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venerdì 17 aprile 2009

O la ricostruzione dell'Abruzzo o i nuovi caccia F-35

L'editoriale di Giulio Marcon sul Manifesto di ieri. Quanti di voi sapevano questa cosa? Ed ecco spiegata l'importanza della libera stampa.... :)

I FONDI PER IL TERREMOTO

O LA RICOSTRUZIONE O GLI F35

Dodici miliardi quelli che servono (così dice Maroni) per ricostruire l'Abruzzo colpito dal terremoto e 12,9 miliardi quelli che due giorni dopo il sisma, l'8 aprile, le Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno deciso, alla chetichella, di spendere per 131 cacciabombardieri F35 (una produzione a guida americana, cui partecipano l'Italia, l'Olanda, la Norvegia, la Gran Bretagna e altri paesi) che servono in guerre d'attacco (per sfondare le linee nemiche) e che possono anche trasportare ordigni nucleari.

In realtà i costi sono superiori ai 12,9 miliardi (come dimostra il documento ufficiale del Ministero della Difesa che trovate anche qui a fianco).
Si arriva a 15 miliardi se si aggiungono quelli già stanziati e quelli per la base di Cameri (Novara) dove verranno assemblati gli F35. Inoltre, poco meno della metà di questi saranno a decollo verticale, e quindi serve una nuova portaerei per ospitarli. E inoltre gli esperti, come il generale Fabio Mini, ci dicono che gli F35 devono essere affiancati dai caccia F22- Raptor. Che noi non abbiamo, ma ce li hanno, inutilizzati, gli Stati Uniti e dai quali saremmo costretti a comprarne un po'. Altri soldi da aggiungere.

Tutto questo mentre Tremonti per l'emergenza terremoto tenta di racimolare un po' di milioni dal 5 per mille, sottraendoli a volontariato e ricerca sul cancro. E mentre dobbiamo ricostruire case, ospedali, scuole distrutte dal sisma, ci dotiamo di un micidiale bombardiere la cui unica funzione è distruggere le linee «nemiche» e con esse, effetti collaterali, case, scuole e ospedali del «teatro di guerra» di turno. È dunque un cacciabombardiere che non serve alle «missioni di pace», a meno che queste non siano un altro modo per chiamare le operazioni di guerra. Gli F35 sono dunque incompatibili con l'art. 11 della Costituzione. Ecco perchè Sbilanciamoci ha lanciato un appello (www.sbilanciamoci.org) per chiedere al governo di fermarsi.

Il parere delle commissioni di Camera e Senato autorizza, ma non obbliga, il governo a firmare il contratto definitivo entro il 31 dicembre 2009, che ansiosamente la Lockeed - chi si rivede! - capocommessa dell'F35, chiede di accelerare. Il contratto per gli F35 è una gallina dalle uova d'oro: i costi lievitano giorno dopo giorno. La Corte dei conti americana ha stigmatizzato in un rapporto di pochi giorni fa un aumento del 17% dei costi negli ultimi 10 mesi. Considerato che la conclusione del programma è prevista per il 2026, la spesa lievitata e finale potrebbe essere 4-5 volte quella preventivata. Una montagna di soldi. In Europa le critiche a questo programma di riarmo trovano voce nei parlamenti. Solo in Italia non succede - quasi - niente.

Un segnale positivo infatti è che il Pd - purtroppo, dopo che che il governo della scorsa legislatura aveva firmato il memorandum d'intesa per produrre gli F35 - abbia deciso di non partecipare al voto finale sul parere dato dalle commissioni di Camera e Senato dell'8 aprile scorso. Speriamo che questo porti ad una netta opposizione ad un programma che produce, tra l'altro, la sudditanza europea all'industria militare Usa. E che appare «buono» per l'epoca Bush tramontata, ma fuori fase almeno rispetto alla nuova storia annunciata da Obama.

Si tratta di un programma di riarmo folle, che arricchisce e rilancia il business delle corporation delle armi e che ha costi così alti che metterà in forse la stessa operativita delle Forze armate italiane.
Magari avremo gli F35, ma non i soldi per farli volare. A meno che come risposta al terremoto non vogliamo aumentare le spese militari.

E per saperne di piu', anche l'articolo di Peacereporter al riguardo. Informatevi...senno' pagate tutto voi...

martedì 12 agosto 2008

Se anche le associazioni dei consumatori hanno un 892 come centralino...

Cercando informazioni per un articolo mi sono accorto di una piccola cosa...

Sarà mai possibile che il Codacons, l'associazione di difesa dei consumatori, richieda per iscriversi ai propri utenti nientemeno che una chiamata ad uno dei famigerati numeri 892 dalla tariffazione di 1,80 euro al minuto (contro i quali ha condotto peraltro un mare di crociate) ?

