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sabato 26 settembre 2009

Storia di Luciano, che vive sotto un ponte

Questo articolo l'avevo scritto per la Provincia Pavese nei dintorni di Ferragosto, ma tuttora non sono in grado di dire se sia stato mai pubblicato o mano. E'ra comunque la ragione per cui avevo scelto di lavorare per loro, appena stabilitomi stabilmente a Pavia.

Avevo scelto di lavorare per la Provincia per poter avere uno spazio dove raccontare queste storie che non fosse solo questo blog, per poterle fare conoscere a più gente possibile. Perchè mi faceva raccapricciare il fatto che un clochard come Luciano, di cui tutti ignoravano l'esistenza, potesse davvero un giorno morire bruciato in una città civile senza che nessuno se ne accorgesse. Senza che nessuno sapesse la sua storia, e sapesse come era arrivato lì. Per fare in modo che nessuno potesse etichettarlo come "un altro miserabile barbone senza nome, che se è sparito è meglio perchè sporcava e basta". Per ridargli il nome a cui aveva diritto

Mi è piaciuto scrivere questa storia anche per far capire alla gente cosa ci sia davvero dietro a queste persone, ed aiutarle nel mio piccolo a non cadere nella solita retorica che oggi va tanto di modo dell'extracomunitario "ladro e problematico", che tanto viene agitata come bandiera da molte formazioni politiche.

Luciano l'ho incontrato per caso mentre cercavo di non farmi vedere dalla polizia dopo un servizio che avevo fatto (ma questa è un'altra storia), ed ha accettato di raccontarmi la sua storia davanti ad un caffè. L'unica cosa che non ha voluto è stata farsi fotografare: aveva paura che chi aveva tentato di dargli fuoco tornasse di nuovo.

Ora sa che non è più solo, perchè sa che se succedesse qualcosa la gente saprebbe perchè. E' una delle cose che mi ha spinto ad abbracciare questo mestiere a volte infame che è quello del giornalista, e che mi spinge nonostante tutto a non mollarlo mai, per quanto difficile possa essere raccogliere e raccontare queste storie.

Ora lo conoscerete anche voi. Perchè uno come Luciano, da qualche parte, una volta nella vita, l'abbiamo visto tutti. Ed ignorato in troppi.

STORIA DI LUCIANO, CHE VIVE SOTTO UN PONTE

Luciano ha rischiato di morire orribilmente bruciato una settimana fa, quando qualcuno ha fatto colare del liquido infiammabile sotto il bordo del cavalcavia della rotonda dei Longobardi da dove vive da tre anni come senzatetto e senza pensarci un attimo gli ha dato fuoco. Se l’è cavata perché a quell’ora era ancora in giro con altri clochard, ma ha visto bruciare le proprie cose senza poter fare niente. Nessuno l’aveva mai notato prima, e nessuno l’ha notato nemmeno dopo quando spente le fiamme si è avvicinato, ha rimesso tutto a posto ed è tornato lì. Invisibile come prima, ma con un po’ più di paura.

Quella di Luciano - all’anagrafe Lucien G., senzatetto rumeno di 41 anni - che ora vive in uno spazio largo un metro dove non c’è copertura da vento e pioggia salvo un misero angolo di cemento bianco è una vita avventurosa che comincia nel 1968 a Sibiu, nella Romania del regime di Ceausescu. Rimane sotto la dittatura fino al 1986, quando a 28 anni scappa in Grecia per tentare fortuna come muratore e dopo un anno giunge in Italia. “Arrivai da clandestino al porto di Ancona con una motonave, viaggiando aggrappato sotto il rimorchio di un tir. Fu durissimo”. Da lì solo lavori saltuari, come muratore o altro, spostandosi sempre più al nord. Rapallo, Genova, Sesto San Giovanni, un mattone dopo l’altro tra sfruttamento e caporalato, in cui per anni guadagna si e no l’equivalente di 20 euro alla settimana. “Spesso – racconta – nemmeno me li davano. Arrivava da mangiare, e mi dicevano di accontentarmi. Promettevano documenti e regolarizzazione, e io gli credevo e speravo”.

E’ così fino al 2000, quando lavorando in un cantiere a Sesto Marelli ha un incidente alla mano che gli cambia la vita. Luciano si taglia una mano con il vetro di una finestra. E’ un taglio profondo, ma essendo clandestino non si fida ad andare in ospedale e lo lascia guarire da sé. La mano però non torna come prima, e per lui anche la vita da muratore si chiude. “Allora - racconta - ho vissuto di quel che trovavo: raccattavo vecchi mobili per 5 euro al giorno, e recuperavo ferro e legno per pochi soldi”. Dorme dove capita, anche nei campi rom milanesi che vanno a fuoco nei tristemente famosi pogrom anti rom. Nell’incendio di un campo perde anche i documenti, che diventano cenere come la baracca in cui viveva. E da lì ancora clandestinità, sempre peggio, sempre più sfruttato da gente che non lo paga più nemmeno in soldi ma soltanto in cibo.

Un pomeriggio di luglio del 2006 prende la bici e scappa da Milano, e pedalando arriva fino a Pavia, e al cavalcavia dove vive ora. “Un paradiso: qui nessuno mi conosceva, e potevo stare in pace”. Per sopravvivere lo aiuta la Caritas, e qualche sacerdote che gli allunga qualche soldo per le piccole croci di legno che gli piace incidere durante il giorno. “Per lavarmi o vado al fiume o alla casa del giovane, dove mi danno anche vestiti e un rasoio per farmi la barba. Ma qualcosa da mangiare me lo offrono sempre anche i ragazzi dell’università, quando passo di lì. A dormire vado nel mio piccolo angolo sotto la strada, dove ho costruito un piccola tenda con le mie cose, e dove nessuno mi disturba”.

