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mercoledì 30 settembre 2009

"Se vuole che la aiuti voti Berlusconi": la politica del consigliere Patrizio Bianconi.

Sconvolgente. Eppure così banale da lasciare attoniti. Perchè in fondo l'abbiamo detto tutti che in politica le cose funzionano così. Sperando però, in cuor nostro, che ciò non fosse vero.

Oggi però sulle pagine di Repubblica.it è comparsa questa lettera, la risposta di un consigliere del comune di Roma ad un cittadino che richiedeva i suoi servizi per una questione di pubblica utilità. Leggetevi la lettera, e la relativa risposta. I commenti li lascio a voi.

Ecco, di seguito la mail inviata da Marcello Mancini e la risposta del consigliere Patrizio Bianconi.

«Caro Patrizio, scusa se ti disturbo, ma in via Tacito l´Ama ha piazzato dei cassonetti in modo assolutamente sconcio, senza nessuna logica, seguendo probabilmente delle pressioni di qualche raccomandato. Mi fai sapere se esiste una normativa comunale in merito ed eventualmente come agire per far ripristinare un regolare ordine?».

Marcello Mancini

«Egr. Dott. Mancini, nella sua e-mail Lei mi segnala una problematica personale che esula dalle mie competenze. Sarebbe svilente se un On. si dovesse occupare di cassonetti - o monnezza, come dicono a Roma - tanto più se gli stessi si trovano dinanzi ad un´attività imprenditoriale di un privato. Con profondo rammarico noto (...) che lei non comprende il senso, né la ratio della Mia attività politica! Cercherò di essere chiaro. Lei, alle elezioni che mi hanno visto trionfatore non mi ha votato - anzi più volte nel corso degli anni ha manifestato antipatia nei confronti di Berlusconi (...)

E allora nasce spontanea una domanda: perché si rivolge alla mia persona? Io per quale motivo dovrei adoperarmi per lei? Forse mi reputa un idiota che si fa sfruttare da chiunque? Oppure, cosa ancora più offensiva, il suo servetto? Io lavoro solamente per chi mi vota in quanto faccio politica, non il missionario (...)

Sarebbe svilente e umiliante per la mia persona, la mia competenza e la mia professionalità consentire a chiunque di chiedermi favori che, come nel caso di specie, esulano dalle mie competenze. Pertanto: 1) O si impegna formalmente - stipulando un patto di sangue con il sottoscritto - a votare nel 2013 il sottoscritto on. Patrizio Bianconi al Comune di Roma ed il dir. Andrea Zaerisi al municipio XIX; 2) O, se lei non è intenzionato, non si rivolga alla mia persona.

Desidero infine segnalarle che per avvalersi della mia professionalità deve preventivamente fornirmi: nome, cognome, indirizzo di residenza affinché io possa schedarla nella mia rubrica individuando la sezione elettorale dove lei vota al fine di controllare se esprimerà o meno la preferenza nei miei riguardi. E poi: il suo telefono di casa, il cellulare e l´e-mail al fine di poterla rintracciare quando ci servirà il voto suo e della sua famiglia. Se non se la sente di instaurare con il sottoscritto tale tipologia di patto la invito a rivolgersi alle persone che lei vota (...) Io non mi faccio prendere per il culo da nessuno!».

On. Patrizio Bianconi.

lunedì 29 giugno 2009

"Scappo, qui la ricerca é malata". Lettera di una ricercatrice al Presidente Napolitano.

"Scappo: qui la ricerca é malata". Con queste semplici ma terribili un altro ricercatore, un altro pezzettino del futuro e della possibile crescita e rinascita di questo paese fugge dall'Italia. Ancora una volta, per colpa delle ingiustizie del clientelarismo, dei tagli e della sostanziale miopia di chi governa un mondo - quello della ricerca - molto spesso senza esserne davvero mai stato parte e conoscerne i meccanismi che lo regolano e che gli permetterebbero di crescere, a vantaggio di tutti.

