni presentati per le prossime elezioni del 13 e 14 aprile! Dovevano ridurre i partiti, come chiesto dalla stragrande maggioranza degli italiani, invece in lista ne sono finiti fino ad oggi ben 177!

L'originalità tipica italiana non manca: tra i soliti Silvio e Walter si trovano infatti proposte veramente originali, ognuna con una diversa ricetta per far rinascere questa Italia in crisi (o sperare di beccarsi due contributi - rimborso spese!).

Per citarne alcuni , ecco a voi... la "Lista del grillo - no euro", ben 3 liste "Casta contro" (discendenti probabilmente dal bestseller di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo), il "Partito Impotenti Esistenziali" del dottor Gabriele Cirillo (il programma sarà "Viagra a prezzi nazional popolari per tutti?!?") , la lista "Zarlenga Omnia" contornata di italicissimi palloni da calcio (programma "partite gratis per tutti"?!?), il "Casinò centro Italia" ("Ce la giochiamo?" :), il "Partito delle donne" (tra un po' è l'8 marzo...) ed il rivoluzionario "Sacro Romano Impero Liberale Cattolico, giuristi del sacro romani impero cattolico - movimento europeo liberal cristiano giustizia e libertà" (come dire: basta la parola...), e vi risparmio il resto...

giovedì 28 febbraio 2008

Perchè la marijuana finì fuorilegge.

Vi siete mai chiesti perchè la marijuana è finita fuorilegge? Perchè d'improvviso una pianta di uso comune è diventata una droga così potente da smuovere l'attenzione di masse e governi per cercare in tutti i modi di cancellarla dalla faccia della Terra?

Ce lo spiega Beppe Grillo in questo piccolo video, preso dal "blog di Alessio"! A quanto pare, anche in questo caso le motivazioni di tutto sono strettamente economiche. Prima della scoperta e dello sfruttamento industriale del petrolio, infatti, la canapa si usava in un mucchio di cose: dopo la scoperta dell' "oro nero", improvvisamente tutto cambia...




Stordimento per stordimento, l'argomento mi pareva adatto alla giornata...

Ps di servizio: domani molto probabilmente sarò a Venezia agli "Stati generali dell'informazione" (nome molto altisonante, ma in realtà nessuno ci ha detto bene di cosa si tratti...), quindi il blog non verrà aggiornato almeno fino a lunedì.
Tornerò, don't worry...


See you soon!

giovedì 21 febbraio 2008

La "tecnologia del consenso". Tre piccoli video...

Da uno spunto trovato sul blog di Beppe Grillo: tre video trovati su Youtube, proiettati nel 2005 all'Università La Sapienza di Roma (ma non si dice in che contesto...), che spiegano come nasce quella che viene comunemente chiamata "Tecnologia del consenso", ovvero l'uso dei mezzi di informazione e non per distorcere, condizionare o distogliere da determinate cose il pensiero della gente.

Vederli credo comunque sia interessante, al di là di come vengono presentati (con netta connotazione politica antiberlusconiana, che secondo me c'entra ma finisce per limitare un po' il filmato. Come avrete capito, odio le prese di posizione a priori su qualsiasi cosa, e sono convinto che la gente sia perfettamente in grado di capire le cose da sola se si sforza con un minimo di volontà di farlo). Probabilmente un panorama un po' più ampio anche sul resto della politica italiana e mondiale (i perdenti, oltre che i vincenti) non sarebbe stato male...

Qui sotto i video e il piccolo testo di presentazione:


Filmato "Tecnologia del consenso" (Feb. 2005) proiettato durante un incontro all'Universita' di Roma La Sapienza. Il film della durata di 30min ed interamente composto da clip scaricate da internet, ripercorre il periodo del dominio di Silvio Berlusconi sull'Italia e sulle menti degli italiani tra il 1994 ed il 2005.
Dall'"uso criminoso" dell'editto bulgaro che e' costato il posto a Biagi, Santoro, Luttazzi e Sabina Guzzanti, via via a ritroso fino agli albori di Mike, Vianello ed Ambra. Il controllo diretto della televisione e' cio' che ha permesso l'illegale (L. 30/3/1957 n.361) ascesa al potere di Silvio Berlusconi. Non dimentichiamolo mai. Liberta' d'informazione sempre!


Parte 1/3



Parte 2/3



Parte 3/3



Tra un po' si voterà, di nuovo.