Fino alla settimana scorsa, e al fuoco che per poco non lo portava via con sè. Luciano, 41 anni, occhi castani sorridenti e qualche capello bianco, però è felice di quello che ha. Vorrebbe solo un lavoro per poter mandare a casa qualche soldi al padre e ai fratelli che non vede da quando è partito tanti anni fa. Non ha paura che chi ha tentato di dargli fuoco torni di nuovo. “Me la sono cavata – dice - era destino. Spero che nel mio destino ci siano tante altre cose belle, ma intanto credo in quel poco che ho”. Come l’angolo bianco del cavalcavia.

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PS: Luciano oggi cerca lavoro. Ha fatto il muratore, il manovale e tante altre cose. Se qualcuno a Pavia o dintorni è in grado di aiutarlo, mi mandi una mail all'indirizzo che trovate nel profilo di questo blog. E' una brava persona, e credo se lo meriti.

lunedì 22 settembre 2008

"Come una prostituta: non era un'autostoppista?" Le scuse dei clienti "pizzicati" dalla Municipale...

Per la serie: la fantasia degli italiani non ha limiti... Eppure, confesso, io un'indicazione stradale a una prostituta giel'ho chiesta veramente... Dovevo andare all'Ikea di Padova, era pieno di cartelli coi lavori, non si capiva nulla e in zona c'erano soltanto loro...

No, poi sono andato all'Ikea veramente... Malfidati che non siete altro...

Dopo l'ordinanza di alemanno
«MI SERVIVA UN'INDICAZIONE STRADALE»
Le giustificazioni dei clienti romani delle prostitute beccati dai vigili che li hanno multati

ROMA -
C’è chi dice di essersi perso e «di aver bisogno di un’indicazione stradale per tornare a casa». Chi invece di essersi fermato dopo aver pensato che quella ragazza in minigonna all’angolo della strada gli sembrava una parente, una vecchia amica, perfino una ex compagna di scuola.
Chi ritiene una giustificazione valida andare con una lucciola «prima di tornare a casa dopo una faticosa giornata di lavoro», e chi lo considera perfino un toccasana per la salute. I clienti delle prostitute, almeno a Roma, di fantasia ne hanno davvero molta. Forse prima dell’ordinanza comunale, che per loro prevede una multa da 200 euro, ne avevano di meno. Ma da qualche giorno sono corsi ai ripari, sfoderando scuse singolari e, a volte, divertenti, per sfuggire al verbale.

PROVVEDIMENTO
- Il provvedimento fortemente voluto dal sindaco Gianni Alemanno colpisce infatti i frequentatori delle prostitute (ma anche con la stessa sanzione le stesse ragazze o i viados, se in abiti succinti e con il chiaro intento di adescare) sorpresi in flagrante a “contattare” le ragazze, soprattutto se su strade ad alto scorrimento e a rischio-incidenti. Come via Salaria, ormai una consolare-simbolo della prostituzione romana. «Ahò, ma io che c’entro? Sono loro che ci stanno!», aveva implorato giorni fa un meccanico di 28 anni fermato dalla Municipale dopo essersi appartato con un trans in pieno pomeriggio. Il giovane è stato il primo cliente multato a Roma. «Non ho capito che ho fatto di male, pagherò la multa, ma non voterò più per Alemanno», aveva aggiunto fra lo stupore degli agenti. Nel giro di una settimana sono stati quasi un centinaio di clienti che per pochi minuti in compagnia di una lucciola si sono invece ritrovati fra le mani un verbale di contravvenzione. Per molti di loro trovare una giustificazione non è servito. La frase «Che volete? Con mia moglie non vado più. Così mi consolo con queste ragazze…ma le avete viste?» è una delle più gettonate, e non solo fra i clienti più anziani, ma anche fra i quarantenni e i cinquantenni caduti nella rete. In tanti, invece, allargano le braccia rassegnati.

"CHI PAGHERA"? - Ammettono la violazione, ma non sono preoccupati tanto dal fatto di essere puniti come “clienti”, ma piuttosto dal dover sborsare 200 euro: «Andare con lei mi costava solo 30 euro, ma così diventa troppo caro». Soltanto in un paio di giorni di controlli, il Comune ha elevato multe per un totale di quasi 30 mila euro, sia alle “lucciole” che ai loro frequentatori. Un piccolo record, ma bisognerà ora vedere chi metterà mano al portafoglio. Quasi sicuramente solo i clienti, perché molte prostitute hanno già annunciato di non voler pagare.

venerdì 19 settembre 2008

Nicolò a Radio Montecarlo! Faccio miracoli...

Update! Dopo aver letto il mio articolo sul giornale, Radio Montecarlo ha chiamato Nicolò per invitarlo a cantare in diretta all' "Alfonso Signorini Show"! Lo potrete ascoltare in diretta nella trasmissione lunedì prossimo dalle 9 alle 9:30 del mattino!

Per chi fosse curioso di sentirlo e di conoscerlo un po' Radio Montecarlo in diretta streaming audio la trovate qui! Per chi si perde la diretta invece i podcasting sono disponibili (previa registrazione) cliccando qui.

Va a finire che diventa famoso davvero...

Se anche voi conoscete qualcuno come Nicolò o fate voi stessi qualcosa di particolare che possa finire sul giornale, mandatemi una mail! Magari riesco a farci qualcosina...

