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mercoledì 20 ottobre 2010

Error 404 - censura nel blog di Generazione Italia?

Stamattina il sito Giornalettismo dà notizia così dei commenti indignati che piovono sul blog di Generazione Italia (vicino a FLI) su un post di Fabio Granata dal Titolo "Tranquilli, faremo la cosa giusta".

"Non l’hanno presa bene. Gli elettori di Fini, o per lo meno quelli che hanno deciso di commentare nel post di Fabio Granata la decisione di Futuro e Libertà di votare in commissione il sì al Lodo Alfano costituzionalizzato e con retroattività al Senato si sono arrabbiati molto per l’ok.

LA COSA GIUSTA 

Il titolo del post sembra una citazione da un vecchio film di Spike Lee “Tranquilli, faremo la cosa giusta”, ma la risposta dei commentatori è sferzante: “Tranquilli, faremo la cosa giusta… VOTEREMO IL LODO ALFANO E LE LEGGI AD PERSONAM!!!”, scrive Alberto, mentre Er6n1980 è ancora più deluso: “io vedo (vedevo) Fli come qualcosa di diverso.. un’alternativa “pulita” con valori di destra come sono i miei… finchè sarò simpatizzante di fli è giusto che faccia sentire la mia voce cercando, con le mie critiche, di migliorare (secondo me) la rotta di questo movimento. come puoi vedere tantissima gente (praticamente il 90%) è sconcertata per la giornata politica di ieri.. ora…aspettiamo…ma è dura andare avanti cosi…l’umore è bassissimo”.

C’è anche chi dice che cambierà partito: “Che delusione….come tanti credo che FLI sia praticamente finito prima ancora di iniziare….da ex Montanelliano mi sono iscritto pensando a qualcosa di diverso e invece siamo all’approvazione del lodo Alfano, addirittura retroattivo! Mi spiace….finirò, come tanti di destra, col votare Di Pietro, perchè la giustizia è una cosa seria e sconti al nano non se ne possono fare”. C’è anche chi parla di boccone amaro da ingoiare, e dice di comprendere le ragioni che hanno portato FLI al sì.

Questo pomeriggio pare che a fare la loro personale "cosa giusta" siano stati gli autori del blog (anche se non si può averne la matematica certezza):  il post citato e tutti i 300 e rotti commenti ricevuti sono infatti spariti dal sito dove erano ancora presenti in mattinata: ad aprire la pagina viene fuori un laconico "Error 404 - Non trovato". Il post, tanto per fugare i dubbi, risulta infatti sparito anche dall'archivio del sito.



Ma cercando nella cache di Google eccolo ricomparire a questo link, anche se "catturato" quando i commenti erano ancora fermi a quota 152.

Ecco com'è ora l'archivio...

 ...e come compariva invece nella copia cache di stamattina, con il post incriminato:



Che dire? Per un partito che voleva opporsi al dispostismo berlusconiano ed alla censura delle opinioni altrui promuovendo la libertà di pensiero, come inizio non c'è male.... Saranno ancora così tranquilli che il loro partito sappia fare la cosa giusta, gli elettori di Futuro e Libertà?

lunedì 11 maggio 2009

Storia di Piér, che viaggia libero in Europa senza pagare mai il biglietto

Piér in fondo é la libertà. O semplicemente un magnifico scroccone. Per alcuni pero' - come il vecchietto che lo guardava male dal fondo del vagone - Piér é semplicemente un furfante disonesto. In fondo, se facessero tutti come lui, le aziende di trasporti pubblici fallirebbero tutte nel giro di un mese.

La società puo' tollerarne pochi di ragazzi come lui, se no tutto il sistema andrebbe a catafascio in due giorni: ma é anche vero che Piér ha sviluppato un grado di adattamento incredibile con la società stessa per esserle meno di intralcio possibile. Cerca di essere più invisibile possibile e di fare tutto "fregandola" meno che puo', per poter continuare a fare cio' che fa e non fermarsi mai. Vuole che gli permettano ancora per un bel po' di continuare a viaggiare gratis in Europa , per raggiungere nazioni viste solo in cartolina arrivandoci rigorosamente senza spendere un soldo. Conoscendo nel mentre un sacco di amici per strada che rimangono anche dopo che il viaggio é finito. "Se guardi il mio Facebook - mi racconta (ps: che é che non ha facebook ormai?) - trovi 13 persone della mia città: tutte le altre sono delle altre nazioni che ho visitato".


Piér l'ho conosciuto ieri sera, quando é venuto a chiedermi un accendino per fumare sul lunghissimo interregionale che da Venezia mi riportava a Milano. Non si potrebbe fumare sul treno, ovviamente, ma nessuno gli ha detto niente: in fondo, dopo 3 ore e mezza seduto su sedili che hanno trasformato il tuo sedere in un pezzo di marmo insensibile, sgattaiolare nelle intersezioni tra i vagoni per rubare un alito di fumo a quelle braci fa un po' venire voglia a tutti, anche solo per muoversi un po'. Tornavamo da Venezia io e da Pordenone lui, e ci siamo messi a chiacchierare. Chiunque mi conosca un minimo sa che io sarei capace di attaccare bottone anche con le guardie del rigido picchetto reale di Buckingham Palace: e con Piér a conoscerci ci abbiamo messo un secondo.