Il bello - con la dovuta ironia - é che ne parlavo ieri con la mia ragazza, che vorrebbe andarsene via anche lei da qui per poter fare nella vita ciò per cui ha studiato. Ieri parlando con lei ero ottimista su quello che si sarebbe potuto trovare guardando in giro. Oggi un pezzettino di quell'ottimismo l'ho perso per strada. Spero di ritrovarlo prima che scappino anche tutti gli altri attorno a lui. O finirò per scappare anch'io.

Da Corriere.it:

Una laurea in Medicina, due spe­cializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di geneti­ca dell’Università di Pavia. Rita Cle­menti ( foto sotto a sinistra), 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origi­ne genetica di alcune forme di lin­foma maligno, in questa lettera in­dirizzata al presidente della Re­pubblica Napolitano racconta la sofferta decisione di lasciare l’Ita­lia. Da mercoledì 1˚luglio lavorerà come ricercatrice in un importan­te centro medico di Boston.

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.

Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi

lunedì 25 agosto 2008

Termoli: la municipale e l'ambulante trascinato nel portabagagli

...e ogni tanto ti giri e scopri che il tuo mondo sta diventando un posto assurdo.

Su Repubblica.it per esempio tornato dal mio giro per Ecopass scopro che sabato scorso (ma la notizia è balzata agli onori della cronaca oggi) a Termoli la polizia municipale, pur di fermare ed arrestare un pericolosissimo venditore ambulante immigrato (forse) clandestino, macchiatosi dell'unica colpa di spacciare dei "pericolosissimi" braccialetti per strada, ha dato veramente di matto.

Quando il venditore, una volta fermato, ha supplicato gli agenti di lasciarlo andare o almeno di restituirgli le sue cose, gli agenti l'hanno preso per il collo e trascinato schiena a terra per la strada, in mezzo alla gente intenta a passeggiare. Arrivati alla volante hanno fatto ancora di meglio: visto che il fastidioso nero piagnucolante ancora non voleva saperne di staccarsi dalle sue cose, la geniale pensata: "Insieme alla sua roba, infiliamo nel baule pure lui".

E, come documentano le foto, non si sono fatti pregare.

A fermare questa follia solo la gente intorno, che ha cominciato ad inveire contro gli agenti radunandosi attorno alla scena costringendo gli stessi a caricare il malcapitato in macchina e scappare di gran carriera.

Ce ne sarebbero tante, a questo punto, di cose da dire: se non valga la pena fermarsi un attimo a pensare se davvero il problema più grave dell'Italia sia un venditore ambulante che sceglie di vendere braccialetti anzichè mettersi sul serio a spacciare (dove penso guadagnerebbe molto di più); se quest'ossessione della "sicurezza a tutti i costi" che ci arriva da tutti i mass media, governi e sindaci non ci abbia coinvolti un po' troppo, fino a farci sragionare e perdere il contatto con la realtà; se non sia un buon segnale tutto sommato che per una volta sia stata la gente comune a "svegliarsi" tentando di aiutare in qualche modo questo poveretto, anzichè far spallucce ed ignorare la cosa come troppo spesso capita.

Ma preferisco postare qui sotto la lettera di una signora come tante: una cittadina qualunque di Termoli, che la mattina dopo il fatto prende carta e penna e scrive una lettera ad un giornale della sua città, per denunciare tutto e dire: "Io non chiudo gli occhi".. Dentro c'è l'indignazione, la rabbia e la tristezza di chi si vergogna per la propria città, sentendosi come straniera in un Paese che non riconosce più.

Spero solo che in tanti, leggendola, si riconoscano nelle sua parole. Allora, sia per me che per lei, questa Italia sarà davvera più confortevole e "sicura". Se non altro, di essere ancora umana.

