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venerdì 26 ottobre 2012

"Silvio incastrato come Al Capone"

E' il 26 ottobre, il giorno in cui è attesa la sentenza su Silvio Berlusconi per il processo sui diritti Mediatrade. Nelle redazioni l'attesa è palpabile, ma il finale più quotato è quello dell'immancabile assoluzione. Tanto che il sottoscritto, noto gambler di redazione, rinuncia alla scommessa con i colleghi perdendo così poco dopo un vitalizio isottoforma di caffè alla macchinetta del corridoio. Infatti alle 16,05 arriva la bomba:

(ANSA) - MILANO, 26 OTT - L'ex premier Silvio Berlusconi e' stato condannato a 4 anni di reclusione nel processo per frode fiscale sull'acquisizione diritti Tv Mediaset. E' stato anche interdetto dai pubblici uffici per tre anni. (ANSA).

Subito il terremoto giudiziario fa scattare la mobilitazione sui siti vicini al Cav: il primo ad uscire è Giornale.it, che lancia la notizia così:



Pochi minuti, e il titolo cambia, così:



A Libero.it la redazione web è colta di sopresa, e in attesa di decidere la linea ufficiale mantiene la notizia in un misero boxettino:



Poi, dopo l'assestamento, scatta il lancio in grande stile:



E dopo 5 minuti, la redazione si scatena sparando l'immancabile sondaggio: "E' una sentenza politica?"




Nel mentre, il Fatto Quotidiano la spara in grande stile (e io mi immagino solo Travaglio che in redazione lava i colleghi con una magnum di spumante stile Ayrton Senna...)



Sempre Libero, per non essere da meno de Il Giornale, in pochi minuti rincara così. Dimenticandosi però curiosamente in alto a destra l'editoriale del direttore Belpietro che ancora recita beffardo : "Ora la banda degli onesti ha perso la faccia".




In aggiunta, non passa poco che il titolo Mediaset inizia anche a Franare in borsa (da Milano Finanza):




BORSA: TITOLO MEDIASET PEGGIORA DOPO CONDANNA BERLUSCONI SU DIRITTI TV (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 26 ott - Il titolo Mediaset tocca il minimo di giornata subito dopo la notizia della condanna di Silvio Berlusconi a quattro anni per frode fiscale nel processo su presunte irregolarita' nella compravendita dei diritti tv da parte del gruppo Mediaset.  Il titolo ha toccato un minimo a 1,336 euro e ora scambia a 1,354 euro con un calo dell'1,96%. Il tribunale di Milano ha stabilito inoltre che i condannati nel processo su presunte irregolarita' nella compravendita di diritti tv del gruppo Mediaset dovranno pagare alla parte civile - l'Agenzia delle Entrate - una provvisionale di 10 mln di euro.

Che dire.. con le reazioni si potrebbe andare avanti per ore, ma mi limito solo a mettere quella di un collega: "Sono annni che lo inseguono per ogni cosa, e solo oggi sono riusciti a inchiodarlo, per evasione fiscale. Come il gangster Al Capone"

venerdì 17 aprile 2009

"The Pirate Bay": una sentenza arrogante che non risolve nulla

Dal blog di Vittorio Zambardino, dopo la condanna in Svezia dei gestori del sito The Pirate Bay, rei di aver agevolato lo scambio di file protetti da copyright facendo perdere milioni alle major del settore.

I PIRATI E I LORO CATTIVI GIUDICI

E’ una sentenza molto “mainstream”, quella che oggi condanna i gestori di The Pirate Bay a varie pene detentive e a un forte risarcimento verso quelle Major dell’intrattenimento che avevano fatto richieste anche più ingenti. E’ una brutta sentenza: che si “incastra” bene con le intenzioni punitive del governo francese, di quello inglese, e di quello italiano. Ed è un errore.

A pochi minuti dalla decisione del tribunale di Stoccolma, la blogosfera comincia a commentare, ma ci vorrà del tempo prima che un’opinione prenda forma. Non è difficile prevedere che sarà negativa. Intanto ecco TechDirt (in inglese) che sostiene che quella è “un’occasione perduta per l’industria dell’intrattenimento”. Vedremo cosa significa: intanto TechDirt in questi giorni sta riproponendo un tema importante: che la capacità delle macchine digitali e della rete di riprodurre e copiare indefinitamente hanno introdotto nella rete il concetto di “zero”. Hanno cioè smontato in modo irreversibile il conseguimento del profitto sulle opere dell’ingegno.

Sembra di sognare, eppure questo dato, che è chiaro, elementare, percepibile a chiunque guardi oltre l’orizzonte della propria scrivania, non viene colto dall’establishment industriale e politico.

