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martedì 16 giugno 2009

Live streaming from Teheran: per non abbandonarli

Per seguirli, non abbandonarli e aiutarli, per quello che si puo'. Perché a Teheran, per protestare per la libertà, si muore. E abbiamo il dovere di non ignorarlo.


Guida web (Blog, video, testi e immagini) per seguire in tempo reale la situazione a Teheran

15 Giugno 2009 -- Scontri in tutta l'area centrale della Capitale - Tutti mezzi di comunicazione tradizionali sono stati oscurati, le linee telefoniche bloccate, fermate le troupe di Cnn e Bbc e molti inviati stranieri, arrestati decine di giornalisti iraniani -

Tehran24 http://tehranlive.org/ - è un fotoblog sulla capitale dell’Iran, con foto e video delle manifestazioni e degli scontri.

Elenco di blogger da Teheran e altre città dell'Iran per aggiornamenti minuto per minuto attraverso Twitter: http://www.simoncolumbus.com/2009/06/15/english-language-twitterers-in-iran/

NinaBlog: Immagini e video inediti continuamente aggiornati da Teheran http://blog.360.yahoo.com/blog-9mvJzPo_fqHr6p6PtCCs - (Grazie a Clementina Raso per la segnalazione)

The Lede è un blog del New York Times. I corrispondenti Robert Worth e Nazila Fathi pubblicano dati, video e informazioni in tempo reale: http://thelede.blogs.nytimes.com/2009/06/13/landslide-or-fraud-the-debate-online-over-irans-election-results/

The Daily Dish http://andrewsullivan.theatlantic.com/the_daily_dish/ - è il blog di Andrew Sullivan, collaboratore dell’Atlantic Monthly e columnist di "Internazionale"

Liveblog del Guardian - http://www.guardian.co.uk/news/blog/2009/jun/15/iranian-elections - , aggiornato minuto per minuto con link a notizie e analisi.

Per tutti i blogger dei Paesi soggetti a limitazioni sulla libertà di stampa, ricordo l'utile manuale per bloggere cyber dissidenti pubblicato da Reporter Senza Frontiere lo scorso 2008, che spiega come bloggare ed eludere i filtri nei Paesi soggetti a restrizioni (come é in questo momento l'Iran).

Ne avevo già parlato nel blog, e potete trovarlo e scaricarlo cliccando qui! Se qualcuno é in contatto con qualche iraniano, magari fateglielo avere!

venerdì 17 aprile 2009

"The Pirate Bay": una sentenza arrogante che non risolve nulla

Dal blog di Vittorio Zambardino, dopo la condanna in Svezia dei gestori del sito The Pirate Bay, rei di aver agevolato lo scambio di file protetti da copyright facendo perdere milioni alle major del settore.

I PIRATI E I LORO CATTIVI GIUDICI

E’ una sentenza molto “mainstream”, quella che oggi condanna i gestori di The Pirate Bay a varie pene detentive e a un forte risarcimento verso quelle Major dell’intrattenimento che avevano fatto richieste anche più ingenti. E’ una brutta sentenza: che si “incastra” bene con le intenzioni punitive del governo francese, di quello inglese, e di quello italiano. Ed è un errore.

A pochi minuti dalla decisione del tribunale di Stoccolma, la blogosfera comincia a commentare, ma ci vorrà del tempo prima che un’opinione prenda forma. Non è difficile prevedere che sarà negativa. Intanto ecco TechDirt (in inglese) che sostiene che quella è “un’occasione perduta per l’industria dell’intrattenimento”. Vedremo cosa significa: intanto TechDirt in questi giorni sta riproponendo un tema importante: che la capacità delle macchine digitali e della rete di riprodurre e copiare indefinitamente hanno introdotto nella rete il concetto di “zero”. Hanno cioè smontato in modo irreversibile il conseguimento del profitto sulle opere dell’ingegno.

Sembra di sognare, eppure questo dato, che è chiaro, elementare, percepibile a chiunque guardi oltre l’orizzonte della propria scrivania, non viene colto dall’establishment industriale e politico.