Piér ha 22 anni, capelli castani ed una faccia caucasica dal sorriso inarrestabile. Viene da una città qualche decina di chilometri a est di Praga - mi racconta - e da tre anni viaggia su e giu' per l'Europa senza spendere un soldo. Autostop, treno, piedi: per lui é uguale, basta arrivare. Le mete le sceglie i rari momenti in cui ritorna a casa, dove dice di avere una stanza piena di guide di viaggio recuperate qua e là. "L'ultima volta - racconta - ho deciso che dovevo vedere Roma. E ne é valsa la pena. Quando sono arrivato davanti al Colosseo é stato fantastico. L'avevo visto sui libri, ma non avevo mai immaginato che potesse fare un effetto cosi' ". Per arrivare a Roma ci ha messo una settimana, con un amico che ha portato con lui per fargli provare come si vive sempre a zonzo. "In repubblica Ceca fermando due macchine siamo arrivati al confine, poi abbiamo avuto una fortuna incredibile: un manager di non so che cosa, italiano, ci ha tirato su e ci ha fatto arrivare diretti fino a Milano! Aveva una macchina stupenda, un'Audi A8 nuova, tutta nera. Non ha smesso un attimo di vantarsene, ma quando ha raggiunto i 230 in autostrada abbiamo anche capito perché: in effetti tirava come una bestia! La benzina tanto la pagava lui...".

A Roma ha dormito il primo giorno per strada, e poi ospite di 2 ragazzi che ha conosciuto il giorno dopo vicino ai fori imperiali: "Erano entusiasti della mia storia, e mi hanno ospitato volentieri. Abbiamo passato una notte intera a raccontarci gli uni gli altri in quali paesi lontani fossimo stati fino a quel momento, e ci siamo scolati due casse di birra senza mai smettere di parlare!". Parlare per lui non é un problema: viaggiando ha imparato a parlare in maniera comprensibile almeno 5 lingue, e qualche parolina di qualche altra meno conosciuta: "Le rinfresco continuamente, e continuo ad imparararle! In effetti é comodissimo saperne cosi' tante".


Mentre parliamo passa il controllore: per fortuna la sigaretta finita poco prima é già sparita nella riga buia per terra da cui si intravedono scorrere i binari. Mentre io mostro il biglietto, Piér tenta di spiegargli (rigorosamente in magiaro pero' stavolta) che lui non ha il biglietto e nemmeno i documenti. Il tipo é spaesato: tira fuori il blocchetto e abbozza una multa: poi, guardandolo in faccia, desiste. Sa benissimo che il nome che Piér ha già sulla punta della lingua é un falso, e cosi' getta la spugna senza sprecare altro tempo e se ne va borbottando. Piér in effetti conferma tutto un attimo dopo: "Se ti fermano basta dire che non hai documenti, e dare un nome falso. Loro lo sanno che li stai prendendo per il culo, ma almeno possono fare una multa e salvare comunque le apparenze. Il trucco é farlo sui regionali: per recuperare i soldi dovrebbero chiamare la polizia, fermarti, controllarti, schedarti...per 200 euro di prima classe in Eurostar magari lo fanno: ma per 15 di regionale nessuno pensa che ne valga la pena".

"I treni - continua - sono comodi anche per dormire: facendo i viaggi lunghi di notte, mi imbuco in un sedile e dormo al caldo. In genere i controllori la notte non passano mai...". Gli chiedo se sia difficile fare l'autostop e trovare qualcuno che si fermi, e mi dice che quella domanda già se l'aspettava: "Anche i miei amici italiani mi dicevano che sarebbe stato difficile qui: ma io ho sempre trovato passaggi in pochi minuti! Qualche volta ho aspettato anche un'ora, si', ma qualcuno prima o poi si ferma sempre! Magari mi dicono "Sai, é proibito farlo in Italia": ma poi si fermano loro per primi!". E poi via coi racconti: Piér il magiaro, 22 anni, che fuma sul treno in short a fiorelloni e sandali marroni, é stato in Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Austria, Olanda e un mucchio di altri Paesi: "Mi manca l'Inghilterra, ma ci voglio andare presto! A proposito di isole, sono stato anche in Sardegna! Partenza da Genova, passaggio ponte con la Tirrenia in traversata notturna: ovviamente senza biglietto e a costo zero. Mi hanno tanato, ma mica mi potevano sbarcare con una scialuppa in mezzo al mare!".


Nel frattempo il treno corre, parallelo ai viaggi di Piér: la traversata é lunga, e c'é ancora lo spazio per tante cose da dire e raccontare: "Montecarlo la devi assolutamente vedere se non ci sei mai stato: é bellissima! Barcellona invece é fantastica per le feste: ho passato notti intere a passare da una all'altra, senza andare a dormire mai... Conosco persone in ogni posto facendo cosi', che quasi sempre mi offrono un tetto dove dormire e con cui poi resto sempre in contatto: alcuni sono anche venuti a trovarmi in Repubblica Ceca, ed é stato bello rivederli!". Una cosa che non capisce degli italiani é un po' il disfattismo: "Hanno i treni che sono tra i più comodi in Europa, a parte i poggiatesta durissimi. Eppure tutti a dire che fanno schifo. Venite da me a provare, che poi ne riparliamo... Mi dispiace invece per la crisi che c'é qui: tanti ragazzi che incontro mi raccontano che hanno perso il lavoro di recentre e non lo trovano più.. Lo volevo cercare anch'io per quest'estate, ma mi sa che puntero' su Barcellona, come camarero! Mi sa che c'é più speranza".

Alle 22 arrivo a Lambrate, e a malincuore scendo: lui prosegue con l'amico per Milano centro, dove lo aspetta già la sua ragazza che a volte lo accompagna nei viaggi: "Se ci riesco stanotte voglio arrivare fino a Genova. Mi é venuta voglia di tornare a Montecarlo, ma se strada facendo trovo qualche posto bello che non conosco magari mi dirigo li'!".