Il Lele Mora dei poveri vi saluta! :)
A presto!

giovedì 18 settembre 2008

L'intervista a Nicolò Modica, il "cantante dei tram"

Come promesso, eccovi l'intervista pubblicata oggi sul Giorno a Nicolò, il cantante della metro. Purtroppo ho dimenticato a casa la macchina fotografica dove avevo salvato i video: li aggiungo appena possibile sul post! Perdonatemi...

di ALESSANDRO GIGANTE

È conosciutissimo a Milano, su Youtube ha schiere di fan che postano i video delle sue esibizioni ed è l’estimatore numero uno dell’azienda di trasporti locale, «precisissima e ricca di vetture e di linee. Poche città ne hanno di così belle, ma non tutti se ne rendono conto». È Nicolò Modica, 27enne torinese che ha fatto dei tram e della metropolitana il suo palcoscenico personale. Gira per 6-7 ore al giorno con una cassa amplificatrice ed un microsono wireless comprati a 450 euro, organizzando karaoke improvvisati e facendo cantare la città su e giù per i binari. «Lo fanno tutti: i romeni coi violini nella metro, gli zingari alle fermate nei tram, i buskers che si fermano a fare i concertini per strada. Perchè io non dovrei farlo? In fondo è solo un modo per mantenersi, facendo divertire la gente». Cantando Nicolò non solo si diverte, ma ottiene la sua unica fonte di reddito da quello che gli regala la gente. «Per questo ringrazio tutti i milanesi. Questa non è la città che tutti pensano, di gente grigia e spenta. Io mi trovo meglio qui che a Torino, e non l’avrei mai pensato».

«QUESTA CITTA' è stupenda. Il calore che ti dà la gente qui è tutto speciale. Entro in una pasticceria e trovo anche le bariste che mi offrono un caffè, perchè dicono che mi hanno incontrato prima sul tram e che ho reso la loro giornata migliore, facendole ridere un po’».

Come ti è venuta l’idea di darti al karaoke sui tram?

L’ispirazione l’ho presa dalle grandi capitali europee, come Londra. Lì lo fanno in tanti, e mi stupisco che qui non ci avesse ancora pensato nessuno. La prima volta l’ho fatto a Torino. Ho cantato per scherzo su un tram e alla fine mi hanno lasciato 4 euro in mano. Lì ho cominciato a pensare: "E se iniziassi davvero a farlo come lavoro?"».

E da lì sei partito...

Sì, all’inizio giravo a Torino in semiclandestinità. Non l’avevo detto nemmeno alla mia ragazza, che credeva lavorassi in un’azienda. Poi suo fratello un giorno mi ha "scoperto" su un tram e mi ha filmato di nascosto, mandando tutto a lei. «Guarda cosa fa il tuo impiegato», le ha detto, e lei se l’è presa a morte. Voleva che smettessi perchè non le andava giù».

E lì cosa hai fatto?

«Non ce l’ho fatta, mi piaceva troppo. Per un po’ le ho detto che lavoravo nella ditta di mio padre, che in realtà è un pittore. Poi lei insisteva, io ho tentato di convincerla che non si fosse nulla di male, ma mi ha piantato dopo poco. Allora ho detto: «basta, vado a farlo dove non mi conosce nessuno».

E sei arrivato a Milano...

«No, non subito. Prima sono stato un po’ a Roma, ma lì ci sono tanti artisti in giro, è pieno ovunque. Allora tre anni fa ho preso e sono venuto qui».

Com’è la città?

«Diversa da come la descrivono. Ho sempre trovato un pubblico caloroso. Magari non cantano, ma ridono sempre. Si divertono, e a me basta quello. Poi mi indicano ai loro amici la volta dopo che mi ritrovano sul tram, e mi lasciano tutti qualcosina».

Quanto guadagni in una giornata in media?

«Beh, di solito quando va bene sono capace di tirar su anche 4-5 euro a canzone. Nei giorni migliori il totale si aggira sui 180-200 euro, per 6-7 ore di lavoro».

Sembra parecchio! Rapportato in un mese non è niente male...

«Alt: se girassi tutti i giorni del mese sì. Ma io canto solo due giorni a settimana, e il resto rimango a Torino. Non voglio stufare il pubblico. Se una cosa diventa abitudine, poi non colpisce più. Poi non sono avido: a me va bene così. Lo faccio per campare, ma anche per divertimento. Suono sui tram perchè mi piace la cornice: tutto intorno a te si muove, sembra di essere sul set di un video».

Il tuo repertorio?

«Vasco, Gerardina Trovato, Raf, Ligabue, Baglioni...soprattutto Baglioni: è il mio cantante preferito. L’ho anche incontrato: mi piacerebbe cantare con lui».

Il tuo sogno?

«Beh, sfondare mi piacerebbe...ma se mi chiamassero a fare un programma tv come X-Factor o non so cos’altro, non ci andrei. Quello è un successo effimero, vali finchè non ne trovano un altro. Piuttosto preferisco rimanere qui. Adesso voglio fare un disco, autoprodurmi. Io scrivo anche canzoni. Lo chiamerò "Innamorato". perchè io sono un artista, innamorato della vita. Il mio sogno è fare una rivoluzione artistica».

In che senso?

«Vedi, ora conta solo la bellezza estetica: il vestito che hai, l’immagine...io voglio andare oltre questo. Voglio far contare di più la simpatia, il carattere. Andare controcorrente. Io sono un insieme di valori: la poesia, l’arte, la musica..sono questi che voglio far conoscere e far dominare. Io ringrazio Milano per avermi fatto diventare un artista. Le mie canzoni sono un modo per dirle: "ti voglio bene"».
- Se lo incontrate per caso in qualche tram, ditegli che lo saluta Alessandro il giornalista e mi farete un regalo!
Ah, curiosità per chi volesse intraprendere il mestiere: non ho potuto infilarlo nell'articolo, ma Nicolò mi ha detto che cantando sui tram si rimorchia un casino!

