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lunedì 29 settembre 2008

Il videogame sbarca su Youtube: dalla "Linea" di Cavandoli a tutto il resto...

Intanto che di là facevano la riunione di redazione ne ho provati un po'... Fantastici!
E buona anche l'idea di
Corriere.it di raccoglierli tutti! Qui in più trovate anche l'accesso diretto ai primi video per provare... Che volete di più?!? :)

PASSATEMPI ONLINE


I migliori videogame (gratis) su YouTube
Dalla «Linea» degli anni '70 alla macchina da salvare. E il gatto Sparta da ritrovare, ma era già una star del web



MILANO - Interagire e non solo guardare: con un paio di trucchi alcuni registi creano da semplici filmati su YouTube dei veri e propri videogame interattivi e gratuiti. Il giocatore decide con un semplice click come continuare. Far arrabbiare la Linea, salvare un'automobilina, far da Cicerone a Eusebio: ecco i migliori giochetti di YouTube sul web.



A CAR'S LIFE - Il filmato animato «A car's life» è il primo della serie ad essere stato pubblicato. Nel primo livello compare una macchina che il giocatore dovrà guidare lungo una stradina, dove parecchi ostacoli bloccano il proseguimento; per evitarli occorre cliccare al momento opportuno (e velocemente) su un pulsante che apparirà per qualche secondo da qualche parte nel video. «Cliccate per salvare l'auto», c'è scritto nella prima clip. La macchinina eviterà di schiantarsi e prendere fuoco e ciò permetterà di passare al livello sucessivo, ovvero a un altro video sul portale per proseguire il gioco su un'altra e più angusta carreggiata.

OTTO LIVELLI - La tecnica del gioco è molto semplice: con l'introduzione delle annotazioni, i creatori hanno dato la possibilità di collegare il video che stiamo visualizzando ad altri presenti sul sito di Google. La funzione dei commenti del portale YouTube viene praticamente usata per uno scopo diverso da quello previsto. Con questo meccanismo è possibile inserire nella finestra video delle «annotazioni», più o meno sensate, mentre la clip viene riprodotta. Otto sono i livelli di «A car's life», realizzato dalla società d'informatica indiana Hexolabs.



LA LINEA - «La Linea» è conosciuta da tutti: è il personaggio protagonista di un cartone animato degli anni Settanta ideato da Osvaldo Cavandoli che ritroviamo ancora oggi in molti filmati d'epoca sul Web. Il cartone animato è costituito da un uomo che percorre una linea bianca e sottile, virtualmente infinita, di cui anch'esso è parte integrante. Arrabbiato e in un linguaggio «incomprensibile» si rivolge al suo disegnatore che gli mette sempre nuovi ostacoli tra i piedi. L'appassionato filmmaker canadese Patrick Boivin ha realizzato un suo sogno. Un sogno che tutti i fan de «La Linea» hanno avuto almeno per una volta: stuzzicare il disegnatore. Fiori, ascensori, coniglietti, elefanti - questi ostacoli reagiscono in modo del tutto inaspettato - anche per «La Linea».



TUBE ADVENTURES - Lo spagnolo Victor Losa, regista a tempo perso di Madrid, ha sviluppato il gioco d'avventura
«Tube Adventures». A differenza dei due precedenti videogame per YouTube questo è assai più elaborato, realizzato con vecchi filmati pescati in rete. Eusebio è il protagonista di questa storia: esce dalla porta di casa per andare a comprare il pane ma dopo pochi metri un vaso gli cade in testa, facendogli perdere la memoria. Inizia così la sua avventura, «Alla ricerca della panetteria», che lo vede impegnato nel tentativo di identificare la strada giusta che lo conduca al negozio. A destra o a sinistra? Anche stavolta è l'utente davanti al pc, sfruttando link, tag e sistemi di commento del portale, a decidere il percorso che Eusebio dovrà fare ogni qual volta si troverà di fronte a un incrocio. Tra i vari finali pensati dai creatori c'è anche quello che prevede la morte del ragazzo, investito mentre attraversa la strada.