Il mio invito è sempre quello: informatevi, sugli uni e sugli altri, e fatelo senza farvi influenzare da visioni o prese di posizione altrui, nel modo più ampio che potrete. Fate che la vostra idea sia davvero vostra, e non confezionata a tavolino da altri. Credete ai fatti, e non alle illusioni.
Spero che, per una volta, servirà a qualcosa... Se non altro all'Italia...

giovedì 24 gennaio 2008

L'importanza di non essere il primo (e del perchè non venderò l'anima al diavolo per diventarlo)

Ieri pomeriggio ho avuto un piccolo ma intenso delirio di onnipotenza.

Curiosando per caso nella classifica dei blog più influenti della blogosfera italiana redatta da Wikio (il nuovo motore di ricerca di Wikipedia) ho scoperto infatti di esserci dentro: come potete vedere da bollino in basso, sono l'11.438esimo blog più influente d'Italia!

Se il primo, come immagino, è quello di Beppe Grillo, facendo i debiti paragoni questo blog ha un undicimillesimo e rotti del potere di convincimento delle masse di Grillo: praticamente mezza unghia, ma mi accontento! Se il Beppe con un paio di post infuocati può far cascare un ministro (magari no, ma inguaiarlo sì!), concentrando tutto il potere mediatico di questo piccolo insieme di link e frasi sconnesse racchiuso in una pagina web, forse potrei addirittura far cadere un capello a Mastella!

Scherzi a parte poi mi è venuto un piccolo dubbio: di tutto questo potere e volume di traffico...che me ne faccio?

La prima cosa che mi è venuta in mente, avendo il blog sulla piattaforma di Google che tende a pomparli terribilmente, è stata quella di installare sul blog i famosi annunci pubblicitari AdSense: magari, mi dico, è la volta che riesco a fare su anche due soldi! Per chi non sapesse di cosa si parla riporto la definizione di Wikipedia:

"AdSense è il canale pubblicitario di Google che permette di guadagnare con il proprio sito. E' un algoritmo che scansiona in automatico il contenuto delle pagine web e pubblica in una sezione dedicata gli annunci più pertinenti al sito. La remunerazione è basata principalmente sul sistema del pay-per-click: Google paga qualche centesimo di dollaro ogni volta che un utente clicca sull'annuncio AdSense. Un' altra forma di guadagno può essere ottenuta con il CPM, ovvero il costo per mille impression".

Google la pubblicizza come un modo rapido e facile per diventare miliardari (esagero..)..ma sarà davvero così?

Incuriosito, mi sono chiesto se davvero questo miracolo degli AdSense esistesse veramente e mi sono messo in giro nella rete a cercare testimonianze, e soprattutto cifre, pensando magari a come creare il blog perfetto per diventare milionario e re della rete.

Di tutti i siti che spiegano come funzionano gli annunci pubblicitari che pagano e cosa fare per farli fruttare ne riporto solamente uno, che a mio parere dà il riassunto migliore, e che userò per spiegare il risultato della mia piccola ricerchina. Lo trovate qui.

La prima cosa che dicono tutti è: generare traffico. Più gente va sul proprio sito/blog, più possibilità c'è che qualcuno clicchi sui banner pubblicitari. Come si fa? Iscrivendosi al maggior numero possibile di siti che pubblicizzano o catalogano blog, scrivendo di argomenti che calamitino gente, lasciando commenti su più siti possibili per farsi notare, e usando (se proprio lo si ritiene necessario) anche trucchetti abbastanza sporchi per falsare le classifiche (qui un ottimo esempio di un caso recente).

Tutto questo porta il blogger affamato a tentare di generare sul proprio sito il massimo di traffico possibile, usando dopo la pubblicità fatta al blog dappertutto gli stessi suoi contenuti e/o tags.

Ora, grazie al contatore di visite io, come mille altri, un po' vi spio. So da dove partite per arrivare sul blog, so cosa cercate (le chiavi di ricerca) e da che siti provenite (e quindi si presume seguite). Per esempio, nell'immagine qui a lato ci siete tutti voi fino a mezz'ora fa. Cosa cercate? Curioso: la prima voce è "Lupin", seguita da "megafono" (che cazzo ci fate?), da "coccodrillo" (e qui sarei veramente curioso...), da "capo dei capi" e così via.