Se non ci credete guardate qui, o leggete qui sotto (preso dalla stessa pagina...)

"Per iscriversi al Codacons, e per avere informazioni sul servizio di consulenza legale a Roma, vi invitiamo a contattare l'associazione attravero il numero unico 892-007 (Costi della chiamata IVA inclusa: da rete fissa € 1,80 al minuto + € 0,12 scatto alla risposta - da rete mobile il costo è a seconda del proprio piano tariffario, cliccka qui per il dettaglio costi) o la sede territoriale di competenza".

Il numero è inserito anche nella home del sito (che potete vedere cliccando qui), a lato del numero verde (gratuito, questa volta) dell'associazione: il problema è che per informazioni ed appuntamenti vengono segnalati tutti e due, ma chiamando il numero verde risponde solo una voce registrata che invita ad addentrarsi in un menù a tastiera...
Io ho provato 3 volte per vedere se riuscivo a parlare con un operatore, ma è sempre caduta la linea...

Il Codacons (rispondendo evidentemente a polemiche simili) ha voluto illustrare il perchè della scelta di un numero a pagamento qui in questa pagina (accessibile cliccando sul logo del numero che trovate qui nel post in alto a sinistra), spiegando tra l'altro che per ogni chiamata ricevuta dall'organizzazione verranno devoluti 10 centesimi ad un'associazione benefica.

Lodevole certo, ma quando si va a vedere che un solo minuto di chiamata da cellulare Vodafone può costare 2, 57 euro (+ 30 cent di scatto alla risposta) la sproporzione appare sinceramente un po' troppo alta...

Che dire... Se anche le associazioni dei consumatori fanno così, siamo messi bene... :)

venerdì 14 marzo 2008

Ordine dei giornalisti: perchè c'è chi lo difende, ed altre storie...

Dopo l' "effetto Grillo" si parla sempre di più in questi giorni dell'Ordine dei giornalisti, di solito con un solo fine: abolirlo. Uno dei quesiti referendari recentemente depositati dal comico genovese Beppe Grillo in preparazione del secondo "V-Day" contro l'informazione (che non informa), propone infatti proprio questo: l'abolizione dell'ordine, creato dal fascismo nel 1925 e successivamente riformato (in via definitiva) nel 1963, accusato di aver creato una casta chiusa ed impenetrabile dedita solo alla difesa di sè stessa.

Ma siamo proprio sicuri che l'idea di Grillo sia così innovativa?

In tanti forse non sanno che già nel 1996 i Radicali Italiani promossero, in omaggio a quello che definivano un vero e proprio progetto politico di carattere generale definito «americano, liberale, libertario e liberista», una serie di riforme costituzionali tramite referendum. Tra le proposte vi erano leggi elettorali maggioritarie omogenee a tutti i livelli, la riforma della giustizia, del fisco, della sanità, ed alcuni cavalli di battaglia storici dei Radicali come l'aborto, l'obiezione di coscienza e la legalizzazione delle droghe leggere.

In origine molti di più, i referendum vennero ridotti poi a sei da una sentenza della Corte Costituzionale e proposti agli italiani alla fine del 1997, dopo una controversa campagna di pubblicizzazione in cui Pannella denunciò più volte l'ostracismo dei maggiori organi di informazione sul tema, arrivando a presentarsi travestito da fantasma in una trasmissione di tribuna referendaria.

I referendum sopravvissuti furono questi sei: "Abolizione dei poteri speciali riservati al Ministro del Tesoro nelle aziende privatizzate", "Abolizione dei limiti per essere ammessi al servizio civile in luogo del servizio militare", "Abolizione della possibilità per il cacciatore di entrate liberamente nel fondo altrui", "Abolizione del sistema di progressione delle carriere dei magistrati", "Abolizione della possibilità per i magistrati di assumere incarichi al di fuori delle loro attività giudiziarie", "Abrogazione della legge che istituisce il Ministero delle politiche agricole", ed infine l' "Abolizione dell’Ordine dei giornalisti".

Nonostante gli appelli a tutte le formazioni politiche che potessero ritenersi interessate dai quesiti, i Radicali rimasero isolati nella mobilitazione precedente al voto e pur ottenendo maggioranze schiaccianti di «si» (circa l' 80%) i referendum non raggiunsero il quorum di partecipanti richiesto, segnando così un arresto al progetto di riforma radicale. Qui sotto, prese da Wikipedia, potete vedere le percentuali del voto che riguardarono quello specifico quesito: l'abolizione dell'Ordine dei giornalisti. votarono quasi 15 milioni di elettori, che non bastarono a raggiungere il quorum ma che decretarono la loro volontà di abolizione con oltre il 65% dei voti.