Lo lascio sorridendo, ed invidiandolo un po'. Piér, magnifico ladro scroccone che vive viaggiando a sbafo sui treni, in fondo vorrei esserlo anche un po' io. Senza regole, senza limiti, senza pensieri... Prendere, viaggiare e andare. Dove si vuole, e senza chiedere niente. Invece domani c'é il lavoro, e la schiavitu' invisibile della giacca e della cravatta e della scrivania con il computer bianco e la montagna di carte che dovrei riordinare e non lo faccio mai: quel posto più o meno fisso, che tra tre mesi non c'é più ma intanto bisogna difendere. I manager di fretta alla stazione la mattina, i clacson impazienti ai semafori, lo smog, le spine per entrare nella metro, i panini presi di fretta in pausa pranzo da qualche kebab, che poi bisogna tornare indietro a spedire draft promozionali... E guardo le luci del treno che svaniscono lontano sul binario, e portano Piér verso le sue città lontane...


Oggi, mentre lui forse é già a Montecarlo o tra i carruggi stretti di Genova, guardo il sole fuori dalla finestra e penso che si', andate al diavolo, questo weekend un viaggio me lo faccio anch'io! E mi immagino di fuggire e non tornare, anche se poi so che non lo faro'...

Non so dove, ma voglio andare in qualche posto che non ho ancora visto. Insieme alla cucciola naturalmente. Magari rincontro Piér che ritorna, e poi glielo presento mentre gli chiedo com'era Montecarlo. Magari diventiamo amici sul serio. E la prossima volta in giro a zonzo ci andiamo insieme dormendo sui treni come i barboni, che forse saranno anche gli ultimi nel sistema non scritto di caste del mondo moderno ma in verità sono rimasti gli unici liberi di fare quello che vogliono. Loro il sole lo guardano ogni giorno dal posto che scelgono la sera prima: noi lo guardiamo solo dalla finestra, mentre aspettiamo con ordine la nostra pausa pranzo che non arriva mai.

venerdì 20 febbraio 2009

Le libertà di Internet sono in pericolo! Ecco tutte le magagne del pacchetto "Telecom" in discussione al Parlamento Europeo.

Lo sapevate che le libertà in Internet sono al momento in grave pericolo?
Qualora dovesse essere approvato un insieme di direttive in discussione al Parlamento Europeo infatti Internet potrebbe cambiare così:

- non potrai più collegarti a Internet solo per aver condiviso un file;
- sarà possibile conoscere il contenuto del tuo traffico Internet;
- non potrai usare liberamente FTP, Skype, chat, p2p;
- sarà il tuo provider a scegliere quali siti web potrai visitare e quali no.

Se tutto questo non ti piace, continua a leggere: questo è il testo integrale della lettera aperta disponibile sul sito
www.scambioetico.org Per fermare tutto questo, o anche solo per far conoscere tutto alla gente ed ai navigatori che ancora lo ignorano, è nato un forum ed un coordinamento di siti a cui chiunque può iscriversi che spiega nel dettaglio le direttive e l'origine delle proposte in discussione in questi giorni, le modifiche che potrebbero essere effettuate alla rete ed i modi a tua disposizione per provare a fare qualcosa . Inoltre è stato anche aperto un gruppo sul popolare sito di social networking Facebook che potete trovare al seguente indirizzo: http://www.facebook.com/group.php?gid=51688215993&ref=mf.

Se pensi che la Rete debba rimanere libera così come è nata, diffondi la lettera aperta e copia il banner sottostante nel tuo sito con il link all'iniziativa!
Aiuta la rete a rimanere libera!


Caro cittadino della Rete,

il Consiglio dei Ministri dell'Unione Europea ha infatti raggiunto un accordo politico su norme e direttive fortemente lesive dei diritti dei cittadini europei e dei consumatori. Tale regolamentazione è inclusa nel Pacchetto Telecom, un complesso sistema di cinque Direttive che influenzerà profondamente le leggi degli Stati Membri dell'Unione Europea, Italia inclusa, per molti anni a venire. L'accordo politico del Consiglio stravolge il contenuto del Pacchetto, che con voto democratico, e con l'appoggio della Commissione Europea, il Parlamento Europeo aveva approvato a larghissima maggioranza nel settembre 2008 con emendamenti che garantivano e tutelavano i diritti fondamentali dei cittadini e dei consumatori.


Il 19 febbraio il Parlamento Europeo darà inizio alla Seconda Lettura del Pacchetto Telecom, e se non avrà la forza di opporsi alla volontà del Consiglio dei Ministri, entro pochissimo tempo le leggi dei Paesi Membri dovranno obbligatoriamente adeguarsi con le seguenti conseguenze:

- sarà possibile disconnetterti dalla Rete sulla base di semplici indizi, raccolti da società private senza autorizzazione della magistratura, che facciano sospettare che tu abbia condiviso contenuti protetti da copyright. Il tuo fornitore di accesso Internet sarà obbligato a collaborare con le società private per fornire i tuoi dati, e sarà costretto a procedere alla sospensione del servizio. Non avrai diritto né alla difesa né ad un equo processo;


- il tuo fornitore di accesso sarà libero di filtrare contenuti, servizi e applicazioni a piacimento. Per fare solo un esempio fra i tanti possibili, diventerà lecito e legale bloccare Skype al fine di promuovere e costringerti ad acquistare un servizio VoIP a pagamento;


- il tuo fornitore potrà applicare "differenziazioni di tariffe", e farti pagare abbonamenti aggiuntivi per applicazioni e protocolli specifici, ad esempio per e-mail, FTP, newsgroups, chat, peer-to-peer ecc.; potrà inoltre liberamente decidere a quali siti web potrai accedere senza limitazioni, a quali potrai accedere con de-prioritizzazione del traffico (quindi con rallentamento nello scambio dati), e a quali non potrai accedere affatto;

- qualsiasi società privata, per generici scopi di sicurezza di rete, potrà intercettare, memorizzare a tempo indefinito, leggere e analizzare, tutti i dati che invii e che ricevi sulla Rete senza autorizzazione di alcun organismo governativo, inclusa la magistratura.