Ma, come tutti sanno come questo stesso blog ha avuto modo di accorgersi, quali sono le cose che tirano di più in Rete? Vi ricordate del caso dei post su Anna Ciriani (qui e qui)? Beh, su Internet quello che tira di più è sempre il sesso, e derivati vari: calendari, video, etc etc.
Ora, se voglio aumentare ancora il traffico metterò ovunque post taggati "sesso" o "porno" con relativa dovizia di video o foto: come abbiamo già visto...tira!

A questo punto, il terzo passo per fare soldi: la posizione dei banner. La gente ci deve cliccare sopra, non importa se volontariamente o meno, quindi eviterò di piazzarli in un angolino piccolo e delimitato a lato, senza disturbare, ma li piazzerò ovunque, in mezzo ad esempio tra un post e l'altro e magari un po' mimetizzati, possibilmente nello stesso layout del blog e disposti a trappola in modo che ci finisca più gente possibile.

Fatto tutto questo, dovrei avere un traffico immenso e soldi a palate...forse.

I soldi veri infatti, a quanto ho trovato in giro, si fanno solo facendo blog o siti creati apposta per guadagnare, che richiedono tempo, attenzione e strategie di marketing continue e attive, come spiega bene questo post qui dal blog Marketing Routes.

Questi blog/siti però saranno fatti per godimento proprio o per correre dietro al maggior pubblico possibile?

Io credo la seconda.

Si può guadagnare sul web, usando il proprio "piccolo potere" come quello che ho scoperto di avere, ma solo vendendo una parte della propria anima di blogger. Ve loimmaginate un gestore di un sito di marketing o porno che un giorno, perchè gli va, posta un libro di Corto Maltese o un messaggio romantico dedicato alla propria ragazza? Non può nemmeno pensarlo, perchè non è quello che gli utenti si aspettano da lui e non è nemmeno quello che lo fa guadagnare. Perderebbe utenti e guadagni, e non può permetterselo.

E' per questo che, in conclusione, non userò il mio "piccolo potere" personale per tentare di guadagnarci su col blog. Perchè sono sicuro, conoscendomi, che un giorno alla volta, pian pianino, finirei per vendere la mia anima di cazzeggiatore. E questo blog non sarebbe più lo stesso, nè lo sentirei più mio.

Userò tutto questo solo per fare quello che scrissi sin dal primo post: conoscere nuova gente e farmi nuovi amici, da invitare a prendere uno spritz nella mia piccola "Calle del vento". Che non diventerà mai il sito più seguito d'Italia, ma sarà sempre un posto bello dove poter tornare.

Errata corrige: su segnalazione di Alex (l'account è anonimo) pubblico in nota una correzione al post, che potete trovare anche nel box commenti sottostante.

"Wikio.it non è il motore di ricerca di wikipedia (che si chiama Wikia);-) ma un progetto presente in 5 lingue nato da un idea di investitori europei.
in pratica è un edicola virtuale alimentata da 20.000 e passa feed rss di tanti blog di qualità scelti dai nostri documentalisti. (tra cui il tuo)
i visitatori di wikio quando cercano: politica, cinema, teatro o iPhone avranno le notizie in provenienza dai media classici(corriere, repubblica la stampa etc) e dai blog".

Ebbene sì: nonostante cerchi di starci attento, anche io a volte scrivo castronerie! L'importante è rimediare prima che sia troppo tardi! Se ne trovate altre..avvisatemi!

mercoledì 23 gennaio 2008

I finanziamenti pubblici all'editoria: una piccola guida per capire (e andare al di là degli urli di Beppe Grillo).

Complice il nuovo V-Day lanciato da Beppe Grillo per il prossimo 25 aprile, stavolta per combattere "l'informazione corrotta" (e non mi addentro nei dettagli), sta tornando d'attualità un argomento da sempre scottante nel panorama italiano: quello dei finanziamenti pubblici all'editoria.

In libreria i testi sull'argomento crescono come funghi dopo la pioggia, e nei blog e nella rete il dibattito si fa sempre più forte, di solito con un solo interrogativo: "Quando li aboliamo?".

Dalle inchieste della Gabanelli ai libri di Gomez, Travaglio, Stella e tutti quelli che mi dimenticherò di citare emerge infatti più prepotentemente di tutto il resto solo la realtà di un sistema andato completamente o quasi in malora, con finanziamenti dati a chi non ne avrebbe bisogno e potenti di ogni genere pronti ad ogni mistificazione pur di ottenere il proprio "soldino".