GATTINO SPARTA - L'anno scorso col suo video musicale
«The Mean Kitty Song» (con protagonista il gattino «Sparta»), il 27enne californiano Cory Williams ha scalato le classifiche di YouTube. Ora ci riprova con questo videogame online: Sparta si è nascosto da qualche parte nell'appartamento e Williams deve trovarlo. Semplice ma divertente, Cory Williams ha attirato l'attenzione di 1,5 milioni di giocatori in soli cinque mesi. Perché? Il blog tecnologico «Silicon Alley Insider» ha provato a rispondere così: «Williams sa che le persone ammazzano il loro tempo su YouTube, che amano i gatti e che cercano qualcosa, qualsiasi cosa, da fare». Per esempio trovare gattini.



O fare giochi di prestigio con le carte. (e qui cliccate voi però...)

Se ne conoscete altri segnalateli nei commenti!

Ps: il trucco di quello delle carte è semplice...chi lo scova per primo? :)




mercoledì 27 agosto 2008

L'Italia e i campioni olimpici "dimenticati"

Da Corriere.it di oggi.

Tanto per ribadire che in Italia si parla sempre e solo di calcio, e questi che pure vincono medaglie d'oro in mondovisione vengono dimenticati dopo poche ore...

Calato il sipario sui Giochi, si spengono le luci su tanti atleti protagonisti a Pechino
QUEI CAMPIONI SENZA VALORE
Le vittorie e le imprese condannate ad avere soltanto due settimane di vita.

PECHINO — Giulia Quintavalle, oro nella categoria fino a 57 kg di judo, è rimasta due ore nella stanzetta dell'antidoping. Probabilmente l'emozione. Quando è uscita e si è trovata di fronte la selva oscura dei giornalisti cacciatori d'oro, la sua timidezza è uscita dal nascondiglio. «Sapete, non sono abituata all'interviste». Un giornalista, simpaticamente, l'ha rincuorata: «Tranquilla, per altri quattro anni non ne farai». L'analisi, seppur sgradevole (e villana tanto più espressa davanti all'interessata), è comunque tavola della legge. Inattaccabile.

Marco Galiazzo (Omega) L'Olimpiade è il regno incontrastato delle cicale. E al loro canto estivo corrisponde il controcanto della stampa. Storie che da qui a quattro anni non racconteremo più, o, come è successo prima di questa Olimpiade ritroveremo brevemente. Esempi. Marco Galiazzo, il suo cappello da scout in libera uscita, il suo arco micidiale, hanno travolto la fantasia popolare ad Atene quando vinse l'oro. Dopo niente. Lo siamo andati a ripescare prima di Pechino e, ora che non si è ripetuto, difficilmente lo cercheremo nei pressi di Londra.

Le storie sommerse hanno varie tipologie. Ci sono quelle italiane che andiamo a spulciare nei pressi dell'Olimpiade, come Wenling Tan Monfardini che, venendo da Liaoling nel Nord-Est cinese e giocando a ping pong qui è stata molto raccontata. O come l'unica (e prima italiana) nel torneo di badminton, Agnese Allegrini che vive e si allena in Danimarca e che ritornerà nell'anonimato in cui vive questo sport in Italia. E se qualcuno conosceva i pugili Roberto Cammarelle, Clemente Russo e Vincenzo Picardi, alzi la mano. E la alzi chi, a parte gli affezionati del taekwondo, immaginava l'esistenza di Mauro Sarmiento, concittadino di Picardi (sono entrambi di Casoria) e medaglia d'argento nell'arte marziale coreana.

Natalie Du Toit (LaPresse) Ci sono gli italiani, che acquistano dignità e spazi olimpici con le medaglie, e ci sono gli stranieri con qualità particolari. Natalie Du Toit è la prima amputata a competere in una gara olimpica. L'abbiamo celebrata prima e poi, spietatamente, visto che non si è «piazzata», abbandonata al suo destino. Ma Natalie ce la troveremo ancora lungo la strada. Difficile che torneremo a parlare di Mohammad Alirezaei, ranista iraniano che ha accusato un'appendicite «diplomatica» e guarda caso ha saltato la batteria dove c'era un nuotatore israeliano. Ha avuto qualche spazio perfino Abhinav Bindra, l'indiano che ha conquistato il primo oro individuale (nella carabina 10 metri) per il suo Paese in 108 anni di storia olimpica. Arrivederci e grazie.

