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mercoledì 13 ottobre 2010

Genova, il signor Thomson e la guerra in Afghanistan

Chi mi conosce sa che io le partite di calcio non le guardo mai. Solo una breve abbuffata di calcio ogni 4 anni in occasione dei mondiali e poi il pallone finisce di nuovo nell’oblio per il quadriennio successivo. Ieri sera però nonostante tutto nel corso dello zapping televisivo mi sono imbattuto nella diretta della partita Italia – Serbia allo stadio Marassi a Genova, ed ho visto tutto quello che è successo e che oggi abbiamo saputo tutti. Dopo la partita è partito senza che facessi a tempo a spegnere la tv il solito, pesantissimo Porta a Porta. Tema di ieri, giorno dei funerali dei 4 alpini morti in un attentato, proprio l’Afghanistan. Con una sola domanda predominante a cui tutti pretendevano di saper rispondere: perché siamo lì?
E’ la stessa cosa che mi ha chiesto nel dormiveglia la mia ragazza, mentre sullo schermo il ministro Frattini declamava i 6 motivi fondamentali per cui gli italiani sono e devono ancora per non si sa quanto rimanere in quel paese lontano. “Gli italiani sono a combattere in una nazione dove nessuno sembra bene sapere cosa siano andati a fare, negli stadi la gente si mena e fa tutto fuorchè teoricamente quello che è venuta a fare, cioè vedere una partita. Ma in che razza di mondo siamo?”
Non so perché, ma dopo aver visto tutto quello che era accaduto in serata alla sua domanda ho risposto più o meno così:
“Vedi, in Afghanistan è successo in 9 anni quello che è successo allo stadio stasera. C’è una partita che si deve giocare (che potremmo paragonare al cosiddetto ripristino della democrazia in Afghanistan) e che tutti gli attori più o meno vogliono che si giochi, perché per vari motivi (soldi che girano, biglietti pagati, sponsor da un lato e governi, industria delle armi e scacchiere internazionale di alleanze dall’altro) tutti ne traggono interesse. Poi ci sono le forze dell’ordine ed i soldati, che sono messe lì per fare in modo che la partita in ambo i campi si possa giocare, gli osservatori degli organismi internazionali (UEFA da una parte e ONU dall’altra) che vigilano che tutto vada come deve, e gli ultras (o teppisti che dir si voglia) cattivi che sono come i talebani, e vogliono far saltare tutto per aria: vuoi per farsi vedere in mondovisione e far conoscere i loro slogan nazionalisti anti Kosovo in un caso, o vuoi per mantenere lo status di dominio del campo e la possibilità di mantenere la propria egemonia radicale dall’altro.
Alla fine ieri sera allo stadio è successo ne più ne meno  - con le ovvie differenze – che è successo in questi 9 anni in Afghanistan: si voleva far giocare la partita della democrazia, con gli ultras talebani che tentavano di impedirlo e le forze dell’ordine a tentare di ripristinare il corretto funzionamento del gioco, sotto la guida degli osservatori internazionali. Anche qui un pugno di ultras – teoricamente inferiori per numeri e mezzi – è riuscito ad impedire con petardi e violenza lo svolgimento del match che tutti volevano. Prima hanno tentato di giocare le due squadre in campo, ma gli ultras non l’hanno reso possibile. Poi ha provato a intervenire la polizia, ma non sapeva bene cosa fare perché la posizione della tifoseria e la presenza di famiglie inermi nei settori vicini e nella stessa curva rendeva difficili gli interventi radicali di “estirpazione” dal territorio della frangia violenta. Si era pensato a cariche localizzate, interventi più “decisi”, ma non è stato possibile. Quindi, dopo un po’ di sguardi feroci i poliziotti si sono allontanati e hanno tentato di far ripartire il gioco in campo sperando che tra gli spalti ritornassero la calma e il buonsenso.Ancora invece, petardi dalla curva e minacce di sfondamento negli altri settori hanno fatto fermare il gioco, che comunque era partito in campo vistosamente falsato, con l’arbitro che non fischiava falli alla squadra serba (di cui gli ultras erano teoricamente tifosi) per non far infiammare ancora di più la situazione nella curva. L’unica differenza è che – al contrario di quello che è successo a Kabul – almeno nello stadio le due frange non si sono affrontate  - nemmeno in scaramucce - e non ci sono stati ne morti ne feriti.
Nessuno in campo a quel punto – in quella situazione di stallo – sapeva più che fare. “Dobbiamo giocare – dicevano gli uni – perché fermarsi ora è come dargliela vinta e dimostrare loro che sono i più forti”. “Dobbiamo sospendere – rispondevano gli altri – perché in queste condizioni il gioco comunque sarebbe falsato, e non avrebbe senso: una partita non si può giocare così!”. Gli osservatori internazionali, nota più grave di tutte, non sapevano neanche loro cosa fare, divisi tra le due fazioni.

