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mercoledì 27 agosto 2008

L'Italia e i campioni olimpici "dimenticati"

Da Corriere.it di oggi.

Tanto per ribadire che in Italia si parla sempre e solo di calcio, e questi che pure vincono medaglie d'oro in mondovisione vengono dimenticati dopo poche ore...

Calato il sipario sui Giochi, si spengono le luci su tanti atleti protagonisti a Pechino
QUEI CAMPIONI SENZA VALORE
Le vittorie e le imprese condannate ad avere soltanto due settimane di vita.

PECHINO — Giulia Quintavalle, oro nella categoria fino a 57 kg di judo, è rimasta due ore nella stanzetta dell'antidoping. Probabilmente l'emozione. Quando è uscita e si è trovata di fronte la selva oscura dei giornalisti cacciatori d'oro, la sua timidezza è uscita dal nascondiglio. «Sapete, non sono abituata all'interviste». Un giornalista, simpaticamente, l'ha rincuorata: «Tranquilla, per altri quattro anni non ne farai». L'analisi, seppur sgradevole (e villana tanto più espressa davanti all'interessata), è comunque tavola della legge. Inattaccabile.

Marco Galiazzo (Omega) L'Olimpiade è il regno incontrastato delle cicale. E al loro canto estivo corrisponde il controcanto della stampa. Storie che da qui a quattro anni non racconteremo più, o, come è successo prima di questa Olimpiade ritroveremo brevemente. Esempi. Marco Galiazzo, il suo cappello da scout in libera uscita, il suo arco micidiale, hanno travolto la fantasia popolare ad Atene quando vinse l'oro. Dopo niente. Lo siamo andati a ripescare prima di Pechino e, ora che non si è ripetuto, difficilmente lo cercheremo nei pressi di Londra.

Le storie sommerse hanno varie tipologie. Ci sono quelle italiane che andiamo a spulciare nei pressi dell'Olimpiade, come Wenling Tan Monfardini che, venendo da Liaoling nel Nord-Est cinese e giocando a ping pong qui è stata molto raccontata. O come l'unica (e prima italiana) nel torneo di badminton, Agnese Allegrini che vive e si allena in Danimarca e che ritornerà nell'anonimato in cui vive questo sport in Italia. E se qualcuno conosceva i pugili Roberto Cammarelle, Clemente Russo e Vincenzo Picardi, alzi la mano. E la alzi chi, a parte gli affezionati del taekwondo, immaginava l'esistenza di Mauro Sarmiento, concittadino di Picardi (sono entrambi di Casoria) e medaglia d'argento nell'arte marziale coreana.

Natalie Du Toit (LaPresse) Ci sono gli italiani, che acquistano dignità e spazi olimpici con le medaglie, e ci sono gli stranieri con qualità particolari. Natalie Du Toit è la prima amputata a competere in una gara olimpica. L'abbiamo celebrata prima e poi, spietatamente, visto che non si è «piazzata», abbandonata al suo destino. Ma Natalie ce la troveremo ancora lungo la strada. Difficile che torneremo a parlare di Mohammad Alirezaei, ranista iraniano che ha accusato un'appendicite «diplomatica» e guarda caso ha saltato la batteria dove c'era un nuotatore israeliano. Ha avuto qualche spazio perfino Abhinav Bindra, l'indiano che ha conquistato il primo oro individuale (nella carabina 10 metri) per il suo Paese in 108 anni di storia olimpica. Arrivederci e grazie.

Come dei sogni della nazionale islandese di pallamano (formata praticamente un abitante su due dell'isola), celebrata per la finale raggiunta e la possibilità, anche in questo caso, di conquistare il primo oro per l'Islanda che, comunque pareggiava il miglior risultato, l'argento nel salto triplo nel 1956. La sconfitta con la Francia la consegna all'oblio. Quindi, Islanda adieu.

La giavellottista paraguaiana Leryn Franco (Afp) A muoverci sono sentimenti contrastanti. La commozione (o un certo gusto per la cronaca nera) per Hugh McCutcheon, il c.t. della squadra di volley Usa, che ha dedicato la medaglia d'oro al suocero, Todd Bachman, assassinato alla Torre del Tamburo da uno squilibrato che poi si è tolto la vita. Il suo successo è diventato una «storia» per via della cronaca nera. E allora non può mancare il risvolto della cronaca nera, cioè quella rosa. Un giorno, così, dal niente (o dal tutto, guardandola) è esplosa nelle nostre vite la bellissima paraguaiana Leryn Franco, miss giavellotto. Nessuno di noi sa chi ha vinto la gara, ma tutti conosciamo a memoria il suo portfolio da modella. A nessuno importa che sia arrivata 25ª su 27 nel suo gruppo e praticamente sia venuta solo per partecipare. È diventata una protagonista dell'Olimpiade, dove, per avere spazio non conta solo vincere, ma essere «una storia» che ha cantato una sola, breve ma intensa estate.

Roberto Perrone

giovedì 14 agosto 2008

Borghezio, le Olimpiadi e la superiorità etnica del Nord padano

In effetti era da un po' che Borghezio non se ne usciva con una cazzata degna di nota... Ma direi che con questa ha recuperato...


OLIMPIADI: BORGHEZIO, IL MEDAGLIERE DIMOSTRA LA SUPERIORITA' ETNICA DEL NORD PADANO

Secondo Mario Borghezio, europarlamentare leghista, il ricco medagliere degli azzurri a Pechino evidenzia una prevalenza di atleti del Nord e dimostra la superiorità etnica dei padani.
"Le prime medaglie d'oro olimpiche assegnate ad atleti del Nord hanno certamente motivazioni di vario tipo. Nessuno, pero', sembra avere il coraggio - prosegue Borghezio - di dire la cosa piu' ovvia ed evidente e cioe' che esse dimostrano la superiorita' etnica dei padani, anche in questo campo".
"Ovviamente - continua l'europarlamentare della Lega - non si deve trarre da questa realta' alcuna conseguenza di tipo razzista, ma parimenti nessuno e' legittimato a ignorarla, come invece fanno i commentatori della Rai, pagati anche da noi".