Come dei sogni della nazionale islandese di pallamano (formata praticamente un abitante su due dell'isola), celebrata per la finale raggiunta e la possibilità, anche in questo caso, di conquistare il primo oro per l'Islanda che, comunque pareggiava il miglior risultato, l'argento nel salto triplo nel 1956. La sconfitta con la Francia la consegna all'oblio. Quindi, Islanda adieu.

La giavellottista paraguaiana Leryn Franco (Afp) A muoverci sono sentimenti contrastanti. La commozione (o un certo gusto per la cronaca nera) per Hugh McCutcheon, il c.t. della squadra di volley Usa, che ha dedicato la medaglia d'oro al suocero, Todd Bachman, assassinato alla Torre del Tamburo da uno squilibrato che poi si è tolto la vita. Il suo successo è diventato una «storia» per via della cronaca nera. E allora non può mancare il risvolto della cronaca nera, cioè quella rosa. Un giorno, così, dal niente (o dal tutto, guardandola) è esplosa nelle nostre vite la bellissima paraguaiana Leryn Franco, miss giavellotto. Nessuno di noi sa chi ha vinto la gara, ma tutti conosciamo a memoria il suo portfolio da modella. A nessuno importa che sia arrivata 25ª su 27 nel suo gruppo e praticamente sia venuta solo per partecipare. È diventata una protagonista dell'Olimpiade, dove, per avere spazio non conta solo vincere, ma essere «una storia» che ha cantato una sola, breve ma intensa estate.

Roberto Perrone

mercoledì 16 aprile 2008

Due o tre cose che forse non sapevate sulla fiaccola olimpica.

Lo sapevate che il rito del passaggio della fiaccola olimpica attraverso i continenti fu inventato dai nazisti per promuovere il terzo Reich, e che la prima protesta alle Olimpiadi moderne è del 1908?

Questi ed altri piccoli e grandi aneddoti sulla storia della fiamma dei Giochi me li ha fatti scoprire la giornalista Lucia Annunziata in un suo articolo apparso su "La Stampa" lo scorso 9 Aprile.

Se siete curiosi come me beh, lo trovate qui sotto...


LA TORCIA E' POLITICA

Due o tre cose che so di lei.

Lei è la Torcia, che attraversa fiammante il mondo e la nostra fantasia, simbolo innegabile e magnifico di aspirazione all’eternità. Ma prima che la passione di cui naturalmente essuda diventi nelle nostre menti un ricettacolo di clichè, vorrei sfogliare con voi la storia di molti concetti che ripetiamo in questi giorni. Dal momento che i clichè sono sempre i nemici del lavoro mentale, e per converso sono sempre i migliori amici delle ideologie.

Non è affatto vero, intanto, che la tradizione della staffetta mondiale della torcia come segno di pace fra i popoli risalga all’antica Grecia. A Olimpia c’erano la torcia e l’idea del fuoco eterno; ad Atene c’erano delle corse con la fiamma, chiamate lampadedromia.

Ma la tradizione del trasporto della torcia da un paese all’altro è usanza infinitamente più moderna e ben meno nobile di quel che si dice: la fiamma venne reintrodotta nelle Olimpiadi nel 1928 ad Amsterdam e il suo trasporto a piedi attraverso nazioni fu inventato dai nazisti per preparare le famose Olimpiadi di Berlino del 1936.

La cerimonia fu accuratamente progettata perché proiettasse nel mondo l’idea del Terzo Reich; un grande spot per stabilire la perfetta continuità fra l’antica Grecia, considerata, ricordiamoci, una nazione proto-ariana, e la Germania di Hitler.

