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mercoledì 20 maggio 2009

Scandalo rimborsi gonfiati per i politici inglesi: ma in Italia non siamo da meno...

Da Repubblica.it . In Inghilterra per lo scandalo dei rimborsi elettorali si dimette anche lo speaker della Camera dei Comuni (l'equivalente del nostro Presidente della Camera). Qui in Italia per i rimborsi che vanno avanti impunemente da secoli, semplicemente chiudiamo gli occhi...

Mentre a Londra infuria lo scandalo delle note spese siamo andati a vedere gli "extra" dei nostri parlamentari. Scoprendo che qui é tutto "a forfait".
ONOREVOLI, CHE RIMBORSI! QUANTO CI COSTANO I POLITICI ITALIANI
Dalla Jacuzzi sul terrazzo di casa alla trasferta ministeriale con famiglie al seguito.

IL rimborso spese per il parrucchiere delle onorevoli senatrici è stato l'ultimo a finire nel calderone delle astute sconvenienze da cancellare. Certo, pesa "solo" per 81 mila euro l'anno. Certo, non indecente come i filmini porno del marito del ministro dell'Interno britannico messi a carico del bilancio. Certo, non come gli specchi inseriti in nota spese dal deputato inglese Richard Younger Ross, ma anche a Roma, che figura. Tanto che anche a Palazzo Madama, giusto pochi giorni fa, se ne sono accorti e allora il presidente Renato Schifani ha invitato a cancellare quella voce in bilancio. D'ora in poi, sottinteso, vadano a farsi belle a loro spese.

Non è ben chiaro invece se i senatori e gli "ex" che passeranno a miglior vita in questo 2009 potranno godere ancora del rimborso spese funerarie che nel 2008 ha pesato un po' troppo sui conti del Palazzo, 134.290 euro. La voce è inserita "per memoria", e in fondo non sarà un problema loro ma di chi dovrà far quadrare i conti.

Conti stracciati, conti allegri, conti che non quadrano ma chi se ne frega, nel nostro Paese. Altro che Inghilterra indignata per pochi spiccioli di note spese. Qui lo scandalo è codificato, è a norma di legge, è tanto palese da non destare, appunto, scandalo.
Benefit, rimborsi a go-go, voli, treni, navi, Telepass e corsi di lingua e buvette e ristorante a 8 euro. Non è più tempo da viaggi in Tanzania della commissione Lavoro di Montecitorio per "studiare il sistema pensionistico del paese dell'Africa orientale", ricordo appannato di qualche anno fa. Come pure l'onorevole Lorenzo Cesa non proporrebbe più l'indennità per ricongiungimento familiare, come si azzardò a ipotizzare quando, nella rovente estate 2007, il suo partito venne segnato dallo scandalo del deputato Cosimo Mele, la prostituta in albergo, l'uso (sospetto) di cocaina. Adesso ci si accontenta di piccole cose, ma è il pensiero quello che conta. L'ultimo lo hanno avuto i tre questori della Camera guidati da Francesco Colucci (Pdl) ed è planato ieri mattina sulla casella postale dei 630 deputati sotto forma di lettera-invito a "usufruire di un corso di 15 ore di lezioni individuali di informatica da 1,5 ore cadauno" che si svolgeranno a Montecitorio. Costo risibile da 235 euro a testa, il resto lo mette la Camera, ovvio.

Quisquilie, appunto. Sarebbe bello invece sapere anche qui da noi come il deputato utilizza i 4.003 euro mensili che il Parlamento gli mette in saccoccia ogni mese come "rimborso spese di soggiorno". Certo, magari anche l'elettore italiano vorrebbe sapere almeno dove risiede il suo onorevole di riferimento, quando trascorre quei tre giorni nella Capitale. Per esempio se lo utilizza tutto, il suo budget da diaria extra stipendio. O che ne fa di quell'altro da 4.190 euro al mese che gli viene erogato proprio a titolo di "rimborso spese". Qualcuno non vorrà mica sospettare che una parte di quei soldi o addirittura tutti finiscano nel conto in banca dell'onorevole? Sospettosi o malpensanti. Qui la nota spese è bandita, il piè di lista è sconosciuto. Le Camere pagano anzitempo, pagano sulla fiducia, pagano a forfait. Non c'è nulla da scoprire. Altro che dimissioni dello Speaker del parlamento inglese.

Che ridere, il milione di sterline per colpa del quale Westminster sta precipitando nello scandalo, col suo carico di rimborsi gonfiati dai deputati. Che ridere, perché Montecitorio e Palazzo Madama, in questo 2009, distribuiranno ai nostri 630 deputati e 322 senatori rimborsi spese destinati sulla carta a viaggi, diaria e segreterie per qualcosa come 96 milioni di euro, parenti molto vicini di 100 milioni. E il tutto, va da sé, senza chiedere lo straccio di una prova documentale che attesti se davvero saranno utilizzati per gli scopi "istituzionali". Sono 72 milioni di euro alla Camera e 24 milioni al Senato. E va da sé, che quegli 8.190 euro mensili ai deputati e 8.678 mila euro ai senatori sono solo, appunto, rimborsi. Nulla a che fare con le indennità da 5.500 euro, lo stipendio in senso stretto.

"Uno scandalo come quello britannico da noi è impensabile - racconta un grande conoscitore del Palazzo come Gabriele Albonetti, deputato questore già da due legislature - Al di là dell'eticità del comportamento di deputati e senatori, la questione è tecnica. Da noi, non esiste la nota spesa, la Camera e il Senato affidano una somma, diciamo così, sulla fiducia. Sarà poi l'onorevole a gestirla a suo piacimento". Nulla da spiegare e nulla da giustificare. Né gli alberghi, né i ristoranti, né le segreterie, né - chiamiamoli così - gli "extra" molto extra. Come non sono da rendicontare gli oltre 4 mila euro al mese (4.678 al Senato) erogati a ciascun onorevole per i cosiddetti portaborse. Col risultato ormai arcinoto che buona parte degli assistenti sono sottopagati o pagati in nero. Ieri il Consiglio dei presidenza del Senato, prossimamente quello della Camera, ammetteranno l'ingresso dal primo luglio solo per i portaborse dotati di badge, rilasciato dietro esibizione di regolare contratto. Ma molti dei ragazzi, in questi giorni, ti raccontano come alcuni dei loro onorevoli siano pronti a far sottoscrivere loro un contratto da addetto alle pulizie del gruppo parlamentare, che ne possa comunque consentire l'ingresso quotidiano a Palazzo e continuare come sempre. Come sempre in nero.

Un po' di pulizia, va detto, la si sta pure facendo. Al Senato hanno cancellato i 730 mila euro sborsati, tra l'altro, per garantire un ufficio ai senatori rimasti privi di scrivania. O i 690 mila euro che sono parte della voce "rimborsi spese telefoniche". Ha fatto pure scalpore scoprire in questi giorni che i 1.058 "ex" senatori per fortuna ancora in vita costano però 1 milione 726 mila euro per viaggi in treni, aereo o per passaggi autostradali, al netto, ovvio, del vitalizio. Platea di beneficiari ridotta ora a 291 in uno slancio di austerity. Rigorismo che ancora non ha scalfito l'Asis, l'assistenza sanitaria garantita ai senatori e ai deputati e ai loro familiari. Basta pagare 25 euro al mese per ciascun figlio o consorte, ma anche - magia del Parlamento - per il convivente, e ogni cura è assicurata. Gratis. Perché la coppia di fatto che le Camere non hanno mai voluto riconoscere, lì dentro esistono, eccome, da tempo. Per l'esattezza dal 1985, quando è stata approvata la legge 687. Qualche sprovveduto Don Chisciotte, di tanto in tanto, prova pure a divertirsi e ad agitare le acque. In questa legislatura la dipietrista Silvana Mura, con un ddl che prevede tra l'altro la riforma del sistema dei rimborsi, da erogare solo dopo l'esibizione delle spese effettive. "Ma, per usare un eufemismo - racconta - non ha suscitato grandi entusiasmi tra i colleghi".