Vai, così mi gioco anche l'eventuale assunzione a " La Padania"... :)

lunedì 11 agosto 2008

Olimpiadi 2008: i calendari delle gare e i link per lo streaming in diretta delle gare

Riguardo alla trasmissione in streaming delle Olimpiadi 2008 del blog (che potete trovare qui con 9 canali tutti a vostra disposizione in diretta via web): qualcuno mi ha chiesto se era possibile mettere dei calendari aggiornati con le gare per ogni canale di trasmissione: li sto cercando, ma non è per nulla facile...

Intanto un buon calendario lo trovate qui, dal sito del Corriere dello Sport , oltre a quello disponibile sul buon sito costruito dalla Rai per l'occasione consultabile cliccando qui. Forse stasera se ci riesco ne metto su uno buono, al più tardi domani... Non disperate...

Se avete problemi di qualche genere con lo streaming lasciate un commento, così vedrò di provare a risolverli quanto prima...conto su di voi, altrimenti non saprò mai se funzionano o meno!

Infine - parentesi a parte - un saluto a "The Voice" alias "Lucifera" from Firenze: grazie della chiamata miss, mi ha fatto piacere sentirti... :)

Dopotutto una fan affezionata meritava almeno una citazione...

mercoledì 6 agosto 2008

Olimpic streaming project!

In attesa delle olimpiadi che partiranno tra due giorni, sto cercando di studiare un modo per infilare due o tre schermini in streaming degli eventi nel blog, così potrete seguirli con me...

Se avete idee o suggerimenti sul tema (dove trovare le trasmissioni o come piazzarle in modo light nel layout) sono tutte ben accolte!

Stay tuned...

giovedì 31 luglio 2008

Beijing, ultimo capitolo: censurato anche il web.

Che dire, lo si poteva immaginare: ma credo che chi nel 2001 ha preso quella solenne cantonata che fu l'assegnazione alla Cina dei giochi olimpici del 2008 forse ora se ne sia definitivamente reso conto....
Eppure vorrei tanto andarci, provare a capire, provare a parlare con la gente anche se so che probabilmente non riuscirei a fare nulla di tutto ciò... Ma mi piacerebbe, per una volta, vedere al di là della cortina di fumo che mettono i regimi...

Dal sito di Repubblica.it:

A pochi giorni dal via, è diventato evidente l'intreccio di limitazioni alle libertà e di pesanti paletti all'informazione
PECHINO, I GIOCHI CENSURATI - LE MANCATE PROMESSE DEI CINESI
Cade così la speranza che le Olimpiadi potessero portare novità positive. Le vicende tibetane e le proteste sulla fiaccola hanno provocato arroccamento

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Il primo dicembre 2006, Pechino annunciava che di lì a poco sarebbero scomparse le ultime restrizioni sulla libertà di circolazione per noi giornalisti stranieri sul territorio della Repubblica Popolare. Il giorno dopo, nel descrivere quel provvedimento, scrivevo su Repubblica: "I Giochi del 2008 semineranno qualche germe di cambiamento in questa Cina". Quella previsione, ahimé, si è avverata nella direzione diametralmente opposta.

I reporter stranieri che arrivano in questi giorni, e che si aggiungono a noi corrispondenti permanenti per coprire le Olimpiadi, trovano una Cina per molti aspetti peggiorata dal 2006. Quello che colpisce subito i nuovi arrivati, naturalmente, è l'insopportabile groviglio di restrizioni alla nostra libertà. Non possiamo andare in Tibet. Non possiamo usare una webcam su Piazza Tienanmen, né in alcuno degli stadi olimpici. Non possiamo accedere a diversi siti Internet oscurati dalla censura.

Dietro questi limiti che ci colpiscono direttamente, c'è una situazione ben più drammatica per i cinesi. Rispetto alla tradizionale mancanza di libertà di informazione c'è stato un ulteriore arretramento. Proprio in vista dei Giochi il governo ha "ripulito" la capitale dei potenziali disturbatori dell'ordine: dagli immigrati che appartengono alle minoranze etniche tibetana e uigura, ai dissidenti, agli avvocati che difendono cause umanitarie. Alcuni di questi attivisti oggi sono agli arresti domiciliari per impedire che entrino in contatto con gli stranieri.

Che cos'è accaduto dunque perché le speranze accese nel dicembre 2006 si vanificassero così brutalmente? Gran parte della spiegazione sta negli avvenimenti tragici di questa primavera, che hanno colto la leadership cinese impreparata, e hanno provocato una reazione furibonda. La rivolta del Tibet a metà marzo, seguita dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, hanno provocato un arroccamento. Il regime di Pechino ha vissuto improvvisamente un incubo: il rischio che questi Giochi con l'accresciuta visibilità che comportano, diventino un'occasione per un "processo virtuale" alla Cina, ai suoi abusi contro i diritti umani, ai suoi gravi ritardi sul terreno delle libertà individuali.

La reazione della nomenklatura ha fatto appello al riflesso condizionato del vittimismo nazionalista: il popolo cinese è stato chiamato a serrare i ranghi contro "l'offensiva" degli stranieri. In questo clima di unità nazionale, invocato per difendere l'immagine della Repubblica Popolare, gli spazi di tolleranza che si erano aperti negli ultimi anni si sono nuovamente ristretti. Ogni voce critica è catalogata come un "sabotatore" dei Giochi, un nemico della patria. La censura è tornata ad avere carta bianca.

Anche le maggiori libertà che erano state promesse a noi giornalisti stranieri sono state revocate, per effetto di questo clima. Ma le vere vittime non siamo noi: sono le tante voci di dissenso che negli ultimi anni avevano trovato nuovamente il coraggio di farsi sentire in Cina, e ora tacciono in attesa di tempi migliori. In attesa che passi la "nottata" dei Giochi, un avvenimento che paradossalmente ha fatto fare ai leader cinesi un grande balzo all'indietro.

lunedì 28 luglio 2008

Olimpiadi 2008: due piccoli vademecum se partite per Pechino...