Per tutelare i tuoi diritti fondamentali, si è formata un'ampia coalizione europea che riunisce le più importanti associazioni in difesa dei diritti digitali e dei diritti dei consumatori. La coalizione comprende 16 organizzazioni non governative e associazioni che si battono per i diritti dei consumatori, con sedi in 22 Paesi Membri dell'Unione Europea e altri Paesi non Membri. Da settimane rappresentanti della coalizione stanno attivamente partecipando a Brussels al fine di tutelare i tuoi diritti. In Italia le organizzazioni che fanno parte della coalizione sono Altroconsumo, l'Istituto per le Politiche dell'Innovazione, NNSquad Italia e ScambioEtico.


ABBIAMO TUTTAVIA BISOGNO DEL TUO AIUTO, E NE ABBIAMO BISOGNO CON URGENZA.

Ti chiediamo di dedicare qualche minuto del tuo tempo per scrivere un'e-mail, e se ti è possibile telefonare, all'europarlamentare italiano che ritieni ti possa meglio rappresentare in Parlamento Europeo, al fine di sensibilizzarlo sui gravi rischi che il Pacchetto Telecom arrecherà a Internet e a i tuoi diritti fondamentali, fra i quali la libertà di espressione, di informazione, il diritto alla difesa e a un equo processo, e il diritto alla privacy. Se ti è possibile, ti chiediamo di sensibilizzare i tuoi familiari, conoscenti e amici, e se ti capita di scrivere in Internet, di informare tramite interventi nei forum e nei blog.

Se sei un blogger o un giornalista e ne vuoi sapere di più, non esitare a contattare il Portavoce di ScambioEtico Paolo Brini


Ti forniamo il LINK per reperire le e-mail e il numero di telefono di tutti gli europarlamentari italiani, al fine di farti scegliere quello che ritieni più coerente con le tue idee. Ti forniamo il link al PDF della lettera aperta della coalizione, indirizzata al Parlamento Europeo e a tutti i suoi Membri, in modo da darti tutti i riferimenti normativi che delineano quanto è stato sopra affermato. Per qualsiasi richiesta o necessità, non esitare a leggere e a scrivere in questo forum LINK, che rimarrà sempre aperto e fornirà supporto nonché aggiornamenti sulla Seconda Lettura del Pacchetto Telecom.


...e ora tocca a voi!!!!!!!!!!

venerdì 4 aprile 2008

Il prezzo del coraggio.

Dal sito di Corriere.it.

L'immagine del famoso studente di piazza Tienanmen solo contro i carri armati è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver letto il titolo. Nessuno tuttora sa con certezza come si chiamasse e che fine abbia fatto, ma tutti ricordano il suo gesto come quello di un uomo, solo, che tentò per un attimo di cambiare il mondo. Era il 5 giugno 1989.

Ora della Birmania non se ne parla quasi più, come succederà tra poco anche con il Tibet, e come è successo prima con tanti, troppi altri fatti e Paesi.
Non dimentichiamoci di quello che è successo.
E, per quello che possiamo, non lasciamoli soli.

In Birmania
MANIFESTO' DA SOLO, CONDANNATO ALL'ERGASTOLO
Ohn Than, 60 anni, arrestato nel 2007 durante le manifestazioni contro il carovita e la mancanza di libertà

RANGOON - Un birmano che la scorsa estate manifestò da solo e pacificamente davanti all'ambasciata statunitense a Rangoon contro il regime militare è stato condannato all'ergastolo. Lo rivela il suo avvocato. Ohn Than, 60 anni, era stato arrestato il 23 agosto del 2007, quando in tutto il Paese si susseguivano le manifestazioni illegali contro il carovita e la mancanza di libertà, poco prima che i monaci buddisti si ponessero alla guida della protesta, poi repressa in settembre.

Quel giorno Than, in silenzio e da solo, andò davanti all'ambasciata Usa esibendo cartelli che chiedevano la convocazione del parlamento e il contenimento del carovita. «È stato condannato mercoledì all'ergastolo e a una multa di 1.000 kyat (meno di un euro), ha detto all'Afp l'avvocato Aung Thein, che ha denunciato la sproporzione fra l'azione compiuta dal suo assistito e la pena e ha annunciato ricorso.

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Girando poi su Repubblica oggi ho trovato altre due storie simili. La prima è quella del tibetano Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, in carcere dallo scorso dicembre dopo 200 giorni di arresti domiciliari, che è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione da un tribunale di Pechino per "istigazione a sovvertire i poteri dello stato".

Unione Europea e Stati Uniti hanno già chesto la sua liberazione, ma resta da veder che cosa succederà.

La seconda storia, ancora più drammatica, è quella di Palden Gyatso, monaco buddista arrestato nel 1959 dopo le proteste seguite all'invasione cinese del Tibet che ha passato nelle carceri cinesi 33 anni. Anni di torture, violenze e lavori forzati, a cui questo monaco è incredibilmente riuscito a resistere. Palden è uscito dalle carceri quasi sordo, senza piedi e senza i denti, caduti a forza di scariche elettriche procurategli inserendogli bastoni elettrici direttamente in bocca.

"Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", è l'unico commento delle autorità cinesi, pronunciato nel 1995 dall'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

Qui sotto il reportage integrale di Anais Ginori, dal titolo "La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità", con le foto di Jokim Eneroth dal sito di Repubblica.it. Lo potrete trovare in edicola domani su "D", il supplemento settimanale del quotidiano italiano.

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Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
GUARDA IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.

A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".

I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.

Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.

Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".

I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".

Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".

Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.

"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".

Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.

Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".

Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue". Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.

Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.

"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".


(
3 aprile 2008)

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...è
questo il Paese a cui abbiamo dato le Olimpiadi?



giovedì 6 marzo 2008

Il Tg3 parla (finalmente) della storia di Sayed.

Vi ricordate della storia di Sayed Perwez Kasmbaksh, lo studente di giornalismo arrestato e ancora detenuto da oltre due mesi in Afghanistan per aver scaricato da internet un articolo che parlava degli uguali diritti di uomini e donne?

Beh, Sayed è ancora in carcere, e il fratello è in procinto di partire per l'Europa per una campagna di sensibilizzazione sulla storia che aiuti i governi a fare pressione sul presidente Karzai per il rilascio del fratello.


E per questo ieri sera se ne è occupato anche il Tg3.


I servizi li potete trovare qui: questo per chi ha ancora il
vecchio doppino a 56kbps, e questo per le adsl più veloci!

La storia continua, e speriamo si risolva presto...


giovedì 14 febbraio 2008

Il nuovo inno del PDL di Silvio: a Sanremo, a Sanremo!!!

Non ci posso credere... Questo supera ogni immaginazione...

Un solo grido, una sola voce: A SANREMO, A SANREMO!!!!!!

Dal sito di Repubblica di oggi:



''Menomale che Silvio c'è''. E' il brano di Andrea Vantini che potrebbe accompagnare Silvio Berlusconi in questa campagna elettorale

Sarebbe stato lo stesso leader azzurro a presentarlo ad una cinquantina di giovani militanti azzurri che, al termine di 'Porta a porta' di martedì scorso, lo attendevano sotto palazzo Grazioli.

Accolto dalle loro bandiere, dopo averli salutati, Berlusconi li ha fatti accomodare nel cosiddetto 'parlamentino' di Forza Italia, una sala al piano terra del palazzo. Ed ha fatto ascoltare loro questo motivo che racconta la storia di una persona qualunque, che lavora, che certamente non ha potere né privilegi, ma che si sente tutelato dalla presenza in politica di Silvio Berlusconi".

Il sito originale dell'iniziativa lo trovate qui...

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Ma...vi ricorda niente?

E' quasi meglio di "Udeur Verrà", l'inno non ufficiale dell'Udeur di Clemente Mastella che divenne il tormentone dello scorso anno! Per chi non lo avesse mai potuto ascoltare riporto qui sotto il video di Youtube in versione integrale, ed un simpatico estratto che gira in rete...

(Per la cronaca: il tizio non so chi sia... :)




"Super Mastella"



Puro trash gente, puro trash...

Update: è uscita la versione integrale, con annesso video...




lunedì 4 febbraio 2008

Parwiz: il senato non conferma la condanna a morte, ma lo studente resta in carcere.

Dal blog di Pino Scaccia:


Il senato afghano ci ripensa: non conferma più la condanna a morte di Parwiz (che però resta in carcere per blasfemia)

Con un chiaro voltafaccia, il Senato afghano ha ritirato la conferma della condanna a morte del giornalista Sayed Parfwiz Kambaksh, giudicato colpevole di blasfemia per aver stampato da internet un articolo sui diritti delle donne.
Lo scrive l'Indipendent online, spiegando che in un comunicato la Camera alta afghana ieri (01 febbraio, ndr) ha definito un "errore tecnico" la sua precedente decisione di approvare la condanna a morte
di Sayed pronunciata da un tribunale di Mazar-i-Sharif. Ciò non significa che il giovane giornalista sarà rimesso in libertà, scrive il quotidiano, ma certo questa mossa del Senato aumenta le speranze che egli possa tornare in libertà.

Da settimane è in corso una campagna mondiale - di personalità politiche, media, organizzazioni dei diritti umani - per salvare Sayed dal patibolo. (...) La Meshrano Jirga (la camera degli anziani) non ha nessun potere giudiziario, ma la sua opinione ha una valenza politica. La legge prevede due appelli sulla sentenza. La condanna a morte, prevista dalla Costituzione per i reati di blasfemia, deve essere approvata dal capo dello Stato, Hamid Karzai.


Secondo i familiari di Kambakhsh, il giovane è stato processato il 22 gennaio a Mazar-i-Sharif, nel Nord, a porte chiuse e senza supporto legale. Studente di giornalismo all'Università di Balkh, era stato arrestato a ottobre. Amici e familiari sostengono che l'articolo incriminato non era suo, ma solo riprodotto da Internet e distribuito. In un'intervista a Radio Free Afghanistan, il procuratore generale della provincia di Balkh Hafizullah Khaliqyar ha difeso la sentenza, affermando che il processo è stato condotto in modo "molto islamico" e non c'é stata nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa. "Non ha fatto un errore giornalistico, ha insultato la nostra religione", ha detto Khaliqyar. Khaliqyar, secondo il quale il giornalista ha confessato, in una conferenza stampa ha minacciato l'arresto per tutti i giornalisti che si dovessero levare in difesa di Kambakhsh.