Questo però spesso fa dimenticare una cosa fondamentale: perchè i contributi all'editoria sono stati creati? A cosa dovevano servire, prima della loro corruzione in inutili elargizioni?

Ho trovato sul web, sul sito di Megachip, un articolo a firma di Marco Niro che voglio condividere con voi. Il titolo? "Quel pasticciaccio brutto dei contributi all'editoria". Dentro è spiegato tutto: leggetelo...
E magari la prossima volta che sentirete parlare qualcuno di questo tema, potrete rendervi conto di quante cazzate si sentano a volte, purtroppo non solo su questo...

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"Quel pasticciaccio brutto dei contributi all'editoria". (Marco Niro, Megachip. Qui il link all'originale)

La civiltà di un Paese si può valutare anche guardando ai contributi che esso stanzia per il pluralismo della propria informazione? Se così fosse, dovremmo avere un'opinione piuttosto bassa della civiltà dell'Italia. Quella dei contributi all'editoria è una pratica che è passata, negli ultimi anni, dalla oscura nebulosa che l'avvolgeva fittamente, rendendola ignota prima ancora che incompresa, a un diffuso sentimento pubblico di condanna dal sapore spesso qualunquistico, che non ha d'altra parte aiutato ad aumentarne la comprensione.

Il Paese dell'Informazione

Facciamo un esempio terra terra, per permettere a tutti di capire meglio di cosa stiamo parlando. Immaginiamo di vivere nel Paese dell'Informazione, dove esistono 10 imprese private che fanno informazione, 3 tv e 7 giornali. Queste 10 imprese operano in condizioni di mercato del tutto libero, e vivono esclusivamente delle vendite: di pubblicità e, per i giornali, delle copie.

Gli inserzionisti pubblicitari, che guardano al portafoglio, decidono di investire tutti i loro soldi in televisione, perché il pubblico guarda quella e legge poco. I 7 giornali protestano duramente, dicendo che così li si costringe a chiudere, con perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale).

Segue quindi il primo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale: per legge, almeno un quarto degli investimenti pubblicitari dovrà finire alla stampa. Ma anche così i 7 giornali arrancano, stremati dalla concorrenza televisiva. Cinque di loro trovano subito la soluzione: diventare attraenti, come la televisione, o quasi. Inseguirla a colpi di informazione spettacolarizzata, gridata, intrisa di gossip e di gadgets. Diminuisce la qualità dell'informazione, ma aumentano i lettori, e i bilanci tornano a quadrare, anzi diventano floridi, per la gioia degli editori.

E gli altri 2 giornali? No, quelli hanno deciso di non compromettere la qualità della loro informazione, e di continuare a privilegiare l'approfondimento e l'inchiesta, per quanto meno attraenti per il pubblico, che infatti diminuisce, e con esso gli investimenti pubblicitari. I bilanci iniziano ad avere buchi enormi e allora i 2 giornali decidono di farsi sentire, perché la loro chiusura significherebbe perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale).

Ed ecco il secondo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale. I 2 giornali hanno ragione, meritano un finanziamento pubblico. Cioè, meritano che la collettività decida di contribuire alla loro esistenza come si contribuisce all'esistenza del trasporto pubblico o del servizio di approvvigionamento di acqua nelle case. In altre parole, meritano tutela in nome della massima di Victor Hugo: “Non essere ascoltati non è un buon motivo per tacere”.

Un bene per il pluralismo

Il finanziamento all'editoria nasce dunque dall'esigenza di finanziare chi decide di non trattare l'informazione come una merce al pari delle altre, per permettere anche a tali soggetti di farsi udire. Il finanziamento pubblico all'editoria, quindi, di per sé, non è qualcosa di negativo. Tutt'altro. Senza di esso, rimarrebbero udibili solo le voci di chi confeziona un'informazione attraente, dipendente dagli imperativi del mercato, non importa se di qualità o meno.