Fuori dai confini, qualche italiano finora ha potuto fare il furbo nell'Europarlamento. Tratta Bruxelles-Roma (o Milano) rimborsata forfaittariamente per la business class in base al chilometraggio. Quando invece era notorio che molti dei nostri 78 (come tanti altri) viaggiavano in low-cost. E lì, via con la cresta. Da luglio però, col nuovo Parlamento, si cambia registro: rimborso solo dei biglietti effettivamente acquistati. Il rimborso spese per lo staff viaggia sui 17 mila euro mensili. Non sarà per sfiducia, ma il tesoretto lì non lo fanno transitare dalla busta paga dell'onorevole. È a disposizione e le somme le paga direttamente il Parlamento agli assistenti che dimostrano con contatti e contributi di prestare servizio per il deputato. Rigore e trasparenza che i portaborse italiani sono costretti per ora solo a sognare.

di Carmelo Lopapa

mercoledì 22 aprile 2009

Principi attivi: tre storie di salute ed immigrazione.

A fronte di giornali che vengono meno alla propria missione informativa per occuparsi solo di spettacolo e reality, ce ne sono altri più sconosciuti che ogni tanto piazzano sulle loro pagine qualche perla di giornalismo che ci dà una spinta a continuare questo mestiere.

E' il caso di "
Principi Attivi: tre storie di salute ed immigrazione": una piccola inchiesta condotta dagli studenti dell'università di Pavia condotta dalle pagine del loro mensile "Inchiostro" sulla condizione degli immigrati minacciati dall'attuazione del decreto legge che obbligherebbe i medici a denunciare la loro condizione di clandestinità in caso di ricorso alle cure mediche. A me é piaciuta parecchio, e la voglio condividere con voi. Un grazie a Maria Luisa Fonte, Francesco Macca, "Strepto" e "Sporo" (che ne sono autori tutti insieme) per avermi fatto leggere davvero qualcosa di bello. Continuate cosi' ragazzi!

PRINCIPI ATTIVI: TRE STORIE DI SALUTE ED IMMIGRAZIONE

“Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.” (Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, Art. 25)

Forse ci eravamo illusi nell’accusare la Medicina di occuparsi di malattie, più che di malati. Di classificazioni e linee guida, più che di persone. Ci sbagliavamo. Oggi la Medicina si occupa di codici e esenzioni e DRG (Diagnosis-related group), per il contenimento della spesa sanitaria. E si occupa di farmaci, di princìpi attivi più o meno griffati, di dosaggi. Ma dietro diagnosi e prescrizioni continuano ad agitarsi storie, corpi. Dolori. Il tentativo di intaccare il diritto alla salute attraverso i tristemente noti emendamenti leghisti al ddl sicurezza ha risvegliato un po’ le coscienze: medici e personale sanitario stanno facendo sentire la propria voce a favore del diritto alla salute; il nemico naturale è il ddl sicurezza, col reato di clandestinità e le altre perle di cui ora tanto si parla (in ritardo, e troppo spesso strumentalmente).


E allora ecco tre storie, per cui ringrazio un medico che ancora sa occuparsi dei “princìpi attivi” della propria professione, oltre a quelli dei farmaci. Lavora come volontario presso l’Ambulatorio Caritas di Pavia; un posto che, ai tempi del reato di clandestinità e dei medici che si rifiutano di fare le spie, rappresenta un potenziale ricettacolo di malfattori. Sperando che continuino nel loro “crimine”.


INSULINA


In Via della Povertà, oltre ad Einstein che suona il violino elettrico, c’è K che suona l’organetto. K vive due condizioni che insieme danno una miscela esplosiva nell’Italia d’oggi: infatti K è diabetico, ed è romeno. Prima dell’entrata della Romania nell’UE (2007), K aveva il suo buon codice STP (Straniero Temporaneamente Presente) che gli permetteva di ottenere l’impegnativa per andare in ospedale a fare controlli glicemici e ottenere la richiesta per l’insulina. Poi, il limbo: la situazione di “neocomunitario” non gli permette più di aver diritto all’STP, e la mancanza del benedetto permesso di soggiorno non gli permette di iscriversi al sistema sanitario nazionale.

Ma il diabete non è sottile come la burocrazia, malattia tutta italiana; qualcosa K la deve pur fare. E allora si arrabatta alla bell’e meglio, si rivolge ai medici volontari dell’Ambulatorio Caritas e a medici “amici” dell’ospedale: tra dosaggi alchemici ed improvvisati, K riesce a mettere in circolo l’insulina necessaria alla sopravvivenza. Ma il diabete è una malattia seria: oltre alle dosi di insulina, ci vogliono i controlli, i glucometri con le striscette quasi sempre non compatibili, le siringhette da 1ml. Soprattutto, ci vuole continuità terapeutica. Le mancanze si fanno sentire: K soffre diverse punte di iperglicemia, fino al coma diabetico. Poi, il cerotto sulla burocrazia è un nuovo codice, ENI (Europeo Non Iscritto), che permette di riagganciare K alla dovuta serie di controlli, striscette e siringhette.


Restano tanti problemi, il costo dei ticket che il gracchiare di un organetto non riesce a coprire, l’educazione alimentare e la prevenzione delle complicanze… Ma almeno K oggi riesce a sopravvivere su Via della Povertà, col suo diabete e la sua romenità. Domanda: si sarebbe presentato in ospedale ad elemosinare insulina, K, se ci fosse stato il rischio di essere denunciato per il mancato permesso di soggiorno (che è un po’ come avere la peste, nell’Italia della Lega)?


PERMETRINA

I sacri testi dicono che “prolifera negli ambienti con scarsa igiene collettiva”; e Via della Povertà è uno di questi. E la SuperHuman Crew delle ronde può difendere le strade dalla criminalità etnicizzata ad hoc, ma contro di lui può poco. S è una delle sue vittime. Ma tranquilli, nessun panorama apocalittico all’orizzonte, nessuna epidemia di TBC o lebbra. Il nemico di S, piccolo e bastardo, è più banale, per quanto molesto: il Sarcoptes scabiei, l’agente eziologico della scabbia.

Non si sa cosa faccia S per vivere, né dove passi la notte. La fretta e il divario linguistico son carogne, e allora le prime a balzare agli occhi dei medici sono le macchie: quelle rosse e in rilievo sull’addome, sulle mani, sui polsi. E giorni e giorni a grattarsi, aspettando che passi. Sarà la polvere, sarà un’allergia, sarà. Andiamo dal medico, si sarà detto S. Non ha il permesso di soggiorno, ma perché dovrebbe temere un medico? E i medici volontari per un po’ brancolano nel buio, poi l’illuminazione e un po’ di sano pregiudizio (che in questo caso è un ragionamento di Sanità pubblica): “Scusa, ma dove vive S?” “non si sa” “come non si sa” “bazzica Via della Povertà” “ma vuoi vedere che è scabbia?”.