Dopo i sei anni di repressione dei media sotto il regime dei Taleban, crollato nel dicembre 2001 sotto le bombe americane, Karzai nel 2005 ha ratificato una nuova legge sull'informazione, ma restano molte le dispute sull'interpretazione della normativa.
Ansa.it

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Ora: per tenermi informato su questo fatto mi ero, tra le altre cose, iscritto al servizio di Google Alert digitando il nome del giovane studente di giornalismo. Nei tre giorni in cui sono stato via dal web mi sono arrivati solo due messaggi, e tutti riguardanti articoli scritti su blog: uno addirittura tra le varie fonti rimandava al mio!

Al che mi è venuto un dubbio: è Google Alert che non ha trovato nulla, sono io che ho taggato male gli alert o a parte i blog quasi nessuno ha speso una parola sulla vicenda?

Mah...

Qui l'ultimo articolo dell'Independent online sulla vicenda, che descrive le pressioni di 20 lobby internazionali sul presidente Karzai per annullare la sentenza di pena capitale. Nel frattempo la petizione internazionale promossa dal quotidiano inglese, che invito tutti a firmare, ha già superato quota 53.000. A presto con altri aggiornamenti.

Come bloggare e non lasciare tracce (sperando di non averne mai bisogno).

Salve a tutti! Piegato, ma non spezzato, da un'otite acuta che mi ha rovinato quello che doveva essere il mio miglior weekend di bagordi al Carnevale di Venezia, alfine ritorno!

Oggi, complici anche le vicende degli ultimi giorni ( per curiosità leggete qui, anche i commenti) vi voglio regalare qualcosa che gira in rete ormai da un paio d'anni, ma che forse non tutti conoscono: l' "Handbook for Bloggers and Cyber-dissidents".

Cos'è? Un pratico manualetto, edito dall'associazione Reporter Sans Frontieres, che insegna come fare a costruire un blog e mantenerlo aggiornato anche nelle situazioni in cui questo sembra difficile o impossibile, come negli stati in cui è alto il livello di censura sulla Rete. Creare hosting non rintracciabili, mantenere il blog anonimo e postare senza lasciare tracce che portino al vostro pc sono alcune delle cose spiegate all'interno del fascicolo, in quello che vuole essere non uno strumento per incoraggiare la delinquenza via web (non sognatevi di usarlo per creare siti anonimi di insulti gratuiti a qualcuno!) ma una via per poter rendere possibile a tutti di far ascoltare la propria voce anche dove ciò non è reso possibile.

Molto spesso, come dimostra il recente caso della Birmania o quello ancora caldo dell'Iraq, i blog sono l'unico modo di far uscire e rendere pubbliche informazioni che rappresentano "l'altra faccia" rispetto a quella ufficiale, plagiata e distorta. Sono stati i blog a rendere pubbliche le esecuzioni dei monaci in Birmania e le violenze da loro subite (come potete vedere anche qui) e sono stati ancora i blog, in mancanza del Peter Arnett della situazione, a raccontare il punto di vista della Baghdad conquistata dagli americani.
Famoso in questo caso divenne il blog di un iracheno in particolare, Salam Pax (cardine della mia tesi alla triennale di Scienze della Comunicazione, che giuro prima o poi pubblicherò qui!), che finì persino per essere assunto dal prestigioso quotidiano britannico "Guardian". Il suo blog "Where is Raed" potete leggerlo qui e vi assicuro che se masticate un po' di inglese bene merita, Se non altro per confrontare il punto di vista tra culture diverse!

Prima di perdermi in altri mille ricordi e discorsi vi dò i due link del manuale và! Il primo lo trovate qui (link diretto al download), il secondo invece, in versione leggermente modificata qui (credo sia solo un discorso di stampanti).

PS: curiosando sul sito di Reporter Sans Frontieres si scopre che nel mondo nel primo mese del 2008 sono stati uccisi 3 giornalisti, imprigionati altri 126 insieme a 7 assistenti, ed imprigionate 63 persone sotto l'etichetta di "Cyberdissidenti".

Nel 2007 invece era andata così (dal sito rsf.org):

- 86 journalists and 20 media assistants were killed
- 887 arrested
- 1,511 physically attacked or threatened
- 67 journalists kidnapped
- 528 media outlets censored

Online:
- 37 bloggers were arrested
- 21 physically attacked
- 2,676 websites shut down or suspended

In 2006
- 85 journalists and 32 media assistants were killed
- 871 arrested
- 1,472 physically attacked or threatened
- 56 journalists kidnapped
- 912 media outlets censore

Informare può costare ancora caro.

giovedì 31 gennaio 2008

Salviamo Sayed, condannato a morte in Afghanistan per aver detto la verità.

Dal blog di Pino Scaccia, giornalista e inviato.
Prendo e copio per intero:

"Sentenza capitale per un giovane afghano studente di giornalismo accusato di blasfemia e diffamazione dell'islam. Sayed Perwiz Kambaksh (nella foto a sinistra, courtesy of Reuters), 23 anni, è stato arrestato nella provincia di Balkh, Afghanistan del nord, lo scorso ottobre. Le autorità lo hanno fermato mentre distribuiva materiale contrario ai precetti religiosi; a quanto è trapelato i testi riguardavano la condizione della donna nel suo Paese.

Il verdetto, pronunciato ieri dal tribunale di Balkh, conclude quello che è stato un processo a “porte chiuse e sommario”, come denunciano i familiari del ragazzo. Il fratello, Yacoubi Brahimi, riferisce che Sayed non ha avuto neppure la possibilità di essere difeso da un avvocato in aula. Il giovane farà appello, come suo diritto, ma l’influente Consiglio dei mullah preme per l’esecuzione capitale. Nel corso del procedimento il giornalista, che lavorava per il quotidiano Jahan-i-Nawa, rimarrà in custodia cautelare a Mazar-i-Sharif. Rhimullah Samandar, capo della National Journalists Union Afghanistan, spiega che il ragazzo è stato condannato a morte secondo l’art. 130 della Costituzione afgana, che prevede, in caso di vuoto legislativo su una materia, di attenersi alla giurisprudenza “Hanafi”. Questa è una scuola ortodossa di giurisprudenza sunnita, seguita nell’Asia centrale e del sud".