Peccato che interventi come quello di Milena Gabanelli, che al tema ha dedicato una puntata di “Report” nel 2006, e di Beppe Lopez, che invece nel 2007 vi ha scritto un libro (“La casta dei giornali”, Stampa Alternativa), nella foga di condannare l'attuale regime di finanziamento pubblico all'editoria, abbiano finito col gettare via il bambino con l'acqua sporca, o almeno con l'indurre gli spettatori e i lettori a farlo: l'impressione ricavabile e ricavata dai più è stata: “è una porcheria, meglio abolirlo”. Le loro documentate inchieste sulle storture del sistema, infatti, non sono purtroppo state precedute da una premessa a nostro avviso essenziale e doverosa: il finanziamento pubblico all'editoria (se erogato correttamente) garantisce il pluralismo.

La domanda chiave non è dunque “finanziare o no l'editoria?”, ma “chi finanziare?”.

La risposta sembrerebbe piuttosto semplice. Siccome io legislatore ti finanzio perché tu non vuoi, per scelta, mercificare la tua informazione, ti chiederò di rinunciare alla possibilità di ricavare utili dalla stessa. E siccome chi non vuole fare utili con l'informazione in genere non trova un editore disposto a stipendiarlo, io legislatore finanzierò solo i giornali di proprietà dei giornalisti che li scrivono, ovvero le cooperative di giornalisti (i cui soci siano tutti giornalisti e che associno almeno la metà dei giornalisti dipendenti). Inoltre, io legislatore mi accerterò di due cose: primo, che i tuoi ricavi pubblicitari non superino una determinata percentuale dei tuoi costi (bisogna infatti scegliere: o ci si fa finanziare dalla pubblicità o dalla collettività); secondo: che tu abbia davvero un pubblico, per quanto ristretto, perché non voglio finanziare “giornali fantasma”, che non vengano acquistati e letti da nessuno: ovvero, mi accerterò che almeno una parte delle copie da te stampate sia effettivamente acquistata a un prezzo di mercato (non simbolico!): poniamo una copia su quattro.

Tutto qui. E invece, cosa è accaduto? Che, anziché scrivere una norma di questo genere, semplice e stringata, il legislatore abbia prodotto, negli ultimi venticinque anni, un coacervo di leggi, leggine, codici e codicilli - sovrapponibili, incastrabili e scomponibili – che han reso la materia disorganica e incomprensibile, talvolta persino agli stessi addetti ai lavori. Questo caos ha portato con sé, in taluni casi, un allargamento eccessivo delle maglie, che ha ammesso al finanziamento anche chi non lo meritava, e in certi altri casi una loro assurda restrizione, che ha tagliato fuori chi ne aveva davvero bisogno. Facciamo alcuni esempi concreti, per capirci.

Maglie sciaguratamente larghe

Il legislatore ha ammesso al contributo non solo le testate edite da cooperative giornalistiche, ma anche quelle possedute a maggioranza da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro. Conseguenza? Possono avvalersi del contributo anche Avvenire , quotidiano della potente Conferenza Episcopale Italiana, che giuridicamente è una fondazione e si “merita” 6 milioni di euro di contributo (questa e le seguenti somme si riferiscono all'anno 2003), e ItaliaOggi , quotidiano della ClassEditori, gruppo quotato in Borsa, ma formalmente posseduto al 50,1% dalla coop Coitalia, che si ingoia 5 milioni di contributo. Bisognosi? Non diremmo…

Come non sono certo bisognosi i grandi gruppi editoriali che però incassano pure loro ingenti contributi. La legge, infatti, li prevedeva per la carta (fino al 2005), e li prevede per le spese telefoniche e postali. Tali finanziamenti sono erogati “a pioggia” (si parla di contributi indiretti): cioè, ne ha diritto chiunque, al di là di assetti societari e bilanci. Così, il 70% dei fondi pubblici destinati all'editoria (circa 450 milioni l'anno sui complessivi 700 erogati) se ne va nelle casse di grandi gruppi “for profit” come “Editoriale-L'Espresso” e “RCS”. Precisamente, oltre 23 milioni di euro vanno al Corriere della Sera , quasi 20 a Il Sole-24 Ore, oltre 16 a la Repubblica .

Il legislatore ha poi ammesso a contributo anche i giornali di partito. Giusto? Sbagliato? Evitiamo di addentrarci nella risposta (che presupporrebbe un ragionamento più ampio sul finanziamento pubblico ai partiti), limitandoci a rilevare le falle del finanziamento a questa categoria di giornali.