La scabbia contagia in primo luogo la mente dei medici: tornati a casa, ci si sente uno strano prurito psicologico su tutto il corpo, anche dopo ripetute docce, e viene l’insano rimorso di non aver messo i guanti prima di stringere la mano a S, ogni volta che torna a prendere il tubetto di permetrina da spalmare sulle zone colpite per diverse settimane. L’effetto terapeutico della crema, per S, è nella sensazione di sollievo dato dal tubetto fresco e dalla sua lingua semisolida sulla pelle rossa rovente.


Ora, se S avesse paura di presentarsi ai medici per il farmaco antiscabbia, cosa succederebbe? Rischio di diffusione del temibile Sarcoptes nelle nostre città, nelle nostre linde case? Forse. Soprattutto, S continuerebbe a riempirsi di piccoli bastardi, a grattarsi; i graffi si infetterebbero con bestiacce ancor più piccole e bastarde, i pochi contatti di S lo eviterebbero del tutto… Soprattutto, S continuerebbe a star male e isolato su Via della Povertà. Malato di paura.


DICLOFENAC SODICO

Y si presenta in Ambulatorio letteralmente piegato a metà. Il medico parte con la carica di congetture: “Sei caduto? Incidente stradale? Ti hanno picchiato? Incidente sul lavoro?...”. Y è tunisino ma mastica l’italiano, a “incidente sul lavoro?” fa di sì con la testa. “Da dove sei caduto?” “No, no caduto; è stato cinquantachili”.

Servono minuti di dialogo sconclusionato per comprendere che il “cinquantachili” è il sacco di cemento da 50kg che Y stava sollevando; l’ennesimo, ma stavolta qualcosa, nel dorso, non ha retto. Y lavora in uno dei tanti cantieri di Via della Povertà, lo accompagna il collega Buon Samaritano, ancora sporco di calce. La prima diagnosi è di “lombosciatalgia” e l’iniezione di diclofenac sodico calma ben poco il dolore. Dopo la doverosa trafila medica tra codici e codicilli, finalmente gli occhi di un ortopedico fanno calare la sentenza: ernia discale.


Y passerà due mesi a letto, che franeranno sulla sua vita con la perdita di casa & lavoro. E problema diventano i 3€ per il diclofenac, problema è raggiungere la farmacia o l’Ambulatorio per recuperarlo; problema è riuscire a mangiare due volte al giorno, scendere le scale della casa in cui è ospitato; problema è doversi comprare la biancheria pulita per la visita medica, e quella puzza di alcol ai controlli: “Ma bevi?” “sì, vino, la sera” “ma lo sai che ti fa male?” “sì, ma a me serve per sostenermi”. A conti fatti, le calorie di un litro di vino costano meno dell’equivalente in cibo.


Ammalarsi di povertà è come cadere in una trappola; ma se Y, assunto in nero, avesse temuto di presentarsi dal medico piegato a metà, forse avrebbe perso qualcos’altro, oltre a casa & lavoro.


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Dopo aver letto questo, fa piacere leggere su Repubblica che si moltiplicano le iniziative di medici, ordini professionali e singole regioni contro questo decreto ancora in discussione.

L'ultima di queste é la spilletta "Io non denuncio" che i medici si appenderanno sul camice per tranquillizzare gli immigrati che a loro si rivolgono per le cure. Un appello a tutti i medici: non denunciate!


martedì 21 aprile 2009

Cercate lavoro? Il 22 aprile lo trovate qui!

Da Repubblica.it, un'utile opportunità per chiunque cerchi lavoro!

Prende il via domani la prima fiera virtuale del lavoro. Gli studenti incontrano sul web aziende e università per scoprire come si trova un impiego. Durerà otto ore e i direttori del personale faranno colloqui ai candidati con una webcam. I migliori si conquisteranno un incontro faccia a faccia per avere il posto

BIP, il career day é virtuale. In video chat con le imprese
di FEDERICO PACE

Provano a passare per lo stretto occhio di una webcam le speranze dei giovani in cerca di lavoro. Non più le sale d’attesa dove i responsabili delle risorse umane si facevano attendere a lungo. Non più i grandi spazi anonimi delle fiere dove spaesati ci si ritrovava ad accumulare depliant e brochure pubblicitarie senza neppure un incontro. Ora ci si può sedere davanti a un pc e provare a confrontarsi direttamente con chi può darci un lavoro. La nuova frontiera dei career day, quelle occasioni di incontro tra studenti e operatori, è sempre di più online.

Kermesse virtuale. Si chiama Bip, ovvero borsa internazionale del placement, e prenderà il via domani, alle nove del mattino, quello che sembra essere il primo career day che si svolgerà interamente sul web (www.biponline.it). Alla grande kermesse virtuale parteciperanno la gran parte delle università italiane (ad oggi sono 72 ad avere risposto all'appello), piccoli e grandi atenei, molte imprese note e migliaia di studenti. Tra avatar e chat-room gli operatori che incontreranno i giovani proveranno a rendere meno complesso e labirintico il percorso, spesso troppo poco limpido, che dovrebbe portarli dai banchi dell’università (o delle scuole superiori) fin dentro il cuore operativo delle imprese.

Settori e aziende. Nonostante la crisi, o forse proprio per quello, sono in molte le imprese a partecipare. Forse perché così si può risparmiare una buona fetta di costi che questi eventi (quando sono reali) impongono tra stand e logistica. Quasi un centinaio le aziende. Ci sono operatori attivi nelle assicurazioni e nel credito come Bnl Gruppo Bnp Paribas e Banca Antonvenenta Gruppo MPS. Ci sono istituzioni come la Banca d’Italia. Imprese di consulenza e servizi come Accenture, Kpmg o Seat Pagine Gialle. C’è la grande distribuzione come Auchan, Carrefour, Autogrill e Upim. Ci sono le imprese dell’Ict come Cisco e Ibm, e non mancano i brand famosi come Adidas, Danone, Coca Cola, Microsoft e Procter & Gabmble.

Il match e la chat. Ciascuna di loro ha uno spazio virtuale dove inserire le offerte di lavoro, un profilo, statistiche, contatti e presentazioni video. Per ciascun impiego vacante, le aziende definiscono una scheda dettagliata con le caratteristiche del candidato “ideale” come ad esempio il voto minimo di laurea, la facoltà di provenienza, il livello desiderato di conoscenza delle lingue straniere. Dal suo canto, chi è in cerca di lavoro, deve registrarsi al sito e definire il proprio profilo. A quel punto potrà cercare le posizioni che più gli interessano. Il tutto avviene su una piattaforma, dal nome Bip Match, che mette a confronto le richieste dell’impresa con i requisiti del candidato. Se tutto “coincide” ci si potrà mettere direttamente in contatto con i selezionatori. Sarà poi la video-chat, o quella specie di colloquio-virtuale che si svolgerà in qualche minuto, a permettere di conquistarsi un vero e proprio incontro per la posizione di lavoro in azienda.

