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giovedì 18 giugno 2009

Iran. "Tutto il mondo ci guarda. E per la prima volta risponde: su Twitter"

Su Twitter le persone hanno cominciato a colorare di verde il proprio logo in solidarietà con i manifestanti di Teheran. Intanto il mondo comincia a prendere coscienza che, a questo giro, abbiamo assistito alla prima rivoluzione prevaletemente comunicata su internet, in particolare su Twitter, che è un mezzo molto veloce e capace di cassa di risonanza. Giorni fa, Andrew Sullivan ha lanciato e alimentato il suo The Revolution will be Twittered.

Per chi volesse seguire il flusso dei messaggi su Twitter, sotto la parola chiave Iran, il link è questo. Per i blog italiani, qui l’aggregazione di Blogbabel.

Più importante, anche sul piano pratico, il set dei consigli che lo scrittore e tecnologo Cory Doctorow dà (qui in italiano sul blog di internazionale) su come aiutare, stando seduti qui in occidente, quelli che stanno laggiù, cambiando qualche settaggio e con un po’ di astuzie.

Segnalazioni utili e commenti anche da Marco Pancini sul blog di Google Italia. The Pirate Bay, che ha tinto di verde il suo logo, ha messo a disposizione il sito Anonimous Iran e - dice un lettore: “ha aiutato a costruirlo in tempo record, offrendo spazio e servizi, il forum di coordinamento e traduzione delle notizie dal Farsi all’inglese e dall’inglese al Farsi, accessibile in Iran grazie ai magheggi dei pirati”

Ma lo spunto più interessante viene da Clay Shirky, autore di Uno per Tutti Tutti per Uno (qui la recensione di Repubblica), che l’altro ieri ha detto a questo blog:

(segue traduzione) I’m always a little reticent to draw lessons from things still unfolding, but it seems pretty clear that … this is it. The big one. This is the first revolution that has been catapulted onto a global stage and transformed by social media. I’ve been thinking a lot about the Chicago demonstrations of 1968 where they chanted “the whole world is watching.” Really, that wasn’t true then. But this time it’s true … and people throughout the world are not only listening but responding. They’re engaging with individual participants, they’re passing on their messages to their friends, and they’re even providing detailed instructions to enable web proxies allowing Internet access that the authorities can’t immediately censor. That kind of participation is reallly extraordinary.

Ecco la nostra traduzione, non siamo traduttori professionali, ci scusiamo: Sono sempre un po’ reticente nel giudicare avvenimenti ancora in corso. Ma mi pare abbastanza chiaro che ci ci siamo, eccolo, il “Big One”. Questa è la prima rivoluzione proiettata sul palcoscenico globale e trasformata dai social media. Ho pensato molto alle dimostrazioni di Chicago del 1968, dove la gente scandiva il grido: tutto il mondo ci guarda! In realtà, in quel momento non era vero (…) la gente da ogni parte del mondo non sta limitandosi ad ascoltare, ma sta rispodendo. Si stanno coinvolgendo con singole persone partecipanti, stanno passandone i messaggi ai loro amici, e stanno perfino fornendo le istruzioni per consentire accessi internet che le autorità non possono immediatamente chiudere. Questa modalità di partecipazione è davvero straordinaria”

Da Scene Digitali, il blog di Vittorio Zambardino.

Domani mi sa che mi apro un account di Twitter anch'io...

giovedì 11 giugno 2009

Dal 2007 al 2009, il progetto del ddl contro le intercettazioni ora (quasi) realizzato

Era il 21 Aprile 2007.

Con 447 voti a favore e 7 astenuti il Ddl Mastella sulle intercettazioni ha avuto martedì il via libera della Camera. A farne le spese saranno soprattutto i giornalisti, poiché tale legge prevede il divieto di pubblicare intercettazioni e atti di indagine fino alla conclusione delle indagini preliminari, anche se non coperte da segreto istruttorio. Qualora il processo prenda avvio gli atti non potranno essere pubblicati se non dopo la pronuncia della sentenza d’appello. Coloro che infrangeranno il divieto incorreranno in pesanti sanzioni: arresto fino a 30 giorni oppure ammenda da 10 mila a 100 mila euro. Verrà inoltre ampliato il potere di controllo della Corte dei Conti, che dovrà vagliare le spese delle Procure relative alle intercettazioni.