A buon intenditor...(Eli, non preoccuparti: io in metro ci faccio al massimo i palloncini...)

Prossimamente i video! Bye!

martedì 16 settembre 2008

La maggior fucina di talenti milanesi? La metropolitana!

La maggior fucina di talenti a Milano? Non è lo Zelig, nè alcuno degli altri teatri cittadini. E' la metropolitana!

Oggi ho fatto un articolo su Nicolò Modica, il tipo che vedete qui a fiianco: un ragazzo che da tre anni gira suonando la chitarra e facendo il karaoke per le linee dei tram e della metropolitana meneghina. Forse alcuni di voi l'hanno già incontrato nei loro viaggi: è stato a Torino, Roma e infine proprio a Milano, Io l'ho incontrato per caso sulla metropolitana la settimana scorsa, rincorrendolo per avere il suo numero, ed oggi finalmente sono anche riuscito a scrivere una pagina intera su di lui e sulla sua storia.

L'articolo-intervista a Nicolò lo troverete in Edicola sul Giorno di Milano il prossimo giovedì. Contrariamente al solito, visto che si tratta di due giorni, l'articolo lo troverete pubblicato qui sul blog solo giovedì. Niente anteprime stavolta. Vi anticipo solo che molte delle cose scritte potrebbero stupirvi sul serio... Per ora accontentatevi del video della performance di oggi sulla linea rossa della metro, in cui canta il suo cavallo di battaglia preferito: "Terra promessa" di Raf. Giovedì poi ne posterò anche degli altri, fatti nelle due ore in cui ho girato con lui.

Quest'uomo è fantastico...e se mai nella vita riuscirà a sfondare come sogna, un poco lo dovrà anche a me... :)

Ps. domani/oggi probabilmente non scriverò nulla perchè sono al corso di aggiornamento per stagisti a Bologna. Fatto 13 giorni prima della fine dello stage non so quanto abbia senso, ma vedremo di scoprire anche quello...

Nell'attesa: a presto!

lunedì 11 agosto 2008

Anteprima del Giorno: I Navigli milanesi in mano ai ladri

Solita anteprima per i lettori del blog: dal "Giorno" di domani...

I NAVIGLI IN MANO AI LADRI: COLPITI CASE E NEGOZI
Probabilmente professionisti del settore, che salutano chi li vede all'opera e non hanno paura di telecamere e polizia.

di ALESSANDRO GIGANTE
— MILANO —

UN QUARTIERE in ostaggio di furti, rapine ed ogni altro genere di spaccate notturne, dove i ladri rispondono salutando con la mano a chi li vede dalle finestre e chiama la polizia. Un quartiere "dimenticato" dallo schieramento di soldati avvenuto pochi giorni fa in città, che ha paura di uscire di casa la sera, ma anche di rimanerci di notte perchè dopo le due, quando le vie diventano terra di nessuno, tutto può accadere. Un quartiere che non è come si potrebbe pensare nelle periferie più degradate, ma quasi nel centro della movida nottura cittadina: si tratta dei Navigli, e la loro punta sud attorno alle colonne di San Lorenzo.


L’ULTIMO BILANCIO della zona parla di più di 10 episodi tra furti in appartamento, rapine e scassi solo negli ultimi due mesi, come racconta Antonella Carboni, la titolare del negozio di Abbigliamento "Il Salotto 1" di via Urbano III. «Il mio negozio è stato rapinato mercoledì, attorno alle 5 del mattino. Sono entrati scassinando la porta davanti, e fuggiti dopo aver fatto razzia dalla porta sul retro che dà sul cortile interno». Il portiere dello stabile li ha anche visti dal suo appartamento, ma nulla ha potuto fare. «Li ho visti uscire dal negozio con dei grossi sacchi in mano, e gli ho chiesto cosa stessero facendo - racconta Fernando, il portiere dello Sri Lanka -. Uno di loro mi ha guardato e mi ha risposto candidamente: «Stiamo rubando. perchè, non si vede?». Ho chiamato la polizia, ma erano già fuggiti».


SONO LADRI sfrontati, professionisti probabilmente, che agiscono a colpo sicuro senza alcuna paura. Tutta la via, che misura si e no 200 metri di lunghezza, è stata visitata. A luglio hanno colpito al caffè "Ora Allegra", all’angolo di via Urbano III e via Carobbio,, portandosi via cassa e merce. Il giorno dopo al negozio di abbigliamento "Mornata", a 10 metri di distanza, con lo stesso copione.Sabato hanno scassinato la gelateria "Dolce Vita", esattamente davanti a "Mornata". La cassiera sudamericana fa vedere la saracinesca elettrica e la porta che i ladri hanno aperto. A parte un piccolo perno allentato, non c’è praticamente traccia di scasso. Esperti del mestiere, che hanno approfittato dell’unico giorno in cui il proprietario non è passato a prendere l’incasso.


MA I LADRI non si fermano solo ai negozi. «A luglio - racconta Antonella - una signora 80enne è stata narcotizzata in casa dai ladri che le hanno rubato quadri ed argenteria. Ed altri due appartamenti sono stati svaligiati in via Stampa». Sabato sera, per non farsi mancare nulla hanno clonato anche il bancomat delle Poste di via Urbano III. Per fortuna anche qui un custode li ha visti e ha avvisato la polizia evitando centinaia di truffe. «Domenica, quando sono andata a fare la denuncia del furto - racconta sempre la titolare del "Salotto" - mi sono trovata di fianco a una coppia che era appena stata rapinata di macchina, soldi e gioielli da due uomini entrati nella loro auto mentre parcheggiavano, armati di coltello. Ed era già giorno, le 10 di mattina».