Gli inattesi partecipanti. In Italia ci sono già imprese che valutano candidati utilizzando il web o giochi di simulazione. Negli Usa si sono già svolte fiere di questo tipo a cui hanno partecipato, su Second Life, grandi imprese come eBay, Hewlett-Packard, Microsoft e Verizon Communications. Per molte di loro è un modo per raggiungere anche quel segmento di giovanissimi candidati, ad altissimo tasso tecnologico, che probabilmente altrimenti non passerebbe dalle loro parti. Un modo per dare l’opportunità ai giovani in cerca di lavoro di entrare in contatto con le imprese in un contesto più confortevole. In alcuni di questi eventi si è scoperto, con un pizzico di sorpresa, che i candidati approdati sulle isole virtuali erano tutt’altro che giovanissimi. La gran parte di loro, al contrario, erano figure con esperienza professionale di almeno cinque anni.

Le nuove frontiere e le porte a cui bussare. Difficile dire se in futuro la selezione del personale farà, davvero, fondamentale affidamento al web. La “digitalizzazione” dei processi di selezione delle risorse umane, come accade per molte delle cose che riguardano Internet, Procede per strappi e improvvise pause. Per slanci improvvisi, visioni futuristiche, improvvisi arresti e cauti passi indietro. A chi cerca lavoro non resta che provare a incamminarsi anche verso le nuove frontiere digitali, senza però dimenticare di continuare a bussare alle porte, non virtuali, di quelle imprese che hanno ancora voglia e capacità di investire sulle persone.

martedì 14 aprile 2009

Organizzare senza organizzazioni: il nuovo potere delle notizie sul web

Dal sito di Repubblica.it, un'interessante analisi su nuovi media e comunicazione. Dai blogb a Wikipedia, come cambia il modo di far girare le notizie usando le potenzialità del web 2.0...

Società: se la piazza protesta online. Cosi' la rete organizza la gente.

Clay Shirky, docente di Nuovi Media, parla di "distruzione creativa". L'analisi di Andrew Keen è più severa: "Questa rivoluzione rovinerà la nostra cultura
" (di RICCARDO STAGLIANO'

E' la storia di come un cellulare smarrito su un sedile di un taxi di New York finisce con lo scatenare un'inarrestabile gogna pubblica. Ma anche di una frase razzista, sfuggita ai radar dei giornali, che costa il posto a un mammasantissima repubblicano. E di un caso di pedofilia che, tracimando dal web, dilaga in scandalo internazionale e prelude alla cacciata di un alto prelato. E' la storia di masse che si coordinano. Di greggi che diventano pastori. Di "dilettanti" irregolari che armati solo della voce di internet riescono a radunare una forza collettiva impressionante. Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione di Clay Shirky (Codice Edizioni, pagg. 242, euro 23) tratta della "distruzione creativa" portata dalla rete sul modo in cui viviamo, collaboriamo, produciamo.

Shirky, docente di nuovi media della New York University parte da qui: "Ogni consumatore è oggi un potenziale produttore con l'intero mondo come potenziale pubblico". Siamo tutti "ex audience", come spiegò Dan Gilmor nel suo We, the media. Ci siamo alzati dal divano e siamo andati alla scrivania. Abbiamo posato il telecomando e imbracciato la telecamera. Il terremoto in Abruzzo, con le sue centinaia di video amatoriali, ne è solo l'ultima conferma. Shirky, collaboratore a sua volta del New York Times e Wired, constata la fine del monopolio dei giornalisti nell'informazione. Porta, tra gli altri, l'esempio di Trent Lott, capogruppo repubblicano al senato. Che a una cena aveva lodato Strom Thurmond, noto segregazionista. Molti media non avevano raccolto, i blogger sì. E l'imbarazzante dichiarazione, una volta entrata in loop, l'aveva spinto alle dimissioni. Sottovaluta il lato oscuro della forza, però. Come quando Matt Drudge, alfiere del "prima pubblica poi verifica", dette la notizia (falsa) che Sidney Blumenthal, allora consulente di Clinton, picchiava la moglie. E della causa da 30 milioni di dollari per diffamazione che ne seguì. Il punto è qui: la rete è un mare dove circolano molte notizie. Che possono essere vere o false. Al contrario di quel che accade nei quotidiani non ci sono responsabili a renderne conto. Spesso accertare se ci si trova di fronte ad un fatto o ad una bufala che circola on line è impossibile.

Parole come pietre rotolano a valle, diventano valanghe e seppelliscono reputazioni. Per esempio: nel 2002 a Boston la notizia era vera. Preti accusati di abusi sessuali su bambini. Il Boston Globe fa il suo mestiere ma la notizia esplode soprattutto grazie a Voice of the Faithful. Trenta parrocchiani offesi che, dandosi appuntamento sul web, diventano 25 mila in sei mesi. Alla fine il responsabile della diocesi, cardinale Bernard Law, lascia. Shirky parla del suo paese, noi sappiamo del nostro. Del caso di Federico Aldrovandi, diciottenne di Ferrara morto nel 2005 durante un controllo di polizia. Gli agenti chiudono presto il caso, sua madre lo riapre un post alla volta. Il suo blog obbliga i giornali a tornarci su e i poliziotti finiscono in tribunale. Online il confine tra informazione e azione politica si assottiglia. Succede per il testamento biologico, all'indomani della vicenda Englaro. I radicali presentano 2.500 emendamenti alla proposta del governo. Il 20 per cento raccolti via internet. Non era mai successo, succederà sempre più spesso.

Si può discutere tutto di Beppe Grillo, non la sapienza con cui ha saputo sfruttare la piattaforma internettiana. La stessa con cui Barack Obama ha concepito parte della sua vittoriosa campagna. A dire solo "no, non mi piace", rimpiangendo gli anni eroici dei comizi nelle piazze, si rischia di fare la figura di Giovanni Tritemio, rievocato nel libro. L'abate di Sponheim nel 1492 scrive un pamphlet in cui difende la superiorità degli scriba, minacciati di estinzione dall'invenzione della stampa di Gutenberg. Affida però De laude scriptorum ai tipografi, perché abbia più vasta e spedita circolazione. Mai autosmentita fu più efficace. Eppure la tentazione sopravvive. Dilettanti.com (DeAgostini, pagg. 269, euro 15) di Andrew Keen spiega "come la rivoluzione del web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia". Ma se certi contenitori (la carta) sono sotto botta ma il contenuto (il giornalismo) non è mai stato così prezioso.

La Cultura può dormire sogni tranquilli. Perché le masse organizzate, oltre a prendere a picconate le istituzioni, sanno costruire. Shirky cita Wikipedia, l'enciclopedia editata dall'intelligenza collettiva. Ne dà una definizione originale: "E' essenzialmente una burocrazia per litigare". Nel senso che uno scrive una voce, un altro propone modifiche, un terzo obietta e corregge di nuovo, in un affinamento progressivo. Escono anche bufale colossali. Mai come qui è utile la lezione delle scuole di giornalismo americane: "Se vostra madre vi dice che vi ama... verificatelo". Però, onestamente, chi ne farebbe a meno?