La creatività e l’industria - Per essere chiari e onesti fino in fondo, il male che affligge la musica e il cinema, è lo stesso, anche se i sintomi sono diversi, che ha preso i giornali e in parte la tv. La riproducibilità totale del contenuto punta a distruggere il modello produttivo che finora ha presieduto all’attività di quelle industrie. Che per il momento studiano solo reazioni giudiziarie e/o politiche, invece di dedicarsi a nuove stretegie commerciali. I loro responsabili profetizzano la morte delle creatività e delle professioni che quelle industrie reggono: fare il musicista, il regista, il giornalista. Che è una bella sovrapposizione: il mondo avrà sempre bisogno di chi suona, racconta e informa. Il punto è in quali forme, canali, supporti.

Non facciamola lunga - l’argomento sarà ripreso - ma vale davvero assai poco produrre informazione terroristica, come ha fatto l’industria cinematografica italiana in un rapporto diffuso ieri: bambini che non sanno disegnare, cinema che chiudono, film che non si fanno più. O come fanno i nostri politici, di maggioranza e qualche volta di opposizione, quando parlano di social network come luoghi di abominio, magari con la consulenza degli industriali del cinema seduti accanto a loro, preoccupati perché le loro fiction finiscono su YouTube - a pezzi, niente paura.

Il rischio vero di guardare indietro - Questa cattiva informazione produce un rischio politico gravissimo. Devono saperlo tutti coloro che danno qualche importanza alla parola libertà.

Perché per difendere l’industria del contenuto, si preparano fili spinati e pene assurde: querele per i blogger, cause per chi scarica un film, sospensioni della connessione internet. In Francia, dove sono meno ipocriti, si ipotizza che gli utenti internet debbano, in un futuro non lontano, navigare solo all’interno di liste note di siti e quindi “autorizzati”. Noti all’autorità. In un articolo del nostro decreto sicurezza si conferisce al governo, cioè all’autorità politica, il diritto di decidere se una pagina viola le legge e chiudere magari tutto il sito. Cioè il governo decide cos’è reato in una manifestazione della libertà d’espressione.

Un piccolo passo grave - No non siamo noi che facciamo confusione fra argomenti: è proprio così, passare dal blocco del “pirata” ai controlli di massa e alla repressione della libertà di espressione, è un passo nella direzione più catastrofica. Un piccolo passo grave.

E’ il potere - che da noi è particolarmente intrecciato e confuso tra industria e politica - che fa volutamente confusione.

La ricerca creativa del nuovo - Allora via libera al “pirata”? Sono molte le cose che si potrebbero fare. Una rilfessione sui modelli di business ha portato Steve Jobs a creare con iTunes un meccanismo virtuoso di distribuzione della musica. Miliardi di brani venduti. Venduti.

Se non si fa il passo e non si riesce a capire che il “pirata” siamo moi, i nostri figli e che pirateria è il nuovo mercato, la nuova società, si rimane fermi al palo del delirio reazionario e repressivo. Bisogna inventare nuovi business, nuovi modi di vendere, nuove professioni. Perfino la repressione va ripensata per distinguere tra repressione del contrabbando e consumi personali…

Tanto non guarirete un’industria malata. Riuscirete solo a produrre una solida, diffusa, cultura autoritaria.

venerdì 18 aprile 2008

10 giorni di arresto per aver guardato la vicina sul treno.

Ok: Lunedì a pranzo dovrò essere a Milano, ed avrò tre ore di treno per andare lì ed altre tre per ritornare a Padova in tempo per il lavoro... Sono finito... Ci metteranno 10 minuti prima di denunciarmi...:)

Ma una volta non si diceva «Guardare e non toccare»? Mò non si può più fare neanche quello... Tra l'altro questo tipo non aveva fatto assolutamente NULLA....

Comunque: dal sito dell'Ansa di oggi...

GUARDA CON INSISTENZA DONNA, CONDANNATO A 10 GIORNI ARRESTO

LECCO - Guardare una donna con insistenza, pur senza proferire parola, rischia di costare caro. Ne sa qualcosa un uomo di Mandello del Lario (Lecco) poco più che trentenne e che tre anni fa era stato denunciato da una signora di 55 anni. Ora è stato condannato a 10 giorni di arresto e 40 euro di multa, con la sola consolazione che rientrano nell'indulto. Secondo l'accusa, aveva guardato con troppa insistenza la donna che era seduta davanti a lui in uno scompartimento del treno regionale Sondrio-Lecco-Milano.

