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mercoledì 13 maggio 2009

Vi siete chiesti dove finiscono gli immigrati respinti? Scopritelo qui.

“Le espulsioni collettive di migranti dall’Italia alla Libia costituiscono una violazione del principio di non refoulement. Le autorità italiane non hanno rispettato i loro obblighi internazionali”. Era il 14 aprile del 2005 e il Parlamento Europeo adottava una risoluzione di condanna contro le deportazioni collettive con cui il Governo italiano aveva espulso in Libia 1.500 persone intercettate al largo di Lampedusa tra l’ottobre 2004 e il marzo 2005. “Il parlamento europeo - continuava la risoluzione su Lampedusa P6_TA(2005)0138 - è profondamente preoccupato sul destino di centinaia di richiedenti asilo respinti in Libia, dal momento che questo paese non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, non ha un sistema d’asilo, non offre garanzie effettive per i diritti di rifugiati, e pratica arresti arbitrari detenzioni e espulsioni”.

Un mese dopo, il 10 maggio del 2005, la Corte europea dei diritti umani sospese l’espulsione da Lampedusa di 11 cittadini stranieri sbarcati a marzo e che avevano presentato ricorso. Quattro anni dopo, ciò che ieri era illegale è divenuto regola d’ingaggio dei pattugliamenti di Frontex partiti poche settimane fa nel Canale di Sicilia.

E ora gli immigrati, fermati direttamente in acque internazionali, ritornano direttamente indietro: in Libia, in Egitto, in Istraele...dovunque. A molti basta sapere questo: che non sono più da noi. Ma se avete il coraggio di guardare oltre, e di veder dove e come il loro viaggio interrotto continua le tre inchieste sotto sono per voi.

Dal blog Fortress Europe, tre reportage sugli immigratiscritti e fotografati da persone che hanno toccato con mano le loro sofferenze. Che hanno visto tutto, e non lo dimenticheranno. Leggeteli, e poi pensate. E decidete cosa fare.

Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia

La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Vedo 30 persone. Sul muro hanno scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa.

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico

Stipati come animali, dentro container di ferro. Così gli immigrati arrestati in Libia vengono smistati nei centri di detenzione nel deserto libico, in attesa di essere deportati. Siamo i primi giornalisti autorizzati a vederli. Le condizioni dei centri sono inumane. I funzionari italiani e europei lo sanno bene, visto che li hanno visitati. Ma si astengono da ogni critica, alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti

Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah

Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli

Inoltre sul blog trovate ancora "Le Croci di Malta": il documentario sui cpt maltesi che l'Europa vuole prendere a modello con le drammatiche condizioni di vita di chi ci vive dentro, dimenticato da Dio e dagli uomini.
Il documentario é stato girato da colleghi Enzo Di Masi, Gilberto Mastromatteo, Giuseppe Bucca e Loris Zamparelli. I loro contatti sono a disposizione, e potete richiedermeli con una mail in caso di necessità.

giovedì 31 luglio 2008

Beijing, ultimo capitolo: censurato anche il web.

Che dire, lo si poteva immaginare: ma credo che chi nel 2001 ha preso quella solenne cantonata che fu l'assegnazione alla Cina dei giochi olimpici del 2008 forse ora se ne sia definitivamente reso conto....
Eppure vorrei tanto andarci, provare a capire, provare a parlare con la gente anche se so che probabilmente non riuscirei a fare nulla di tutto ciò... Ma mi piacerebbe, per una volta, vedere al di là della cortina di fumo che mettono i regimi...

Dal sito di Repubblica.it:

A pochi giorni dal via, è diventato evidente l'intreccio di limitazioni alle libertà e di pesanti paletti all'informazione
PECHINO, I GIOCHI CENSURATI - LE MANCATE PROMESSE DEI CINESI
Cade così la speranza che le Olimpiadi potessero portare novità positive. Le vicende tibetane e le proteste sulla fiaccola hanno provocato arroccamento

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Il primo dicembre 2006, Pechino annunciava che di lì a poco sarebbero scomparse le ultime restrizioni sulla libertà di circolazione per noi giornalisti stranieri sul territorio della Repubblica Popolare. Il giorno dopo, nel descrivere quel provvedimento, scrivevo su Repubblica: "I Giochi del 2008 semineranno qualche germe di cambiamento in questa Cina". Quella previsione, ahimé, si è avverata nella direzione diametralmente opposta.