Che cosa cambia quindi? I rischi derivanti da questa legge sono stati ottimamente evidenziati da Marco Travaglio in un articolo comparso giovedì su L’Unità e da cui riprendo due stralci significativi:“… Nessuno si lasci ingannare dall’uso furbetto delle parole: non è una legge “in difesa della privacy” (che esiste da 15 anni) nè contro “la gogna delle intercettazioni”. Questa è una legge che, se passerà pure al Senato, impedirà ai giornalisti di raccontare - e ai cittadini di conoscere - le indagini della magistratura e in certi casi persino i processi di primo e secondo grado. Non è una legge contro i giornalisti. È una legge contro i cittadini ansiosi di essere informati sugli scandali del potere, ma anche sul vicino di casa sospettato di pedofilia. Vediamo perché.

Oggi gli atti d’indagine sono coperti dal segreto investigativo finché diventano “conoscibili dall’indagato”. Da allora non sono più segreti e se ne può parlare. Per chi li pubblica integralmente, c’è un blando divieto di pubblicazione, la cui violazione è sanzionata con una multa da 51 a 258 euro, talmente lieve da essere sopportabile quando le carte investono il diritto-dovere di cronaca. Dunque i verbali d’interrogatorio, le ordinanze di custodia, i verbali di perquisizione e sequestro, che per definizione vengono consegnati all’indagato e al difensore, non sono segreti e si possono raccontare e, di fatto, citare testualmente (alla peggio si paga la mini-multa). È per questo che, ai tempi di Mani Pulite, gli italiani han potuto sapere in tempo reale i nomi dei politici e degli imprenditori indagati, e di cosa erano accusati. È per questo che, di recente, abbiamo potuto conoscere subito molti particolari di Bancopoli, Furbettopoli, Calciopoli, Vallettopoli, dei crac Cirio e Parmalat, degli spionaggi di Telecom e Sismi. Fosse stata già in vigore la legge Mastella, Fazio sarebbe ancora al suo posto, Moggi seguiterebbe a truccare i campionati, Fiorani a derubare i correntisti Bpl, Gnutti e Consorte ad accumulare fortune in barba alle regole, Pollari e Pompa a spiare a destra e manca. Per la semplice ragione che, al momento, costoro non sono stati arrestati né processati: dunque non sapremmo ancora nulla delle accuse a loro carico. Lo stesso vale per i sospetti serial killer e pedofili, che potrebbero agire indisturbati senza che i vicini di casa sappiano di cosa sono sospettati.”

“…E i dibattimenti? Almeno quelli sono pubblici, ma fino a un certo punto: “non possono essere pubblicati gli atti del fascicolo del pm, se non dopo la pronuncia della sentenza d’appello”. Le accuse raccolte (esempio, nei processi Tanzi, Wanna Marchi, Cuffaro, Cogne, Berlusconi etc.) si potranno conoscere dopo una decina d’anni da quando sono state raccolte: alla fine dell’appello. Non è meraviglioso?”

E si é arrivati al 10 giugno 2009, data in cui la Camera ha approvato con la fiducia proprio quel maledetto decreto. Due anni, per non cambiare niente. Oggi alle 15 il voto definitivo al Senato, ma ormai dispero.

Complimenti a tutti.

A proposito di Mastella: ma i simpatizzanti del PDL che intasavano il sito del partito di proteste alla notizia della possibile ricandidatura del Clemente alle europee (ricordate? Leggete qui...) oggi che é stato non solo candidato ma addirittura eletto dove sono finiti?!? Mi piacerebbe che qualcuno avesse davvero mantenuto la promessa di non votare il partito che lo candidava... Se ci siete, battete un colpo!

martedì 14 aprile 2009

Organizzare senza organizzazioni: il nuovo potere delle notizie sul web

Dal sito di Repubblica.it, un'interessante analisi su nuovi media e comunicazione. Dai blogb a Wikipedia, come cambia il modo di far girare le notizie usando le potenzialità del web 2.0...

Società: se la piazza protesta online. Cosi' la rete organizza la gente.

Clay Shirky, docente di Nuovi Media, parla di "distruzione creativa". L'analisi di Andrew Keen è più severa: "Questa rivoluzione rovinerà la nostra cultura
" (di RICCARDO STAGLIANO'

E' la storia di come un cellulare smarrito su un sedile di un taxi di New York finisce con lo scatenare un'inarrestabile gogna pubblica. Ma anche di una frase razzista, sfuggita ai radar dei giornali, che costa il posto a un mammasantissima repubblicano. E di un caso di pedofilia che, tracimando dal web, dilaga in scandalo internazionale e prelude alla cacciata di un alto prelato. E' la storia di masse che si coordinano. Di greggi che diventano pastori. Di "dilettanti" irregolari che armati solo della voce di internet riescono a radunare una forza collettiva impressionante. Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione di Clay Shirky (Codice Edizioni, pagg. 242, euro 23) tratta della "distruzione creativa" portata dalla rete sul modo in cui viviamo, collaboriamo, produciamo.