Il libro di Shirky deluderà i più "digitalizzati". Scrive: "Gli strumenti di comunicazione non sono socialmente interessanti sin quando non diventano tecnologicamente noiosi". Parla di sms, blog, mailing list, pleistocene internettiano solo adesso diventato normale, precipitato dalle élite alle masse. Così quando la giovane Ivanna dimentica il suo telefonino in un taxi e poi scopre che chi l'ha trovato non ha alcuna intenzione di restituirlo, mette in piedi un sito (evanwashere.com/StolenSidekick/) tanto che la polizia è costretta a intervenire. Così va il mondo quando tutti collaborano con tutti. Per i ragazzi è più facile, i post-1980 non ne conoscono un altro. "In un periodo di rivoluzioni l'esperienza diventa zavorra" avverte l'autore, perché se hai una weltanschaung tradizionale, "quando arriva un cambiamento epocale rischi di considerarlo cosa di scarsa importanza".

venerdì 19 settembre 2008

La politica, il voto e la delusione che genera consenso

Un bell'articolo di analisi politica dal blog di Ilvio Diamanti. Vale 5 minuti per leggerselo tutto, credetemi...

SE LA DELUSIONE GENERA CONSENSO

E' un po' sorprendente che la delusione, tanto diffusa nella società, non produca sfiducia nel governo e, in primo luogo, nel premier. Eppure in passato aveva sempre funzionato l'equazione: più delusione meno consenso a chi governa. Tanto che la delusione era divenuta una fra le più efficaci tecniche di opposizione. Complici i media, che ne hanno fatto un genere di successo, miscelando la delusione con altri sentimenti di largo uso, nel linguaggio comune.

La paura, l'incertezza, l'inquietudine, l'insicurezza. Così, per restare a questo decennio, gli italiani delusi hanno punito, dapprima, Berlusconi e il centrodestra. Il quale ha perduto tutte le elezioni intermedie, dopo il 2001: comunali, regionali, europee. Tutte. Per riprendersi - e quasi a rivincere - nel 2006, dopo una breve e intensa campagna elettorale tutta protesa a deviare il corso della delusione verso Prodi e il centrosinistra. Suscitando sfiducia preventiva nei loro confronti. Come avrebbero potuto, gli elettori, soprattutto i più moderati, fidarsi dei comunisti, neo o ex non importa, e dei loro alleati? Quelli che avrebbero aumentato le tasse, anzitutto sulla loro casa; quelli che avrebbero aperto le porte ai delinquenti e agli immigrati: cioè, lo stesso; quelli che avrebbero allargato ancora lo spazio dello stato e ridotto quello del privato. Non ne avevano ... "paura"?

Argomenti riproposti, con successo, nella breve parentesi del secondo governo Prodi. Neppure due anni di navigazione faticosa e affaticata, poi il naufragio. Nelle acque torbide della delusione. A poco è servito il tentativo di Veltroni di voltar pagina, cancellare il passato. Un nuovo partito, una nuova strategia, da soli da soli! Opposizione senza pregiudizio e senza antagonismo, Berlusconi: avversario mai più nemico. Troppa la delusione retrospettiva. Al punto da rendere inutile e controproducente il tentativo di rimuovere il passato - insieme a Prodi. Da ciò la vittoria schiacciante di Berlusconi, sopravvissuto alla delusione, emerso da un mare di delusione. E ora là, luminoso faro nella nebbia della delusione. Un sentimento che, sei mesi dopo il voto, non si è dissolto, ma, al contrario, continua a crescere. Una foschia grigia e densa.

D'altronde, non ne va bene una. La crisi economica e finanziaria deborda. I prezzi sono fuori controllo. La paura della criminalità non flette. La fiducia nel futuro... da che parte sta il futuro? E poi, nessuna promessa mantenuta. Le tasse? Non caleranno. Alitalia? Affonda. Neanche nel calcio le cose vanno bene. La Nazionale ha perso gli europei. (Altro che ai mondiali del 2006, quando c'era Prodi ...). Eppure, il rapporto fra il governo e il paese; fra Berlusconi e gli elettori non ne risente. Al contrario: i livelli di fiducia crescono. Piove, anzi, tempesta: governo virtuoso. Edmondo Berselli, su Repubblica, ha sostenuto questa inversione di tendenza vi sia l'affermarsi di una forma di comunicazione politica. Anzi di un "format". Interpretato, sulla scia del Cavaliere, maestro insuperato, da alcuni attori politici abili. Anzitutto, Brunetta, il persecutore dei fannulloni annidati nel pubblico impiego. Poi, la Gelmini, domatrice dei professori e dei maestri, incapaci di educare e disciplinare i nostri figli. Maroni, difensore degli italiani dall'invasione minacciosa di stranieri e rom. Infine, perfino la Carfagna, alla caccia di prostitute e clienti, da punire direttamente sulla strada; Un format che comunica in modo semplice problemi complessi; personalizzando le paure e le crisi, attraverso bersagli facili da colpire, che riflettono il senso comune e spostano il flusso della sfiducia e della delusione lontano dal governo.

Così la maggioranza degli italiani, riconoscente, si stringe intorno al governo, che li difende dalla minoranza deviante: professori, maestri, statali, immigrati, puttane. E dai piloti e i sindacati, colpevoli del possibile fallimento di Alitalia. Loro, non la politica che ha governato - e retto - le sorti della compagnia di bandiera per anni, decenni. Oltre ogni ragionevole ragione. Loro, che, pochi mesi fa, apparivano vittime del disegno del centrosinistra di svenderli agli stranieri, insieme alla compagnia.

Tuttavia, oltre al format comunicativo del governo, c'è un'altra spiegazione. E' che ci siamo abituati, assuefatti alla delusione. Non la consideriamo uno emergenza, di cui ha colpa, anzitutto, chi manovra le leve di governo. Ma una situazione normale, per quanto sgradevole. Come la nebbia in val padana d'inverno e le zanzare d'estate. Gli italiani: non possono non dirsi delusi. A prescindere. Perché nessuno, è stato capace di sanare i bilanci, abbassare le tasse, rilanciare l'economia, ridurre la paura della criminalità. E se anche avvenisse, non ce ne accorgeremmo. D'altronde, anche se i crimini sono diminuiti, la paura è cresciuta lo stesso. E se il tasso di criminalità in Italia è tra i più bassi d'Europa, noi restiamo il paese europeo più impaurito e deluso. Il più sfiduciato. Chiunque ci governi. Berlusconi o Prodi.

Per cui, dopo aver provato, invano, a invertire la rotta con il voto, cambiando governo e maggioranza, gli italiani si sono rassegnati. Così, oggi che la delusione è penetrata dovunque: nelle case, nelle famiglie nei vicoli, nei programmi tivù, negli indici di borsa che sembrano bollettini di guerra, nelle stime dei mercati, della produzione e dei consumi: oggi che la delusione è dappertutto, gli italiani hanno smesso di considerarla un accidente. La considerano una perturbazione durevole, uno stato di necessità. Che non è il caso di imputare a qualcuno.

D'altronde, chi c'era prima ha fatto di meglio? E' riuscito a darci fiducia? A renderci felici? Allora, inutile ritorcere la nostra rabbia, la nostra delusione, su chi governa oggi. Teniamocelo. Accontentiamoci. Tanto più se riesce a consolarci e a offrirci capri espiatori, a suggerirci che non è colpa nostra (né tanto meno sua). Ma se la delusione non costituisce più uno strumento di delegittimazione del governo, né un metodo di opposizione, allora - scusate la tautologia - per fare opposizione la delusione non serve. Non solo, ma diventa dannosa. Un boomerang. Per fare opposizione occorrerebbe, al contrario, spingere la delusione più in là. Generare speranza, non nuove illusione. Ma la speranza è un attributo del futuro. E il futuro, per ora, è solo una speranza. Pardon: un'illusione, che in pochi si ostinano a coltivare.