Termoli. 23 agosto, Sagra del Pesce, l'estate termolese si sta chiudendo, allegria, confusione... .e violenza. Mio figlio 18enne rientra verso l'una stanotte, sconvolto dalla brutalità assurda cui ha assistito nel centro della nostra cittadina. La polizia ferma un venditore ambulante, lo trova senza licenza di vendita, lo arresta e, poichè non vuole lasciare la sua merce e si aggrappa alle sue povere cose, lo trascina malmenandolo in mezzo alla strada fino alla macchina e lo carica nel portabagagli!

Si radunano più di cento persone che protestano per questa inutile brutalità, e mio figlio riferisce che per pochissimo si è evitata la rissa, probabilmente perchè le forze dell'ordine, fiere di aver bloccato un criminale così pericoloso, sono ripartite a tuttà velocità.

Ho faticato ad addormentarmi, con questa scena ingiustificabile negli occhi, e mi sono sentita piena di vergogna per la polizia della mia città, che non sapevo così stupidamente brutale, per questa società che si accanisce con gli stranieri e i diversi, per la morte evidente dei valori di tolleranza e solidarietà nei quali larga parte della mia generazione è cresciuta. Davvero il pericolo più grave e il rischio più grande per l'ordine pubblico per la mia città in questo periodo sono i venbitori abusivi? E quand'anche fosse così, non c'è altro modo per arginare il pericolo che picchiare e portare via una persona come fosse una cosa vecchia o una carcassa di animale, chiuso in un portabagagli.

Mi rallegra solo pensare che le persone presenti abbiano avvertito la stupida cattiveria dell'accaduto e abbiano protestato, e posso solo rallegrarmi di non essere stata presente, perchè probabilmente avrei rischiato anch'io l'arresto.

Resta la tristezza per un episodio purtroppo in sintonia con il clima del nostro paese, con la caccia allo straniero, con la giustificazione a priori della violenza, e resta un grande sgomento nel vedere che Termoli si sta mettendo in linea con un'Italia nella quale sono io a sentirmi straniera. Non credo sia mai successo niente di simile nei 25 anni che ho vissuto qui.

Vorrei che pubblicaste questo piccolo sfogo,e magari apriste un sondaggio fra i vostri tanti lettori; mi piacerebbe sapere che non sono la sola a provare indignazione e pena per fatti come questo. Grazie dell'attenzione.

Marcella Stumpo.

Per chi volesse saperne di più, qui trovate il link a Primonumero.it, il giornale web che per primo si è occupato della cosa e dove trovate oltre ad altre foto dell'accaduto anche la versione originale della lettera postata sopra.

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Upgrade: il Comune di Termoli ha inviato una nota in cui si spiega che il sindaco Vincenzo Greco ha chiesto al responsabile della Polizia Municipale una relazione dettagliata sull’accaduto, sostenendo che «dalle prime verifiche risulta che il venditore ambulante, proveniente dal Bangladesh e residente a Roma, non è mai stato picchiato né trascinato o chiuso nel bagagliaio dell'automobile di servizio della Polizia Municipale.

L'uomo, a quanto risulta dai primi rapporti, sarebbe scivolato sulla strada mentre cercava di fuggire dai controlli degli agenti, e sarebbe rimasto deliberatamente a terra, attirando l'attenzione dei passanti con urla e lamenti e aggrappandosi con le mani alla cassetta contenente la merce che stava vendendo, opponendo perciò resistenza alla confisca, operata dai Vigili Urbani dopo aver verificato che il venditore ambulante non era in possesso della licenza di vendita».

«Gli agenti della polizia locale» prosegue la nota del Comune «hanno quindi tentato di riporre nel bagagliaio dell'auto di servizio la cassetta della merce confiscata mentre il venditore ambulante restava aggrappato alla stessa. Durante questa operazione, i vigili urbani non hanno mai usato violenza ai danni del cittadino del Bangladesh, né tantomeno hanno cercato di introdurlo con la forza nel bagagliaio dell'automobile di servizio».