"The Show must go on”, sembrava essere la  parola d’ordine, anche a dispetto di ciò che accadeva in campo e fuori. Nessuno  - tantomeno il delegato UEFA, carica più alta in grado in quel momento nella scala della diplomazia - ha dichiarato lo stop definitivo alla partita: per due ore è stato un balletto di “si gioca – non si gioca”, con i potenti di turno a decidere come muovere le truppe sul campo per non darla vinta all’opposta fazione. Il balletto non è finito neppure quando l’arbitro scozzese Thomson ha deciso di dire basta a tutto questo, assumendosi la responsabilità che nessuno voleva prendere. “Basta, finisce qui. E’ due ore che siamo fermi e non si va da nessuna parte. Non lo vedete?”: nessuno ha voluto vedere, e si è andati avanti ancora un’ora buona, aspettando che i delegati UEFA, i commissari alla sicurezza e i grandi nomi della FIGC accettassero le decisioni di questo piccolo arbitro che alla fine ha voluto chiudere la partita di testa sua, costringendo gli altri ad andargli dietro.
Beh, vedi, in Afghanistan – a differenza che a Genova – l’arbitro non è ancora arrivato, e si è ancora nella fase in cui tutti vogliono a parole giocare quella maledetta partita. Anche se poi nei fatti nessuno sa come farlo perché gli ultras talebani, pure allontanati con cariche e contrattacchi, sono ancora lì. Anzi, hanno pure guadagnato qualche gradino perché  - come al Ferraris – i giocatori afghani pur di calmarli hanno fatto qualche passo con il loro capitano Karzai lanciando proclami nazionalistici nella loro direzione. Anche se al pubblico e agli osservatori internazionali questo non è piaciuto, non hanno potuto far altro che stare a guardare.
Perché siamo lì? Per far giocare la partita, ci dicono. Perché andiamo con le armi ad una partita? Perché è l’unico modo per farla giocare, ci dicono ancora. Perché non siamo ancora riusciti a farla giocare? Come a Genova, fino ad ora non si è potuto, ne si sa quando si potrà farlo.
Come a Genova infatti, nessuno degli attori impegnati sa bene che fare per sbloccare la situazione, nemmeno gli alti papaveri dell’establishmenti mondiale,  se non sperare che arrivi anche tra le montagne dei pashtun una persona piccola piccola come il signor Thomson a dire che basta, tutto questo non ha senso e non si gioca più.
Lo so, dirai, la cosa non è certo così semplice: una partita di calcio non si può certo paragonare ad una guerra (o missione di pace che dir si voglia) che in 9 anni ha ucciso migliaia di persone. E’ da stupidi cercare analogie tra due cose che sono in fondo completamente diverse. Lì il campo di gioco non è fatto di erba verde, ma di valli e grotte nascoste tra le montagne, gli spettatori non sno migliaia ma milioni di persone inermi, e non si gioca con un pallone ma con mine e fucili, e bombe devastanti. E chissà cosa mi è saltato in testa ieri sera quando ho unito – nel dormiveglia di Porta a Porta e del ministro Frattini che parlava come un fiume in piena – queste due cose così distanti tra loro. Non sapevo bene come spiegartelo, e così mi sembrava quasi logico”.
Però oggi un altro interrogativo non smette di frullarmi in testa, mentre il ministro Frattini ha finito di parlare, Porta a Porta è finito, la notte è passata e a Genova la guerriglia è finita e si contano – adesso sì – anche i feriti: non è che magari  - come a Genova - il signor Thomson in Afghanistan c’era già arrivato, e nessuno dei presenti in campo lo abbia ascoltato?

martedì 31 marzo 2009

Controsensi afghani e illusioni che crollano

Compito: leggere i seguenti 2 articoli e rispondere alla domanda.