Ps sulla delusione e sulla rassegnazione: dopo il fallimento della trattativa per Alitalia se ci fate caso d'improvviso il treno è diventato molto più bello... Tutti scrivono che è più attraente, che sostituirà con la nuova Alta Velocità le rotte interne della compagnia di bandiera, e che di sicuro diventerà sempre più bello... Dei ritardi e di tutto il resto non si sente quasi più: ci siamo rassegnati anche a quello....

lunedì 28 luglio 2008

Olimpiadi 2008: due piccoli vademecum se partite per Pechino...

In attesa di sapere se, viste le foto della "nebbia" di smog pubblicate oggi sul sito di Repubblica.it (che corredano in parte il post), il comitato olimpico internazionale deciderà di assegnare i prossimi giochi olimpici a Milano per la "migliore qualità dello smog", posto qui sotto due articoli presi dal blog di Federico Rampini che la dicono lunga sul totale fallimento di uno dei principi cardine in base a cui erano stati assegnati i Giochi del 2008 alla Repubblica Popolare Cinese: l'apertura del Paese alla democrazia e ai valori libertari dell'occidente...

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Una rivoluzione democratica annunciata dal capo della polizia. Così è apparso l’annuncio dato ieri da Liu Shaowu, numero uno della pubblica sicurezza ai Giochi olimpici di Pechino. “Se qualcuno vorrà organizzare manifestazioni durante le Olimpiadi – ha dichiarato Liu in una conferenza stampa – inviteremo a farlo in tre aree pubbliche che abbiamo destinato a questo scopo”.

Designare delle zone speciali per le manifestazioni, è una consuetudine nelle città che ospitano i Giochi. Serve a evitare interferenze con la complessa macchina organizzativa e il traffico caotico di decine di migliaia di visitatori. Ma Pechino non è Atene né Sidney né Atlanta. E’ la capitale di un regime autoritario, dominato da un partito comunista che non ammette opposizioni. Come provarono sulla propria pelle gli studenti a Piazza Tienanmen nel 1989, qui la libertà di espressione esiste solo sulla carta: cioè nella Costituzione della Repubblica Popolare, uno dei testi giuridici meno applicati del mondo. Ma Liu Shaowu ieri è stato tassativo. Ha aggiunto l’indicazione dei luoghi eletti, dove sarà consentito organizzare cortei, comizi e sit-in all’aperto. Si tratta del parco Ritan, del parco Zizhuyuan (detto del Bambù Purpureo) e del World Park.
Qualcuno ha storto il naso perché gli ultimi due sono in sostanza dei parchi-attrazione, ed è un po’ come se il sindaco di Parigi costringesse le manifestazioni a svolgersi dentro Eurodisney. Non importa: se davvero la promessa sarà mantenuta, la novità è di rilievo. Sarebbe il primo gesto importante del governo cinese per venire incontro alle pressioni internazionali, e rispettare gli impegni presi quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi. Era il 2001: in occasione della vittoria di Pechino i leader comunisti fecero promesse solenni sui progressi dei diritti civili. La rivolta del Tibet a marzo è stata un brutale richiamo alla realtà. Il mondo intero ha visto crollare le speranze che questi Giochi presentassero una Cina dal volto più tollerante. Da allora molti governi hanno continuato a premere sul presidente Hu Jintao per ottenere qualche concessione: l’avvio di un dialogo vero con il Dalai Lama, la liberazione di qualche prigioniero politico. George Bush e Nicolas Sarkozy hanno escluso un boicottaggio della cerimonia inaugurale, speranzosi che la loro presenza qui a Pechino l’8 agosto possa incoraggiare il regime ad aprirsi. L’annuncio del capo della sicurezza a due settimane dall’inaugurazione è stato accolto con un sospiro di sollievo nelle cancellerie occidentali, e al Comitato olimpico internazionale: la conferma che i Giochi sono serviti a qualcosa.

Il diavolo sta nei dettagli. E sui dettagli Liu Shaowu ieri è stato sibillino.”La polizia – ha precisato – proteggerà il diritto di manifestare, nella misura in cui i manifestanti abbiano ottenuto la preventiva approvazione delle autorità, e si comportino nel rispetto della legge”. La legge in questione prevede che il permesso per una manifestazione venga richiesto con cinque giorni di anticipo all’ufficio di pubblica sicurezza; i promotori devono presentarsi di persona e sottoporsi a un interrogatorio sullo scopo dell’evento pubblico, gli slogan che saranno usati, gli eventuali oratori, il numero previsto di partecipanti. Nel manualetto diffuso in questi giorni a Pechino – Guida dei Giochi per lo Straniero – si ricorda che sono proibite azioni che “minacciano l’unità nazionale, danneggiano l’ordine pubblico, turbano la stabilità sociale, o incoraggiano il separatismo etnico”. Su queste basi saranno permesse manifestazioni per il Tibet, il Darfur o la Birmania?

Il concetto di stabilità sociale è interpretato in maniera molto estesa. Dopo il terremoto nel Sichuan sono stati arrestati molti genitori che protestavano per la morte dei figli schiacciati dal crollo delle scuole: i familiari chiedevano indagini sul mancato rispetto delle norme antisismiche, puntavano il dito contro la corruzione della nomenklatura che ha consentito gli abusi edilizi. Per “turbare la stabilità sociale” è sufficiente mettere in discussione l’autorità suprema del partito. Lo sanno i dissidenti di Pechino. Jiang Tianyong, un noto avvocato difensore dei perseguitati politici, ha tentato più volte in passato di farsi autorizzare una manifestazione ed è sempre stato respinto. “Temo che sia solo una messinscena per stranieri”, ha commentato ieri dopo l’annuncio del capo della polizia.Le autorità del resto stanno facendo il possibile perché non ci sia proprio nessuno che voglia manifestare durante i Giochi. Si sono moltiplicate le restrizioni burocratiche per la concessione dei visti ai visitatori stranieri, col risultato che le previsioni sugli arrivi sono crollate da un milione a 150.000 (gli albergatori disperati per il flop stanno offrendo sconti fino al 30% sulle camere). I filtri dei consolati cinesi all’estero dovrebbero impedire l’arrivo di militanti di Amnesty International o Free Tibet.

Anche sulla popolazione locale è in atto una pulizia selettiva. I lavoratori immigrati sono stati “esortati” a tornarsene a casa per il periodo dei Giochi, soprattutto se appartengono alle minoranze etniche sospette, i tibetani e gli uiguri musulmani. Ufficialmente per prevenire attentati terroristici, 110.000 poliziotti già presidiano la capitale, con l’ausilio di 500.000 volontari che effettuano ronde di quartiere e segnalano ogni attività sospetta. Un cordone di posti di blocco impedisce l’accesso alla capitale per quei contadini disperati che portano petizioni di protesta contro gli abusi subiti: sequestri illegali di terreni, estorsioni di tangenti. Li Heping, un legale che più volte ha preso la difesa dei contadini, rivela che la polizia lo ha “invitato ad andarsene da Pechino” durante i Giochi. “Quando arriveranno i giornalisti dall’estero non troveranno più nessuno con cui parlare”, osserva sconsolato.