Shirky, docente di nuovi media della New York University parte da qui: "Ogni consumatore è oggi un potenziale produttore con l'intero mondo come potenziale pubblico". Siamo tutti "ex audience", come spiegò Dan Gilmor nel suo We, the media. Ci siamo alzati dal divano e siamo andati alla scrivania. Abbiamo posato il telecomando e imbracciato la telecamera. Il terremoto in Abruzzo, con le sue centinaia di video amatoriali, ne è solo l'ultima conferma. Shirky, collaboratore a sua volta del New York Times e Wired, constata la fine del monopolio dei giornalisti nell'informazione. Porta, tra gli altri, l'esempio di Trent Lott, capogruppo repubblicano al senato. Che a una cena aveva lodato Strom Thurmond, noto segregazionista. Molti media non avevano raccolto, i blogger sì. E l'imbarazzante dichiarazione, una volta entrata in loop, l'aveva spinto alle dimissioni. Sottovaluta il lato oscuro della forza, però. Come quando Matt Drudge, alfiere del "prima pubblica poi verifica", dette la notizia (falsa) che Sidney Blumenthal, allora consulente di Clinton, picchiava la moglie. E della causa da 30 milioni di dollari per diffamazione che ne seguì. Il punto è qui: la rete è un mare dove circolano molte notizie. Che possono essere vere o false. Al contrario di quel che accade nei quotidiani non ci sono responsabili a renderne conto. Spesso accertare se ci si trova di fronte ad un fatto o ad una bufala che circola on line è impossibile.

Parole come pietre rotolano a valle, diventano valanghe e seppelliscono reputazioni. Per esempio: nel 2002 a Boston la notizia era vera. Preti accusati di abusi sessuali su bambini. Il Boston Globe fa il suo mestiere ma la notizia esplode soprattutto grazie a Voice of the Faithful. Trenta parrocchiani offesi che, dandosi appuntamento sul web, diventano 25 mila in sei mesi. Alla fine il responsabile della diocesi, cardinale Bernard Law, lascia. Shirky parla del suo paese, noi sappiamo del nostro. Del caso di Federico Aldrovandi, diciottenne di Ferrara morto nel 2005 durante un controllo di polizia. Gli agenti chiudono presto il caso, sua madre lo riapre un post alla volta. Il suo blog obbliga i giornali a tornarci su e i poliziotti finiscono in tribunale. Online il confine tra informazione e azione politica si assottiglia. Succede per il testamento biologico, all'indomani della vicenda Englaro. I radicali presentano 2.500 emendamenti alla proposta del governo. Il 20 per cento raccolti via internet. Non era mai successo, succederà sempre più spesso.

Si può discutere tutto di Beppe Grillo, non la sapienza con cui ha saputo sfruttare la piattaforma internettiana. La stessa con cui Barack Obama ha concepito parte della sua vittoriosa campagna. A dire solo "no, non mi piace", rimpiangendo gli anni eroici dei comizi nelle piazze, si rischia di fare la figura di Giovanni Tritemio, rievocato nel libro. L'abate di Sponheim nel 1492 scrive un pamphlet in cui difende la superiorità degli scriba, minacciati di estinzione dall'invenzione della stampa di Gutenberg. Affida però De laude scriptorum ai tipografi, perché abbia più vasta e spedita circolazione. Mai autosmentita fu più efficace. Eppure la tentazione sopravvive. Dilettanti.com (DeAgostini, pagg. 269, euro 15) di Andrew Keen spiega "come la rivoluzione del web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia". Ma se certi contenitori (la carta) sono sotto botta ma il contenuto (il giornalismo) non è mai stato così prezioso.

La Cultura può dormire sogni tranquilli. Perché le masse organizzate, oltre a prendere a picconate le istituzioni, sanno costruire. Shirky cita Wikipedia, l'enciclopedia editata dall'intelligenza collettiva. Ne dà una definizione originale: "E' essenzialmente una burocrazia per litigare". Nel senso che uno scrive una voce, un altro propone modifiche, un terzo obietta e corregge di nuovo, in un affinamento progressivo. Escono anche bufale colossali. Mai come qui è utile la lezione delle scuole di giornalismo americane: "Se vostra madre vi dice che vi ama... verificatelo". Però, onestamente, chi ne farebbe a meno?