«HO MANDATO un telegramma al presidente del consiglio Berlusconi alla sua casa in Sardegna - ha detto la Carboni - ed una lettera a Sindaco, Prefetto e Questore denunciando tutto questo. Non si può vivere così. Si parla di sicurezza, soldati, telecamere, ma qui non c’è nulla. Le strade sono sporche, e dobbiamo pulirle da noi perchè non passa nessuno. La polizia se ne va alle due quando chiudono i locali, e poi non si vede più. Passano solo per le multe, o come è successo ieri per misurarmi l’insegna del negozio per veder se devo pagare più tasse o no. Il sindaco non può pensare solo all’Expo, ma anche ai problemi di chi rende viva questa città ».Nell’attesa di risposte Antonella si prepara, come ogni sera da quel mercoledì, a barricare il negozio sbarrando le vetrine con due vecchi corrimano di metallo. «Quando tornerà il fabbro - dice - metterò la saracinesca anch’io».


Il fabbro è in ferie: i ladri invece,ai Navigli non si fermano mai.

martedì 29 luglio 2008

Lezioni di "nera".

Ieri sono finito in mezzo ad una di quelle brutte storie di degrado che ti lasciano un po' con l'amaro in bocca, perchè ti fanno rendere conto che a volte vicino a te vivono frammenti di umanità spezzata che normalmente nemmeno vedi.... Ne ho tratto una lezione interessante di come fare la cronaca nera, anche se ho dovuto cedere un po' su alcune mie posizioni.

Ma andiamo con ordine: sul Giorno di Milano a pagina X oggi troverete questo:
Maltrattamenti - Denunciato un pregiudicato
MAMMA E FIGLIA CHIUSE IN GABBIA
L'ex convivente le teneva segregate nel soppalco di un'officina

di TINO FIAMMETTA

MILANO —LE HA TENUTE chiuse in una gabbia metallica, sul soppalco di un’officina. Nutrendole con rosticceria cinese e panini. Per quindici lunghissimi giorni. Questo è almeno quanto denuncia una giovane donna 22enne che accusa l’ex convivente di averla maltrattata e picchiata insieme alla figlia di tre anni. Il presunto bruto è un pregiudicato di 37 anni uscito dal carcere con l'indulto dopo una condanna per rapina, che è stato denunciato per maltrattamenti in famiglia, violenza privata e sequestro di persona.

LE RAGIONI di questo violento dissidio familiare non sono stato spiegate da nessuno. Nè dalle vittime nè dall’indagato. Ma c’è da credere che si tratti di una storia privata logorata e degenerata fra ex conviventi. Le indagini degli agenti del commissariato Sempione sono ancora alle primissime battute e per adesso a fare testo sono solo le parole della giovane che ha anche rimediato qualche violento ceffone tanto da esibire un referto medico di tre giorni di prognosi anche per la bambina. All’inizio dell’estate la donna era riuscita a liberarsi del suo ex convivente trovando rifugio in una comunità protetta ma l’uomo, che si chiama Andrea P., aveva scovato la comunità e aveva costretto l’ex convivente con la bambina a seguirlo. La meta era un’ officina meccanica di Garbagnate di proprietà di un amico assente per ferie (che si è sempre opposto alle scelte di Andrea). All’interno dell’officina la donna e la figlia sarebbero state segregate dentro una gabbia metallica di 4 metri quadrati. Da cui sarebbe scappato approfittando di un momento di distrazione del suo aguzzino.

A far intervenire la polizia è stata l'ex compagna che alla fine si è recata al commissariato Sempione per sporgere denuncia. Gli agenti si sono presentati in viale Coni Zugna in casa della suocera dove si era rifugiato Andrea. E dove - sempre secondo la denuncia - era riuscito a tenere chiusa a chiave in una stanza l’ex convivente con la bambina.
QUANDO gli agenti sono arrivati nell'appartamento, in viale Coni Zugna, l'uomo ha cercato di scappare, da una finestra del suo appartamento, al secondo piano di un palazzo, attraverso il ponteggio messo in piedi dagli operai per la ristrutturazione della facciata. Andrea P. è stato bloccato nei pressi di viale Papiniano dopo un lungo inseguimento a piedi, quando, alla vista degli agenti, ha cercato di scappare e poi per strada.La vicenda, dai contorni oscuri e tutta da chiarire è in corso di valutazione da parte dell' autorità giudiziaria. Il sostituto procuratore di turno, che sulle prime ha deciso per una denuncia in stato di libertà, ha passato l'inchiesta al pm che ha in carico il fascicolo sul caso di maltrattamento alla base dell' allontanamento dell'ex compagna e delle bimba, che ha tre anni.

Fin qui i fatti: ovviamente tutti i nomi citati come potrete immaginare sono nomi di fantasia.
Il punto è che se avete letto bene dovrebbero venirvi almeno tre domande in testa...

...nulla? Riproviamo...

1) Quali sono le ragioni del gesto? (questa era facile...)
2) Cos'è successo fuori dall'officina in quei 13 giorni? Nessuno ha fatto niente per cercare questa donna?
3) Perchè Andrea tra tutti i posti dove può scappare sceglie proprio la casa della madre di lei, che in teoria dovrebbe solo odiarlo?

E' per avere la risposta a queste domande che mandano me nel pomeriggio a cercare la ragazza o la madre, con in mano nessun dato salvo un indirizzo di casa che arrivati sul luogo si rivela anche inesistente!
La trovo grazie al particolare dell'impalcatura: ci sono solo 2 edifici nella via in cui stanno facendo dei lavori, e con un minimo di domande ben dosate a chi entra e a chi esce ("E' qui che sono venuti i carabinieri ieri mattina...?") riesco alla fine a trovare la famosa "suocera", la madre della ragazza che ha fatto la denuncia.