I più ottimisti vogliono sperare che la promessa di Liu Shaowu non sia una beffa, che qualche manifestazione possa svolgersi davvero, e che questo crei un precedente per il futuro. Il governo cinese vuole convincerci. Ha perfino fatto stampare decine di migliaia di Bibbie che farà trovare nelle camere del Villaggio olimpico. Ieri ha annunciato anche che gli atleti disporranno di appositi “luoghi di meditazione”, perché chi lo desidera possa dedicarsi ai propri riti religiosi.
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Guida dello Straniero ai Giochi

Il vostro bagagliaio potrebbe essere ispezionato per verificare che non contenga bandiere. E’ vietato esibirle ai Giochi: non si sa mai che abbiate infilato in valigia l’emblema nazionale del Tibet. E’ proibito anche introdurre nel paese “libri, articoli e file di computer il cui contenuto è dannoso per la politica, la cultura, la morale e l’economia della Cina”. La definizione è abbastanza vasta da consentire l’arbitrio più totale di chi farà i controlli, se vorrà farli.

La Guida dello Straniero ai Giochi, diffusa dalle autorità locali con 57 domande-risposte, precisa anche questo: “Gli stranieri non devono danneggiare la sicurezza nazionale o l’ordine sociale della Cina”. Un principio così generale di per sé è incontestabile; nella sua applicazione concreta ha una portata assai diversa qui a Pechino, di quella che poteva avere ad Atene. La definizione di ordine sociale qui è molto ampia. E chi stabilisce se lo avete turbato non deve rendere conti a nessuno. La polizia può arrestare e detenere un cittadino straniero per 8 giorni senza avvisare le sue autorità consolari, senza dargli la possibilità di un’assistenza legale. Da non dimenticare: un cittadino straniero è tenuto ad avere sempre con sé il passaporto, unico documento d’identità che può usare qui nella Repubblica Popolare.

Anche ammesso che non veniate qui per manifestare solidarietà al popolo tibetano, la Pechino che vi accoglierà è un po’ meno divertente del solito. La paranoia della sicurezza ha ispirato un coprifuoco delle discoteche alle due del mattino: un’orario in cui un tempo la movida pechinese cominciava a entrare nel vivo. Molti ritrovi sono stati chiusi con i pretesti più disparati: dal mancato rispetto delle regole igieniche alla lotta contro la prostituzione; spesso in realtà si tratta di locali alternativi dove era possibile ascoltare musica e incontrare amici in un’atmosfera rilassata e tollerante.

Per quanto il regime ce la stia mettendo tutta per rendere noiose le Olimpiadi, gran parte della vitalità spontanea di questa metropoli resta intatta. Per fortuna Pechino è troppo grande, e i pechinesi sono troppi perché le nuove regole di sicurezza riescano davvero a spegnere l’allegrìa spontanea, la vivacità dei quartieri popolari, l’abitudine di vivere all’aperto d’estate, di giocare, mangiare, bere e divertirsi in un caos chiassoso. Dettaglio non banale: malgrado le sue immense dimensioni e le crescenti diseguaglianze sociali, la criminalità è ancora bassa. Pechino è mediamente più sicura di tante città europee.

Alcune regole di autodifesa per il visitatore: l’acqua del rubinetto non è veramente potabile; i vaccini non sono obbligatori ma l’epatite è un rischio reale ed è sconsigliabile mangiare verdura curda. Il kit di farmaci essenziali deve contenere un medicinale anti-diarrea. La diffusione dell’inglese resta limitata. Il mandarino che credete di pronunciare usando i manualetti per turisti risulta incomprensibile ai cinesi nel 90% dei casi: è una lingua tonale, dove i significati variano come se ogni sillaba fosse una nota musicale. I cinesi sono, in buona sostanza, degli individualisti anarchici. Nonostante il regime autoritario, appena possibile ognuno aggira le regole. Occhio allora quando attraversate le strade, il pedone non gode di nessun rispetto. Nelle file armatevi di santa pazienza: alla biglietteria di un museo o della stazione ferroviaria, almeno venti cinesi vi passeranno davanti sgomitando, prima ancora che ve ne siate accorti. E a dispetto delle campagne governative sulla “educazione alle buone maniere”, continuano a sputare per terra.

Ma se li prendete per il verso giusto li troverete gioviali, spontanei, simpatici, divertenti, amichevoli e ospitali.

(Dedicato a chi sta per spiccare il volo per la prima volta verso Pechino)

venerdì 16 maggio 2008

Nè bene nè male.

Oggi su Repubblica.it trovavo questi due piccoli video-inchiesta a firma di Valeria Teodonio e Fabio Tonacci sul campo nomadi Casilino 900, il più antico di Roma dove vivono circa 650 persone, che rischia di essere chiuso dalla nuova amministrazione Alemanno.




Il primo riporta il punto di vista dei rom del campo...



e il secondo quello dei residenti in zona.




Poi sul blog di Macchianera ho trovato questa presunta lettera di un Rom proprio da questo campo, che dovrebbe essere ironica, scritta pare da tal Bruno Ballardini...


"Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Gentile Diretore de Machianera,

noi del campo nomadi Casilino 900 de Roma voliamo protestare de la discriminazione che ce fate tuti i giorni che ce scambiate per i zingari ma noi non siamo i zingari queli sono i Rom che sono dilinquenti noi siamo zingari veri che stiamo qua in vostra bela città e faciamo qualche lavoreto pe campà qualche gioco dele tre carte che mentre guardi i bambini te portano via il portafolio però e un gioco e poi te lo restituiamo mica come i Rom che se lo tengono queli sono dilinquenti e poi noi faciamo altre cose buone vendiamo i fiori ali inamorati nel ristorante i fiori che li prendiamo al cimitero mica li rubiamo e poi se non li comprano li faciamo un altro gioco li diciamo le parole sotovoce che quando tornano a casa pe scopà non ci riescono però e un gioco che ce lo insegnano le nonne ma non fa niente anche noi dobiamo campà e poi faciamo altre cose però Gentile Diretore io sono cosovaro se propio dovete veni' co le ruspe magari andate nella parte est del campo a butà giù le barache dei bosniaci che propio me stanno sul cazzo e i macedoni te li racomando forse se salvano i montenegrini ma li discriminate ancora de più perché credete che sono picoli negri de montagna e invece sono propio zingari come noi ma no come i Rom eh queli sono dilinquenti noi siamo brava gente che se vieni qua faciamo una festa e te facio scopare anche mia figlia e invece i Rom te fanno la festa. Gentile Diretore se parli col nuovo sindaco diciglielo che noi voliamo restare e per favore mandate le ruspe solo ai bosniaci che mi hano scipato un portafolio che lo avevo trovato per caso in centro.


Suo afezionato letore


Goran
"


...e non ho capito più da che parte stare....

lunedì 12 maggio 2008

3000 c..i in 3 anni per il guardone da record.

Ok, un bel fondoschiena per strada lo guardiamo tutti credo, ma qui si esagera...