Numerosi testimoni presenti alla scena hanno già smentito la ricostruzione della polizia, ma a vedere dalle foto sembra che il dibattito su chi abbia ragione e chi no sia destinato a finire molto presto... Secondo voi? :)

mercoledì 23 aprile 2008

Le pressioni sui giornalisti spiegate alla gente. Ovvero, cosa può accadere in un giornale di Provincia se a qualcuno non piace un articolo...

«Fare il giornalista? Sempre meglio che lavorare!».

Non so chi l'abbia coniata, ma è una battuta che riassume quello che di solito pensa la maggioranza della gente (almeno - di quella che io ho conosciuto) del lavoro del giornalista. «Avete la vostra tesserina, viaggiate ed entrate gratis ovunque, mangiate a sbafo alle conferenze stampa e tutto per due articoli che mettete sul giornale, sempre uguali tra loro ogni quotidiano che si apre, e potete fare quello che vi pare senza che nessuno vi dica niente». Ha ragione "Il Grillo" quando dice che siete una casta anche voi...

Ma siamo sicuri che sia così?

Oggi mi è arrivata una mail da un collega che racconta un piccolo fatto a lui accaduto, esemplificativo di tante cose e di tutti quei piccoli e grandi problemi di pressioni e gerarchie che anche solo un piccolo collaboratore di un giornale di provincia pagato 5 euro al pezzo come lui deve subire nel mestiere che ha scelto, e che nonostante tutto continua a fare.

Non troverete nomi nella mail: mi ha permesso di pubblicarla, ma non di rendere noti i nomi delle persone e delle ditte coinvolte. E' una sua decisione, ed io la rispetto, anche se mi sarebbe piaciuto tanto, ma veramente tanto, farvi conoscere le persone che hanno il coraggio di scrivere certe cose.
Se avrete la pazienza e la voglia di saperne di più, la stessa lettera l'ha pubblicata in versione integrale sul suo blog. Non posso darvi il nome, ma non è difficile da trovare partendo da qui...

Ad ogni modo: a voi! E' un po' lunga, ma merita...

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"Da noi al Giornale di ******* tira lo stesso tipo di brutto vento che gira da voi ".
Queste le testuali parole che mi detto al telefono un redattore quando gli ho raccontato tutta la vicenda che segue qui sotto. E mi ha garantito che anche in tutti gli altri piccoli quotidiani è così. Avete davvero voglia di fare questo mestiere?



Atto 1: Articolo mio uscito domenica sul Giornale di *******

L'INAUGURAZIONE. Tre piani di mostra-fiera di creazioni da ammirare, nate dalle mani dei maestri PROVINCIAli
"MOSTRARTE (ovviamente non è il nome originale...)", aperto il museo delle opere d'artigianato

di IL MIO AMICO
(
PS: la foto è di una inaugurazione trovata a caso su internet, e non ha niente a che vedere con la mostra in questione!)

Non c'è bisogno di andare a scomodare l'etimologia latina, lo si sente anche dal suono: arte e artigianato hanno molto in comune. Anzi, qualcuno addirittura sostiene che siano la stessa cosa. Dunque se esistono le mostre d'arte, perché non può esistere anche una mostra dell'artigianato? Da ieri CITTA' ne ha una. Si chiama MOSTRARTE, ed è stata inaugurata ufficialmente ieri pomeriggio nella sua sede di DOVESITROVA, a due passi da Piazza DEL PIRIPICCHIO. È la prima nel suo genere in Italia, se si considera l'artigianato contemporaneo.


A metà via tra una mostra, una fiera, e un museo, MOSTRARTE raccoglie in 550 metri quadri le opere di 26 aziende dell'artigianato DELLA PROVINCIA, severamente selezionate tra quelle di maggiore qualità. Divisa in tre livelli, conduce il visitatore attraverso i materiali - legno, oro, ferro battuto, pietra, carta, tessuto - e le epoche (dai romani ai giorni nostri) che hanno formato la tradizione artigiana della città del Palladio. Ognuno dei tre piani è dedicato ad un diverso componenti della cultura artigiana: il garzone, il lavorante e il maestro. La mostra si rinnoverà ogni quattro mesi, e oggi è aperta gratuitamente al pubblico. Da domani, invece, biglietti a partire da due euro.