29 Marzo, Repubblica.it

"Tra le poliziotte e le maestre di Kabul: "Se tornano i Taliban per noi é la fine"

KABUL - Dietro la sciarpa nera che le nasconde il viso, la voce di Wahida suona dolce e tranquilla. "Il mio lavoro è occuparmi della sicurezza. Vigilo che tutti indossino casco e scarpe, perché nessuno si faccia male in cantiere". Mentre parla, intorno a lei si muovono decine di operai. Tutti uomini. Qualcuno le passa accanto e lancia sguardi di fuoco: lei finge di non vedere.

Wahida è un nome falso. La giovane madre venticinquenne che parla nascosta dalla sciarpa è una delle due donne sugli 850 operai che stanno costruendo, con fondi americani, la nuova centrale elettrica di Kabul. Ogni giorno viene al lavoro insieme a suo marito, Sahid. Ogni giorno riceve minacce di morte. "Sono le persone con cui lavoro. Sono anche Taliban certo, ma qualcuno qui dentro li aiuta", dice. Mentre parla arriva un sms, Wahida lo apre e poi mostra il telefono: "Vede? Anche ora. Dicono che mi uccideranno se continuo a lavorare. Ma io non mi fermo. Il nuovo Afghanistan ha bisogno delle sue donne. E i politici che parlano di dialogo con i Taliban dovrebbero ricordarselo".

La forza e il coraggio di donne come Wahida sono una delle prime cose che colpiscono quando si arriva in Afghanistan: dimenticati i proclami del 2002, quando si diceva che avessero buttato via i burqa e fossero pronte a prendere in mano il paese, la maggior parte delle donne qui vive ancora in una condizione di inferiorità. Poche fuori da Kabul osano andare in giro a viso scoperto. Poche vanno a scuola, meno ancora lavorano.

Poi ci sono le eccezioni, come Wahida e la sua collega. O come le poliziotte Malika e Dilbar. O le studentesse Roobina, Parveen e Lida. Ragazze forti, che studiano, lavorano e sperano nel futuro. Donne che oggi hanno un motivo in più per avere paura. Messo alle strette dall'approssimarsi della scadenza elettorale - il voto è previsto ad agosto - e dal calo di popolarità, il presidente Hamid Karzai è tornato a proporre nelle settimane scorse un accordo ai Taliban moderati.

Finora la proposta è stata rifiutata, ma molte qui in Afghanistan temono che prima o poi le trattative si apriranno, e che gli ex studenti di religione possano tornare sulla scena. I diritti delle donne, a quel punto, potrebbero diventare merce di scambio della partita politica, proprio come è accaduto nella valle pachistana dello Swat. E i pochi passi in avanti verrebbero cancellati.

"Non lo accetteremo, mai. Non torneremo indietro" dice Roobina. Gli occhi a mandorla tipici della popolazione hazara, il velo celeste, la ragazza, 18 anni, studia inglese e informatica al Kabul vocational center, probabilmente la scuola migliore della città. Essere ammessa è stata dura, ma lei, come le sue amiche, spera che sia una carta in più per il futuro: "Voglio diventare maestra - racconta - e insegnare alle ragazzine. Come hanno fatto con me quando non potevo andare a scuola a causa dei Taliban. Quel periodo per noi ragazze è stato orribile e non permetteremo che qualcuno ci porti di nuovo indietro. Neanche il presidente". Parveen e Lida annuiscono.

Ma a Kabul parlare è più semplice. La capitale è sempre stata il luogo più tollerante dell'Afghanistan e anche ora che le cose non sembrano volgere al meglio resta, per le donne, il posto più semplice dove vivere. Kunduz, nel nord, è un'altra storia: in quella che fu una delle ultime roccaforti Taliban a cedere nel 2001, solo uscire di casa a volto scoperto è una sfida.