Da Repubblica.it la storia assurda di oggi di uno dei più grandi guardoni di tutti i tempi, e le foto della conferenza stampa dell'operazione dei carabinieri (notate dove guarda il carabiniere nella seconda... :). Immagino che si saranno divertiti a proiettare su grande schermo il "best of" frutto di un'accurata selezione del meglio dei tre anni di lavoro di quest'uomo...
Avrei voluto vedere le facce di questore e giornalisti, ma soprattutto sentirne i commenti... :)

VENEZIA, GUARDONE DA RECORD IMMORTALA TREMILA FONDOSCHIENA

A Piazza San Marco un carabiniere ha sorpreso un padovano 38enne con una telecamera nascosta in una sacca riprendeva il 'lato B' delle ignare turiste. Denunciato per l'ipotesi di reato di interferenza illecita nella vita privata

VENEZIA - Tremila sederi immortalati in tre anni. E tutti appartenenti a belle e inconsapevoli ragazze che si trovavano a passare per piazza San Marco. Il guardone da guiness è un professionista padovano di 38 anni, bloccato dai carabinieri di Venezia durante una delle sue scorribande, armato di una video camera nascosta in un borsone.

L'uomo, ieri, girava nella piazza simbolo di Venezia, impegnato nella sua attività da voyeur. Ma il borsone ha insospettito un carabiniere in servizio nel nucleo navale. Il militare lo ha tenuto d'occhio fino a quando il professionista si è avvicinato, in modo equivoco, ad una ragazza che, con una minigonna, si stava chinando per raccogliere una cosa da terra.

Durante la perquisizione è spuntata dalla sacca una videocamera digitale che l'uomo comandava attraverso i manici del borsone, in modo da inquadrare il 'lato B' delle giovani più carine. Nella borsa i militari hanno anche trovato alcuni dvd che documentano l'attività pluriennale di guardone. La sua ultima incursione, però, gli è costata una denuncia per l'ipotesi di reato di interferenza illecita nella vita privata.

venerdì 11 aprile 2008

Milano, record di maschi depressi.

Uao, che bello! Dal sito de "La Repubblica" di Milano...

Quest'estate andrò giusto a lavorare lì per l'ultimo stage del master... :-) L'ultima volta che ci sono andato in effetti ero ancora parte di una coppia, o almeno così credevo: poi sono tornato da solo... Uè, và che fortuna che mi porta Milàn! :-)

Milano, record di maschi depressi

È il record nazionale. Pesano carriera e famiglia, il crollo tra i 30 e i 40 anni. Il 3% degli uomini colpito dalla malattia contro il 2,5 di Roma e il 2 di Palermo. La crisi quando si lascia il guscio protettivo dei genitori. Se la situazione degenera spesso si preferisce l´automedicazione, e dallo psichiatra si arriva a patologia avanzata.

di Laura Asnaghi

Andrea, trent´anni, una carriera da manager, non ci voleva credere. «Io depresso? Vi sbagliate. È solo stress. Mi prendo un weekend di pausa e torno come prima». Ma il fine settimana al mare non è servito a migliorare l´umore di Andrea. Lui, che era sempre stato uno studente modello della Bocconi, dopo qualche anno di lavoro ai vertici di grandi aziende multinazionali si era logorato. Perdeva la calma per un nonnulla, tirava pugni sulla scrivania e, in auto, diventava una belva se qualcuno davanti a lui andava troppo lento.

La storia di Andrea, che oggi è in cura al Fatebenefratelli, è quella che accomuna molti giovani milanesi travolti dalla depressione, malattia che, di solito, si pensa sia solo un dramma che riguarda le donne. Ma non è così. Secondo le ultime statistiche mediche a Milano il "male di vivere" colpisce almeno 60mila donne mentre gli uomini depressi sono più di 26mila. «Certo le donne sono più numerose ma l´incidenza della depressione tra i maschi è in forte crescita» spiega Claudio Mencacci, primario di psichiatria al Fatebenefratelli.

La depressione in chiave maschile sarà uno dei temi centrali di un convegno, "La prevenzione in psichiatria", che si tiene a Sondrio, in Valtellina, da oggi fino a domenica. Milano guida la classifica delle città italiane più esposte al rischio di depressione tra i maschi con il 3 per cento dei malati, pari a 26 mila casi. Al secondo posto c´è Torino con il 2,8 per cento e 21.500 pazienti, al terzo posto si colloca Roma con il 2,5 per cento e 47.500 depressi. Seguono Napoli con il 2,4 per cento di malati (pari a 20mila casi) e Palermo con il 2 per cento (14mila casi).

Ma perché Milano detiene il primato? «Qui ci sono condizioni ambientali che rendono la vita più dura - spiega Mencacci - spesso si pretende dai maschi di essere dei professionisti Superman, brillanti e capaci. Ma oltre alla carriera si richiedono performance d´alto livello anche sul fronte familiare. Non tutti reggono la sfida». Così l´ansia cresce e la paura di non essere all´altezza della situazione si traduce prima in disagio e poi in malattia vera e propria.

Chi ne soffre di più sono i maschi, dai 30 ai 40 anni, nel pieno della loro carriera. «Per alcuni uomini riuscire a fronteggiare tutte queste sfide diventa uno sforzo intollerabile - spiega Mencacci - molti diventano cupi, irascibili e il loro malumore spesso degenera in quello che noi medici definiamo "la caduta della performance" che significa difficoltà a concentrarsi nel lavoro e disinteresse verso la famiglia e la vita». Ma i maschi, a differenza delle femmine, non ricorrono subito ai medici. Anzi, se ne tengono ben alla larga. «Prima di trovare il coraggio di farsi curare passano mesi - ricorda Mencacci - c´è chi si auto-prescrive farmaci contro l´ansia, chi si rifugia nell´alcol e chi non trova più neanche la forza di uscire di casa».

Risultato: quando i maschi si arrendono all´evidenza e bussano alla porta di uno psichiatra la loro malattia è a uno stadio avanzato. «Le cure sono a base di farmaci, psicoterapia e, se possibile, sport - conclude Mencacci - perché il calcio, il tennis o lo sci aiutano a ritrovare la voglia di vivere. Dalla depressione si esce ma il cammino è lungo. Soprattutto per i maschi: proprio perché fanno di tutto per evitare di ammettere di aver bisogno d´aiuto».

martedì 1 aprile 2008

L'inconsapevole ironia sui muri :-)

Italiani: popolo di santi, eroi e navigatori. Ma più di tutto, di grandi umoristi... Dedicata allo zio Gino, che so essere un grande e appassionato collezionista, una piccola galleria degli strafalcioni più o meno intenzionali che dominano i muri di tutta l'Italia!

Cliccate sulle immagini per allargarle, e buon divertimento...

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Qualunque Italia sia, basta che ci sia gnocca e va bene...
..e anche Silvio è daccordo!
Rialzati Italia... Ma prima finisci... :)Oppure resta a nanna e sogna...EVVIVA, CI SONO IDEE!!!!!...e divertiti!
Stupore dai muri....Italia in svendita!Se non sopravvive lui...Politica e bistecche.Per rialzare il Paese? Bastano 3 giorni...
No comment!
Che la politica sia un circo si sa...Al massimo si affittano!Dietro la maschera...
A kind of magic.
...e Cita vicesindaca!
...più bòna!I veri valori.
Prossimamente il 3x2...
Meglio tardi che mai!Se voti così allora sei fuori...
E qui la nota triste... Guardate quanta carta sprecata... Ci sono più strati sui muri che ere geologiche in Terra...

Vabbè, finchè c'è vita c'è speranza! In bocca al lupo, Italia!

Per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui, altre locandine le potete trovare qui, sull'apposita sezione del sito di Repubblica.it dedicato ai manifesti elettorali da dove proviene anche tutto questo piccolo "Best of"!

Sperando che abbiate gradito, appuntamento alla prossima... :)