La creatività e l’industria - Per essere chiari e onesti fino in fondo, il male che affligge la musica e il cinema, è lo stesso, anche se i sintomi sono diversi, che ha preso i giornali e in parte la tv. La riproducibilità totale del contenuto punta a distruggere il modello produttivo che finora ha presieduto all’attività di quelle industrie. Che per il momento studiano solo reazioni giudiziarie e/o politiche, invece di dedicarsi a nuove stretegie commerciali. I loro responsabili profetizzano la morte delle creatività e delle professioni che quelle industrie reggono: fare il musicista, il regista, il giornalista. Che è una bella sovrapposizione: il mondo avrà sempre bisogno di chi suona, racconta e informa. Il punto è in quali forme, canali, supporti.

Non facciamola lunga - l’argomento sarà ripreso - ma vale davvero assai poco produrre informazione terroristica, come ha fatto l’industria cinematografica italiana in un rapporto diffuso ieri: bambini che non sanno disegnare, cinema che chiudono, film che non si fanno più. O come fanno i nostri politici, di maggioranza e qualche volta di opposizione, quando parlano di social network come luoghi di abominio, magari con la consulenza degli industriali del cinema seduti accanto a loro, preoccupati perché le loro fiction finiscono su YouTube - a pezzi, niente paura.

Il rischio vero di guardare indietro - Questa cattiva informazione produce un rischio politico gravissimo. Devono saperlo tutti coloro che danno qualche importanza alla parola libertà.

Perché per difendere l’industria del contenuto, si preparano fili spinati e pene assurde: querele per i blogger, cause per chi scarica un film, sospensioni della connessione internet. In Francia, dove sono meno ipocriti, si ipotizza che gli utenti internet debbano, in un futuro non lontano, navigare solo all’interno di liste note di siti e quindi “autorizzati”. Noti all’autorità. In un articolo del nostro decreto sicurezza si conferisce al governo, cioè all’autorità politica, il diritto di decidere se una pagina viola le legge e chiudere magari tutto il sito. Cioè il governo decide cos’è reato in una manifestazione della libertà d’espressione.

Un piccolo passo grave - No non siamo noi che facciamo confusione fra argomenti: è proprio così, passare dal blocco del “pirata” ai controlli di massa e alla repressione della libertà di espressione, è un passo nella direzione più catastrofica. Un piccolo passo grave.

E’ il potere - che da noi è particolarmente intrecciato e confuso tra industria e politica - che fa volutamente confusione.

La ricerca creativa del nuovo - Allora via libera al “pirata”? Sono molte le cose che si potrebbero fare. Una rilfessione sui modelli di business ha portato Steve Jobs a creare con iTunes un meccanismo virtuoso di distribuzione della musica. Miliardi di brani venduti. Venduti.

Se non si fa il passo e non si riesce a capire che il “pirata” siamo moi, i nostri figli e che pirateria è il nuovo mercato, la nuova società, si rimane fermi al palo del delirio reazionario e repressivo. Bisogna inventare nuovi business, nuovi modi di vendere, nuove professioni. Perfino la repressione va ripensata per distinguere tra repressione del contrabbando e consumi personali…

Tanto non guarirete un’industria malata. Riuscirete solo a produrre una solida, diffusa, cultura autoritaria.

giovedì 31 luglio 2008

Beijing, ultimo capitolo: censurato anche il web.

Che dire, lo si poteva immaginare: ma credo che chi nel 2001 ha preso quella solenne cantonata che fu l'assegnazione alla Cina dei giochi olimpici del 2008 forse ora se ne sia definitivamente reso conto....
Eppure vorrei tanto andarci, provare a capire, provare a parlare con la gente anche se so che probabilmente non riuscirei a fare nulla di tutto ciò... Ma mi piacerebbe, per una volta, vedere al di là della cortina di fumo che mettono i regimi...

Dal sito di Repubblica.it:

A pochi giorni dal via, è diventato evidente l'intreccio di limitazioni alle libertà e di pesanti paletti all'informazione
PECHINO, I GIOCHI CENSURATI - LE MANCATE PROMESSE DEI CINESI
Cade così la speranza che le Olimpiadi potessero portare novità positive. Le vicende tibetane e le proteste sulla fiaccola hanno provocato arroccamento

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Il primo dicembre 2006, Pechino annunciava che di lì a poco sarebbero scomparse le ultime restrizioni sulla libertà di circolazione per noi giornalisti stranieri sul territorio della Repubblica Popolare. Il giorno dopo, nel descrivere quel provvedimento, scrivevo su Repubblica: "I Giochi del 2008 semineranno qualche germe di cambiamento in questa Cina". Quella previsione, ahimé, si è avverata nella direzione diametralmente opposta.