Il libro di Shirky deluderà i più "digitalizzati". Scrive: "Gli strumenti di comunicazione non sono socialmente interessanti sin quando non diventano tecnologicamente noiosi". Parla di sms, blog, mailing list, pleistocene internettiano solo adesso diventato normale, precipitato dalle élite alle masse. Così quando la giovane Ivanna dimentica il suo telefonino in un taxi e poi scopre che chi l'ha trovato non ha alcuna intenzione di restituirlo, mette in piedi un sito (evanwashere.com/StolenSidekick/) tanto che la polizia è costretta a intervenire. Così va il mondo quando tutti collaborano con tutti. Per i ragazzi è più facile, i post-1980 non ne conoscono un altro. "In un periodo di rivoluzioni l'esperienza diventa zavorra" avverte l'autore, perché se hai una weltanschaung tradizionale, "quando arriva un cambiamento epocale rischi di considerarlo cosa di scarsa importanza".

L'Aquila e gli avvoltoi 2/ La vendetta della rete

Vi ricordate il TG1 che si vantava dei record d'ascolto ottenuti il giorno del terremoto in Abruzzo?

Beh, ecco come gli hanno fatto i complimenti gli internauti... :)




E sottotitolo: ben gli sta!

lunedì 28 luglio 2008

Olimpiadi 2008: due piccoli vademecum se partite per Pechino...

In attesa di sapere se, viste le foto della "nebbia" di smog pubblicate oggi sul sito di Repubblica.it (che corredano in parte il post), il comitato olimpico internazionale deciderà di assegnare i prossimi giochi olimpici a Milano per la "migliore qualità dello smog", posto qui sotto due articoli presi dal blog di Federico Rampini che la dicono lunga sul totale fallimento di uno dei principi cardine in base a cui erano stati assegnati i Giochi del 2008 alla Repubblica Popolare Cinese: l'apertura del Paese alla democrazia e ai valori libertari dell'occidente...

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Una rivoluzione democratica annunciata dal capo della polizia. Così è apparso l’annuncio dato ieri da Liu Shaowu, numero uno della pubblica sicurezza ai Giochi olimpici di Pechino. “Se qualcuno vorrà organizzare manifestazioni durante le Olimpiadi – ha dichiarato Liu in una conferenza stampa – inviteremo a farlo in tre aree pubbliche che abbiamo destinato a questo scopo”.

Designare delle zone speciali per le manifestazioni, è una consuetudine nelle città che ospitano i Giochi. Serve a evitare interferenze con la complessa macchina organizzativa e il traffico caotico di decine di migliaia di visitatori. Ma Pechino non è Atene né Sidney né Atlanta. E’ la capitale di un regime autoritario, dominato da un partito comunista che non ammette opposizioni. Come provarono sulla propria pelle gli studenti a Piazza Tienanmen nel 1989, qui la libertà di espressione esiste solo sulla carta: cioè nella Costituzione della Repubblica Popolare, uno dei testi giuridici meno applicati del mondo. Ma Liu Shaowu ieri è stato tassativo. Ha aggiunto l’indicazione dei luoghi eletti, dove sarà consentito organizzare cortei, comizi e sit-in all’aperto. Si tratta del parco Ritan, del parco Zizhuyuan (detto del Bambù Purpureo) e del World Park.
Qualcuno ha storto il naso perché gli ultimi due sono in sostanza dei parchi-attrazione, ed è un po’ come se il sindaco di Parigi costringesse le manifestazioni a svolgersi dentro Eurodisney. Non importa: se davvero la promessa sarà mantenuta, la novità è di rilievo. Sarebbe il primo gesto importante del governo cinese per venire incontro alle pressioni internazionali, e rispettare gli impegni presi quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi. Era il 2001: in occasione della vittoria di Pechino i leader comunisti fecero promesse solenni sui progressi dei diritti civili. La rivolta del Tibet a marzo è stata un brutale richiamo alla realtà. Il mondo intero ha visto crollare le speranze che questi Giochi presentassero una Cina dal volto più tollerante. Da allora molti governi hanno continuato a premere sul presidente Hu Jintao per ottenere qualche concessione: l’avvio di un dialogo vero con il Dalai Lama, la liberazione di qualche prigioniero politico. George Bush e Nicolas Sarkozy hanno escluso un boicottaggio della cerimonia inaugurale, speranzosi che la loro presenza qui a Pechino l’8 agosto possa incoraggiare il regime ad aprirsi. L’annuncio del capo della sicurezza a due settimane dall’inaugurazione è stato accolto con un sospiro di sollievo nelle cancellerie occidentali, e al Comitato olimpico internazionale: la conferma che i Giochi sono serviti a qualcosa.