In attesa di sapere se, viste le foto della "nebbia" di smog pubblicate oggi sul sito di Repubblica.it (che corredano in parte il post), il comitato olimpico internazionale deciderà di assegnare i prossimi giochi olimpici a Milano per la "migliore qualità dello smog", posto qui sotto due articoli presi dal blog di Federico Rampini che la dicono lunga sul totale fallimento di uno dei principi cardine in base a cui erano stati assegnati i Giochi del 2008 alla Repubblica Popolare Cinese: l'apertura del Paese alla democrazia e ai valori libertari dell'occidente...

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Una rivoluzione democratica annunciata dal capo della polizia. Così è apparso l’annuncio dato ieri da Liu Shaowu, numero uno della pubblica sicurezza ai Giochi olimpici di Pechino. “Se qualcuno vorrà organizzare manifestazioni durante le Olimpiadi – ha dichiarato Liu in una conferenza stampa – inviteremo a farlo in tre aree pubbliche che abbiamo destinato a questo scopo”.

Designare delle zone speciali per le manifestazioni, è una consuetudine nelle città che ospitano i Giochi. Serve a evitare interferenze con la complessa macchina organizzativa e il traffico caotico di decine di migliaia di visitatori. Ma Pechino non è Atene né Sidney né Atlanta. E’ la capitale di un regime autoritario, dominato da un partito comunista che non ammette opposizioni. Come provarono sulla propria pelle gli studenti a Piazza Tienanmen nel 1989, qui la libertà di espressione esiste solo sulla carta: cioè nella Costituzione della Repubblica Popolare, uno dei testi giuridici meno applicati del mondo. Ma Liu Shaowu ieri è stato tassativo. Ha aggiunto l’indicazione dei luoghi eletti, dove sarà consentito organizzare cortei, comizi e sit-in all’aperto. Si tratta del parco Ritan, del parco Zizhuyuan (detto del Bambù Purpureo) e del World Park.
Qualcuno ha storto il naso perché gli ultimi due sono in sostanza dei parchi-attrazione, ed è un po’ come se il sindaco di Parigi costringesse le manifestazioni a svolgersi dentro Eurodisney. Non importa: se davvero la promessa sarà mantenuta, la novità è di rilievo. Sarebbe il primo gesto importante del governo cinese per venire incontro alle pressioni internazionali, e rispettare gli impegni presi quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi. Era il 2001: in occasione della vittoria di Pechino i leader comunisti fecero promesse solenni sui progressi dei diritti civili. La rivolta del Tibet a marzo è stata un brutale richiamo alla realtà. Il mondo intero ha visto crollare le speranze che questi Giochi presentassero una Cina dal volto più tollerante. Da allora molti governi hanno continuato a premere sul presidente Hu Jintao per ottenere qualche concessione: l’avvio di un dialogo vero con il Dalai Lama, la liberazione di qualche prigioniero politico. George Bush e Nicolas Sarkozy hanno escluso un boicottaggio della cerimonia inaugurale, speranzosi che la loro presenza qui a Pechino l’8 agosto possa incoraggiare il regime ad aprirsi. L’annuncio del capo della sicurezza a due settimane dall’inaugurazione è stato accolto con un sospiro di sollievo nelle cancellerie occidentali, e al Comitato olimpico internazionale: la conferma che i Giochi sono serviti a qualcosa.

Il diavolo sta nei dettagli. E sui dettagli Liu Shaowu ieri è stato sibillino.”La polizia – ha precisato – proteggerà il diritto di manifestare, nella misura in cui i manifestanti abbiano ottenuto la preventiva approvazione delle autorità, e si comportino nel rispetto della legge”. La legge in questione prevede che il permesso per una manifestazione venga richiesto con cinque giorni di anticipo all’ufficio di pubblica sicurezza; i promotori devono presentarsi di persona e sottoporsi a un interrogatorio sullo scopo dell’evento pubblico, gli slogan che saranno usati, gli eventuali oratori, il numero previsto di partecipanti. Nel manualetto diffuso in questi giorni a Pechino – Guida dei Giochi per lo Straniero – si ricorda che sono proibite azioni che “minacciano l’unità nazionale, danneggiano l’ordine pubblico, turbano la stabilità sociale, o incoraggiano il separatismo etnico”. Su queste basi saranno permesse manifestazioni per il Tibet, il Darfur o la Birmania?

Il concetto di stabilità sociale è interpretato in maniera molto estesa. Dopo il terremoto nel Sichuan sono stati arrestati molti genitori che protestavano per la morte dei figli schiacciati dal crollo delle scuole: i familiari chiedevano indagini sul mancato rispetto delle norme antisismiche, puntavano il dito contro la corruzione della nomenklatura che ha consentito gli abusi edilizi. Per “turbare la stabilità sociale” è sufficiente mettere in discussione l’autorità suprema del partito. Lo sanno i dissidenti di Pechino. Jiang Tianyong, un noto avvocato difensore dei perseguitati politici, ha tentato più volte in passato di farsi autorizzare una manifestazione ed è sempre stato respinto. “Temo che sia solo una messinscena per stranieri”, ha commentato ieri dopo l’annuncio del capo della polizia.Le autorità del resto stanno facendo il possibile perché non ci sia proprio nessuno che voglia manifestare durante i Giochi. Si sono moltiplicate le restrizioni burocratiche per la concessione dei visti ai visitatori stranieri, col risultato che le previsioni sugli arrivi sono crollate da un milione a 150.000 (gli albergatori disperati per il flop stanno offrendo sconti fino al 30% sulle camere). I filtri dei consolati cinesi all’estero dovrebbero impedire l’arrivo di militanti di Amnesty International o Free Tibet.

Anche sulla popolazione locale è in atto una pulizia selettiva. I lavoratori immigrati sono stati “esortati” a tornarsene a casa per il periodo dei Giochi, soprattutto se appartengono alle minoranze etniche sospette, i tibetani e gli uiguri musulmani. Ufficialmente per prevenire attentati terroristici, 110.000 poliziotti già presidiano la capitale, con l’ausilio di 500.000 volontari che effettuano ronde di quartiere e segnalano ogni attività sospetta. Un cordone di posti di blocco impedisce l’accesso alla capitale per quei contadini disperati che portano petizioni di protesta contro gli abusi subiti: sequestri illegali di terreni, estorsioni di tangenti. Li Heping, un legale che più volte ha preso la difesa dei contadini, rivela che la polizia lo ha “invitato ad andarsene da Pechino” durante i Giochi. “Quando arriveranno i giornalisti dall’estero non troveranno più nessuno con cui parlare”, osserva sconsolato.