Per ricevere il contributo, il giornale di partito, oggi, deve legarsi a un gruppo parlamentare. Ma ricordiamo che il legislatore ha dissennatamente permesso, fino all'anno 2000, che il contributo finisse anche a quelle testate organi di movimenti politici sostenuti anche solo da due parlamentari italiani. Conseguenza? Si è verificata la moltiplicazione dei “movimenti politici”, esistenti solo nella fantasia di chi ne ha trovato i nomi, spesso davvero pittoreschi. Così, sostanziosi contributi sono finiti a rimpinguare le casse di quotidiani come Il Foglio , organo del movimento politico “Convenzione per la Giustizia” (3,5 milioni di euro di contributo) o Libero , organo del “Movimento Monarchico Italiano” (oltre 5 milioni di euro). Nel 2000, lo scandalo si chiudeva… “all'italiana”: la norma veniva abrogata, ma le testate che avevano già ricevuto contributi in quanto organi di movimenti politici avrebbero potuto continuare a riceverli trasformandosi in cooperative. Tutte più o meno fasulle, e per nulla giornalistiche, ovviamente.

Va poi rilevata la disparità di trattamento oggi esistente tra i giornali di partito e i giornali editi da cooperative, in relazione al requisito delle vendite. I giornali editi dalle cooperative devono vendere almeno il 25% delle copie stampate se testate nazionali e almeno il 40% se locali. Invece i quotidiani di partito non sono sottoposti a questo vincolo, e potrebbero, per assurdo, anche regalare tutte le copie che stampano. E questo nonostante parte del contributo sia erogato proprio in base alla tiratura! Risultato? L'Unità , giornale dei DS, vende 60.000 copie, ma ne stampa più del doppio, per arrivare ad assicurarsi oltre 6 milioni di euro di contributo. Ancora più eclatante il caso di Europa , giornale della Margherita, che vende poche migliaia di copie, ma ne stampa 30.000, arrivando a incassare oltre 3 milioni di euro.

E che dire proprio del requisito imposto alle cooperative di vendere almeno una copia su quattro di quelle stampate? Questo vincolo oggi può essere (e viene) aggirato allegramente: basta vendere sottocosto. Così, ad esempio, l'Opinione delle Libertà , già organo del “Movimento delle Libertà per le garanzie e i diritti civili”, tira 30.000 copie e, per vendere le 7.500 necessarie a papparsi il contributo di 1 milione e 700.000 euro, le piazza sottocosto, a 10 centesimi l'una. Oppure, si esce in abbinamento a testate realmente vendute in edicola, facendo il cosiddetto “panino”: con questo sistema, i quotidiani locali del gruppo Ciarrapico ( Ciociaria Oggi , Latina Oggi e Oggi Nuovo Molise ), che escono in abbinamento con Il Giornale , riescono a garantirsi contributi compresi fra i 2 e i 2,5 milioni di euro.

Maglie sciaguratamente strette

Fin qui, le critiche alle maglie larghe della legge, quelle denunciate da Gabanelli, Lopez e molti altri in questi ultimi tempi. Ma raramente, accanto alla critica alle maglie larghe, si è affiancata l'altrettanto doverosa critica alle restrizioni inserite senza apparente ragione e con grave danno proprio per chi del contributo avrebbe più bisogno.

Partiamo dall'assurdità più grande: per ricevere il contributo, la cooperativa giornalistica deve editare la testata da almeno 5 anni. Non si vede quale cooperativa possa fondare un giornale e tenerlo in vita per 5 anni senza alcun sostegno, con la prospettiva di ricevere, se tutto va bene, alla fine del settimo anno i contributi relativi al sesto anno di vita. Questa norma non è altro che un modo per escludere dall'accesso al contributo tutti i nuovi soggetti. E, assurdità nell'assurdità, se cambi periodicità, riparti da zero. Ovvero, ipotizzando che un quindicinale che già percepisca i contributi voglia diventare mensile (anche per ridurre i costi), dovrà lasciar passare 5 anni per poterli ricevere nuovamente. Dovrebbe invece accadere il contrario. E' proprio all'inizio del percorso che una cooperativa giornalistica dovrebbe poter beneficiare del contributo più cospicuo, che poi potrebbe anche ridursi progressivamente, una volta trascorso il periodo iniziale di 5 anni necessario al rodaggio.

Altra assurdità: per ricevere il contributo, è necessario far certificare il bilancio da una società di revisione iscritta all'apposito elenco della Consob. Se per una testata nazionale questo implica una spesa relativamente bassa, per una testata locale può comportarne una insostenibile.