Il diavolo sta nei dettagli. E sui dettagli Liu Shaowu ieri è stato sibillino.”La polizia – ha precisato – proteggerà il diritto di manifestare, nella misura in cui i manifestanti abbiano ottenuto la preventiva approvazione delle autorità, e si comportino nel rispetto della legge”. La legge in questione prevede che il permesso per una manifestazione venga richiesto con cinque giorni di anticipo all’ufficio di pubblica sicurezza; i promotori devono presentarsi di persona e sottoporsi a un interrogatorio sullo scopo dell’evento pubblico, gli slogan che saranno usati, gli eventuali oratori, il numero previsto di partecipanti. Nel manualetto diffuso in questi giorni a Pechino – Guida dei Giochi per lo Straniero – si ricorda che sono proibite azioni che “minacciano l’unità nazionale, danneggiano l’ordine pubblico, turbano la stabilità sociale, o incoraggiano il separatismo etnico”. Su queste basi saranno permesse manifestazioni per il Tibet, il Darfur o la Birmania?

Il concetto di stabilità sociale è interpretato in maniera molto estesa. Dopo il terremoto nel Sichuan sono stati arrestati molti genitori che protestavano per la morte dei figli schiacciati dal crollo delle scuole: i familiari chiedevano indagini sul mancato rispetto delle norme antisismiche, puntavano il dito contro la corruzione della nomenklatura che ha consentito gli abusi edilizi. Per “turbare la stabilità sociale” è sufficiente mettere in discussione l’autorità suprema del partito. Lo sanno i dissidenti di Pechino. Jiang Tianyong, un noto avvocato difensore dei perseguitati politici, ha tentato più volte in passato di farsi autorizzare una manifestazione ed è sempre stato respinto. “Temo che sia solo una messinscena per stranieri”, ha commentato ieri dopo l’annuncio del capo della polizia.Le autorità del resto stanno facendo il possibile perché non ci sia proprio nessuno che voglia manifestare durante i Giochi. Si sono moltiplicate le restrizioni burocratiche per la concessione dei visti ai visitatori stranieri, col risultato che le previsioni sugli arrivi sono crollate da un milione a 150.000 (gli albergatori disperati per il flop stanno offrendo sconti fino al 30% sulle camere). I filtri dei consolati cinesi all’estero dovrebbero impedire l’arrivo di militanti di Amnesty International o Free Tibet.

Anche sulla popolazione locale è in atto una pulizia selettiva. I lavoratori immigrati sono stati “esortati” a tornarsene a casa per il periodo dei Giochi, soprattutto se appartengono alle minoranze etniche sospette, i tibetani e gli uiguri musulmani. Ufficialmente per prevenire attentati terroristici, 110.000 poliziotti già presidiano la capitale, con l’ausilio di 500.000 volontari che effettuano ronde di quartiere e segnalano ogni attività sospetta. Un cordone di posti di blocco impedisce l’accesso alla capitale per quei contadini disperati che portano petizioni di protesta contro gli abusi subiti: sequestri illegali di terreni, estorsioni di tangenti. Li Heping, un legale che più volte ha preso la difesa dei contadini, rivela che la polizia lo ha “invitato ad andarsene da Pechino” durante i Giochi. “Quando arriveranno i giornalisti dall’estero non troveranno più nessuno con cui parlare”, osserva sconsolato.

I più ottimisti vogliono sperare che la promessa di Liu Shaowu non sia una beffa, che qualche manifestazione possa svolgersi davvero, e che questo crei un precedente per il futuro. Il governo cinese vuole convincerci. Ha perfino fatto stampare decine di migliaia di Bibbie che farà trovare nelle camere del Villaggio olimpico. Ieri ha annunciato anche che gli atleti disporranno di appositi “luoghi di meditazione”, perché chi lo desidera possa dedicarsi ai propri riti religiosi.
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Guida dello Straniero ai Giochi

Il vostro bagagliaio potrebbe essere ispezionato per verificare che non contenga bandiere. E’ vietato esibirle ai Giochi: non si sa mai che abbiate infilato in valigia l’emblema nazionale del Tibet. E’ proibito anche introdurre nel paese “libri, articoli e file di computer il cui contenuto è dannoso per la politica, la cultura, la morale e l’economia della Cina”. La definizione è abbastanza vasta da consentire l’arbitrio più totale di chi farà i controlli, se vorrà farli.

