PECHINO, I GIOCHI CENSURATI - LE MANCATE PROMESSE DEI CINESI
Cade così la speranza che le Olimpiadi potessero portare novità positive. Le vicende tibetane e le proteste sulla fiaccola hanno provocato arroccamento
"Anche un orologio rotto due volte al giorno avrà sempre ragione" (Get Fuzzy)
In attesa di sapere se, viste le foto della "nebbia" di smog pubblicate oggi sul sito di Repubblica.it (che corredano in parte il post), il comitato olimpico internazionale deciderà di assegnare i prossimi giochi olimpici a Milano per la "migliore qualità dello smog", posto qui sotto due articoli presi dal blog di Federico Rampini che la dicono lunga sul totale fallimento di uno dei principi cardine in base a cui erano stati assegnati i Giochi del 2008 alla Repubblica Popolare Cinese: l'apertura del Paese alla democrazia e ai valori libertari dell'occidente...
Qualcuno ha storto il naso perché gli ultimi due sono in sostanza dei parchi-attrazione, ed è un po’ come se il sindaco di Parigi costringesse le manifestazioni a svolgersi dentro Eurodisney. Non importa: se davvero la promessa sarà mantenuta, la novità è di rilievo. Sarebbe il primo gesto importante del governo cinese per venire incontro alle pressioni internazionali, e rispettare gli impegni presi quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi. Era il 2001: in occasione della vittoria di Pechino i leader comunisti fecero promesse solenni sui progressi dei diritti civili. La rivolta del Tibet a marzo è stata un brutale richiamo alla realtà. Il mondo intero ha visto crollare le speranze che questi Giochi presentassero una Cina dal volto più tollerante. Da allora molti governi hanno continuato a premere sul presidente Hu Jintao per ottenere qualche concessione: l’avvio di un dialogo vero con il Dalai Lama, la liberazione di qualche prigioniero politico. George Bush e Nicolas Sarkozy hanno escluso un boicottaggio della cerimonia inaugurale, speranzosi che la loro presenza qui a Pechino l’8 agosto possa incoraggiare il regime ad aprirsi. L’annuncio del capo della sicurezza a due settimane dall’inaugurazione è stato accolto con un sospiro di sollievo nelle cancellerie occidentali, e al Comitato olimpico internazionale: la conferma che i Giochi sono serviti a qualcosa.
Il concetto di stabilità sociale è interpretato in maniera molto estesa. Dopo il terremoto nel Sichuan sono stati arrestati molti genitori che protestavano per la morte dei figli schiacciati dal crollo delle scuole: i familiari chiedevano indagini sul mancato rispetto delle norme antisismiche, puntavano il dito contro la corruzione della nomenklatura che ha consentito gli abusi edilizi. Per “turbare la stabilità sociale” è sufficiente mettere in discussione l’autorità suprema del partito. Lo sanno i dissidenti di Pechino. Jiang Tianyong, un noto avvocato difensore dei perseguitati politici, ha tentato più volte in passato di farsi autorizzare una manifestazione ed è sempre stato respinto. “Temo che sia solo una messinscena per stranieri”, ha commentato ieri dopo l’annuncio del capo della polizia.Le autorità del resto stanno facendo il possibile perché non ci sia proprio nessuno che voglia manifestare durante i Giochi. Si sono moltiplicate le restrizioni burocratiche per la concessione dei visti ai visitatori stranieri, col risultato che le previsioni sugli arrivi sono crollate da un milione a 150.000 (gli albergatori disperati per il flop stanno offrendo sconti fino al 30% sulle camere). I filtri dei consolati cinesi all’estero dovrebbero impedire l’arrivo di militanti di Amnesty International o Free Tibet.
I più ottimisti vogliono sperare che la promessa di Liu Shaowu non sia una beffa, che qualche manifestazione possa svolgersi davvero, e che questo crei un precedente per il futuro. Il governo cinese vuole convincerci. Ha perfino fatto stampare decine di migliaia di Bibbie che farà trovare nelle camere del Villaggio olimpico. Ieri ha annunciato anche che gli atleti disporranno di appositi “luoghi di meditazione”, perché chi lo desidera possa dedicarsi ai propri riti religiosi.
Il vostro bagagliaio potrebbe essere ispezionato per verificare che non contenga bandiere. E’ vietato esibirle ai Giochi: non si sa mai che abbiate infilato in valigia l’emblema nazionale del Tibet. E’ proibito anche introdurre nel paese “libri, articoli e file di computer il cui contenuto è dannoso per la politica, la cultura, la morale e l’economia della Cina”. La definizione è abbastanza vasta da consentire l’arbitrio più totale di chi farà i controlli, se vorrà farli.