A tagliare il nastro ieri pomeriggio c'era anche la candidata sindaco on. CANDIDATA. Ma a seguire il progetto fin dalle sue origini è stata la precedente giunta, e in particolare l'assessore uscente al turismo PINCO PALLINO, che già dal mattino passeggiava tra le opere in mostra e commentava così: «Credo che la giunta SINDACO possa vantare almeno dieci grandi risultati: tra i primi di questi metterei sicuramente l'inaugurazione di MOSTRARTE. Ci sono voluti quattro anni e 5 milioni di euro, ma alla fine il risultato è arrivato e, per quanto mi riguarda, è anche superiore alle aspettative. La speranza è quella di creare un punto di incontro tra imprese artigiane e il pubblico. Uno spazio e una visibilità che in passato non sempre è stato loro garantito».

Una soddisfazione, quella dell'assessore, che viene però velata da un piccolo rimpianto: «Non voglio far polemica, ma mi spiace che l'ex Giunta non possa avere un suo rappresentate alla presentazione ufficiale di questo pomeriggio, e ricevere così la giusta soddisfazione per il lavoro svolto. D'altronde lo sapevamo che sarebbe andata così, visto il prossimo avvicendamento di giunta. Se avessi voluto usare questa mostra come "spot" elettorale avrei potuto forzare un po' i tempi e inaugurarla un mese fa, ma ho preferito lasciare tutto il tempo perché il progetto fosse completato al meglio».

E tra chi ha partecipato al completamento della mostra c'è anche TAL DEI TALI, docente di cultural planning al Politecnico di Milano, che però per MOSTRARTE preferisce un'altra definizione: «Museo. Perché non chiamarlo così? D'altronde ospita prodotti eccelsi. In passato non c'era questa distinzione "artificiosa" che facciamo noi tra artigianato e arte. Non è un caso che Andrea Palladio fosse uno scalpellino: nei secoli passati gli artisti erano prima di tutto artigiani. All'estero questo lo capiscono meglio di noi: ogni Paese ha il suo museo nazionale di arti decorative. Dobbiamo ritornare a quel cammino che il nostro Paese ha interrotto con la chiusura negli anni venti dei "Regi Musei artistici industriali". Questo di MOSTRARTE mi sembra un eccellente punto di partenza per recuperare quel tipo di cultura».

«Questo progetto dimostra quanto bene si possa fare a CITTA' quando si lavora in sinergia», conclude PINCO PALLINO.

Atto 2: lettera indirizzata ame tramite il direttore del Giornale di ******* (o chi per lui)

Gentile sig. *******, le scrivo in merito all''articolo che lei ha realizzato domenica scorsa sull''apertura del nuovo MOSTRARTE. Preferisco scriverle riservatamente (sperando che questa mail la raggiunga), perchè non intendo entrare in polemica con una lettera al Direttore da pubblicare sul giornale. Mi rivolgo alla sua sensibilità di professionista che ha l''obiettivo di informare sempre correttamente i propri lettori.

Nell''articolo sopracitato vi erano omissioni e inesattezze che sinceramente ci hanno infastidito parecchio, soprattutto in considerazione del gran lavoro che il nostro Studio ha fatto per il MOSTRARTE. Noi siamo infatti la Ditta ***** ****** di Vicenza che ha avuto l''incarico da parte di MOSTRARTE di ideare e realizzare il percorso espositivo e inoltre, cosa più importante, di visionare e selezionare le opere da esporre. Compito oneroso che è stato svolto in maniera egregia. La conferma ci è stata data dall''affluenza straordinaria che ha avuto il Museo nella giornata di domenica (più di 1000 presenze) e dall''approvazione dei responsabili della struttura. (Un successo così importante meriterebbe un altro articolo) [!!! ndr] .