La Guida dello Straniero ai Giochi, diffusa dalle autorità locali con 57 domande-risposte, precisa anche questo: “Gli stranieri non devono danneggiare la sicurezza nazionale o l’ordine sociale della Cina”. Un principio così generale di per sé è incontestabile; nella sua applicazione concreta ha una portata assai diversa qui a Pechino, di quella che poteva avere ad Atene. La definizione di ordine sociale qui è molto ampia. E chi stabilisce se lo avete turbato non deve rendere conti a nessuno. La polizia può arrestare e detenere un cittadino straniero per 8 giorni senza avvisare le sue autorità consolari, senza dargli la possibilità di un’assistenza legale. Da non dimenticare: un cittadino straniero è tenuto ad avere sempre con sé il passaporto, unico documento d’identità che può usare qui nella Repubblica Popolare.

Anche ammesso che non veniate qui per manifestare solidarietà al popolo tibetano, la Pechino che vi accoglierà è un po’ meno divertente del solito. La paranoia della sicurezza ha ispirato un coprifuoco delle discoteche alle due del mattino: un’orario in cui un tempo la movida pechinese cominciava a entrare nel vivo. Molti ritrovi sono stati chiusi con i pretesti più disparati: dal mancato rispetto delle regole igieniche alla lotta contro la prostituzione; spesso in realtà si tratta di locali alternativi dove era possibile ascoltare musica e incontrare amici in un’atmosfera rilassata e tollerante.

Per quanto il regime ce la stia mettendo tutta per rendere noiose le Olimpiadi, gran parte della vitalità spontanea di questa metropoli resta intatta. Per fortuna Pechino è troppo grande, e i pechinesi sono troppi perché le nuove regole di sicurezza riescano davvero a spegnere l’allegrìa spontanea, la vivacità dei quartieri popolari, l’abitudine di vivere all’aperto d’estate, di giocare, mangiare, bere e divertirsi in un caos chiassoso. Dettaglio non banale: malgrado le sue immense dimensioni e le crescenti diseguaglianze sociali, la criminalità è ancora bassa. Pechino è mediamente più sicura di tante città europee.

Alcune regole di autodifesa per il visitatore: l’acqua del rubinetto non è veramente potabile; i vaccini non sono obbligatori ma l’epatite è un rischio reale ed è sconsigliabile mangiare verdura curda. Il kit di farmaci essenziali deve contenere un medicinale anti-diarrea. La diffusione dell’inglese resta limitata. Il mandarino che credete di pronunciare usando i manualetti per turisti risulta incomprensibile ai cinesi nel 90% dei casi: è una lingua tonale, dove i significati variano come se ogni sillaba fosse una nota musicale. I cinesi sono, in buona sostanza, degli individualisti anarchici. Nonostante il regime autoritario, appena possibile ognuno aggira le regole. Occhio allora quando attraversate le strade, il pedone non gode di nessun rispetto. Nelle file armatevi di santa pazienza: alla biglietteria di un museo o della stazione ferroviaria, almeno venti cinesi vi passeranno davanti sgomitando, prima ancora che ve ne siate accorti. E a dispetto delle campagne governative sulla “educazione alle buone maniere”, continuano a sputare per terra.

Ma se li prendete per il verso giusto li troverete gioviali, spontanei, simpatici, divertenti, amichevoli e ospitali.

(Dedicato a chi sta per spiccare il volo per la prima volta verso Pechino)

martedì 29 aprile 2008

"Pecunia non olet", la libertà neanche.

La globalizzazione e l'economia del "Made in China, perchè costa meno" può portare anche a paradossi incredibili come questo...


Tra l'altro la stessa bandiera è in vendita in un negozio (che vende tra l'altro articoli militari!) nella via di fianco al nostro master. Prezzo di vendita? 10 euro! In Internet invece la si trova a circa 10 dollari... Se ne spendono mezzo per farle è tanto...

(Foto a lato: A protestor holds the Tibetan national flag during a Free Tibet demonstration in Trafalgar Square in London March 22, 2008. ©.REUTERS/Luke MacGregor (BRITAIN), ogni uso o riproduzione è vietato)

Da
Corriere.it di oggi:

I proprietari e i lavoratori dicono che per loro è solo un telo colorato

LE BANDIERE FREE TIBET? LE FANNO IN CINA

La polizia cinese ha fatto irruzione in una fabbrica nella quale si producono bandiere a favore della libertà del Tibet

PECHINO (CINA) - Il teatro dei fatti è una fabbrica situata a Guangdong, regione meridionale della Cina dove è venuto alla luce un insolito commercio.

Bandiere inneggianti la libertà per il Tibet, in aperta contestazione contro il governo cinese e le sue olimpiadi, erano pronte per essere spedite in gran numero attorno al mondo. E, ironia della sorte, nascevano proprio in Cina.