Arruolarsi nella polizia poi, è un disonore e una follia che si può pagare con la vita. Malika, 25 anni, e Dilbar, 20, lo sanno bene: fra gli 840 allievi del centro di formazione per poliziotti sono le uniche donne. E anche se gli istruttori - afgani, tedeschi e americani - non fanno differenza fra loro e i maschi, appena si allontanano gli insulti e le minacce dai colleghi sono la regola. "Dicono che una donna non dovrebbe fare questo - racconta Malika - ma cosa dovrebbe allora fare una che ha 5 figli e un marito che l'ha abbandonata?".

Malika ha scelto di sfidare i luoghi comuni in nome dei 100 dollari al mese del salario di poliziotta: sa che lavorare sarà difficile e sa che se, come si dice in giro, quelli che stavano con i Taliban torneranno al potere a Kunduz, per lei, che ha osato infrangere due barriere - schierandosi con la legge e mischiandosi con gli uomini - la vita diventerà un incubo. "Confido nel governo - dice timida - accetterò quello che faranno. Ma non posso credere che ci sacrificheranno, non di nuovo", aggiunge prima di andare via.

A Malika è meglio non dirlo, ma le sue parole non sono troppo diverse da quelle che le ragazze della valle dello Swat affidavano alla stampa internazionale qualche settimana fa. Poi il governo di Zardari ha deciso di cedere ai Taliban e di permettere che nell'area fosse introdotta la sharia in cambio di una tregua. E le donne hanno perso la voce.

31 Marzo, Repubblica.it
"Afghanistan: nuova legge autorizza lo stupro dei mariti"

KABUL - Malgrado l'intervento armato in Afghanistan, con l'Italia incaricata della ricostruzione del sistema giuridico del paese, il governo afgano ha recentemente votato una legge (ancora non pubblicata) che rappresenta un duro colpo ai diritti delle donne afgane. Secondo fonti delle Nazioni Unite, la nuova legge legalizza lo stupro del marito nei confronti della moglie, obbliga le donne a "concedersi" al marito senza opporre resistenza, vieta loro di uscire di casa, di cercare lavoro o anche di andare dal dottore senza il permesso del consorte e affida la custodia dei figli esclusivamente ai padri e ai nonni.

Insomma, rispetto al passato, poco o nulla sembra cambiare per le donne afgane. La mossa del governo rappresenta, secondo alcuni parlamentari contrari e molti gruppi umanitari, il tentativo del presidente Hamid Karzai di incassare il sostengo dei fondamentalisti islamici, in vista delle elezioni presidenziali di agosto. Secondo il quotidiano britannico Independent, il provvedimento di legge è frutto delle pressioni esercitate dall'Iran, che mantiene uno stretto legame con la minoranza sciita afgana.

"E' una delle peggiori leggi mai votate dal Parlamento in tutto il secolo" ha tuonato Shinkai Karokhail, deputata afgana impegnata a battersi contro la legge: "è totalmente sfavorevole alle donne e renderà loro ancora più vulnerabili". La Costituzione afgana permette agli sciiti, che rappresentano circa il 10 per cento della popolazione, di avere una legge sulla famiglia basata sulla giurisprudenza sciita tradizionale. Ma al tempo stesso sia la Costituzione che vari trattati internazionali firmati dall'Afghanistan, garantiscono pari diritti alle donne.

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Ora qualcuno mi spiega cortesemente in Afghanistan cosa ci siamo andati a fare?!?

lunedì 19 maggio 2008

That's war.

Un marine americano subisce il fuoco dei talebani vicino a Garmser, Afghanistan, nella provincia di Helmand. Il soldato americano non è stato ferito. (Reuters, dal sito di Corriere.it)




Senza dubbio vista da così la guerra sembra meno un gioco.

giovedì 6 marzo 2008

Il Tg3 parla (finalmente) della storia di Sayed.

Vi ricordate della storia di Sayed Perwez Kasmbaksh, lo studente di giornalismo arrestato e ancora detenuto da oltre due mesi in Afghanistan per aver scaricato da internet un articolo che parlava degli uguali diritti di uomini e donne?