I più ottimisti vogliono sperare che la promessa di Liu Shaowu non sia una beffa, che qualche manifestazione possa svolgersi davvero, e che questo crei un precedente per il futuro. Il governo cinese vuole convincerci. Ha perfino fatto stampare decine di migliaia di Bibbie che farà trovare nelle camere del Villaggio olimpico. Ieri ha annunciato anche che gli atleti disporranno di appositi “luoghi di meditazione”, perché chi lo desidera possa dedicarsi ai propri riti religiosi.
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Guida dello Straniero ai Giochi

Il vostro bagagliaio potrebbe essere ispezionato per verificare che non contenga bandiere. E’ vietato esibirle ai Giochi: non si sa mai che abbiate infilato in valigia l’emblema nazionale del Tibet. E’ proibito anche introdurre nel paese “libri, articoli e file di computer il cui contenuto è dannoso per la politica, la cultura, la morale e l’economia della Cina”. La definizione è abbastanza vasta da consentire l’arbitrio più totale di chi farà i controlli, se vorrà farli.

La Guida dello Straniero ai Giochi, diffusa dalle autorità locali con 57 domande-risposte, precisa anche questo: “Gli stranieri non devono danneggiare la sicurezza nazionale o l’ordine sociale della Cina”. Un principio così generale di per sé è incontestabile; nella sua applicazione concreta ha una portata assai diversa qui a Pechino, di quella che poteva avere ad Atene. La definizione di ordine sociale qui è molto ampia. E chi stabilisce se lo avete turbato non deve rendere conti a nessuno. La polizia può arrestare e detenere un cittadino straniero per 8 giorni senza avvisare le sue autorità consolari, senza dargli la possibilità di un’assistenza legale. Da non dimenticare: un cittadino straniero è tenuto ad avere sempre con sé il passaporto, unico documento d’identità che può usare qui nella Repubblica Popolare.

Anche ammesso che non veniate qui per manifestare solidarietà al popolo tibetano, la Pechino che vi accoglierà è un po’ meno divertente del solito. La paranoia della sicurezza ha ispirato un coprifuoco delle discoteche alle due del mattino: un’orario in cui un tempo la movida pechinese cominciava a entrare nel vivo. Molti ritrovi sono stati chiusi con i pretesti più disparati: dal mancato rispetto delle regole igieniche alla lotta contro la prostituzione; spesso in realtà si tratta di locali alternativi dove era possibile ascoltare musica e incontrare amici in un’atmosfera rilassata e tollerante.

Per quanto il regime ce la stia mettendo tutta per rendere noiose le Olimpiadi, gran parte della vitalità spontanea di questa metropoli resta intatta. Per fortuna Pechino è troppo grande, e i pechinesi sono troppi perché le nuove regole di sicurezza riescano davvero a spegnere l’allegrìa spontanea, la vivacità dei quartieri popolari, l’abitudine di vivere all’aperto d’estate, di giocare, mangiare, bere e divertirsi in un caos chiassoso. Dettaglio non banale: malgrado le sue immense dimensioni e le crescenti diseguaglianze sociali, la criminalità è ancora bassa. Pechino è mediamente più sicura di tante città europee.

Alcune regole di autodifesa per il visitatore: l’acqua del rubinetto non è veramente potabile; i vaccini non sono obbligatori ma l’epatite è un rischio reale ed è sconsigliabile mangiare verdura curda. Il kit di farmaci essenziali deve contenere un medicinale anti-diarrea. La diffusione dell’inglese resta limitata. Il mandarino che credete di pronunciare usando i manualetti per turisti risulta incomprensibile ai cinesi nel 90% dei casi: è una lingua tonale, dove i significati variano come se ogni sillaba fosse una nota musicale. I cinesi sono, in buona sostanza, degli individualisti anarchici. Nonostante il regime autoritario, appena possibile ognuno aggira le regole. Occhio allora quando attraversate le strade, il pedone non gode di nessun rispetto. Nelle file armatevi di santa pazienza: alla biglietteria di un museo o della stazione ferroviaria, almeno venti cinesi vi passeranno davanti sgomitando, prima ancora che ve ne siate accorti. E a dispetto delle campagne governative sulla “educazione alle buone maniere”, continuano a sputare per terra.

Ma se li prendete per il verso giusto li troverete gioviali, spontanei, simpatici, divertenti, amichevoli e ospitali.

(Dedicato a chi sta per spiccare il volo per la prima volta verso Pechino)

martedì 29 aprile 2008

"Pecunia non olet", la libertà neanche.

La globalizzazione e l'economia del "Made in China, perchè costa meno" può portare anche a paradossi incredibili come questo...


Tra l'altro la stessa bandiera è in vendita in un negozio (che vende tra l'altro articoli militari!) nella via di fianco al nostro master. Prezzo di vendita? 10 euro! In Internet invece la si trova a circa 10 dollari... Se ne spendono mezzo per farle è tanto...

(Foto a lato: A protestor holds the Tibetan national flag during a Free Tibet demonstration in Trafalgar Square in London March 22, 2008. ©.REUTERS/Luke MacGregor (BRITAIN), ogni uso o riproduzione è vietato)

Da
Corriere.it di oggi:

I proprietari e i lavoratori dicono che per loro è solo un telo colorato

LE BANDIERE FREE TIBET? LE FANNO IN CINA

La polizia cinese ha fatto irruzione in una fabbrica nella quale si producono bandiere a favore della libertà del Tibet

PECHINO (CINA) - Il teatro dei fatti è una fabbrica situata a Guangdong, regione meridionale della Cina dove è venuto alla luce un insolito commercio.