Dovrebbe esserci una differenza (che non c'è) tra il regime contributivo per le piccole cooperative, locali, e quello per le grandi, nazionali, che tirano più copie e fatturano di più. Questo è ancora più vero se si pensa a un ulteriore requisito che verrebbe introdotto dalla nuova disciplina in materia di contributi all'editoria, da mesi ferma in Parlamento in attesa di essere approvata: si tratta dell'obbligo di avere alle proprie dipendenze almeno 5 giornalisti se testate quotidiane e 3 se testate periodiche. La ragione per cui si è pensato di introdurre questo requisito è di per sé valida: si vuole evitare che il contributo finisca a giornali di poche pagine fatti da redazioni “inesistenti”, farcite di precari e di giornalisti prestanome. Ma è evidente che, se per una grande testata il costo di 5 (o 3) giornalisti non è solo sostenibile ma necessario a confezionare un buon prodotto, per una piccola, magari locale (appunto), sarebbe insostenibile e anche superfluo. Per evitare di finanziare le “redazioni fantasma”, sarebbe meglio, allora fare come suggerito da Mediacoop (l'Associazione nazionale delle cooperative editoriali), ossia variare il contributo sulla base del numero di giornalisti dipendenti assunti dal giornale: più ce ne sono, più sarà alto.

E che dire, infine, dell'ostacolo rappresentato dall'esistenza degli stessi contributi indiretti di cui beneficiano soprattutto le grandi imprese editoriali “for profit”? Si pensi che ben 270 milioni di euro finiscono ogni anno, a pioggia, nelle casse di oltre 7.000 testate, come contributo alle spese postali. Se, come suggerito sempre da Mediacoop, il diritto a tale contributo venisse concesso solo alle imprese che rinuncino alla distribuzione degli utili, gran parte della somma potrebbe essere risparmiata, e servire, ad esempio, a finanziare i primi 5 anni di vita di una nuova cooperativa giornalistica, come si diceva sopra.

lunedì 10 dicembre 2007

Ancora foto: Il 2007 dell'Ansa.

Foto, foto e ancora foto! Oggi mi sento fotografo...

Dopo le raccolte di questi giorni ancora una sul 2007 che sta per passare! Stavolta è quella ufficiale dell'Ansa, che verrà anche pubblicata in un libro (Per chi volesse, la presentazione avverrà domani 11 dicembre a Roma alla Biblioteca del Senato "Giovanni Spadolini", in Piazza della Minerva, alle ore 18.00).

Cosa racconta? Il 2007 italiano. Dal Vaffa day di Grillo alla morte di Biagi, da casi di cronaca più noti come Garlasco a quelli degli ultimi giorni come quello di Meredith, passando per sport (L'Italia di volley campione del mondo) e costume (L'ultima passerella di Valentino).

Volete saperne di più? Qui c'è il link alla piccola galleria (24 foto) che Repubblica.it posta in anteprima (il sito dell'Ansa ne mette solo 7 e tagliate), e ancora sotto aggiungo un pezzettino del comunicato stampa di presentazione del libro!

L'anno è visto dall' ANSA in 12 capitoli: i fatti e i personaggi, che hanno fatto parlare di più; i temi più caldi, i contrasti e le tendenze che formeranno la storia di domani. La scelta degli argomenti e delle immagini non è esaustiva, le foto non vengono proposte in successione cronologica, e neppure secondo un gradiente di rilevanza: ANSA con questo volume ha voluto dare la sua chiave di lettura del 2007, sotto i segni dominanti della preoccupazione per la salute del pianeta, malato di riscaldamento e di inquinamento; e per la salute dell'Uomo, malato di violenza e intolleranza.

Ma non solo: nel libro si parla anche degli incendi che hanno devastato i boschi, dell'innovazione scientifica e architettonica, degli animali nati in cattività, della musica, della rinascita della Russia, dei momenti magici dello sport, delle "grandi assenze" e di alcuni personaggi che hanno fatto parlare di se. Oltre 300 foto scelte tra le circa 700 che ogni giorno ANSA, in collaborazione con Epa, scatta. e diffonde a tutti i suoi clienti; foto che vanno oltre la testimonianza degli eventi, ma che ne costituiscono la loro interpretazione più fedele, il loro significato profondo, la loro emozione.

Se qualcuno del "pubblico" di questo blog ci va, mi dica com'è!

Thanks!