Beh, Sayed è ancora in carcere, e il fratello è in procinto di partire per l'Europa per una campagna di sensibilizzazione sulla storia che aiuti i governi a fare pressione sul presidente Karzai per il rilascio del fratello.


E per questo ieri sera se ne è occupato anche il Tg3.


I servizi li potete trovare qui: questo per chi ha ancora il
vecchio doppino a 56kbps, e questo per le adsl più veloci!

La storia continua, e speriamo si risolva presto...


mercoledì 13 febbraio 2008

Quanto sappiamo dei soldati che muoiono all'estero?

Morto un altro soldato italiano in Afghanistan. Il dodicesimo dall'inizio della "guerra", il tredicesimo dall'inizio dell'anno, mentre il numero totale dei caduti stranieri supera quota 200.

Non voglio andare in discussione sulla missione in Afghanistan, come nelle altre in Iraq, Kosovo e resto del mondo. Non voglio discutere se sia giusta, e come e quanto. Sono uno di quelli che si è sentito italiano (per usare le parole del presidente Ciampi) quando ci fu il tristemente famoso attentato a Nassirya contro la base dei nostri carabinieri, e che gli italiani impegnati all'estero in missioni difficili comunque li rispetta. Nassirya fu un attacco vile, e mi dispiacque sul serio per chi quel giorno non potè più uscire da quella base.

Però vorrei solo scrivere queste due righe per farvi riflettere su una cosa.

Quanto sappiamo di quello che realmente accade in quelle terre lontane? Afghanistan, Iraq, e tutte le altre...?

Oggi sono andato, una volta appresa la notizia, a curiosare oltre che sui siti tradizionali (Corriere, Repubblica, Etc) sui siti di quelli che si definiscono in genere "media alternativi": Peace Reporter, WarNews, etc. E ho scoperto che in Afghanistan due giorni fa un civile afghano è stato ucciso dalle forze di reazione rapida italo spagnole. In Italia non ne ha parlato nessuno.
Il motivo? Paura: stava guidando una macchina, non si è fermato tempestivamente all'alt e i soldati hanno sparato pensando ad un'autobomba. "
Abbiamo fatto fuoco verso terra", hanno detto, ma l'autista è morto, colpito al petto. Verità o falsità? Probabilmente non lo sapremo mai. Ma ora pensate ad un certo Calipari, a come è morto: le similitudini ci sono.

Ancora: lo sapevate che la notte tra il 3 ed il 4 febbraio gli italiani parteciparono ad un raid delle forze Nato contro la presunta abitazione di un capo talebano nel distretto di Bakwa, dove morirono "solo"11 civili, e che il fatto è oggetto tuttora di un'inchiesta del ministro della Difesa Parisi?

E...per caso sapete nulla di una certa "Operazione Sarissa" (dal nome della lunga lancia usata dalle falangi macedoni di Alessandro il Grande), denominata anche "La guerra segreta degli italiani in Afghanistan"?

Probabilmente no, perchè nessuno ne parla e nessuno cerca di saperne di più. Nemmeno chi dovrebbe farlo, ovvero i media, che si attengono strettamente alle agenzie ed ai comunicati scarni delle autorità.

Oggi un altro italiano è morto, in un posto lontano che si chiama Rudbar, in un paese distante migliaia di chilometri dal nostro. Cerchiamo almeno di sapere perchè. Se non per lui, almeno per noi.

Post Scriptum: ieri, quando ero già andato via, sul sito del Corriere è comparso anche questo:

"«Era già scampato alla strage di Nassirya nel novembre del 2003, si trovava a cinquanta metri da quell'esplosione. Eppure, nonostante quello spevento era rimasto in missione. Un appuntamento con la morte, purtroppo, solo rimandato», racconta davanti alla casa dei parenti a Carinola uno dei suoi amici di sempre".

Ho citato la strage di Nassirya per caso, senza saperlo, ma quello c'era stato davvero...


lunedì 4 febbraio 2008

Parwiz: il senato non conferma la condanna a morte, ma lo studente resta in carcere.