Ora del nostro lavoro e del nostro compito nulla è stato riportato. Eppure nella mattinata di sabato lei aveva avuto la possibilità di colloquiare con la dottoressa COMESICHIAMA, responsabile della nostra struttura per l''allestimento e per la scelta delle opere, ma ha preferito liquidarla, sinceramente in modo non molto educato, preferendo parlare con l''assessore PINCO PALLINO. Il commento dell''assessore è sicuramente importante e molto si deve a lui se il museo è ora in funzione, ma allo stesso tempo molto si deve a DITTA ***** se è risultato, come dice lo stesso PINCO PALLINO, molto al di sopra delle aspettative.

La dottoressa COMESICHIAMA, anche se ha un aspetto giovanile e magari si è presentata in tuta da lavoro perchè stava ultimando l''allestimento, è insegnante all''Università di Architettura di Venezia; lei, però, nell''articolo ha preferito citare solo la dottoressa TAL DEI TALI, forse perchè è rimasto impressionato dal fatto che insegni al Politecnico di Milano.

Inoltre, cosa ancora più grave, la dottoressa non ha per niente collaborato all''allestimento, come erroneamente da lei riportato, ma è stata semplicemente invitata solo per l''inaugurazione. Mi è sembrato giusto scriverle queste precisazioni a suo vantaggio personale perchè nell''articolo di domenica, a nostro avviso, non ha svolto nel migliore dei modi, involontariamente ne sono sicuro, il suo ruolo di giornalista e reporter.
La ringrazio e la saluto cordialmente.

(Nome e Cognome del rappresentante della ditta ******)


Atto 3: La redazione reagisce

Mi chiama il caporedattore e, dopo una strigliata, mi invita a fare un pezzo "riparatore" in cui si parli dell'ottimo lavoro svolto dalla DITTA *******.
Mi adeguo per questioni di forza maggiore, ma rispondo a (rappresentante della ditta ******) con questa lettera:

Caro signor (rappresentante della ditta ******), ho letto la sua mail.
Nell'assoluto rispetto delle sue idee, mi permetta di esprimere liberamente la mia opinione.


Nell'osservanza di quel che è vero ed equilibrato, è mia - e non solo mia - assoluta convinzione che sia il giornalista a decidere cosa va citato in un proprio articolo e cosa no, a seconda di ciò che egli reputa come di maggior interesse e utilità per il lettore. E' una scelta dettata dalla necessità di sintesi che la carta stampata impone, e fa parte delle competenze professionali che dovrebbe avere ogni giornalista. Può consultare qualsiasi legislazione o libro di testo: il giornalista non è mai tenuto a dare tutte le informazioni che ha in possesso, a meno che, occultandole, non contribuisca a dare un'informazione fuorviante.

Mi sbaglierò, ma non credo che citare il buon lavoro svolto dalla DITTA ******* all'interno di MOSTRARTE fosse un particolare essenziale per la cronaca giornalistica dell'evento, come sembra invece far intendere lei. Se fosse così, ogni volta che si dovrebbe fare un articolo su una mostra - per esempio - bisognerebbe necessariamente citare l'ottimo lavoro e congratularsi compiutamente con ogni persona che ne ha preso parte. Con questa visione delle cose, ogni articolo diventerebbe una specie di contenitore di ringraziamenti ed encomi, come i titoli di coda di un film. Anzi, avrei forse dovuto anche citare, alla pari vostra, l'azienda che tiene puliti i pavimenti. Sono certo che capisce bene che QUESTO avrebbe significato per me non fare bene il mio lavoro.

Detto questo, sappia che con una decisione che io reputo assai deprecabile il Giornale di ****** ha deciso di accontentarvi e di far uscire un articolo "riparatore". Sono certo che un pezzo in cui si esalteranno le eccellenti competenze messe in campo dalla vostra ditta nell'allestimento di MOSTRARTE risulterà di grande interesse e pubblica utilità per i nostri lettori. Certamente più di sapere che un assessore comunale uscente - che pure ha seguito e fatto crescere il progetto fin dall'inizio - si mette in velata polemica con un candidato alla poltrona di sindaco.