Bandiere inneggianti la libertà per il Tibet, in aperta contestazione contro il governo cinese e le sue olimpiadi, erano pronte per essere spedite in gran numero attorno al mondo. E, ironia della sorte, nascevano proprio in Cina.

SOLO UN TELO COLORATO - I proprietari della fabbrica e i lavoratori hanno dichiarato di non essere a conoscenza del significato della bandiera e di aver avvertito le autorità competenti del tipo di prodotto che stavano preparando non appena alcuni di loro lo hanno avvistato tra le mani di alcuni manifestanti in immagini di proteste al passaggio della fiaccola olimpica diffuse online e in tv.

LE FORZE DELL'ORDINE - La polizia sostiene che la richiesta di produrre le bandiere provenga dall'estero e che, molto probabilmente, alcuni lotti siano già stati consegnati. Da parte delle autorità cinesi, il timore è che le bandiere "incriminate" possano già fare la loro comparsa domani, quando il sempre più contestato simbolo dei giochi olimpici farà tappa a Hong Kong.

DISORDINI OLIMPICI - Parigi, Londra, San Francisco, tra le altre, hanno accolto la fiaccola tra tensioni e contestazioni. Qualche giorno fa a Seul la polizia è riuscita a impedire che un cittadino nord coreano si desse fuoco in segno di protesta. L'atteggiamento della polizia cinese è dunque molto vigile e c'è l'esplicita intenzione di sbarrare la strada, in senso letterale, a chi intende far giungere le bandiere a Hong Kong. Sono previste, infatti, una sorveglianza speciale e la possibilità di ispezioni dei veicoli lungo le strade che conducono verso la metropoli cinese. La torcia olimpica proseguirà poi il suo cammino attraverso le altre province cinesi e terminerà il suo viaggio, che sembra sempre più un calvario, a Pechino in agosto.

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Per chi volesse saperne di più, come al solito consiglio un salto sul blog del corrispondente di Repubblica Federico Rampini, sempre aggiornato con le ultime novità dalla Cina e dintorni. L'ultima di oggi parlava ad esempio di come fosse diventato improvvisamente difficilissimo avere i passaporti per la Cina: alla faccia di chi diceva che le olimpiadi dovevano servire per aprira il Paese al mondo...


mercoledì 16 aprile 2008

Due o tre cose che forse non sapevate sulla fiaccola olimpica.

Lo sapevate che il rito del passaggio della fiaccola olimpica attraverso i continenti fu inventato dai nazisti per promuovere il terzo Reich, e che la prima protesta alle Olimpiadi moderne è del 1908?

Questi ed altri piccoli e grandi aneddoti sulla storia della fiamma dei Giochi me li ha fatti scoprire la giornalista Lucia Annunziata in un suo articolo apparso su "La Stampa" lo scorso 9 Aprile.

Se siete curiosi come me beh, lo trovate qui sotto...


LA TORCIA E' POLITICA

Due o tre cose che so di lei.

Lei è la Torcia, che attraversa fiammante il mondo e la nostra fantasia, simbolo innegabile e magnifico di aspirazione all’eternità. Ma prima che la passione di cui naturalmente essuda diventi nelle nostre menti un ricettacolo di clichè, vorrei sfogliare con voi la storia di molti concetti che ripetiamo in questi giorni. Dal momento che i clichè sono sempre i nemici del lavoro mentale, e per converso sono sempre i migliori amici delle ideologie.

Non è affatto vero, intanto, che la tradizione della staffetta mondiale della torcia come segno di pace fra i popoli risalga all’antica Grecia. A Olimpia c’erano la torcia e l’idea del fuoco eterno; ad Atene c’erano delle corse con la fiamma, chiamate lampadedromia.

Ma la tradizione del trasporto della torcia da un paese all’altro è usanza infinitamente più moderna e ben meno nobile di quel che si dice: la fiamma venne reintrodotta nelle Olimpiadi nel 1928 ad Amsterdam e il suo trasporto a piedi attraverso nazioni fu inventato dai nazisti per preparare le famose Olimpiadi di Berlino del 1936.

La cerimonia fu accuratamente progettata perché proiettasse nel mondo l’idea del Terzo Reich; un grande spot per stabilire la perfetta continuità fra l’antica Grecia, considerata, ricordiamoci, una nazione proto-ariana, e la Germania di Hitler.

All’evento lavorarono i grandi personaggi della comunicazione nazista: Carl Diem, Josef Goebbels che ne impostò il coverage dal vivo via radio, e Leni Riefenstahl che filmò il tutto. La prima torcia della staffetta moderna venne così accesa con l’uso di uno specchio fatto dalla società tedesca Zeiss; il suo acciaio era firmato dalla Krupp; e il suo itinerario, scelto da Hitler, fu, col senno di poi, tutto tranne un viaggio di pace fra popoli: dalla Grecia a Berlino la torcia passò per la futura Jugoslavia e la Cecoslovacchia che pochi anni dopo sarebbero state invase dai carri armati della Krupp, e al suo arrivo a Vienna fu accolta da un gran raduno pro-nazista, che aprì la strada all’Anschluss, l’annessione dell’Austria nel 1938.

Va maneggiata con cura dunque la retorica della fiaccola e della pace. Così come con cura bisogna scegliere le parole quando si dice che le Olimpiadi non sono un evento politico.

Al contrario, esse sono sempre state estremamente politiche: i Giochi senza segno di boicottaggio sono stati l’eccezione, non la regola. Secondo gli storici dello sport, solo Barcellona nel 1992 e Roma nel 1960 sono stati tranquilli. La prima protesta è del 1908, quando gli atleti irlandesi non andarono ai Giochi a Londra per manifestare a favore dell’indipendenza del loro Paese. In quella stessa occasione gli atleti Usa rifiutarono di abbassare la bandiera davanti al re Edoardo VII in onore della loro indipendenza dall’Inghilterra.

Nel 1936 molti atleti ebrei si rifiutarono di andare a Berlino e gli stessi Usa furono molto vicini al boicottaggio, evitato solo da un appello del presidente del Comitato Olimpico Americano. Fu una buona decisione, probabilmente perché per gli Usa vinse un atleta nero, Jesse Owens.