Anche ammesso che non veniate qui per manifestare solidarietà al popolo tibetano, la Pechino che vi accoglierà è un po’ meno divertente del solito. La paranoia della sicurezza ha ispirato un coprifuoco delle discoteche alle due del mattino: un’orario in cui un tempo la movida pechinese cominciava a entrare nel vivo. Molti ritrovi sono stati chiusi con i pretesti più disparati: dal mancato rispetto delle regole igieniche alla lotta contro la prostituzione; spesso in realtà si tratta di locali alternativi dove era possibile ascoltare musica e incontrare amici in un’atmosfera rilassata e tollerante.
Alcune regole di autodifesa per il visitatore: l’acqua del rubinetto non è veramente potabile; i vaccini non sono obbligatori ma l’epatite è un rischio reale ed è sconsigliabile mangiare verdura curda. Il kit di farmaci essenziali deve contenere un medicinale anti-diarrea. La diffusione dell’inglese resta limitata. Il mandarino che credete di pronunciare usando i manualetti per turisti risulta incomprensibile ai cinesi nel 90% dei casi: è una lingua tonale, dove i significati variano come se ogni sillaba fosse una nota musicale. I cinesi sono, in buona sostanza, degli individualisti anarchici. Nonostante il regime autoritario, appena possibile ognuno aggira le regole. Occhio allora quando attraversate le strade, il pedone non gode di nessun rispetto. Nelle file armatevi di santa pazienza: alla biglietteria di un museo o della stazione ferroviaria, almeno venti cinesi vi passeranno davanti sgomitando, prima ancora che ve ne siate accorti. E a dispetto delle campagne governative sulla “educazione alle buone maniere”, continuano a sputare per terra.
La globalizzazione e l'economia del "Made in China, perchè costa meno" può portare anche a paradossi incredibili come questo...
PECHINO (CINA) - Il teatro dei fatti è una fabbrica situata a Guangdong, regione meridionale della Cina dove è venuto alla luce un insolito commercio.
Bandiere inneggianti la libertà per il Tibet, in aperta contestazione contro il governo cinese e le sue olimpiadi, erano pronte per essere spedite in gran numero attorno al mondo. E, ironia della sorte, nascevano proprio in Cina.
SOLO UN TELO COLORATO - I proprietari della fabbrica e i lavoratori hanno dichiarato di non essere a conoscenza del significato della bandiera e di aver avvertito le autorità competenti del tipo di prodotto che stavano preparando non appena alcuni di loro lo hanno avvistato tra le mani di alcuni manifestanti in immagini di proteste al passaggio della fiaccola olimpica diffuse online e in tv.
LE FORZE DELL'ORDINE - La polizia sostiene che la richiesta di produrre le bandiere provenga dall'estero e che, molto probabilmente, alcuni lotti siano già stati consegnati. Da parte delle autorità cinesi, il timore è che le bandiere "incriminate" possano già fare la loro comparsa domani, quando il sempre più contestato simbolo dei giochi olimpici farà tappa a Hong Kong.
DISORDINI OLIMPICI - Parigi, Londra, San Francisco, tra le altre, hanno accolto la fiaccola tra tensioni e contestazioni. Qualche giorno fa a Seul la polizia è riuscita a impedire che un cittadino nord coreano si desse fuoco in segno di protesta. L'atteggiamento della polizia cinese è dunque molto vigile e c'è l'esplicita intenzione di sbarrare la strada, in senso letterale, a chi intende far giungere le bandiere a Hong Kong. Sono previste, infatti, una sorveglianza speciale e la possibilità di ispezioni dei veicoli lungo le strade che conducono verso la metropoli cinese. La torcia olimpica proseguirà poi il suo cammino attraverso le altre province cinesi e terminerà il suo viaggio, che sembra sempre più un calvario, a Pechino in agosto.
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Per chi volesse saperne di più, come al solito consiglio un salto sul blog del corrispondente di Repubblica Federico Rampini, sempre aggiornato con le ultime novità dalla Cina e dintorni. L'ultima di oggi parlava ad esempio di come fosse diventato improvvisamente difficilissimo avere i passaporti per la Cina: alla faccia di chi diceva che le olimpiadi dovevano servire per aprira il Paese al mondo...
Colpisce il silenzio dell'Occidente su un altro spettacolo preoccupante che va in scena a Pechino: il tiro al bersaglio contro la stampa straniera. Irrigidito per la tensione interna ed esterna che sente crescere all'avvicinarsi di agosto, esasperato per l'impatto mondiale della repressione in Tibet, il regime di Hu Jintao ha deciso di prendere di mira chi diffonde le notizie sgradite. Dopo aver sigillato il Tibet e perfino regioni limitrofe come il Sichuan, vietando l'accesso ai giornalisti stranieri; dopo aver blindato l'informazione interna con la propaganda, ora il governo dirige una virulenta campagna contro la stampa estera accusata di pregiudizi, distorsioni e manipolazioni. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L’autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d’autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.
La foto sotto il logo del titolo è di Riccardo Roiter Rigoni (da www.venessia.com), lo sfondo è un rifacimento grafico di Corto Maltese, dal genio di Hugo Pratt.