Sono davvero convinto che, da un articolo siffatto, i lettori ne trarranno un grande beneficio; forse anche superiore a quello che riceverà in pubblicità la sua ditta.


Distinti saluti.

(IL MIO AMICO)


P.S. Per quanto riguarda la dott.ssa TAL DEI TALI: se è vero che non ha collaborato allo sviluppo di MOSTRARTE, ammetto di aver commesso un'inesattezza. Inesattezza che però mi è stata indotta dalla signora COMESICHIAMA, che così me l'ha presentata, come testimoniano i miei appunti. Sul fatto che poi io abbia reputato più interessante quello che mi ha detto la signora TAL DEI TALI rispetto a quanto riferitomi dalla COMESICHIAMA, le ripeto che è una mia legittima scelta professionale, che civilmente lei dovrebbe rispettare.
Così come io rispetto il suo lavoro.


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E questo è tutto...
Aspettando le prossime puntate, pensate ancora che sia così facile fare il giornalista?

A voi la parola...

lunedì 17 dicembre 2007

Morire per lavoro: lettera di un operaio già morto.


"Salve, sono un operaio. Sì esistiamo ancora, ma non abbiate paura: io sono già morto. Oggi sfilerete per la mia città con il lutto al braccio, osserverete qualche minuto di silenzio e deporrete fiori per ricordare me e i miei tre compagni di lavoro scomparsi in quell'inferno di fabbrica. Ma noi eravamo già morti, bruciati nell'animo dall'indifferenza.

Non potete immaginare cosa voglia dire lavorare per sedici ore consecutive tra il rumore, la puzza di combustibile e un calore che ti scioglie le ossa e ogni pensiero. Dopo una decina di ore non capisci più quello che stai facendo. Vai avanti per inerzia con gesti automatici e a morire nemmeno ci pensi. Perché morire lavorando è la cosa più assurda che ti possa succedere. Magari ci scherzi su col caposquadra, che ti lancia un'occhiata paterna e bonaria prima di dirti «Badòla, torna a lavorare!», perché ha la commissione da terminare e in fretta. Già, le commissioni. Qui parlavano tanto di smantellamento, eppure continuavano a dirottare su Torino tante di quelle lavorazioni che ho ormai perso il conto. Ufficialmente, però, stavamo smantellando. Così, qualcuno di noi si ritrovava pure a fare le pulizie. Altro che operai specializzati. Schiavi a ore, ecco cos'eravamo.

Capita poi un giorno che per il sovraccarico di lavoro scoppi un tubo pieno di olio lubrificante. Quei tubi che ti avvolgono come un boa per tutta la fabbrica, ma mica ci pensi che potrebbero stringerti in un atroce finale. L'olio si è incendiato quasi subito e, ve lo assicuro, vedere i propri amici, i propri compagni di sudore, quelli di cui conosci mogli, figli... Vederli arsi vivi, beh, ti uccide ancor prima di essere morto. Per me è stato così, almeno. Non mi sono nemmeno accorto che stavo facendo la loro stessa fine.
È strano, sapete? Dopo i primi istanti di dolore, in cui vorresti strapparti il cuore, non senti più nulla. Il fuoco purifica, ma soprattutto ti brucia tutte le terminazioni nervose della pelle e non senti più dolore. Almeno così dicevano i medici mentre cercavano di staccarmi i vestiti, che si erano ormai fusi sulla mia pelle. Un paio di giorni di agonia e poi via, nemmeno il tempo per una lacrima. Tanto non l'avrei sentita rigarmi la faccia.

Ora è finita, ho timbrato il cartellino per l'ultima volta mercoledì 5 dicembre. Avevo 26 anni ed ero operaio. Non esistevo prima e tra qualche giorno non esisterò più".