I reporter stranieri che arrivano in questi giorni, e che si aggiungono a noi corrispondenti permanenti per coprire le Olimpiadi, trovano una Cina per molti aspetti peggiorata dal 2006. Quello che colpisce subito i nuovi arrivati, naturalmente, è l'insopportabile groviglio di restrizioni alla nostra libertà. Non possiamo andare in Tibet. Non possiamo usare una webcam su Piazza Tienanmen, né in alcuno degli stadi olimpici. Non possiamo accedere a diversi siti Internet oscurati dalla censura.

Dietro questi limiti che ci colpiscono direttamente, c'è una situazione ben più drammatica per i cinesi. Rispetto alla tradizionale mancanza di libertà di informazione c'è stato un ulteriore arretramento. Proprio in vista dei Giochi il governo ha "ripulito" la capitale dei potenziali disturbatori dell'ordine: dagli immigrati che appartengono alle minoranze etniche tibetana e uigura, ai dissidenti, agli avvocati che difendono cause umanitarie. Alcuni di questi attivisti oggi sono agli arresti domiciliari per impedire che entrino in contatto con gli stranieri.

Che cos'è accaduto dunque perché le speranze accese nel dicembre 2006 si vanificassero così brutalmente? Gran parte della spiegazione sta negli avvenimenti tragici di questa primavera, che hanno colto la leadership cinese impreparata, e hanno provocato una reazione furibonda. La rivolta del Tibet a metà marzo, seguita dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, hanno provocato un arroccamento. Il regime di Pechino ha vissuto improvvisamente un incubo: il rischio che questi Giochi con l'accresciuta visibilità che comportano, diventino un'occasione per un "processo virtuale" alla Cina, ai suoi abusi contro i diritti umani, ai suoi gravi ritardi sul terreno delle libertà individuali.

La reazione della nomenklatura ha fatto appello al riflesso condizionato del vittimismo nazionalista: il popolo cinese è stato chiamato a serrare i ranghi contro "l'offensiva" degli stranieri. In questo clima di unità nazionale, invocato per difendere l'immagine della Repubblica Popolare, gli spazi di tolleranza che si erano aperti negli ultimi anni si sono nuovamente ristretti. Ogni voce critica è catalogata come un "sabotatore" dei Giochi, un nemico della patria. La censura è tornata ad avere carta bianca.

Anche le maggiori libertà che erano state promesse a noi giornalisti stranieri sono state revocate, per effetto di questo clima. Ma le vere vittime non siamo noi: sono le tante voci di dissenso che negli ultimi anni avevano trovato nuovamente il coraggio di farsi sentire in Cina, e ora tacciono in attesa di tempi migliori. In attesa che passi la "nottata" dei Giochi, un avvenimento che paradossalmente ha fatto fare ai leader cinesi un grande balzo all'indietro.

lunedì 28 luglio 2008

Olimpiadi 2008: due piccoli vademecum se partite per Pechino...

In attesa di sapere se, viste le foto della "nebbia" di smog pubblicate oggi sul sito di Repubblica.it (che corredano in parte il post), il comitato olimpico internazionale deciderà di assegnare i prossimi giochi olimpici a Milano per la "migliore qualità dello smog", posto qui sotto due articoli presi dal blog di Federico Rampini che la dicono lunga sul totale fallimento di uno dei principi cardine in base a cui erano stati assegnati i Giochi del 2008 alla Repubblica Popolare Cinese: l'apertura del Paese alla democrazia e ai valori libertari dell'occidente...

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Una rivoluzione democratica annunciata dal capo della polizia. Così è apparso l’annuncio dato ieri da Liu Shaowu, numero uno della pubblica sicurezza ai Giochi olimpici di Pechino. “Se qualcuno vorrà organizzare manifestazioni durante le Olimpiadi – ha dichiarato Liu in una conferenza stampa – inviteremo a farlo in tre aree pubbliche che abbiamo destinato a questo scopo”.