I reporter stranieri che arrivano in questi giorni, e che si aggiungono a noi corrispondenti permanenti per coprire le Olimpiadi, trovano una Cina per molti aspetti peggiorata dal 2006. Quello che colpisce subito i nuovi arrivati, naturalmente, è l'insopportabile groviglio di restrizioni alla nostra libertà. Non possiamo andare in Tibet. Non possiamo usare una webcam su Piazza Tienanmen, né in alcuno degli stadi olimpici. Non possiamo accedere a diversi siti Internet oscurati dalla censura.

Dietro questi limiti che ci colpiscono direttamente, c'è una situazione ben più drammatica per i cinesi. Rispetto alla tradizionale mancanza di libertà di informazione c'è stato un ulteriore arretramento. Proprio in vista dei Giochi il governo ha "ripulito" la capitale dei potenziali disturbatori dell'ordine: dagli immigrati che appartengono alle minoranze etniche tibetana e uigura, ai dissidenti, agli avvocati che difendono cause umanitarie. Alcuni di questi attivisti oggi sono agli arresti domiciliari per impedire che entrino in contatto con gli stranieri.

Che cos'è accaduto dunque perché le speranze accese nel dicembre 2006 si vanificassero così brutalmente? Gran parte della spiegazione sta negli avvenimenti tragici di questa primavera, che hanno colto la leadership cinese impreparata, e hanno provocato una reazione furibonda. La rivolta del Tibet a metà marzo, seguita dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, hanno provocato un arroccamento. Il regime di Pechino ha vissuto improvvisamente un incubo: il rischio che questi Giochi con l'accresciuta visibilità che comportano, diventino un'occasione per un "processo virtuale" alla Cina, ai suoi abusi contro i diritti umani, ai suoi gravi ritardi sul terreno delle libertà individuali.

La reazione della nomenklatura ha fatto appello al riflesso condizionato del vittimismo nazionalista: il popolo cinese è stato chiamato a serrare i ranghi contro "l'offensiva" degli stranieri. In questo clima di unità nazionale, invocato per difendere l'immagine della Repubblica Popolare, gli spazi di tolleranza che si erano aperti negli ultimi anni si sono nuovamente ristretti. Ogni voce critica è catalogata come un "sabotatore" dei Giochi, un nemico della patria. La censura è tornata ad avere carta bianca.

Anche le maggiori libertà che erano state promesse a noi giornalisti stranieri sono state revocate, per effetto di questo clima. Ma le vere vittime non siamo noi: sono le tante voci di dissenso che negli ultimi anni avevano trovato nuovamente il coraggio di farsi sentire in Cina, e ora tacciono in attesa di tempi migliori. In attesa che passi la "nottata" dei Giochi, un avvenimento che paradossalmente ha fatto fare ai leader cinesi un grande balzo all'indietro.

venerdì 16 maggio 2008

Ipocrisia e violenza all'ombra delle molotov - Gli attacchi ai campi Rom di Napoli raccontati dal Corriere.

Da Corriere.it di oggi, l'ipocrisia degli italiani ed in conflitti mai risolti nei confronti degli "sporchi rom" italiani.

Il reportage - Le strade dell'odio

IN MOTORINO CON LE MOLOTOV: "E' LA NOSTRA PULIZIA ETNICA".

Le bande di incendiari partono dal fortino dei boss

NAPOLI — All’inizio è soltanto una colonna di fumo, un segnale che nessuno collega allo sciame di motorini che attraversano sparati l’incrocio di via Argine, due ragazzi in sella a ogni scooter.

L’esplosione arriva qualche attimo dopo, sono le bombole del gas custodite in una baracca avvolta dal fuoco. Le fiamme arrivano fino all’estremità dei pali della luce, il fumo diventa una nuvola nera e tossica, gonfia com’è di rifiuti e plastica che stanno bruciando. Le baracche dei Rom di via Malibrand sono un enorme rogo.

Ponticelli, ore 13.30, la resa dei conti con gli «zingari» è definitiva, senza pietà. Il traffico che impazzisce, il suono delle sirene, i camion dei pompieri, carta annerita che volteggia nell’aria, i poliziotti di guardia all’accampamento che si guardano in faccia, perplessi. Loro stavano davanti, quelli con il motorino sono arrivati da dietro. Allargano le braccia, succede, non è poi così grave, tanto i rom se n’erano andati nella notte. «Meglio se c’erano», si rammarica un signore in tuta nera dell’Adidas. «Quelli dovrebbero ammazzarli tutti». Parla dall’abitacolo della sua Punto, in bella evidenza sul cruscotto c’è un santino, «Santa Maria dell’Arco, proteggimi».