All'inizio è diffidente: "Perchè volete sapere queste cose? Cosa vi interessa? Questo non è diritto di cronaca!". Poi piano piano si apre, complici due palesi violazioni da parte mia del codice di "Ciò che ogni buon giornalista non dovrebbe mai fare". La prima è il fatto di dirle subito dopo essermi presentato come giornalista di non lasciarmi nè nomi nè cognomi di nessun genere. Lei si stupisce. La seconda è che le metto in mano l'agenzia con cui sono arrivato lì, e le spiego tutto il percorso da cui nasce ( "questa la dà la polizia la mattina sa, c'è l'hanno tutti ormai") e come sono riuscito a trovarla.

E comincia a parlare. E' un viaggio in discesa senza paracadute, nella storia di una famiglia disastrata dove la normalità è uscita di casa da molti tempo. Genitori divorziati, figlie sbandate, droga, una bambina innocente nel mezzo, carceri, violenze, ambiguità ripetute e un caso che sembra un esempio da manuale della "sindrome di Stoccolma" con la ragazza che denuncia più volte il compagno per maltrattamenti salvo ritrattare sempre tutto e tornare a cercarlo. La madre è onesta con me, anche se nasconde alcuni particolari però facilmente intuibili. Parla della figlia con affetto e rassegnazione insieme, tra una telefonata e l'altra di gente che la chiama sempre per questa storia. Sa che l'ha persa tempo fa, si giustifica con me per quello che ha fatto ("Era il mio dovere di madre"), e finisco per farle quasi da confidente. Non sa nemmeno dove sia al momento: l'hanno riportata in una comunità, ma nessuno le ha detto dove.
Tante sigarette, un pranzo cinese e poi ci lasciamo.

Tornato in redazione scoppia il caos. Non credo che si aspettassero in molti che sarei riuscito a tornare con qualcosa, ma la storia che ho sottomano cambia un po' i loro piani. Lo spazio in pagina c'è, il difficile è metterla giù. E' una storia dove deve risaltare l'ambiguità dei gesti di tutti, ma senza dare del delinquente o del balordo a nessuno. Queste infatti sono le storie dove rischiare una querela per una parola sbagliata è più semplice che mai. Senza contare che ho promesso alla signora che non l'avrei citata nel pezzo.

Tra il sindacalista che urla "Così imparate a mandarci uno stagista!" dimenticando che ho già fatto cronaca, e anche parecchia, e i capiredattori che decidono come buttarla giù, si arriva al compromesso finale: tutti i nomi ed indirizzi della pagina verranno cancellati o sostituiti con nomi di fantasia, e il pezzo verrà fatto in forma di intervista alla madre di lei citata come tale ma in questo modo irriconoscibile:
Quello che ne esce è questo:

di ALESSANDRO GIGANTE

— MILANO — E' UNA STORIA dove il confine tra la verità e la bugia è molto sottile, quella del supposto sequestro emerso ieri, come si evince dalle parole di G.F, madre della ragazza. Denunce, ritrattamenti, comunità, fino al triste epilogo di lunedì mattina.
Com’era quel ragazzo?
«Ero sempre stata diffidente: non mi piaceva. Era tossicodipendente, si faceva di cocaina, e nei 5-6 anni in cui sono stati insieme è successo di tutto».
Cioè?
«Denunce di maltrattamenti subiti da parte di mia figlia, che poi puntualmente ritrattava tutto e tornava a cercarlo. Fughe insieme, durante le quali non li vedevo né li sentivo per giorni».
Poi la nascita di quella bambina...
«...e lei che di nuovo, meno di un mese dopo, lo rimanda in carcere. E poi torna di nuovo a cercarlo».
Qui però entrano in scena i servizi sociali...
«Sì. Proibiscono a lui con un’ordinanza di vedere sia lei che la bambina, fino alla completa disintossicazione. L’assistente sociale era categorico, anche brutale. Ma penso si vedessero di nascosto, si cercavano a vicenda».
E poi cosa cambia?
«Che anche lei viene sistemata con la bambina in una comunità protetta. Dopo un po’ lo chiama chiedendogli di portarla via, dicendo che lì li trattavano male».
A lei non disse niente?
«No, lo seppi il giorno dopo quando fecero la denuncia dalla comunità, non vedendola tornare».
Poi 13 giorni di buio...
«Sì, non seppi nulla per tutto quel periodo. Finché domenica sera,rincasando, me li trovai a casa tutti e tre».
Cosa accadde?
«Mia figlia mi disse che avevano deciso di andarsene via insieme. Poi, non appena lui si allontanò, cambiò versione, dicendo che lui l’aveva tenuta sequestrata insieme alla bambina».
E lì chiamò la polizia?
«No. Si fermarono a dormire lì, e fu lei stessa la mattina dopo ad alzarsi presto e ad andare in commissariato, per l’ennesima denuncia. Poi mi ritrovai i poliziotti in casa: lui tentò di scappare, e il resto lo sapete».
Cosa ne pensa di tutto quello che è successo?
«Non lo so. Forse è stata colpa dell’assistente sociale troppo severo, forse di lui o addirittura di lei. So solo che qualsiasi cosa succeda, io continuerò sempre a voler bene a mia figlia».

L'ultima frase era il mio piccolo chiedere scusa per averla citata lo stesso, anche se in maniera irriconoscibile. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se la figlia avesse letto questo articolo, e avesse trovato le dichiarazioni della madre. Volevo che non la considerasse una traditrice, ma che sapesse soltanto che le voleva bene. Dalla nostra chiacchierata e da come avesse tentato seppur goffamente di proteggerla, si era capito bene...