Designare delle zone speciali per le manifestazioni, è una consuetudine nelle città che ospitano i Giochi. Serve a evitare interferenze con la complessa macchina organizzativa e il traffico caotico di decine di migliaia di visitatori. Ma Pechino non è Atene né Sidney né Atlanta. E’ la capitale di un regime autoritario, dominato da un partito comunista che non ammette opposizioni. Come provarono sulla propria pelle gli studenti a Piazza Tienanmen nel 1989, qui la libertà di espressione esiste solo sulla carta: cioè nella Costituzione della Repubblica Popolare, uno dei testi giuridici meno applicati del mondo. Ma Liu Shaowu ieri è stato tassativo. Ha aggiunto l’indicazione dei luoghi eletti, dove sarà consentito organizzare cortei, comizi e sit-in all’aperto. Si tratta del parco Ritan, del parco Zizhuyuan (detto del Bambù Purpureo) e del World Park.
Qualcuno ha storto il naso perché gli ultimi due sono in sostanza dei parchi-attrazione, ed è un po’ come se il sindaco di Parigi costringesse le manifestazioni a svolgersi dentro Eurodisney. Non importa: se davvero la promessa sarà mantenuta, la novità è di rilievo. Sarebbe il primo gesto importante del governo cinese per venire incontro alle pressioni internazionali, e rispettare gli impegni presi quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi. Era il 2001: in occasione della vittoria di Pechino i leader comunisti fecero promesse solenni sui progressi dei diritti civili. La rivolta del Tibet a marzo è stata un brutale richiamo alla realtà. Il mondo intero ha visto crollare le speranze che questi Giochi presentassero una Cina dal volto più tollerante. Da allora molti governi hanno continuato a premere sul presidente Hu Jintao per ottenere qualche concessione: l’avvio di un dialogo vero con il Dalai Lama, la liberazione di qualche prigioniero politico. George Bush e Nicolas Sarkozy hanno escluso un boicottaggio della cerimonia inaugurale, speranzosi che la loro presenza qui a Pechino l’8 agosto possa incoraggiare il regime ad aprirsi. L’annuncio del capo della sicurezza a due settimane dall’inaugurazione è stato accolto con un sospiro di sollievo nelle cancellerie occidentali, e al Comitato olimpico internazionale: la conferma che i Giochi sono serviti a qualcosa.

Il diavolo sta nei dettagli. E sui dettagli Liu Shaowu ieri è stato sibillino.”La polizia – ha precisato – proteggerà il diritto di manifestare, nella misura in cui i manifestanti abbiano ottenuto la preventiva approvazione delle autorità, e si comportino nel rispetto della legge”. La legge in questione prevede che il permesso per una manifestazione venga richiesto con cinque giorni di anticipo all’ufficio di pubblica sicurezza; i promotori devono presentarsi di persona e sottoporsi a un interrogatorio sullo scopo dell’evento pubblico, gli slogan che saranno usati, gli eventuali oratori, il numero previsto di partecipanti. Nel manualetto diffuso in questi giorni a Pechino – Guida dei Giochi per lo Straniero – si ricorda che sono proibite azioni che “minacciano l’unità nazionale, danneggiano l’ordine pubblico, turbano la stabilità sociale, o incoraggiano il separatismo etnico”. Su queste basi saranno permesse manifestazioni per il Tibet, il Darfur o la Birmania?

Il concetto di stabilità sociale è interpretato in maniera molto estesa. Dopo il terremoto nel Sichuan sono stati arrestati molti genitori che protestavano per la morte dei figli schiacciati dal crollo delle scuole: i familiari chiedevano indagini sul mancato rispetto delle norme antisismiche, puntavano il dito contro la corruzione della nomenklatura che ha consentito gli abusi edilizi. Per “turbare la stabilità sociale” è sufficiente mettere in discussione l’autorità suprema del partito. Lo sanno i dissidenti di Pechino. Jiang Tianyong, un noto avvocato difensore dei perseguitati politici, ha tentato più volte in passato di farsi autorizzare una manifestazione ed è sempre stato respinto. “Temo che sia solo una messinscena per stranieri”, ha commentato ieri dopo l’annuncio del capo della polizia.Le autorità del resto stanno facendo il possibile perché non ci sia proprio nessuno che voglia manifestare durante i Giochi. Si sono moltiplicate le restrizioni burocratiche per la concessione dei visti ai visitatori stranieri, col risultato che le previsioni sugli arrivi sono crollate da un milione a 150.000 (gli albergatori disperati per il flop stanno offrendo sconti fino al 30% sulle camere). I filtri dei consolati cinesi all’estero dovrebbero impedire l’arrivo di militanti di Amnesty International o Free Tibet.