Dal blog di Pino Scaccia:


Il senato afghano ci ripensa: non conferma più la condanna a morte di Parwiz (che però resta in carcere per blasfemia)

Con un chiaro voltafaccia, il Senato afghano ha ritirato la conferma della condanna a morte del giornalista Sayed Parfwiz Kambaksh, giudicato colpevole di blasfemia per aver stampato da internet un articolo sui diritti delle donne.
Lo scrive l'Indipendent online, spiegando che in un comunicato la Camera alta afghana ieri (01 febbraio, ndr) ha definito un "errore tecnico" la sua precedente decisione di approvare la condanna a morte
di Sayed pronunciata da un tribunale di Mazar-i-Sharif. Ciò non significa che il giovane giornalista sarà rimesso in libertà, scrive il quotidiano, ma certo questa mossa del Senato aumenta le speranze che egli possa tornare in libertà.

Da settimane è in corso una campagna mondiale - di personalità politiche, media, organizzazioni dei diritti umani - per salvare Sayed dal patibolo. (...) La Meshrano Jirga (la camera degli anziani) non ha nessun potere giudiziario, ma la sua opinione ha una valenza politica. La legge prevede due appelli sulla sentenza. La condanna a morte, prevista dalla Costituzione per i reati di blasfemia, deve essere approvata dal capo dello Stato, Hamid Karzai.


Secondo i familiari di Kambakhsh, il giovane è stato processato il 22 gennaio a Mazar-i-Sharif, nel Nord, a porte chiuse e senza supporto legale. Studente di giornalismo all'Università di Balkh, era stato arrestato a ottobre. Amici e familiari sostengono che l'articolo incriminato non era suo, ma solo riprodotto da Internet e distribuito. In un'intervista a Radio Free Afghanistan, il procuratore generale della provincia di Balkh Hafizullah Khaliqyar ha difeso la sentenza, affermando che il processo è stato condotto in modo "molto islamico" e non c'é stata nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa. "Non ha fatto un errore giornalistico, ha insultato la nostra religione", ha detto Khaliqyar. Khaliqyar, secondo il quale il giornalista ha confessato, in una conferenza stampa ha minacciato l'arresto per tutti i giornalisti che si dovessero levare in difesa di Kambakhsh.

Dopo i sei anni di repressione dei media sotto il regime dei Taleban, crollato nel dicembre 2001 sotto le bombe americane, Karzai nel 2005 ha ratificato una nuova legge sull'informazione, ma restano molte le dispute sull'interpretazione della normativa.
Ansa.it

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Ora: per tenermi informato su questo fatto mi ero, tra le altre cose, iscritto al servizio di Google Alert digitando il nome del giovane studente di giornalismo. Nei tre giorni in cui sono stato via dal web mi sono arrivati solo due messaggi, e tutti riguardanti articoli scritti su blog: uno addirittura tra le varie fonti rimandava al mio!

Al che mi è venuto un dubbio: è Google Alert che non ha trovato nulla, sono io che ho taggato male gli alert o a parte i blog quasi nessuno ha speso una parola sulla vicenda?

Mah...

Qui l'ultimo articolo dell'Independent online sulla vicenda, che descrive le pressioni di 20 lobby internazionali sul presidente Karzai per annullare la sentenza di pena capitale. Nel frattempo la petizione internazionale promossa dal quotidiano inglese, che invito tutti a firmare, ha già superato quota 53.000. A presto con altri aggiornamenti.

giovedì 31 gennaio 2008

Salviamo Sayed, condannato a morte in Afghanistan per aver detto la verità.

Dal blog di Pino Scaccia, giornalista e inviato.
Prendo e copio per intero:

"Sentenza capitale per un giovane afghano studente di giornalismo accusato di blasfemia e diffamazione dell'islam. Sayed Perwiz Kambaksh (nella foto a sinistra, courtesy of Reuters), 23 anni, è stato arrestato nella provincia di Balkh, Afghanistan del nord, lo scorso ottobre. Le autorità lo hanno fermato mentre distribuiva materiale contrario ai precetti religiosi; a quanto è trapelato i testi riguardavano la condizione della donna nel suo Paese.