Il giorno prima, aveva raccontato la signora, si era seduto vicino a lei, dopo averle fatto spostare il cappotto. Un po' troppo vicino, aveva detto.E il giorno, dopo, appunto, l'aveva guardata a lungo durante il tragitto.
Tra i due non c'era stato alcuno scambio di parole, non c'erano stati complimenti o tentativi di corteggiamento. Ma la signora aveva comunque ritenuto inopportuno e fastidioso il comportamento, tanto da denunciarlo a un agente della polizia ferroviaria una volta scesa dal treno. Il caso è approdato davanti al giudice Paolo Salvatore e l'imputato è stato condannato. La difesa, sostenendo che l'imputato aveva guardato quella donna solo perché casualmente seduta davanti a lui, ha annunciato appello.

giovedì 6 marzo 2008

Il Tg3 parla (finalmente) della storia di Sayed.

Vi ricordate della storia di Sayed Perwez Kasmbaksh, lo studente di giornalismo arrestato e ancora detenuto da oltre due mesi in Afghanistan per aver scaricato da internet un articolo che parlava degli uguali diritti di uomini e donne?

Beh, Sayed è ancora in carcere, e il fratello è in procinto di partire per l'Europa per una campagna di sensibilizzazione sulla storia che aiuti i governi a fare pressione sul presidente Karzai per il rilascio del fratello.


E per questo ieri sera se ne è occupato anche il Tg3.


I servizi li potete trovare qui: questo per chi ha ancora il
vecchio doppino a 56kbps, e questo per le adsl più veloci!

La storia continua, e speriamo si risolva presto...


lunedì 4 febbraio 2008

Parwiz: il senato non conferma la condanna a morte, ma lo studente resta in carcere.

Dal blog di Pino Scaccia:


Il senato afghano ci ripensa: non conferma più la condanna a morte di Parwiz (che però resta in carcere per blasfemia)

Con un chiaro voltafaccia, il Senato afghano ha ritirato la conferma della condanna a morte del giornalista Sayed Parfwiz Kambaksh, giudicato colpevole di blasfemia per aver stampato da internet un articolo sui diritti delle donne.
Lo scrive l'Indipendent online, spiegando che in un comunicato la Camera alta afghana ieri (01 febbraio, ndr) ha definito un "errore tecnico" la sua precedente decisione di approvare la condanna a morte
di Sayed pronunciata da un tribunale di Mazar-i-Sharif. Ciò non significa che il giovane giornalista sarà rimesso in libertà, scrive il quotidiano, ma certo questa mossa del Senato aumenta le speranze che egli possa tornare in libertà.

Da settimane è in corso una campagna mondiale - di personalità politiche, media, organizzazioni dei diritti umani - per salvare Sayed dal patibolo. (...) La Meshrano Jirga (la camera degli anziani) non ha nessun potere giudiziario, ma la sua opinione ha una valenza politica. La legge prevede due appelli sulla sentenza. La condanna a morte, prevista dalla Costituzione per i reati di blasfemia, deve essere approvata dal capo dello Stato, Hamid Karzai.


Secondo i familiari di Kambakhsh, il giovane è stato processato il 22 gennaio a Mazar-i-Sharif, nel Nord, a porte chiuse e senza supporto legale. Studente di giornalismo all'Università di Balkh, era stato arrestato a ottobre. Amici e familiari sostengono che l'articolo incriminato non era suo, ma solo riprodotto da Internet e distribuito. In un'intervista a Radio Free Afghanistan, il procuratore generale della provincia di Balkh Hafizullah Khaliqyar ha difeso la sentenza, affermando che il processo è stato condotto in modo "molto islamico" e non c'é stata nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa. "Non ha fatto un errore giornalistico, ha insultato la nostra religione", ha detto Khaliqyar. Khaliqyar, secondo il quale il giornalista ha confessato, in una conferenza stampa ha minacciato l'arresto per tutti i giornalisti che si dovessero levare in difesa di Kambakhsh.

Dopo i sei anni di repressione dei media sotto il regime dei Taleban, crollato nel dicembre 2001 sotto le bombe americane, Karzai nel 2005 ha ratificato una nuova legge sull'informazione, ma restano molte le dispute sull'interpretazione della normativa.
Ansa.it

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Ora: per tenermi informato su questo fatto mi ero, tra le altre cose, iscritto al servizio di Google Alert digitando il nome del giovane studente di giornalismo. Nei tre giorni in cui sono stato via dal web mi sono arrivati solo due messaggi, e tutti riguardanti articoli scritti su blog: uno addirittura tra le varie fonti rimandava al mio!

Al che mi è venuto un dubbio: è Google Alert che non ha trovato nulla, sono io che ho taggato male gli alert o a parte i blog quasi nessuno ha speso una parola sulla vicenda?

Mah...

Qui l'ultimo articolo dell'Independent online sulla vicenda, che descrive le pressioni di 20 lobby internazionali sul presidente Karzai per annullare la sentenza di pena capitale. Nel frattempo la petizione internazionale promossa dal quotidiano inglese, che invito tutti a firmare, ha già superato quota 53.000. A presto con altri aggiornamenti.

giovedì 31 gennaio 2008

Salviamo Sayed, condannato a morte in Afghanistan per aver detto la verità.