La diffamazione dell'islam , appunto, è un reato non previsto nel codice penale e quindi perseguibile secondo la legge islamica. Samandar ha fatto appello al capo di Stato, Hamid Karzai, perché intervenga sul caso Sayed. La settimana scorsa a favore della liberazione del giovane giornalista si era espresso anche il Parlamento europeo, il cui presidente, Hans-Gert Pöttering, ha scritto a Karzai. Nella missiva si ricorda l’impegno dell’Europa contro la pena capitale e la necessità per l’Afghanistan di “garantire ai cittadini i diritti fondamentali”. Asianews

E adesso Karzai dimostri che vuole veramente entrare nel mondo civile. Proprio perchè amo l'Afghanistan, ho una grande rabbia. La colpa di Sayed, giovane aspirante giornalista, è di tentare di portare il suo Paese fuori del medioevo, denunciando l'impossibile condizione della donna. Tremo leggendo il suo secondo nome, Perwiz, quasi identico (Parwiz) a quello del mio interprete, più o meno la stessa età e soprattutto le stesse idee di libertà, molto attento a quello che succede in Europa e con il sogno, mi diceva, di vedere un giorno "Kabul come Berlino". Ancora, purtroppo, mi sembra un sogno molto lontano, anzi solo un sogno".

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Lo pubblico nella speranza di aiutare un giovane collega in difficoltà in un'altra parte del mondo, colpevole solo di aver scritto ciò che pensava in libertà per far riflettere il paese in cui vive. Non lo conosco, ma mi sento in qualche modo partecipe della sua vicenda: al suo posto potrei esserci io o chiunque di voi, se non fossimo nati in un paese diverso.

Per chiedere la sua liberazione si è mobilitato nei giorni scorsi anche il Parlamento Europeo, che per bocca del suo presidente Hans-Gert Pöttering ha chiesto la revoca della condanna a morte per il giovane studente di giornalismo.

Ne parla oggi anche il Corriere della Sera che spiega come il realtà l'arresto e la condanna del giovane farebbero parte di un disegno teso a colpire il fratello, giornalista critico contro il governo di Karzai, che aveva recentemente denunciato atrocità e delitti commessi da importanti figure politiche afghane.

Un modo per aiutare il giovane c'è, e invito tutti i lettori di Calle Del Vento a collaborare. Il prestigioso quotidiano inglese The Independent, dedicando oggi un articolo alla vicenda, ha lanciato una petizione internazionale via internet per richiedere la grazia del giovane condannato. Chiunque può firmarla, accedendo a questo link. E' una cosa di pochi secondi, che può salvare la vita di un innocente condannato ingiustamente. Il presidente Hamid Karzai ha infatti facoltà di fermare l'esecuzione in qualsiasi momento, ed è importante che l'opinione pubblica mondiale si faccia sentire, ed in fretta.

Da oggi questo blog seguirà la vicenda passo a passo, e vi terrà costantemente informati (per quanto possibile) fino alla sua conclusione. Se trovate inoltre altre petizioni o altre iniziative sul tema, invito tutti a segnalarmele.

Intanto, incrociamo le dita e diamoci da fare.

Art. 21, diritto di rettifica e libertà fondamentali.


Soltanto questo.

lunedì 28 gennaio 2008

Lezioni di marchette. (Come diceva Andreotti...)

Da Wikipedia :

"Originariamente il termine marchetta designava una sorta di francobollo (marca, appunto) che veniva applicato sul libretto di lavoro degli operai per attestare l'avvenuto pagamento dei contributi previdenziali (fino all'epoca fascista).

In senso traslato il termine venne usato per indicare un gettone che il cliente di un bordello ritirava alla cassa pagando in anticipo la prestazione, e che successivamente lasciava alla prostituta con la quale s'intratteneva, in modo tale da permetterle di riscuotere il compenso dovutole. Da qui in poi, il termine marchette è sempre stato riferito all'ambito della prostituzione.

Al giorno d'oggi, fare marchette o essere un marchettaro designa una persona dedita alla prostituzione, ed in modo specifico è riferito alla prostituzione maschile.

In ambito giornalistico, con il termine marchetta si fa riferimento ad un articolo scritto per compiacere qualcuno. Nel campo televisivo, si usa il termine marchette quando un attore/attrice o personaggio comunque noto, va in televisione a raccontare fatti (spesso intimi o comunque personali) della sua vita privata solo per denaro".

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Il resto del contenuto del post , oggi 31 gennaio 2008, viene cancellato.

Raccontava una storia, una piccola storia, il cui protagonista si è sentito offeso dai contenuti qui pubblicati. Dapprima chiedendomi di cancellare il tutto in maniera gentile, poi in altri modi che non esito a definire "minacce" nell'arco di poche ore.

Mi sono quindi trovato davanti ad una scelta: tenere fede alla promessa di mantenere libero da ingerenze questa piccola isola sul web, o accettare la richiesta di quello che continua ad essere (spero ancora) un mio amico, a prescindere dai suoi modi.