Anche sulla popolazione locale è in atto una pulizia selettiva. I lavoratori immigrati sono stati “esortati” a tornarsene a casa per il periodo dei Giochi, soprattutto se appartengono alle minoranze etniche sospette, i tibetani e gli uiguri musulmani. Ufficialmente per prevenire attentati terroristici, 110.000 poliziotti già presidiano la capitale, con l’ausilio di 500.000 volontari che effettuano ronde di quartiere e segnalano ogni attività sospetta. Un cordone di posti di blocco impedisce l’accesso alla capitale per quei contadini disperati che portano petizioni di protesta contro gli abusi subiti: sequestri illegali di terreni, estorsioni di tangenti. Li Heping, un legale che più volte ha preso la difesa dei contadini, rivela che la polizia lo ha “invitato ad andarsene da Pechino” durante i Giochi. “Quando arriveranno i giornalisti dall’estero non troveranno più nessuno con cui parlare”, osserva sconsolato.

I più ottimisti vogliono sperare che la promessa di Liu Shaowu non sia una beffa, che qualche manifestazione possa svolgersi davvero, e che questo crei un precedente per il futuro. Il governo cinese vuole convincerci. Ha perfino fatto stampare decine di migliaia di Bibbie che farà trovare nelle camere del Villaggio olimpico. Ieri ha annunciato anche che gli atleti disporranno di appositi “luoghi di meditazione”, perché chi lo desidera possa dedicarsi ai propri riti religiosi.
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Guida dello Straniero ai Giochi

Il vostro bagagliaio potrebbe essere ispezionato per verificare che non contenga bandiere. E’ vietato esibirle ai Giochi: non si sa mai che abbiate infilato in valigia l’emblema nazionale del Tibet. E’ proibito anche introdurre nel paese “libri, articoli e file di computer il cui contenuto è dannoso per la politica, la cultura, la morale e l’economia della Cina”. La definizione è abbastanza vasta da consentire l’arbitrio più totale di chi farà i controlli, se vorrà farli.

La Guida dello Straniero ai Giochi, diffusa dalle autorità locali con 57 domande-risposte, precisa anche questo: “Gli stranieri non devono danneggiare la sicurezza nazionale o l’ordine sociale della Cina”. Un principio così generale di per sé è incontestabile; nella sua applicazione concreta ha una portata assai diversa qui a Pechino, di quella che poteva avere ad Atene. La definizione di ordine sociale qui è molto ampia. E chi stabilisce se lo avete turbato non deve rendere conti a nessuno. La polizia può arrestare e detenere un cittadino straniero per 8 giorni senza avvisare le sue autorità consolari, senza dargli la possibilità di un’assistenza legale. Da non dimenticare: un cittadino straniero è tenuto ad avere sempre con sé il passaporto, unico documento d’identità che può usare qui nella Repubblica Popolare.

Anche ammesso che non veniate qui per manifestare solidarietà al popolo tibetano, la Pechino che vi accoglierà è un po’ meno divertente del solito. La paranoia della sicurezza ha ispirato un coprifuoco delle discoteche alle due del mattino: un’orario in cui un tempo la movida pechinese cominciava a entrare nel vivo. Molti ritrovi sono stati chiusi con i pretesti più disparati: dal mancato rispetto delle regole igieniche alla lotta contro la prostituzione; spesso in realtà si tratta di locali alternativi dove era possibile ascoltare musica e incontrare amici in un’atmosfera rilassata e tollerante.

Per quanto il regime ce la stia mettendo tutta per rendere noiose le Olimpiadi, gran parte della vitalità spontanea di questa metropoli resta intatta. Per fortuna Pechino è troppo grande, e i pechinesi sono troppi perché le nuove regole di sicurezza riescano davvero a spegnere l’allegrìa spontanea, la vivacità dei quartieri popolari, l’abitudine di vivere all’aperto d’estate, di giocare, mangiare, bere e divertirsi in un caos chiassoso. Dettaglio non banale: malgrado le sue immense dimensioni e le crescenti diseguaglianze sociali, la criminalità è ancora bassa. Pechino è mediamente più sicura di tante città europee.