Il primo spettacolo, perché ce ne saranno altri, va in scena davanti alla Villa comunale, l’unica oasi verde, con annessa pista ciclabile, di questo quartiere alla periferia orientale di Napoli, dove l’orizzonte è delimitato dalle vecchie case popolari figlie della speculazione edilizia voluta da Achille Lauro. Un uomo brizzolato con un giubbotto di jeans sulle spalle è il più entusiasta. «Chi fatica onestamente può anche restare, ma per gli altri bisogna prendere precauzioni, anche con il fuoco». Il fuoco purifica, bonifica il terreno «da queste merde che non si lavano mai», aggiunge un ragazzo con occhiali a specchio, capelli impomatati, maglietta alla moda con il cuore disegnato sopra, quella prodotta da Vieri e Maldini. Siccome non c’è democrazia e lo Stato non ci protegge, dice, «la pulizia etnica si fa necessaria» e chissà se capisce davvero il significato di quella frase.

Quando si fanno avanti le televisioni, la realtà diventa recita, si imbellisce. Il donnone con la sporta della spesa che un attimo prima batteva le mani e inveiva contro i pompieri — «lasciateli bruciare, altrimenti tornano»—assume di colpo la faccia contrita, Madonna mia che disastro, poveracci, meno male che là dentro non ci stanno le creature. Il ragazzo con gli occhialoni a specchio diventa saggio all’improvviso: «Giusto cacciarli, ma non così». La telecamera si spegne, lui scoppia a ridere. Sotto a un albero dall’altra parte della strada c’è un gruppo di ragazzi che osserva la scena. Guardano tutto e tutti, nessuno li guarda. Sembrano invisibili. I loro scooter sono parcheggiati sul marciapiede. Il capo è un ragazzo con una maglietta nera aderente, i capelli tagliati cortissimi ai lati della testa. Tutti i presenti sanno chi è, ne conoscono con precisione il grado e la parentela. È uno dei nipoti del cugino del «sindaco » di Ponticelli, quel Ciro Sarno che anche dal carcere continua ad essere il signore del quartiere, capo di un clan di camorra che ha fatto del radicamento nel quartiere la sua forza. Quando vede che la confusione è al massimo, fa un cenno agli altri. Si muovono, accendono i motorini. Dieci minuti dopo, dal campo adiacente, quello di fronte ai palazzoni da dodici piani chiamati le Cinque torri, si alza un’altra nuvola di fumo denso e spesso. L’accampamento è delimitato da una massicciata di rifiuti e copertoni. Sono i primi a bruciare, con il fumo che avvolge le case popolari. La claque si sposta, ad appena 200 metri c’è un nuovo incendio da applaudire. I ragazzi in motorino scompaiono.

La radio di una Volante informa che ci sono fiamme anche nei due campi di via Virginia Woolf, al confine con il comune di Cercola. Sul prato bagnato ci sono un paio di rudimentali bombe incendiarie. I rom sono scappati in fretta. Nelle baracche ci sono ancora le pentole sui fornelli, gli zaini dei bambini. All’ingresso di una di queste abitazioni in lamiera e compensato, tenute insieme da una gomma spugnosa, c’è un quadro con cornice che contiene la foto ingrandita di un bimbo sorridente, vestito da Pulcinella. Florin, carnevale 2008, la festa della scuola elementare di Ponticelli. Alle 14.50 comincia a diluviare, una pioggia battente che spegne tutto. «Era meglio finire il lavoro», dice un anziano mentre si ripara sotto ad una tettoia della Villa comunale.

Mezz’ora più tardi, nel rione De Gasperi si vedono molte delle facce giovani che salivano e scendevano dai motorini. È il fortino dei Sarno, un grumo di case cinte da un vecchio muro, con una sola strada per entrare e una per uscire, con vedette che fingono di leggere il giornale su una panchina e invece sono pagate per segnalare chi va e soprattutto chi viene. Ma questa caccia all’uomo non si spiega solo con la camorra. Sarebbe persino consolante, però non è così.

Sotto al cavalcavia della Napoli-Salerno ci sono gli ultimi tre campi Rom ancora abitati. Dai lastroni di cemento dell’autostrada cadono fiotti di acqua marrone sulle baracche, recintate da una serie di pannelli in legno. Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. «Venite fuori che vi ammazziamo», «Abbiamo pronti i bastoni». La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta.

Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male ». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima».

Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo.

Marco Imarisio

(Per le foto dei roghi di via Malibran si ringrazia comitatolettieri.wordpress.com)

venerdì 4 aprile 2008

Il prezzo del coraggio.