All’evento lavorarono i grandi personaggi della comunicazione nazista: Carl Diem, Josef Goebbels che ne impostò il coverage dal vivo via radio, e Leni Riefenstahl che filmò il tutto. La prima torcia della staffetta moderna venne così accesa con l’uso di uno specchio fatto dalla società tedesca Zeiss; il suo acciaio era firmato dalla Krupp; e il suo itinerario, scelto da Hitler, fu, col senno di poi, tutto tranne un viaggio di pace fra popoli: dalla Grecia a Berlino la torcia passò per la futura Jugoslavia e la Cecoslovacchia che pochi anni dopo sarebbero state invase dai carri armati della Krupp, e al suo arrivo a Vienna fu accolta da un gran raduno pro-nazista, che aprì la strada all’Anschluss, l’annessione dell’Austria nel 1938.

Va maneggiata con cura dunque la retorica della fiaccola e della pace. Così come con cura bisogna scegliere le parole quando si dice che le Olimpiadi non sono un evento politico.

Al contrario, esse sono sempre state estremamente politiche: i Giochi senza segno di boicottaggio sono stati l’eccezione, non la regola. Secondo gli storici dello sport, solo Barcellona nel 1992 e Roma nel 1960 sono stati tranquilli. La prima protesta è del 1908, quando gli atleti irlandesi non andarono ai Giochi a Londra per manifestare a favore dell’indipendenza del loro Paese. In quella stessa occasione gli atleti Usa rifiutarono di abbassare la bandiera davanti al re Edoardo VII in onore della loro indipendenza dall’Inghilterra.

Nel 1936 molti atleti ebrei si rifiutarono di andare a Berlino e gli stessi Usa furono molto vicini al boicottaggio, evitato solo da un appello del presidente del Comitato Olimpico Americano. Fu una buona decisione, probabilmente perché per gli Usa vinse un atleta nero, Jesse Owens.

Dopo il secondo conflitto mondiale le Olimpiadi vengono segnate dalla Guerra Fredda: ad Helsinki nel 1952 i sovietici rimanevano sempre da un lato del confine e arrivavano solo per competere; a Melbourne nel 1956 Egitto, Iraq e Libano restarono a casa per protestare contro l’invasione di Suez da parte di Inghilterra e Francia, mentre Olanda, Spagna e Svizzera disertarono lo stesso appuntamento contro l’invasione dell’Ungheria da parte della Russia sovietica.

Nel 1964 il Sud Africa fu bandito per le sue politiche razziali; nel 1968 in Messico vennero uccisi 200 studenti nel corso di proteste, ed è in quella Olimpiade che due atleti Usa, neri, alzarono dal podio il pugno del Black Power. Vennero espulsi, ma sono rimasti nella storia delle Olimpiadi.

C’è poi la crudele Monaco del 1972 con la strage di 11 atleti israeliani assaliti dai terroristi del Settembre Nero palestinese; e il boicottaggio nel 1976 delle Olimpiadi di Montréal da parte di 26 nazioni africane, e quello di tutti i Caraibi contro la Nuova Zelanda che aveva giocato con il Sud Africa.

Ma i più grandi boicottaggi dovevano ancora venire: 62 Paesi guidati dagli Usa nel 1980 disertarono Mosca contro l’intervento sovietico in Afghanistan e i sovietici restituirono il trattamento nel 1984, quando non andarono a Los Angeles insieme con tutti i Paesi del loro blocco d’influenza.

Insomma, taglia qui e verifica lì (le fonti di queste storie sono facilmente verificabili, ad esempio tramite i link di approfondimento della Bbc) cosa resta della mistica pacifista delle Olimpiadi e del dibattito sulla legittimità del boicottaggio?

Resta poco, ma per fortuna quando si aggirano tutti i clichè, quel poco è l’essenziale: politica e Giochi sono da sempre legati e non è affatto un’offesa usarne il legame. Possiamo così liberarci dalla retorica: boicottare o no la Cina non è una scelta fra sport e politica, ma una scelta tutta politica. Assodato questo, ritorna in primo piano la classe dirigente del mondo. Le sue esitazioni non riguardano solo i rapporti commerciali con la Cina, pur rilevanti.