Dal blog di Pino Scaccia, giornalista e inviato.
Prendo e copio per intero:

"Sentenza capitale per un giovane afghano studente di giornalismo accusato di blasfemia e diffamazione dell'islam. Sayed Perwiz Kambaksh (nella foto a sinistra, courtesy of Reuters), 23 anni, è stato arrestato nella provincia di Balkh, Afghanistan del nord, lo scorso ottobre. Le autorità lo hanno fermato mentre distribuiva materiale contrario ai precetti religiosi; a quanto è trapelato i testi riguardavano la condizione della donna nel suo Paese.

Il verdetto, pronunciato ieri dal tribunale di Balkh, conclude quello che è stato un processo a “porte chiuse e sommario”, come denunciano i familiari del ragazzo. Il fratello, Yacoubi Brahimi, riferisce che Sayed non ha avuto neppure la possibilità di essere difeso da un avvocato in aula. Il giovane farà appello, come suo diritto, ma l’influente Consiglio dei mullah preme per l’esecuzione capitale. Nel corso del procedimento il giornalista, che lavorava per il quotidiano Jahan-i-Nawa, rimarrà in custodia cautelare a Mazar-i-Sharif. Rhimullah Samandar, capo della National Journalists Union Afghanistan, spiega che il ragazzo è stato condannato a morte secondo l’art. 130 della Costituzione afgana, che prevede, in caso di vuoto legislativo su una materia, di attenersi alla giurisprudenza “Hanafi”. Questa è una scuola ortodossa di giurisprudenza sunnita, seguita nell’Asia centrale e del sud".

La diffamazione dell'islam , appunto, è un reato non previsto nel codice penale e quindi perseguibile secondo la legge islamica. Samandar ha fatto appello al capo di Stato, Hamid Karzai, perché intervenga sul caso Sayed. La settimana scorsa a favore della liberazione del giovane giornalista si era espresso anche il Parlamento europeo, il cui presidente, Hans-Gert Pöttering, ha scritto a Karzai. Nella missiva si ricorda l’impegno dell’Europa contro la pena capitale e la necessità per l’Afghanistan di “garantire ai cittadini i diritti fondamentali”. Asianews

E adesso Karzai dimostri che vuole veramente entrare nel mondo civile. Proprio perchè amo l'Afghanistan, ho una grande rabbia. La colpa di Sayed, giovane aspirante giornalista, è di tentare di portare il suo Paese fuori del medioevo, denunciando l'impossibile condizione della donna. Tremo leggendo il suo secondo nome, Perwiz, quasi identico (Parwiz) a quello del mio interprete, più o meno la stessa età e soprattutto le stesse idee di libertà, molto attento a quello che succede in Europa e con il sogno, mi diceva, di vedere un giorno "Kabul come Berlino". Ancora, purtroppo, mi sembra un sogno molto lontano, anzi solo un sogno".

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Lo pubblico nella speranza di aiutare un giovane collega in difficoltà in un'altra parte del mondo, colpevole solo di aver scritto ciò che pensava in libertà per far riflettere il paese in cui vive. Non lo conosco, ma mi sento in qualche modo partecipe della sua vicenda: al suo posto potrei esserci io o chiunque di voi, se non fossimo nati in un paese diverso.

Per chiedere la sua liberazione si è mobilitato nei giorni scorsi anche il Parlamento Europeo, che per bocca del suo presidente Hans-Gert Pöttering ha chiesto la revoca della condanna a morte per il giovane studente di giornalismo.

Ne parla oggi anche il Corriere della Sera che spiega come il realtà l'arresto e la condanna del giovane farebbero parte di un disegno teso a colpire il fratello, giornalista critico contro il governo di Karzai, che aveva recentemente denunciato atrocità e delitti commessi da importanti figure politiche afghane.

Un modo per aiutare il giovane c'è, e invito tutti i lettori di Calle Del Vento a collaborare. Il prestigioso quotidiano inglese The Independent, dedicando oggi un articolo alla vicenda, ha lanciato una petizione internazionale via internet per richiedere la grazia del giovane condannato. Chiunque può firmarla, accedendo a questo link. E' una cosa di pochi secondi, che può salvare la vita di un innocente condannato ingiustamente. Il presidente Hamid Karzai ha infatti facoltà di fermare l'esecuzione in qualsiasi momento, ed è importante che l'opinione pubblica mondiale si faccia sentire, ed in fretta.

Da oggi questo blog seguirà la vicenda passo a passo, e vi terrà costantemente informati (per quanto possibile) fino alla sua conclusione. Se trovate inoltre altre petizioni o altre iniziative sul tema, invito tutti a segnalarmele.

Intanto, incrociamo le dita e diamoci da fare.