Per questa volta, ma solo per questa volta, scelgo l'amicizia, nonostante tutto. Nonostante la rabbia che mi è presa a ricevere certe cose in certi momenti, che non mi sarei aspettato, e nonostante tutti i pensieri che ne sono seguiti, e che non avrei mai pensato di fare. Posso garantire a voi tutti che non è stata una scelta facile: ma non ce ne sarà una seconda. Ora è come una corsa ad ostacoli: la prima falsa partenza è concessa a chiunque; la seconda non si perdona a nessuno.

Però, caro X, una cosa sola voglio dirtela. Esiste, nel nostro ristretto "circolo" che qualcuno chiama "casta", un diritto che dovrebbe essere sacro anche se molto spesso finisce per essere il più violato di tutti: si chiama "diritto di rettifica". Vuol dire che qualsiasi cosa io dica e scriva, anche se questo non è un giornale nè una pubblicazione vagamente simile, esiste per te il diritto di controbattere venendo rappresentato con uguale spazio e uguale visibilità. A questo diritto io sono tenuto ad obbedire, ma lo seguo e lo rispetto soprattutto perchè credo in quello che esso rappresenta: l'uguaglianza e la libertà di parola.

Alla storia che io raccontavo, che - bada bene - era possibilistica e non assoluta riguardo ad un fatto che potesse essere accaduto, tu avevi (come mi hai detto) ottimi argomenti da opporre in risposta. Ora non posso più mostrarli, giacchè mi hai privato del resto senza i quali essi non hanno più senso.

C'è uno spazio, in questo blog come in tanti altri, che si chiama "commenti", che serve proprio a quello: dare voce a chi vuole dire la sua. A volte non basta, o non è ritenuto sufficiente, e in caso di errori ho l'abitudine di riportare il commento nel post con uguale visibilità e carattere proprio per evitare questo: se cerchi nel blog è già successo, per fortuna poche volte.

Potevi approfittarne, e ribadire i tuoi concetti in un modo diverso: a mio modesto parere, più giusto. Avrei fatto così anche con te: tutto quello che avresti voluto dire sarebbe stato detto e pubblicato. In libertà.

Lo credo più giusto come modo di agire per i valori a cui apparteniamo entrambi, e che secondo me tu in questo modo hai tradito. Ora è successo per una cosa da nulla: una storia che non avrei nemmeno mai scritto se non fosse arrivata proprio da te, da una persona da cui non me l'aspettavo. Ma se fosse andata in altro modo? E su una cosa più importante?

Ho scelto di cancellare nonostante tutto il contenuto di questo post per farti riflettere proprio su questo: cosa accadrebbe, se in futuro questa situazione ti si ripresentasse davanti di nuovo, magari in altra veste e con altri attori più grandi di me?

Chiediti solo: cosa faresti?

Io lo so: mi atterei a queste parole.
  • art. 18: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione
  • art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Sai da dove vengono? "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo", 1948.
  • 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
  • 2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
Questa invece è la "Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali", 1955.

"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni".

Questo invece è l'art. 21 della nostra Costituzione, 1948. Fa parte dei diritti e doveri dei cittadini, ma soprattutto fa di me e te quello che siamo. Prima ancora, ci guida verso quello che io e te vorremmo essere: forse in modi diversi, ma (credo) con le stesse finalità.

Io credo a queste parole, le rispetto e le divulgo perchè le sento mie. Come la libertà di scrivere di ciò che voglio, senza ledere però la libertà degli altri.

E' per questo che non ritengo di dovere fare scuse: ho fatto solo ciò che ritenevo giusto.

Se, come spero, avrai la pazienza e la volontà di leggere tutto questo e di arrivare fino a qui, spero che stavolta lascerai un commento o la tua voce, anche in forma anonima. Per dirmi ciò che pensi, raccontare le tue ragioni o fare qualsiasi cosa di altro tu voglia fare, con gli strumenti che ci sono dati. Ti garantisco che le sarà dato lo stesso spazio e la stessa visibilità di queste parole che sto scrivendo ora.

Con questo chiudo e ti saluto, con un solo monito.

Non ci sarà una seconda volta.

Tutto quello che riceverò sarà pubblicato, e tutto quello che vorrò dire sarà detto. Qui come altrove.

Odio i bavagli: non ne metto e non me ne sono mai fatti mettere. Ma stavolta l'ho fatto con un motivo, che credo importante.

Alterius non sit qui suus esse potest.

Vale.

Aggiunta delle 14:24

A seguito di discussioni avvenute preciso quanto segue: ogni cosa scritta su questo blog è frutto solamente mio, di mie impressioni e miei pensieri personali. Quello di cui si parla, qualsiasi cosa, è visto attraverso i miei occhi e il mio modo di pensare: mi ritengo pertanto l'unico responsabile di qualsiasi cosa sia qui pubblicata. Questo blog non è una testata giornalistica, nè pretende di esserlo o averne la stessa credibilità e attendibilità. Per ogni cosa di cui scrivo cerco sempre comunque di verificare nel modo migliore le fonti, che troverete sempre citate alla ricerca del massimo contradditorio e della verità oggettiva dei fatti. Ogni cosa che non passa sotto la definizione di "fatto oggettivo" ma entra in altre sfere, come quella dei commenti o delle opinioni, è tenuta tendenzialmente distinta dal resto o comunque segnalata.

Nella vecchia versione di questo post si dava il link ad un articolo pubblicato su una rivista online. La suddetta rivista non ha nulla a che fare nè è coinvolta in qualche modo in ciò che io scrivo qui, nè nei contenuti del post suddetto, e mi scuso con chiunque degli altri collaboratori della rivista possa essersi sentito in qualche modo offeso da ciò che avevo precedentemente scritto. In caso di commenti, lettere o reclami, questi saranno pubblicati con ampia visibilità sul blog.

Credo sia tutto.