Queste Olimpiadi arrivano in un momento in cui la definizione della natura del governo cinese trova a un incrocio molti leader occidentali. Sarkozy, ad esempio, viene colto nel momento in cui reinventa la sua posizione internazionale: e può forse occuparsi di liberare la Betancourt, le infermiere incarcerate in Libia, e non criticare la Cina?

Su Hillary Clinton, in posizione difficile nelle primarie, la Cina pesa in quanto ex partner ombra della presidenza Clinton. Ci si ricorderà che sia Clinton che Gore vennero accusati di prendere soldi dai cinesi, e le spese dell’inchiesta vennero pagate solo da chi l’aveva avviata, l’allora capo dell’Fbi, Louis Freeh, che venne rimosso.

Con chi starà poi il tormentato Brown, ancora all’ombra del suo predecessore Blair (per altro campione proprio dei diritti civili)? Ed è evidente, infine, che in Italia la Cina scatena le molte diverse anime del Pd.

Discutere di queste Olimpiadi è, dunque, ben più che parlare di pace. La Cina non solo è vicina, ma ci è dentro.

Lucia Annunziata - La Stampa

lunedì 7 aprile 2008

I Giochi, il Tibet, e i troppi silenzi all'ombra della fiaccola.

Vista la giornata, oggi potrei parlare o di Olimpiadi o di Politica o di cazzeggi vari... Ma siccome piuttosto che parlare di politica preferisco fare qualsiasi cosa (anche perchè alla fine dei fatti lo ritengo piuttosto inutile, e perchè mi viene ancora da pensare al camioncino del La Destra fermo ieri pomeriggio in Prato della Valle che per fare propaganda sparava nell'aria le musiche del Ventennio fascista...che tristezza...), e cazzeggio c'è sempre spazio per farlo, posto uno degli articoli più belli che abbia visto scritti fino ad ora sulle Olimpiadi.

Direttamente da Repubblica.it (chi è curioso può guardare direttamente qui) "Pechino, i Giochi e i diritti umani. Ora i reporter stranieri sono nemici", a firma del bravissimo Federico Rampini, corrispondente storico dall'Asia.

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PECHINO - E' bastato che la fiaccola olimpica toccasse il suolo europeo a Londra, per accendere proteste che continueranno oggi a Parigi, dilagheranno da San Francisco a New Delhi. Queste manifestazioni rivelano un turbamento profondo tra le opinioni pubbliche democratiche, un disagio che i governi occidentali non riescono a interpretare.

Abbiamo visto crescere la Cina come la nuova superpotenza dell'economia globale, l'abbiamo scoperta capace di esportare non solo prodotti e capitali ma anche influenza diplomatica, politica, perfino culturale. Quella parabola ha ispirato una certa ammirazione: per le centinaia di milioni di persone affrancate dalla miseria in pochi decenni; per l'efficienza di una classe dirigente capace di traghettare verso la modernità la nazione più popolosa del pianeta.

Sullo sfondo di una formidabile ascesa, restava in sospeso l'interrogativo drammatico sulla natura autoritaria del suo sistema politico, incompatibile con i valori universali dei diritti dell'uomo. Oggi l'avvicinarsi dei Giochi fa esplodere la contraddizione tra l'immenso peso della Cina nel mondo, e la sua pericolosa diversità, l'intransigenza con cui i suoi dirigenti rifiutano di imboccare la via delle riforme democratiche. Europei e americani sono sgomenti di fronte al mutismo dei loro governi perché dietro vi intuiscono un'impotenza, sospettano opportunismi e viltà.

Sono passate appena tre settimane dall'inizio della rivolta del Tibet, schiacciata dalla repressione cinese. Pochi giorni fa il regime di Pechino ha dato un'altra prova dei metodi con cui garantirà l'ordine durante i Giochi di agosto: ha condannato a tre anni e mezzo di carcere Hu Jia, l'attivista umanitario colpevole di aver difeso i malati di Aids, di battersi per la tutela dell'ambiente, per la libertà religiosa; un dissidente odiato dalle autorità per i suoi contatti con la stampa estera e il coraggio con cui usava Internet sfidando la censura.