Dopo il secondo conflitto mondiale le Olimpiadi vengono segnate dalla Guerra Fredda: ad Helsinki nel 1952 i sovietici rimanevano sempre da un lato del confine e arrivavano solo per competere; a Melbourne nel 1956 Egitto, Iraq e Libano restarono a casa per protestare contro l’invasione di Suez da parte di Inghilterra e Francia, mentre Olanda, Spagna e Svizzera disertarono lo stesso appuntamento contro l’invasione dell’Ungheria da parte della Russia sovietica.

Nel 1964 il Sud Africa fu bandito per le sue politiche razziali; nel 1968 in Messico vennero uccisi 200 studenti nel corso di proteste, ed è in quella Olimpiade che due atleti Usa, neri, alzarono dal podio il pugno del Black Power. Vennero espulsi, ma sono rimasti nella storia delle Olimpiadi.

C’è poi la crudele Monaco del 1972 con la strage di 11 atleti israeliani assaliti dai terroristi del Settembre Nero palestinese; e il boicottaggio nel 1976 delle Olimpiadi di Montréal da parte di 26 nazioni africane, e quello di tutti i Caraibi contro la Nuova Zelanda che aveva giocato con il Sud Africa.

Ma i più grandi boicottaggi dovevano ancora venire: 62 Paesi guidati dagli Usa nel 1980 disertarono Mosca contro l’intervento sovietico in Afghanistan e i sovietici restituirono il trattamento nel 1984, quando non andarono a Los Angeles insieme con tutti i Paesi del loro blocco d’influenza.

Insomma, taglia qui e verifica lì (le fonti di queste storie sono facilmente verificabili, ad esempio tramite i link di approfondimento della Bbc) cosa resta della mistica pacifista delle Olimpiadi e del dibattito sulla legittimità del boicottaggio?

Resta poco, ma per fortuna quando si aggirano tutti i clichè, quel poco è l’essenziale: politica e Giochi sono da sempre legati e non è affatto un’offesa usarne il legame. Possiamo così liberarci dalla retorica: boicottare o no la Cina non è una scelta fra sport e politica, ma una scelta tutta politica. Assodato questo, ritorna in primo piano la classe dirigente del mondo. Le sue esitazioni non riguardano solo i rapporti commerciali con la Cina, pur rilevanti.

Queste Olimpiadi arrivano in un momento in cui la definizione della natura del governo cinese trova a un incrocio molti leader occidentali. Sarkozy, ad esempio, viene colto nel momento in cui reinventa la sua posizione internazionale: e può forse occuparsi di liberare la Betancourt, le infermiere incarcerate in Libia, e non criticare la Cina?

Su Hillary Clinton, in posizione difficile nelle primarie, la Cina pesa in quanto ex partner ombra della presidenza Clinton. Ci si ricorderà che sia Clinton che Gore vennero accusati di prendere soldi dai cinesi, e le spese dell’inchiesta vennero pagate solo da chi l’aveva avviata, l’allora capo dell’Fbi, Louis Freeh, che venne rimosso.

Con chi starà poi il tormentato Brown, ancora all’ombra del suo predecessore Blair (per altro campione proprio dei diritti civili)? Ed è evidente, infine, che in Italia la Cina scatena le molte diverse anime del Pd.

Discutere di queste Olimpiadi è, dunque, ben più che parlare di pace. La Cina non solo è vicina, ma ci è dentro.

Lucia Annunziata - La Stampa

lunedì 7 aprile 2008

I Giochi, il Tibet, e i troppi silenzi all'ombra della fiaccola.

Vista la giornata, oggi potrei parlare o di Olimpiadi o di Politica o di cazzeggi vari... Ma siccome piuttosto che parlare di politica preferisco fare qualsiasi cosa (anche perchè alla fine dei fatti lo ritengo piuttosto inutile, e perchè mi viene ancora da pensare al camioncino del La Destra fermo ieri pomeriggio in Prato della Valle che per fare propaganda sparava nell'aria le musiche del Ventennio fascista...che tristezza...), e cazzeggio c'è sempre spazio per farlo, posto uno degli articoli più belli che abbia visto scritti fino ad ora sulle Olimpiadi.

Direttamente da Repubblica.it (chi è curioso può guardare direttamente qui) "Pechino, i Giochi e i diritti umani. Ora i reporter stranieri sono nemici", a firma del bravissimo Federico Rampini, corrispondente storico dall'Asia.

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PECHINO - E' bastato che la fiaccola olimpica toccasse il suolo europeo a Londra, per accendere proteste che continueranno oggi a Parigi, dilagheranno da San Francisco a New Delhi. Queste manifestazioni rivelano un turbamento profondo tra le opinioni pubbliche democratiche, un disagio che i governi occidentali non riescono a interpretare.

Abbiamo visto crescere la Cina come la nuova superpotenza dell'economia globale, l'abbiamo scoperta capace di esportare non solo prodotti e capitali ma anche influenza diplomatica, politica, perfino culturale. Quella parabola ha ispirato una certa ammirazione: per le centinaia di milioni di persone affrancate dalla miseria in pochi decenni; per l'efficienza di una classe dirigente capace di traghettare verso la modernità la nazione più popolosa del pianeta.

Sullo sfondo di una formidabile ascesa, restava in sospeso l'interrogativo drammatico sulla natura autoritaria del suo sistema politico, incompatibile con i valori universali dei diritti dell'uomo. Oggi l'avvicinarsi dei Giochi fa esplodere la contraddizione tra l'immenso peso della Cina nel mondo, e la sua pericolosa diversità, l'intransigenza con cui i suoi dirigenti rifiutano di imboccare la via delle riforme democratiche. Europei e americani sono sgomenti di fronte al mutismo dei loro governi perché dietro vi intuiscono un'impotenza, sospettano opportunismi e viltà.