Ordine dei Giornalisti

Abolizione dell’Ordine dei giornalisti.


totale percentuale (%)
Iscritti alle liste 49 054 410
Votanti 14 735 975 30,00 (su n. elettori) Quorum non raggiunto
Voti validi 12 702 450 86,20 (su n. votanti)
Voti nulli o schede bianche 2 033 525 13,80 (su n. votanti)
Astenuti 34 318 435 70,00 (su n. iscritti)

Risultati



Voti %
RISPOSTA AFFERMATIVA 8 322 166 65,50%
RISPOSTA NEGATIVA NO 4 380 284 34,50%
bianche/nulle
2 033 525
Totale voti validi
12 702 450 100%

Volendo andare un po' controcorrente come al solito, ho provato a cercare qualcuno che proponesse valide ragioni per fare il contrario, ovvero mantenere l'Ordine intatto, ed ho trovato il testo che vi riporto sotto: si tratta di una "lettera aperta che Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha indirizzato ai colleghi autolesionisti, che chiedono l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, accogliendo i suggerimenti degli editori e in generale dei “padroni delle ferriere”" (cito testuale l'introduzione dal sito FrancoAbruzzo.it).
La lettera è del 10 maggio 2007, e la posto qui sotto per farla leggere anche a voi:

Cari colleghi, mi permetto sommessamente di ricordare che la parola Ordine significa riconoscimento giuridico di una professione, nel caso particolare della professione di giornalista. L’Ordine, inoltre, è la deontologia. Nel caso specifico le "regole" fissate dal legislatore sono il perno, come afferma il nostro contratto di lavoro, dell’autonomia dei giornalisti. I Consigli degli Ordini sono per legge i giudici disciplinari e in questo campo fanno la loro parte, certamente con alti e bassi.

Sottolineo l’importanza strategica per una società democratica del nuovo diritto fondamentale dei cittadini all’informazione ("corretta e completa"), costruito dalla Corte costituzionale sulla base dell’articolo 21 della Costituzione e dell’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (che è legge "italiana" dal 1955). Questo nuovo diritto fondamentale presuppone la presenza e l’attività di giornalisti vincolati a una deontologia specifica e a un giudice disciplinare nonché a un esame di Stato, che ne accerti la preparazione come prevede l’articolo 33 della Costituzione. Le considerazioni sopra esposte consentono di risalire alle ragioni che hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione di giornalista. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione di giornalista comporterà questi rischi:

1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.

2) risulterà abolita la deontologia professionale fissata negli articoli 2 e 48 della legge professionale n. 69/1963.

3) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del "segreto professionale sulla fonte delle notizie". Nessuno in futuro darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.

4) senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione. Oggi, forti delle regole deontologiche calate nella legge, possiamo dire “no” senza rischi di licenziamento. Domani?

5) una volta abolito l’Ordine, scomparirà l’Inpgi. I giornalisti finiranno nel calderone dell’Inps, regalando all’Inps un patrimonio di 2.500 miliardi di vecchie lire (immobili e riserve). Governo e Parlamento devono preoccuparsi di riformare le leggi sugli ordini e sui collegi professionali nonché di tutelare i saperi dei professionisti. La formazione e gli esami per l’accesso devono essere delegati, come vuole la Ue, a un altro soggetto (l’Università) anche per garantire il rispetto del principio costituzionale dell’imparzialità. Non possono essere i professionisti a giudicare chi debba entrare nella cittadella delle professioni. E’ condivisibile, infatti, quella parte del decreto legislativo 300/1999 sul riordino dei ministeri che affida l’accesso alle professioni - e quindi anche della professione di giornalista - all’Università. Oggi deve essere tolto agli editori il potere che hanno dal 1928 di “fare” i giornalisti. I giornalisti devono nascere soltanto in Università.

Non dimentichiamo:

a) che l’Ordine ha cercato di liberalizzare la professione creando 21 scuole (o master) di giornalismo. Scuole e master hanno senso se diventano legalmente l’unica via di accesso;

b) che i suoi minimi tariffari non sono vincolanti (come vuole l’Europa);

c) che l’Europa, con la direttiva 36/2005 (“Zappalà”), ha dato disco verde gli Ordini e ai Collegi italiani.

Quella direttiva e poi il dlgs 30/2006 (“La Loggia”) hanno stabilito che le professioni intellettuali si possono svolgere sia in via autonoma sia in via dipendente. Vogliamo rimanere professionisti e non tornare alla stagione mortificante del “mestiere”. Guardiamo avanti e non sposiamo le aspettative degli editori, che vogliono i giornalisti asserviti ai loro voleri. Senza Ordine, infatti, rimarranno soltanto gli ordini degli editori.