SOLO UN TELO COLORATO - I proprietari della fabbrica e i lavoratori hanno dichiarato di non essere a conoscenza del significato della bandiera e di aver avvertito le autorità competenti del tipo di prodotto che stavano preparando non appena alcuni di loro lo hanno avvistato tra le mani di alcuni manifestanti in immagini di proteste al passaggio della fiaccola olimpica diffuse online e in tv.

LE FORZE DELL'ORDINE - La polizia sostiene che la richiesta di produrre le bandiere provenga dall'estero e che, molto probabilmente, alcuni lotti siano già stati consegnati. Da parte delle autorità cinesi, il timore è che le bandiere "incriminate" possano già fare la loro comparsa domani, quando il sempre più contestato simbolo dei giochi olimpici farà tappa a Hong Kong.

DISORDINI OLIMPICI - Parigi, Londra, San Francisco, tra le altre, hanno accolto la fiaccola tra tensioni e contestazioni. Qualche giorno fa a Seul la polizia è riuscita a impedire che un cittadino nord coreano si desse fuoco in segno di protesta. L'atteggiamento della polizia cinese è dunque molto vigile e c'è l'esplicita intenzione di sbarrare la strada, in senso letterale, a chi intende far giungere le bandiere a Hong Kong. Sono previste, infatti, una sorveglianza speciale e la possibilità di ispezioni dei veicoli lungo le strade che conducono verso la metropoli cinese. La torcia olimpica proseguirà poi il suo cammino attraverso le altre province cinesi e terminerà il suo viaggio, che sembra sempre più un calvario, a Pechino in agosto.

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Per chi volesse saperne di più, come al solito consiglio un salto sul blog del corrispondente di Repubblica Federico Rampini, sempre aggiornato con le ultime novità dalla Cina e dintorni. L'ultima di oggi parlava ad esempio di come fosse diventato improvvisamente difficilissimo avere i passaporti per la Cina: alla faccia di chi diceva che le olimpiadi dovevano servire per aprira il Paese al mondo...


lunedì 7 aprile 2008

I Giochi, il Tibet, e i troppi silenzi all'ombra della fiaccola.

Vista la giornata, oggi potrei parlare o di Olimpiadi o di Politica o di cazzeggi vari... Ma siccome piuttosto che parlare di politica preferisco fare qualsiasi cosa (anche perchè alla fine dei fatti lo ritengo piuttosto inutile, e perchè mi viene ancora da pensare al camioncino del La Destra fermo ieri pomeriggio in Prato della Valle che per fare propaganda sparava nell'aria le musiche del Ventennio fascista...che tristezza...), e cazzeggio c'è sempre spazio per farlo, posto uno degli articoli più belli che abbia visto scritti fino ad ora sulle Olimpiadi.

Direttamente da Repubblica.it (chi è curioso può guardare direttamente qui) "Pechino, i Giochi e i diritti umani. Ora i reporter stranieri sono nemici", a firma del bravissimo Federico Rampini, corrispondente storico dall'Asia.

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PECHINO - E' bastato che la fiaccola olimpica toccasse il suolo europeo a Londra, per accendere proteste che continueranno oggi a Parigi, dilagheranno da San Francisco a New Delhi. Queste manifestazioni rivelano un turbamento profondo tra le opinioni pubbliche democratiche, un disagio che i governi occidentali non riescono a interpretare.

Abbiamo visto crescere la Cina come la nuova superpotenza dell'economia globale, l'abbiamo scoperta capace di esportare non solo prodotti e capitali ma anche influenza diplomatica, politica, perfino culturale. Quella parabola ha ispirato una certa ammirazione: per le centinaia di milioni di persone affrancate dalla miseria in pochi decenni; per l'efficienza di una classe dirigente capace di traghettare verso la modernità la nazione più popolosa del pianeta.

Sullo sfondo di una formidabile ascesa, restava in sospeso l'interrogativo drammatico sulla natura autoritaria del suo sistema politico, incompatibile con i valori universali dei diritti dell'uomo. Oggi l'avvicinarsi dei Giochi fa esplodere la contraddizione tra l'immenso peso della Cina nel mondo, e la sua pericolosa diversità, l'intransigenza con cui i suoi dirigenti rifiutano di imboccare la via delle riforme democratiche. Europei e americani sono sgomenti di fronte al mutismo dei loro governi perché dietro vi intuiscono un'impotenza, sospettano opportunismi e viltà.