Il Giorno nella cronaca non usa il passato remoto (a me piace molto nei racconti, ma ognuno ha le sue regole), e così dopo i vari passaggi dei controllori di rito il pezzo oggi lo trovate così:

La testimonianza
DEGRADO, DROGA E VIOLENZA. "MIA FIGLIA, QUEL RAGAZZO, E LE MEZZE VERITA' CHE NON SO".

di ALESSANDRO GIGANTE

— MILANO — E' UNA STORIA di degrado, di droga e violenza dove è difficile capire dove stia la verità, quella del presunto sequestro scoperto dopo la denuncia della giovane vittima. Denunce, ripensamenti, comunità, fino all’epilogo di lunedì mattina. A parlare è la madre della ragazza.
Com’era il convivente di sua figlia?
«Ero sempre stata diffidente: non mi piaceva. Era tossicodipendente, si faceva di cocaina, e nei 5-6 anni in cui sono stati insieme è successo di tutto».
Cioè?
«Denunce di maltrattamenti subiti da parte di mia figlia, che poi puntualmente ritrattava tutto e tornava a cercarlo. Fughe insieme, durante le quali non li vedevo né li sentivo per giorni».
Poi la nascita di quella bambina...
«E lei che di nuovo, meno di un mese dopo, lo rimanda in carcere. E poi torna di nuovo a cercarlo».
Qui però entrano in scena i servizi sociali...
«Sì. Proibiscono a lui con un’ordinanza di vedere sia lei che la bambina, fino alla completa disintossicazione. L’assistente sociale era categorico, anche brutale. Ma penso si vedessero di nascosto, si cercavano a vicenda».
E poi cosa cambia?
«Che anche lei viene sistemata con la bambina in una comunità protetta. Dopo un po’ lo chiama chiedendogli di portarla via, dicendo che lì li trattavano male».
A lei non ha detto niente?
«No, l’ho saputo il giorno dopo quando la comunità ha fatto la denuncia, non vedendola tornare».
Poi 13 giorni di buio...
«Sì, non ho saputo nulla per tutto quel periodo. Finché domenica sera, sono venuti tutti e tre a casa mia».
Cosa è accaduto?
«Mia figlia mi ha detto che avevano deciso di andarsene via insieme. Poi, non appena lui si è allontanato, ha cambiato versione, dicendo che lui l’aveva tenuta sequestrata insieme alla bambina».
E lei ha chiamato la polizia?
«No. Si sono fermati a dormire lì, lei stessa la mattina dopo è andata in commissariato, per l’ennesima denuncia. E mi sono ritrovata i poliziotti in casa: lui tenta di scappare... ».
Cosa ne pensa di tutto quello che è successo?
«Non lo so. Forse è stata colpa dell’assistente sociale troppo severo, forse di lui o addirittura di lei. So solo che le voglio bene».


Ancora una volta l'ultima riga l'ho aggiunta di straforo, a pagina già passata mentre si stava per andare in stampa. Non so perchè, ma pare che i sentimenti qui non interessino. Una volta finito il caso e raccolto quello che serve, cosa accade a chi c'è coinvolto non interessa più....

Da qui ho imparato tre cose:

1) Che se non volete far sapere delle cose ad un giornalista, è meglio mandarlo al diavolo subito e non aprire più bocca. Fidatevi, capirà.
2) Che scrivere di cronaca è come camminare su un filo sottile, dove si rischia continuamente di cadere. Ma più vado avanti, e più scopro che mi piace per questo.
3) Che per me non è vero quello che disse in un libro il grande giornalista Richard Kapucinski, e cioè che "il cinico non è adatto per questo mestiere". Alla lunga credo sia impossibile non diventarlo: vedere e conoscere certe cose ti rende necessario dotarti di un qualche genere di corazza per proteggerti da esse.

L'importante è che quella corazza resti fuori e non ti entri nell'anima.
Quello è un prezzo che non vorrei mai pagare.

mercoledì 12 marzo 2008

Milioni di euro per i "reinserimenti sociali" dei parlamentari

Questo lo dovete assolutamente leggere.
Da "Libero" di oggi, l'articolo che - se fossimo in un paese decente - scatenerebbe una rivoluzione. Invece, tutto quello che resta da chiederci qui è: perchè nessun altro lo ha detto?!?

Leggete e indignatevi...

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A MASTELLA 300 MILA EURO

• da Libero del 12 marzo 2008, pag. 1

di Francesco Ruggeri

Lo chiamano assegno di reinserimento nella vita sociale, o anche assegno di solidarietà di fine mandato. E a pagarlo e lo Stato, attraverso le nostre imposte. A prima vista niente di strano, se a beneficiarne fosse un gruppo di: disadattati o ex tossici appena: dimessi da una comunità di recupero. Ma in questo caso a godere dell’assistenza pubblica sono i super privilegiati parlamentari della Casta. O meglio tutti quelli che non sono stati (o non si sono) ricandidati, o che pur ricandidandosi alle prossime elezioni non verranno rieletti.


A loro - nonostante il reddito extra parlamentare, da quando mettono piede nell’emiciclo, cresca del 51% - spetterà una somma pari all’80% dello stipendio mensile lordo da deputato o senatore, moltiplicata per gli anni consecutivi passati in Parlamento. A decorrere dall’inizio del primo mandato. Ossia 9.362 euro per ogni anno tra gli scranni di Montecitorio e 9.604 per Palazzo Madama (ottenuti cumulando il 6,7% di ciascuna delle 12 indennità mensili). Dunque per due soli anni di servizio, ai parlamentari "trombati" che han debuttato sotto l’attuale governo, verrà corrisposta un’indennità da 18.725 o 19.209 curo. Tuttavia molti di coloro che non torneranno in Parlamento vi sedevano da numerose legislature, e dunque l’aiutino per "reinserirsi" somiglia qui a un temo al lotto. Ad esempio su uno come Mastella, che lasciasse la Camera dopo 32 anni filati, pioverebbero 300.000 euro. Inutile dire che questo ennesimo sperpero farà schizzare il budget dei palazzi del potere. Alla voce assegno di fine mandato, nel bilancio 2008 il collegio dei questori ha preventivato 8.5 milioni di spese straordinarie solo per il Senato. E il totale delle Camere sfiorerà i 25-30 milioni, considerato il forte ricambio generazionale nelle candidature, per effetto di quote rosa, tetto dei due mandati, stop agli indagati e fine delle grandi alleanze. Vanificando l’auspicato contenimento dei costi della politica.