Questo giro di vite contraddice gli impegni di liberalizzazione presi dalla Repubblica popolare quando ottenne l'assegnazione delle Olimpiadi, il 13 luglio 2001. Nessun governo occidentale finora ha trovato le parole per dirlo. Pochi giorni fa da un vertice dell'Unione europea è uscita una penosa cacofonia sul Tibet e i Giochi. La Francia ha peggiorato la confusione, dettando precise condizioni per la partecipazione di Sarkozy alla cerimonia inaugurale, che sono state smentite dopo poche ore.

Colpisce il silenzio dell'Occidente su un altro spettacolo preoccupante che va in scena a Pechino: il tiro al bersaglio contro la stampa straniera. Irrigidito per la tensione interna ed esterna che sente crescere all'avvicinarsi di agosto, esasperato per l'impatto mondiale della repressione in Tibet, il regime di Hu Jintao ha deciso di prendere di mira chi diffonde le notizie sgradite. Dopo aver sigillato il Tibet e perfino regioni limitrofe come il Sichuan, vietando l'accesso ai giornalisti stranieri; dopo aver blindato l'informazione interna con la propaganda, ora il governo dirige una virulenta campagna contro la stampa estera accusata di pregiudizi, distorsioni e manipolazioni.

L'operazione è partita in sordina, con la denuncia di errori in alcune immagini diffuse da Cnn e Bbc. Poi sono sbocciati dei siti Internet animati da cittadini-vigilantes a caccia di disinformazione: uno di questi si chiama www. anti-cnn. com. In un paese che ha ormai più utenti online dell'America (230 milioni), e dove 30.000 informatici lavorano a tempo pieno per censurare il web, il principale portale nazionale Sina. com ha lanciato una petizione popolare per condannare i "pregiudizi" dei mass media stranieri: fino a ieri aveva raccolto 1.140.000 firme (secondo dati del governo, naturalmente incontrollabili).

Il principale giornale nazionale, il Quotidiano del Popolo, ha un forum online dove i lettori autorizzati inseriscono commenti di questo tenore: "A Lhasa sono stati commessi crimini violenti ma i mass media occidentali ne hanno dato versioni false e tendenziose". "I cinesi sono indignati, la stampa estera deve vergognarsi". Dalle denunce generiche si è passati alle intimidazioni personali. Alcuni corrispondenti americani hanno ricevuto centinaia di telefonate e sms anonimi con minacce di morte estese ai familiari. Gli autori sono "gruppi nazionalisti" non meglio identificati. Due giornalisti occidentali si sono dovuti trasferire per precauzione da Pechino a Hong Kong.

Dietro questo crescendo di ostilità c'è una regìa inequivocabile. Il governo non ha neppure cercato di nascondere il suo ruolo: il sito ufficiale delle forze armate ha pubblicato un lungo elenco di giornalisti stranieri con le loro coordinate personali, dal numero di cellulare all'indirizzo di casa. La caccia alle streghe riecheggia in modo sinistro certe pagine di storia del maoismo. A quattro mesi dalle Olimpiadi per le quali aveva promesso libertà d'azione ai mezzi d'informazione, Pechino sta orchestrando con le risorse dello Stato un linciaggio virtuale dei mass media stranieri.

Se avvenisse in un paese meno importante i governi occidentali avrebbero già reagito. In questo caso invece dall'America all'Europa il silenzio è assordante. E i nostri comitati olimpici nazionali, riuniti proprio in queste ore a Pechino, fanno finta di non vedere nulla. Il realismo che deve guidare le diplomazie non ci impone di calpestare i valori su cui sono fondate le nostre democrazie. Visto che queste Olimpiadi si terranno, è ancora possibile riscuotere dai dirigenti cinesi un pedaggio, per la vetrina nazionalista che si sono conquistati. Se George Bush e i leader europei vogliono essere a Pechino l'8 agosto, almeno non si limitino ad apparire in tribuna d'onore alla cerimonia inaugurale. Che chiedano di andare anche dove a noi è vietato: a Lhasa.

Federico Rampini