Sono passate appena tre settimane dall'inizio della rivolta del Tibet, schiacciata dalla repressione cinese. Pochi giorni fa il regime di Pechino ha dato un'altra prova dei metodi con cui garantirà l'ordine durante i Giochi di agosto: ha condannato a tre anni e mezzo di carcere Hu Jia, l'attivista umanitario colpevole di aver difeso i malati di Aids, di battersi per la tutela dell'ambiente, per la libertà religiosa; un dissidente odiato dalle autorità per i suoi contatti con la stampa estera e il coraggio con cui usava Internet sfidando la censura.

Questo giro di vite contraddice gli impegni di liberalizzazione presi dalla Repubblica popolare quando ottenne l'assegnazione delle Olimpiadi, il 13 luglio 2001. Nessun governo occidentale finora ha trovato le parole per dirlo. Pochi giorni fa da un vertice dell'Unione europea è uscita una penosa cacofonia sul Tibet e i Giochi. La Francia ha peggiorato la confusione, dettando precise condizioni per la partecipazione di Sarkozy alla cerimonia inaugurale, che sono state smentite dopo poche ore.

Colpisce il silenzio dell'Occidente su un altro spettacolo preoccupante che va in scena a Pechino: il tiro al bersaglio contro la stampa straniera. Irrigidito per la tensione interna ed esterna che sente crescere all'avvicinarsi di agosto, esasperato per l'impatto mondiale della repressione in Tibet, il regime di Hu Jintao ha deciso di prendere di mira chi diffonde le notizie sgradite. Dopo aver sigillato il Tibet e perfino regioni limitrofe come il Sichuan, vietando l'accesso ai giornalisti stranieri; dopo aver blindato l'informazione interna con la propaganda, ora il governo dirige una virulenta campagna contro la stampa estera accusata di pregiudizi, distorsioni e manipolazioni.

L'operazione è partita in sordina, con la denuncia di errori in alcune immagini diffuse da Cnn e Bbc. Poi sono sbocciati dei siti Internet animati da cittadini-vigilantes a caccia di disinformazione: uno di questi si chiama www. anti-cnn. com. In un paese che ha ormai più utenti online dell'America (230 milioni), e dove 30.000 informatici lavorano a tempo pieno per censurare il web, il principale portale nazionale Sina. com ha lanciato una petizione popolare per condannare i "pregiudizi" dei mass media stranieri: fino a ieri aveva raccolto 1.140.000 firme (secondo dati del governo, naturalmente incontrollabili).

Il principale giornale nazionale, il Quotidiano del Popolo, ha un forum online dove i lettori autorizzati inseriscono commenti di questo tenore: "A Lhasa sono stati commessi crimini violenti ma i mass media occidentali ne hanno dato versioni false e tendenziose". "I cinesi sono indignati, la stampa estera deve vergognarsi". Dalle denunce generiche si è passati alle intimidazioni personali. Alcuni corrispondenti americani hanno ricevuto centinaia di telefonate e sms anonimi con minacce di morte estese ai familiari. Gli autori sono "gruppi nazionalisti" non meglio identificati. Due giornalisti occidentali si sono dovuti trasferire per precauzione da Pechino a Hong Kong.

Dietro questo crescendo di ostilità c'è una regìa inequivocabile. Il governo non ha neppure cercato di nascondere il suo ruolo: il sito ufficiale delle forze armate ha pubblicato un lungo elenco di giornalisti stranieri con le loro coordinate personali, dal numero di cellulare all'indirizzo di casa. La caccia alle streghe riecheggia in modo sinistro certe pagine di storia del maoismo. A quattro mesi dalle Olimpiadi per le quali aveva promesso libertà d'azione ai mezzi d'informazione, Pechino sta orchestrando con le risorse dello Stato un linciaggio virtuale dei mass media stranieri.

Se avvenisse in un paese meno importante i governi occidentali avrebbero già reagito. In questo caso invece dall'America all'Europa il silenzio è assordante. E i nostri comitati olimpici nazionali, riuniti proprio in queste ore a Pechino, fanno finta di non vedere nulla. Il realismo che deve guidare le diplomazie non ci impone di calpestare i valori su cui sono fondate le nostre democrazie. Visto che queste Olimpiadi si terranno, è ancora possibile riscuotere dai dirigenti cinesi un pedaggio, per la vetrina nazionalista che si sono conquistati. Se George Bush e i leader europei vogliono essere a Pechino l'8 agosto, almeno non si limitino ad apparire in tribuna d'onore alla cerimonia inaugurale. Che chiedano di andare anche dove a noi è vietato: a Lhasa.

Federico Rampini