E’ tempo di elezioni (per il rinnovo dei Consigli dell’Ordine) e anche tempo di riformare in maniera incisiva l’Ordine e la professione secondo questi 11 punti:

( ma qui mi fermo, perchè elenca i suoi suggerimenti per cambiare l'ordine che ancora però sono rimasti solo nei suoi pensieri e non nella realtà: per chi vuola continuare l'articolo intero lo trovate sul sito di Franco Abruzzo, cliccando qui.)

Franco Abruzzo

presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

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Conclusioni: Secondo me Grillo si prende meriti che non ha, senza nemmeno citare (sarebbe stato carino) il tentativo fallito dei suoi predecessori. Sembra facile adesso il tentativo di cavalcare un'onda, anzi due: quella dell'entusiasmo suscitato dal primo V-Day (che però come era facile immaginare non ha ancora prodotto nulla di concreto...) e quella di un'Italia facile ad adirarsi ora contro tutte quelle che possono essere chiamate caste. Perchè, ad esempio, ora si parla solo di quella dei giornalisti (cosa pure giusta) e non di altre come quella dei notai o degli avvocati? Grillo li ha tenuti da parte per i prossimi 14 V-Day?

Per il resto essendo parte in causa (ora appartengo al "famigerato" ordine, anche se dei benefici su cui Grillo ed altri sparano non ne ho ancora visto mezzo) non mi pronuncio e lascio a voi i commenti. Credo sia giusto non lasciare tutto il potere alle aziende, ma nemmeno delegarlo tutto alle università penso sia la scelta giusta, almeno finchè i master riconosciuti come quello che sto frequentando costeranno dai 10mila euro in su gettando centinaia di giornalisti in un mercato chiuso e senza sbocchi perchè poco o nulla regolamentato.
La riforma dell'Ordine deve per me passare anche e soprattutto per i problemi di stagisti e collaboratori, se no si rischia di avere un ordine fondato su piloni di irrealtà e pressochè fossilizzato come quello attuale.


Dopo di tutta questa piccola storiellina, che ne pensate?

Fatemelo sapere tramite commenti, che sono curioso... :)


lunedì 29 ottobre 2007

La marijuana? E' solo una foglia! E se lo dice Schwarzy...

Le ultime di Schwarzy: la Marjuana? Solo una foglia! Non è una droga, è una foglia, non fa male ma è una droga (politicamente salvaguardando).
California dreaming, dal sito del Corriere:

TERMINATOR fa discutere: «La mia droga era il sollevamento pesi»

Schwarzy difende la marijuana

Il governatore della California: «La cannabis non è una droga, ma una foglia». Sul web il suo «festino»

LOS ANGELES - Sorprendono le dichiarazioni di Arnold Schwarzenegger, governatore della California, di fede repubblicana ma sempre più liberale nei fatti. «La marijuana non è una droga», ha detto l'austriaco di nascita in un'intervista all'ultimo numero del magazine britannico «GQ».

SPINELLO - Schwarzenegger ha dichiarato di non aver mai assunto droghe nella sua vita. Nello stesso tempo, tuttavia, l'ex Terminator del cinema ha ammesso di aver fumato della marijuana negli Anni Settanta. La riprova è stata addirittura filmata nel documentario sul bodybuilding «Pumping Iron» del 1977 (guarda il video).

NESSUNA DROGA - «Non si tratta di droga, ma solo di una foglia», ha spiegato Schwarzenegger all'ex cronista del Mirror, Piers Morgan, attualmente nel mondo dello spettacolo come giurato nel talent-show «America's Got Talent». «La mia droga, invece, era il sollevamento pesi, mi creda», ha aggiunto il sessantenne governatore, marito di Maria Shriver e padre di quattro bambini. ll suo portavoce, Aaron McLear, si è affrettato a dire che i commenti espressi devono essere interpretati in uno specifico contesto: «Il governatore sa che la marijuana è una droga».

SONNIFERI - Nel colloquio Schwarzenegger ha raccontato poi di non voler condannare l'atteggiamento di quei politici che assumono droghe: «Il compito di un politico è quello di fare del suo meglio per i cittadini e il paese», ha detto. «Perché mi dovrebbe interessare, se un politico prima di andare a letto ingoia dei sonniferi, fintantoché riesce a svolgere il suo lavoro?». Nell'intervista Schwarzenegger ha infine definito l'ex premier britannico Tony Blair «una delle più grandi figure politiche della storia», accanto a John F. Kennedy, Nelson Mandela, Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov. E del presidente Bush dice: «Ho lavorato molto bene col padre. Stimo George W. Bush, anche se non condivido tutte le sue decisioni».

Elmar Burchia