Sono passate appena tre settimane dall'inizio della rivolta del Tibet, schiacciata dalla repressione cinese. Pochi giorni fa il regime di Pechino ha dato un'altra prova dei metodi con cui garantirà l'ordine durante i Giochi di agosto: ha condannato a tre anni e mezzo di carcere Hu Jia, l'attivista umanitario colpevole di aver difeso i malati di Aids, di battersi per la tutela dell'ambiente, per la libertà religiosa; un dissidente odiato dalle autorità per i suoi contatti con la stampa estera e il coraggio con cui usava Internet sfidando la censura.

Questo giro di vite contraddice gli impegni di liberalizzazione presi dalla Repubblica popolare quando ottenne l'assegnazione delle Olimpiadi, il 13 luglio 2001. Nessun governo occidentale finora ha trovato le parole per dirlo. Pochi giorni fa da un vertice dell'Unione europea è uscita una penosa cacofonia sul Tibet e i Giochi. La Francia ha peggiorato la confusione, dettando precise condizioni per la partecipazione di Sarkozy alla cerimonia inaugurale, che sono state smentite dopo poche ore.

Colpisce il silenzio dell'Occidente su un altro spettacolo preoccupante che va in scena a Pechino: il tiro al bersaglio contro la stampa straniera. Irrigidito per la tensione interna ed esterna che sente crescere all'avvicinarsi di agosto, esasperato per l'impatto mondiale della repressione in Tibet, il regime di Hu Jintao ha deciso di prendere di mira chi diffonde le notizie sgradite. Dopo aver sigillato il Tibet e perfino regioni limitrofe come il Sichuan, vietando l'accesso ai giornalisti stranieri; dopo aver blindato l'informazione interna con la propaganda, ora il governo dirige una virulenta campagna contro la stampa estera accusata di pregiudizi, distorsioni e manipolazioni.

L'operazione è partita in sordina, con la denuncia di errori in alcune immagini diffuse da Cnn e Bbc. Poi sono sbocciati dei siti Internet animati da cittadini-vigilantes a caccia di disinformazione: uno di questi si chiama www. anti-cnn. com. In un paese che ha ormai più utenti online dell'America (230 milioni), e dove 30.000 informatici lavorano a tempo pieno per censurare il web, il principale portale nazionale Sina. com ha lanciato una petizione popolare per condannare i "pregiudizi" dei mass media stranieri: fino a ieri aveva raccolto 1.140.000 firme (secondo dati del governo, naturalmente incontrollabili).

Il principale giornale nazionale, il Quotidiano del Popolo, ha un forum online dove i lettori autorizzati inseriscono commenti di questo tenore: "A Lhasa sono stati commessi crimini violenti ma i mass media occidentali ne hanno dato versioni false e tendenziose". "I cinesi sono indignati, la stampa estera deve vergognarsi". Dalle denunce generiche si è passati alle intimidazioni personali. Alcuni corrispondenti americani hanno ricevuto centinaia di telefonate e sms anonimi con minacce di morte estese ai familiari. Gli autori sono "gruppi nazionalisti" non meglio identificati. Due giornalisti occidentali si sono dovuti trasferire per precauzione da Pechino a Hong Kong.

Dietro questo crescendo di ostilità c'è una regìa inequivocabile. Il governo non ha neppure cercato di nascondere il suo ruolo: il sito ufficiale delle forze armate ha pubblicato un lungo elenco di giornalisti stranieri con le loro coordinate personali, dal numero di cellulare all'indirizzo di casa. La caccia alle streghe riecheggia in modo sinistro certe pagine di storia del maoismo. A quattro mesi dalle Olimpiadi per le quali aveva promesso libertà d'azione ai mezzi d'informazione, Pechino sta orchestrando con le risorse dello Stato un linciaggio virtuale dei mass media stranieri.

Se avvenisse in un paese meno importante i governi occidentali avrebbero già reagito. In questo caso invece dall'America all'Europa il silenzio è assordante. E i nostri comitati olimpici nazionali, riuniti proprio in queste ore a Pechino, fanno finta di non vedere nulla. Il realismo che deve guidare le diplomazie non ci impone di calpestare i valori su cui sono fondate le nostre democrazie. Visto che queste Olimpiadi si terranno, è ancora possibile riscuotere dai dirigenti cinesi un pedaggio, per la vetrina nazionalista che si sono conquistati. Se George Bush e i leader europei vogliono essere a Pechino l'8 agosto, almeno non si limitino ad apparire in tribuna d'onore alla cerimonia inaugurale. Che chiedano di andare anche dove a noi è vietato: a Lhasa.

Federico Rampini

venerdì 4 aprile 2008

Il prezzo del coraggio.

Dal sito di Corriere.it.

L'immagine del famoso studente di piazza Tienanmen solo contro i carri armati è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver letto il titolo. Nessuno tuttora sa con certezza come si chiamasse e che fine abbia fatto, ma tutti ricordano il suo gesto come quello di un uomo, solo, che tentò per un attimo di cambiare il mondo. Era il 5 giugno 1989.

Ora della Birmania non se ne parla quasi più, come succederà tra poco anche con il Tibet, e come è successo prima con tanti, troppi altri fatti e Paesi.
Non dimentichiamoci di quello che è successo.
E, per quello che possiamo, non lasciamoli soli.

In Birmania
MANIFESTO' DA SOLO, CONDANNATO ALL'ERGASTOLO
Ohn Than, 60 anni, arrestato nel 2007 durante le manifestazioni contro il carovita e la mancanza di libertà

RANGOON - Un birmano che la scorsa estate manifestò da solo e pacificamente davanti all'ambasciata statunitense a Rangoon contro il regime militare è stato condannato all'ergastolo. Lo rivela il suo avvocato. Ohn Than, 60 anni, era stato arrestato il 23 agosto del 2007, quando in tutto il Paese si susseguivano le manifestazioni illegali contro il carovita e la mancanza di libertà, poco prima che i monaci buddisti si ponessero alla guida della protesta, poi repressa in settembre.

Quel giorno Than, in silenzio e da solo, andò davanti all'ambasciata Usa esibendo cartelli che chiedevano la convocazione del parlamento e il contenimento del carovita. «È stato condannato mercoledì all'ergastolo e a una multa di 1.000 kyat (meno di un euro), ha detto all'Afp l'avvocato Aung Thein, che ha denunciato la sproporzione fra l'azione compiuta dal suo assistito e la pena e ha annunciato ricorso.