Dal sito di Corriere.it.

L'immagine del famoso studente di piazza Tienanmen solo contro i carri armati è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver letto il titolo. Nessuno tuttora sa con certezza come si chiamasse e che fine abbia fatto, ma tutti ricordano il suo gesto come quello di un uomo, solo, che tentò per un attimo di cambiare il mondo. Era il 5 giugno 1989.

Ora della Birmania non se ne parla quasi più, come succederà tra poco anche con il Tibet, e come è successo prima con tanti, troppi altri fatti e Paesi.
Non dimentichiamoci di quello che è successo.
E, per quello che possiamo, non lasciamoli soli.

In Birmania
MANIFESTO' DA SOLO, CONDANNATO ALL'ERGASTOLO
Ohn Than, 60 anni, arrestato nel 2007 durante le manifestazioni contro il carovita e la mancanza di libertà

RANGOON - Un birmano che la scorsa estate manifestò da solo e pacificamente davanti all'ambasciata statunitense a Rangoon contro il regime militare è stato condannato all'ergastolo. Lo rivela il suo avvocato. Ohn Than, 60 anni, era stato arrestato il 23 agosto del 2007, quando in tutto il Paese si susseguivano le manifestazioni illegali contro il carovita e la mancanza di libertà, poco prima che i monaci buddisti si ponessero alla guida della protesta, poi repressa in settembre.

Quel giorno Than, in silenzio e da solo, andò davanti all'ambasciata Usa esibendo cartelli che chiedevano la convocazione del parlamento e il contenimento del carovita. «È stato condannato mercoledì all'ergastolo e a una multa di 1.000 kyat (meno di un euro), ha detto all'Afp l'avvocato Aung Thein, che ha denunciato la sproporzione fra l'azione compiuta dal suo assistito e la pena e ha annunciato ricorso.

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Girando poi su Repubblica oggi ho trovato altre due storie simili. La prima è quella del tibetano Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, in carcere dallo scorso dicembre dopo 200 giorni di arresti domiciliari, che è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione da un tribunale di Pechino per "istigazione a sovvertire i poteri dello stato".

Unione Europea e Stati Uniti hanno già chesto la sua liberazione, ma resta da veder che cosa succederà.

La seconda storia, ancora più drammatica, è quella di Palden Gyatso, monaco buddista arrestato nel 1959 dopo le proteste seguite all'invasione cinese del Tibet che ha passato nelle carceri cinesi 33 anni. Anni di torture, violenze e lavori forzati, a cui questo monaco è incredibilmente riuscito a resistere. Palden è uscito dalle carceri quasi sordo, senza piedi e senza i denti, caduti a forza di scariche elettriche procurategli inserendogli bastoni elettrici direttamente in bocca.

"Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", è l'unico commento delle autorità cinesi, pronunciato nel 1995 dall'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

Qui sotto il reportage integrale di Anais Ginori, dal titolo "La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità", con le foto di Jokim Eneroth dal sito di Repubblica.it. Lo potrete trovare in edicola domani su "D", il supplemento settimanale del quotidiano italiano.

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Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
GUARDA IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.

A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".

I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.

Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.

Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".

I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".

Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".

Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.

"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".

Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.

Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".

Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue". Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.

Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.

"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".


(
3 aprile 2008)

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...è
questo il Paese a cui abbiamo dato le Olimpiadi?



giovedì 20 dicembre 2007

Reportage dall'incontro con la stampa del consiglio regionale veneto (ovvero: la grande abbuffata)

Ieri finalmente l'evento dell'anno della stampa veneta: il tradizionale incontro di fine anno del Consiglio regionale Veneto con la stampa! Ore 12:30, Palazzo Ferro-Fini, di fronte alla Chiesa della Salute a Venezia.

Il vostro reporter infiltrato sotto la copertura di studente del master di giornalismo di Padova ci è andato per voi. Qui è il comunicato con cui il Consiglio ha riassunto l'evento. Ma questo è quello che è accaduto realmente e chei media presenti non vi hanno mostrato...

Questo è quello che hanno visto tutti: una conferenza, durata circa mezzora, con il presidente dell'Ordine dei Giornalisti veneto Amadori, il presidente del consiglio Finozzi, la vicepresidente del sindacato di cui non mi ricordo il nome, e altri. Le cose uscite sono state sempre le solite: "abbiamo fatto tanto ma c'è ancora tanto da fare" (dai, davvero?), "Il precariato nel giornalismo avanza sempre di più e deve essere contrastato" (nuovissima novità, poveri illusi), "Questi bastardi degli editori non vogliono firmare il contratto, e noi continueremo la lotta per averlo" (compagni, pugno chiuso!) , consegna di premi simbolici vari (un mappamondo trasparente per simboleggiare la trasparenza dell'informazione...) , lode alla scuola per giornalisti praticanti Dino Buzzati tenuta dall'Ordine veneto, oblio totale per il nostro master che pur essendo l'unico veneto non viene nemmeno citato!