Il verdetto, pronunciato ieri dal tribunale di Balkh, conclude quello che è stato un processo a “porte chiuse e sommario”, come denunciano i familiari del ragazzo. Il fratello, Yacoubi Brahimi, riferisce che Sayed non ha avuto neppure la possibilità di essere difeso da un avvocato in aula. Il giovane farà appello, come suo diritto, ma l’influente Consiglio dei mullah preme per l’esecuzione capitale. Nel corso del procedimento il giornalista, che lavorava per il quotidiano Jahan-i-Nawa, rimarrà in custodia cautelare a Mazar-i-Sharif. Rhimullah Samandar, capo della National Journalists Union Afghanistan, spiega che il ragazzo è stato condannato a morte secondo l’art. 130 della Costituzione afgana, che prevede, in caso di vuoto legislativo su una materia, di attenersi alla giurisprudenza “Hanafi”. Questa è una scuola ortodossa di giurisprudenza sunnita, seguita nell’Asia centrale e del sud".

La diffamazione dell'islam , appunto, è un reato non previsto nel codice penale e quindi perseguibile secondo la legge islamica. Samandar ha fatto appello al capo di Stato, Hamid Karzai, perché intervenga sul caso Sayed. La settimana scorsa a favore della liberazione del giovane giornalista si era espresso anche il Parlamento europeo, il cui presidente, Hans-Gert Pöttering, ha scritto a Karzai. Nella missiva si ricorda l’impegno dell’Europa contro la pena capitale e la necessità per l’Afghanistan di “garantire ai cittadini i diritti fondamentali”. Asianews

E adesso Karzai dimostri che vuole veramente entrare nel mondo civile. Proprio perchè amo l'Afghanistan, ho una grande rabbia. La colpa di Sayed, giovane aspirante giornalista, è di tentare di portare il suo Paese fuori del medioevo, denunciando l'impossibile condizione della donna. Tremo leggendo il suo secondo nome, Perwiz, quasi identico (Parwiz) a quello del mio interprete, più o meno la stessa età e soprattutto le stesse idee di libertà, molto attento a quello che succede in Europa e con il sogno, mi diceva, di vedere un giorno "Kabul come Berlino". Ancora, purtroppo, mi sembra un sogno molto lontano, anzi solo un sogno".

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Lo pubblico nella speranza di aiutare un giovane collega in difficoltà in un'altra parte del mondo, colpevole solo di aver scritto ciò che pensava in libertà per far riflettere il paese in cui vive. Non lo conosco, ma mi sento in qualche modo partecipe della sua vicenda: al suo posto potrei esserci io o chiunque di voi, se non fossimo nati in un paese diverso.

Per chiedere la sua liberazione si è mobilitato nei giorni scorsi anche il Parlamento Europeo, che per bocca del suo presidente Hans-Gert Pöttering ha chiesto la revoca della condanna a morte per il giovane studente di giornalismo.

Ne parla oggi anche il Corriere della Sera che spiega come il realtà l'arresto e la condanna del giovane farebbero parte di un disegno teso a colpire il fratello, giornalista critico contro il governo di Karzai, che aveva recentemente denunciato atrocità e delitti commessi da importanti figure politiche afghane.

Un modo per aiutare il giovane c'è, e invito tutti i lettori di Calle Del Vento a collaborare. Il prestigioso quotidiano inglese The Independent, dedicando oggi un articolo alla vicenda, ha lanciato una petizione internazionale via internet per richiedere la grazia del giovane condannato. Chiunque può firmarla, accedendo a questo link. E' una cosa di pochi secondi, che può salvare la vita di un innocente condannato ingiustamente. Il presidente Hamid Karzai ha infatti facoltà di fermare l'esecuzione in qualsiasi momento, ed è importante che l'opinione pubblica mondiale si faccia sentire, ed in fretta.

Da oggi questo blog seguirà la vicenda passo a passo, e vi terrà costantemente informati (per quanto possibile) fino alla sua conclusione. Se trovate inoltre altre petizioni o altre iniziative sul tema, invito tutti a segnalarmele.

Intanto, incrociamo le dita e diamoci da fare.