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Girando poi su Repubblica oggi ho trovato altre due storie simili. La prima è quella del tibetano Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, in carcere dallo scorso dicembre dopo 200 giorni di arresti domiciliari, che è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione da un tribunale di Pechino per "istigazione a sovvertire i poteri dello stato".

Unione Europea e Stati Uniti hanno già chesto la sua liberazione, ma resta da veder che cosa succederà.

La seconda storia, ancora più drammatica, è quella di Palden Gyatso, monaco buddista arrestato nel 1959 dopo le proteste seguite all'invasione cinese del Tibet che ha passato nelle carceri cinesi 33 anni. Anni di torture, violenze e lavori forzati, a cui questo monaco è incredibilmente riuscito a resistere. Palden è uscito dalle carceri quasi sordo, senza piedi e senza i denti, caduti a forza di scariche elettriche procurategli inserendogli bastoni elettrici direttamente in bocca.

"Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", è l'unico commento delle autorità cinesi, pronunciato nel 1995 dall'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

Qui sotto il reportage integrale di Anais Ginori, dal titolo "La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità", con le foto di Jokim Eneroth dal sito di Repubblica.it. Lo potrete trovare in edicola domani su "D", il supplemento settimanale del quotidiano italiano.

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Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
GUARDA IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.

A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".

I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.

Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.

Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".

I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".

Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".

Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.

"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".

Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.

Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".

Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue". Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.

Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.

"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".


(
3 aprile 2008)

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...è
questo il Paese a cui abbiamo dato le Olimpiadi?



martedì 1 aprile 2008

Stampa sportiva: i risultati (deludenti) del sondaggio.

Niente... non ci siamo... Non so perchè, ma in un mese in cui avreste potuto fare di tutto e in cui oltre 3000 visitatori sperduti o meno sono finiti su questo blog, solo in 16 hanno trovato un minuto per rispondere all'appello e votare un sondaggio...

Non so perchè, ancora, ma ogni volta che provo ad allungare la mano al di là del vetro del vostro schermo, trovo poco o niente... Venite, guardate, prendete, curiosate, imparate, fate imparare (e tanto) anche a me, ma svanite non appena una luce tenta di illuminarvi e di scoprire chi siete, e che faccia avete dietro i click che date su uno schermo o su una tastiera, e cosa vi spinge ad essere quello che siete...

Mi piacerebbe vedere cosa c'è al di là del vostro schermo che vi illumina davanti al vostro computer, ma mi sa che dovrò aspettare ancora un po'....

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Comunque: questi i risultati. Alla domanda "Tra poco nascerà un nuovo free-press sportivo, dedicato per il 70% al calcio e per il 30% agli altri sport. Se poteste decidere voi..." ( per il perchè ed i commenti andate al post "Come vorreste la stampa sportiva italiana" dello scorso marzo), avete risposto...

..lascerei questa divisione, il calcio merita più attenzione rispetto agli altri sport
2 (12%)
...dividerei il giornale 50% calcio e 50% di altri sport : è il giusto equilibrio.
6 (37%)
...darei più spazio agli altri sport che al calcio: di questo se ne parla troppo, e troppo poco del resto.
5 (31%)
...no so, non mi importa.
3 (18%)

Per un totale di 16 voti in 24 giorni.

Il che è poco, per quello che avevo in mente, ma tant'è... Volevo dimostrare che un giornale può nascere anche "dal basso", coi suggerimenti dei lettori, ma si vede che non è ancora tempo, o che non sono stato bravo io.
Le mostrerò lo stesso a Padovan quando tornerà qui al master, anche se penso avranno poco valore o nulla. Gente, non volevo il botto dei sondaggi di Repubblica in cui 15.000 persone votano solo in due ore, ma mi andava bene anche un millesimo...

Well, riproveremo la prossima volta...
Battete un colpo, se ci siete, e restate in ascolto: c'è ancora qualcuno, là fuori.

Au revoir!

venerdì 7 marzo 2008

Come vorreste la stampa sportiva italiana?

Ok, oggi una cosa seria che può darvi anche l'occasione di cambiare il mondo della stampa sportiva (o almeno una sua piccola parte).

Oggi a farci lezione al master in giornalismo a Padova infatti è venuto Giancarlo Padovan, ex direttore di Tuttosport, che è stato da poco assunto dall'editrice Cairo per dirigere un nuovo free-press sportivo, che uscirà presumibilmente in edicola attorno ai primi di giugno (in tempo per coprire Europei ed Olimpiadi). So altri dati, ma visto che il progetto è ancora in costruzione per il momento non posso darveli.

L'unica cosa di cui posso accennarvi è la suddivisione interna degli sport: si parla di un 70% da dedicare al calcio, ed un 30 % ai restanti sport con particolare attenzione su un paio di essi, anche in ambito al di fuori del territorio italiano. Questa decisione, a quanto pare, non viene come al solito da 100mila sondaggi ma da una semplice concetto: "Quello che tira in Italia è il calcio, e si sa".

Voi che ne pensate di questa suddivisione? Vi sembra giusta, o vorreste più spazio dato agli altri sport rispetto ai quotidiani già in edicola? Se sì, quali?

il progetto è ancora in itinere, e potrebbe finire a lavorarci anche qualcuno di noi qui al master. Oggi ha chiesto un po' il nostro parere, e a me è sembrato giusto chiederlo anche a voi: che ne pensate?

Per cui oggi parte un sondaggio, che resterà sul blog fino alle 23:59 del 31 marzo. I risultati saranno illustrati di mia mano allo stesso Padovan, e c'è la concreta possibilità se sarete in tanti a votare che possano contribuire a dettarne la linea editoriale e a cambiare un po' il rigido panorama della stampa sportiva italiana.

Votate, commentate e diffondete l'iniziativa, magari anche nei vostri blog! Metterò qui sotto il link di chiunque linki questa pagina e pubblicizzi il sondaggio!

Vi aspetto numerosi!

Gig:)