Gli estremi per gridare allo scandalo ci sono tutti. Vedere i politici usufruire dell’assistenza sociale per reintegrarsi nella società civile una volta lasciata Roma è a dir poco una beffa. Che si rinnova a ogni tornata elettorale, perché la buonauscita non è una tantum. Prendete Veltroni. Nel 2001, dopo 14 anni, scelse di non ricandidarsi alla Camera. Lo attendeva la poltrona da sindaco della Capitale, non il marciapiede. E nel frattempo era divenuto parlamentare europeo. Eppure l’ufficio competenze di Montecitorio calcolò che per rendergli meno traumatico l’insediamento in Campidoglio gli sarebbero spettati 234 milioni di lire. Pur sempre una mancia, paragonati ai 439 milioni del record di Forlani. Ma niente paura, ancora pochi giorni e l’assegno del segretario Pd ricomincerà a lievitare per altri 5 anni. Al pari di quello di De Mita, che durante un raro Aventino ritirò i primi 378 milioni di lire. Mentre a passare alla cassa saranno ora i nuovi esclusi dal seggio, per scelta o necessità: Prodi, Diliberto, Biondi, Del Pennino, Caldarola, D’Elia, Mele ecc. Una marea umana, visto che il solo Pd non ricandiderà più 134 eletti con l’Ulivo.


Forse agli albori della Repubblica una simile misura di sostegno avrebbe avuto ancora un senso. Per consentire di buttarsi nell’agone elettorale ai meno abbienti. Allora però, i nostri rappresentanti percepivano compensi irrisori rispetto agli odierni 16.000 euro mensili spese incluse. Senza contare benefit, diarie, sconti, rimborsi e vitalizi, aggiuntisi nel tempo. Tanto da rendere il mestiere del parlamèntare un’alternativa al nababbo. Inoltre in Italia la legge non vieta a onorevoli e senatori di svolgere attività esterne dopo l’elezione. Né esiste un tetto sui redditi da esse ricavati (in Usa è di 13.000 euro annui). Accade così che il reddito medio extra parlamentare ammonti a 61.000 euro, e il 16% degli onorevoli guadagni da fonti esterne più di 100.000 euro l’anno, il 6% più di 200.000, e l’ l % più di 1 milione. Fra i due poli il 64.5% di chi viene eletto è composto da avvocati, imprenditori e professionisti. I quali conservano un reddito medio esterno di 113.500 euro, 106.600 e più di 100.000 a testa. Anzi, proprio grazie all’ingresso in Parlamento (e alle laute occasioni che ne derivano) il reddito extra nel primo anno sale in media per tutti del 51%, autonomi o statali che siano: + 73% per gli avvocati, +80 per i professionisti, +102 per gli imprenditori, + 127 peri magistrati. Perfino dopo 6 anni consecutivi di mandato, il reddito complessivo si mantiene più alto dell’originario: del 60% per gli imprenditori, del27 e 22 per avvocati e professionisti. Le cifre le hanno estrapolate dai dati delle legislature XIII e XIV gli economisti Gagliarducci, Nannicini e Naticchioni. Calcolando che all’aumentare delle entrate extra corrisponde un maggior assenteismo in aula.


Il fatto poi che da orfani della politica si finisca dritti al collocamento, è tesi ardua da dimostrare. Ma quando mai: in Italia un posticino in un consiglio d’amministrazione, ente o consorzio, non si rifiuta a nessuno. Tra colleghi della stessa Casta negarsi una mano non sarebbe etico. Sarà anche per questo che l’ufficio di presidenza delle Camere, in vista del voto di aprile, avrebbe (condizionale d’obbligo) valutato un’interpretazione elastica della regola dei 2 anni e 6 mesi di mandato, così da trasformare pure l’assegno di reinserimento in triennale. Lo ha ipotizzato il vicepresidente del senato Calderoli, non un passante. Facendo crescere irrefrenabile la nostalgia per lo Statuto Albertino. Che al mitico art. 50 recitava: «Le funzioni di senatore o deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione o indennità». Bei tempi.


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...e bella schifezza...



martedì 11 dicembre 2007

"Ahmed, che vive in una stanza" - il mio prossimo articolo.

In anteprima per voi, il mio prossimo pezzo per l'Inkre@dibile, il nostro periodico (mensile, prossimamente quindicinale) del master in Giornalismo di Padova, che potete trovare in distribuzione gratuite nella città.

La storia di un uomo costretto, per pagare il mutuo, a subaffittare tutta casa sua ( meno una stanza) a gente trovata per strada per non venire strozzato dalla rata del mutuo, che gli porta via ogni mese 1100 euro su un o stipendio netto di 1200. In Italia succede anche questo.

L'articolo lo potete leggere cliccando sopra l'immagine: la schermata è ancora quella della lavorazione, aspettando la stampa...


I numeri arretrati della rivista sono tutti disponibili in pdf qui, dal sito dell'università, entrando e cliccando su "L'Inkre@dibile online - le pubblicazioni del master in giornalismo".