Alcune regole di autodifesa per il visitatore: l’acqua del rubinetto non è veramente potabile; i vaccini non sono obbligatori ma l’epatite è un rischio reale ed è sconsigliabile mangiare verdura curda. Il kit di farmaci essenziali deve contenere un medicinale anti-diarrea. La diffusione dell’inglese resta limitata. Il mandarino che credete di pronunciare usando i manualetti per turisti risulta incomprensibile ai cinesi nel 90% dei casi: è una lingua tonale, dove i significati variano come se ogni sillaba fosse una nota musicale. I cinesi sono, in buona sostanza, degli individualisti anarchici. Nonostante il regime autoritario, appena possibile ognuno aggira le regole. Occhio allora quando attraversate le strade, il pedone non gode di nessun rispetto. Nelle file armatevi di santa pazienza: alla biglietteria di un museo o della stazione ferroviaria, almeno venti cinesi vi passeranno davanti sgomitando, prima ancora che ve ne siate accorti. E a dispetto delle campagne governative sulla “educazione alle buone maniere”, continuano a sputare per terra.

Ma se li prendete per il verso giusto li troverete gioviali, spontanei, simpatici, divertenti, amichevoli e ospitali.

(Dedicato a chi sta per spiccare il volo per la prima volta verso Pechino)

mercoledì 23 gennaio 2008

Perchè mi sento fortunato.

Perchè comunque mi reputo fortunato a scrivere da dove scrivo e poter fare quello che sto facendo.


E per non dimenticare che la stampa ancora troppo spesso nel mondo viene colpita, per uccidere la libertà che essa rappresenta.

venerdì 26 ottobre 2007

Cosa è successo davvero in Birmania


“Carissimi, le parole vengono meno. Queste foto di un monaco assassinato sono state prese in segreto in un obitorio. Pensate quanti molti altri hanno subito lo stesso destino. Vi prego, diffondete queste fotografie a più gente possibile, perché il mondo sappia che c’è bisogno di molto più che a semplice condanna di questi bastardi [della giunta]”.

Con queste foto giunte al sito di Asianews attraverso esuli birmani finalmente si scopre il velo su quello che tutti sapevano: in Birmania la repressione c'è stata, e non si è fermata nemmeno davanti a quei simboli religiosi viventi che sono i monaci buddisti di quel paese.

Le foto sono due, crude come solo la realtà può essere, e vengono proposte proprio oggi che la giunta - continua il sito - ha tentato di mascherare ancora la situazione fingendo un tentativo di riconciliazione
con i monaci buddisti, costringendoli ad accettare doni. Siccome le autorità dei monasteri avevano proibito ai loro bonzi di farlo (e francamente poco mi fa pensare che ci sarebbero andati comunque), i militari hanno inscenato una farsa con (pare) militari vestiti da falsi monaci.

Tutto questo mentre nel mondo nessuno riesce a mettersi daccordo su una risposta da dare (la proposta di sanzioni dell'Onu è fallita, lo ricordiamo, per il veto russo e cinese che hanno fortissimi interessi militari con la giunta al potere), in Europa al massimo ci si indigna un pochino (anche qui le sanzioni sono partite il 9 ottobre, ma nessuno sa come e se servano a qualcosa) e in Italia le notizie sono ormai scomparse dai giornali e dai media. Solo un piccolo spot su Mtv resta a ricordarci che tutto questo non è finito.

Ma mentre noi siamo qui un intero paese continua a vivere in questa violenza, e le notizie a uscire solo dai blog di pochi e non dai canali ufficiali. Questo blog ad esempio, ko-htike , prima di tutto questo era una semplice raccolta di foto di uno studente birmano residente a Londra. Dopo è diventato uno dei principali collettori di quello che filtrava tra le maglie della censura dei residenti birmani. Se volete qualche notizia, ancora si trova qui. Ne avevo anche altri, ma purtroppo ho perso gli indirizzi nel trasloco da Milano dove ero in stage... Cercherò di ritrovarli quanto prima.

Le foto filtrate, per finire, sono qui, ma devo avvisare che sono parecchio crude.

Come la repressione nella lontana Birmania.