Due note di colore per chiudere sull'evento: su una cinquantina di giornalisti presenti, mentre dal palco si parla di precariato dei giovani e stipendi da fame, più del 50% dei presenti ha i capelli bianchi o non li ha proprio e fa più casino dei pochi "giovani" presenti. Per quanto riguarda le donne (Silvia, questa è per te) in tutta la sala non credo che arrivassero al 20% del totale, questa volta sì perlopiù giovani.

All'improvviso la platea rumoreggia, e il convegno si chiude, mentre tutti i giornalisti cominciano a scappare...

...ma verso dove?!?

Verso la vera ragione della partecipazione al "saluto alla stampa": questa!


Il MEGA-BUFFET offerto dalla Regione Veneto ai presenti! Un tavolone con almeno 6-7000 euro di mangerecce, tra le quali: gran misto di pesce, patate al forno, lasagne al forno, polenta, straccetti in salsa, polpette ai funghi (divine!), baccalà mantecato, porchetta e salumi vari, fagiolini e altri contorni, insalate miste, pesce fritto e altro, su cui i giornalisti si avventano come faine (me compreso, lo riconosco!)


Ah, dimenticavo bere e antipasto! Antipasto con tartine varie, Prosecco, spumante e Bellini e bere in quantità con svariate bottiglie di vino per ogni gusto! Dal rosso al bianco al prosecco, il tutto servito da almeno 5 camerieri tutti in divisa con frac e marsina!

Il nostro master padovano, pur essendo stato deliberatamente ignorato, si è difeso valorosamente con i suoi reparti speciali di mandibole d'assalto. E tra noi e il resto della stampa veneta, alla fine dopo tre giri di ricarica del tavolo del buffet rimaneva questo:

E di me? Beh, di me rimaneva questo...

Alla fine della colossale spanzata d'improvviso tutti i giornalisti spariscono come vampiri all'apparir dell'alba, per tornare al proprio lavoro o ad un più probabile pisolino digestivo. Non prima però di aver ritirato l'omaggio-ricordo della fantastica giornata: il libro "Proverbi veneti" di Gian Antonio Cibotto, piccolo volumetto Giunti Editore da 7,90 euro a copia.

Anche qui scoppia un caso, anzi due. I giornalisti più anziani presenti all'incontro si lamentano per il "braccino corto" della Regione, visto che l'anno prima il regalo era stato il libro delle "Opere Scelte" di Meneghello, nell'edizione dei Meridiani Mondadori da 55 euro a collo! Il collega Raffaele Riverso (nella foto sopra), calabrese di vicino Soverato, si lamenta perchè si sente vittima di un atto di razzismo. "Come se ne fa un calabrese di un libro di proverbi veneti?". Domanda che fa il paio con "Che cosa ci fa un calabrese nell'elenco dell'Ordine dei giornalisti del Veneto?". Mistero... :)

La giornata finisce così con una passeggiata a Venezia, e un ritorno in treno in cui la metà di noi cede alla digestione e ronfa amabilmente in treno... E' in lavorazione un video su questo, che posterò qui sotto appena possibile.

Per finire, la foto dei coraggiosi del master di giornalismo di Padova!
Per poter dire. io c'ero! Da sinistra verso destra rispettivamente io, Laura Proietti, Enzo Di Masi, Lucia Panagini, Alberto Gallo, Raffaele Riverso e Alessandro Mileti in basso. Poi, extra-foto perchè fuggiti in atmosfera romantica alla ricerca di un'inesistente mostra a Palazzo Grassi: Francesca Terranova ed Enrico Albertini. Ora non manca più nessuno direi... I liocorni ce li sèmo magnati al buffet...


Un saluto a tutti, e a presto con il racconto della prossima uscita!

Ultimo aggiornamento 03-01.2008: il video è arrivato! Riveduto e mixato da Alessandro Mileti (l'accucciato a destra nella foto) ecco a voi "Dreaming one "last tango" on Liberty Bridge"! Lievemente diverso da come era partito...ma i commenti li lascio a voi! Enjoy, e a questo punto...buon 2008 a tutti!