Visualizzazione post con etichetta televisione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta televisione. Mostra tutti i post

lunedì 20 aprile 2009

In tv un litigio ogni 8 minuti: e questo é il risultato.

Da Corriere.it. Poi ci chiediamo perché i giovani vengon su sempre peggio: con un esempio cosi', parrebbe strano il contrario...

TV: UN INSULTO O UN LITIGIO OGNI 8 MINUTI

ROMA - I momenti di rabbia incontrollata verbale o con gesti di prevaricazione e violenza all'interno dei programmi tv, denuncia uno studio di «Comunicazione Perbene», non rappresentano più un'eccezione, ma sembrano essere ormai la norma. Per otto esperti su dieci (83%), sono troppe le scene in cui dominano violenza fisica, parolacce e insulti. Comunicazione Perbene, associazione non profit che si batte per l'ecologia nella comunicazione con attenzione ai bambini, ha intervistato 130 esperti (psicologi, pubblicitari, sociologi) e monitorato le reti nazionali per individuare che spazio hanno litigi e risse nei programmi tv quotidiani.

LO STUDIO - Secondo l'analisi ogni 8-10 minuti su uno dei principali canali, si può ascoltare un insulto oppure vedere un dibattito che diventa rissa verbale o che si trasforma in lite. Il tutto aggravato dal fatto, come evidenzia il 75% degli esperti, che questo avviene anche in fascia protetta. Una situazione che giudicano molto rischiosa e che secondo il 64% potrebbe avere serie ripercussioni sui comportamenti quotidiani del pubblico, a partire da bambini e adolescenti che crescono convinti che aggredire e sopraffare gli altri sia normale.

LE CATEGORIE - Il monitoraggio ha individuato 4 macrocategorie di programmi in cui è più facile nascano risse mediatiche. Al primo posto sicuramente i reality show e i talent show, dove la rissa sembra sia un vero e proprio ingrediente: in media una ogni 8 minuti di trasmissione, che, se non provocata ad arte, pare fortemente ricercata. Sono poi queste, come evidenzia il 65% degli esperti, le trasmissioni dove dalle parole si passa spesso ai fatti. Quasi a pari merito i talk show e i programmi di informazione: se è raro lo scontro fisico come è accaduto con Alessandra Mussolini a Porta a Porta, la rissa è per lo più verbale e immancabilmente scoppia ogni 10-11 minuti di trasmissione. Terzo posto per quelle trasmissioni che un tempo erano considerate il simbolo della rissa Tv: le trasmissioni sportive. In media qui scoppia ogni 12-15 minuti e per la maggior parte si tratta di sopraffazione verbale, seguita da accuse e insulti personali. Quarti ed ultimi i programmi di intrattenimento, soprattutto i contenitori domenicali, dove la rissa scoppia ogni 18-20 minuti.

Poi - aggiungo io - ci si stupisce della clamorosa ignoranza degli italiani. E del fatto che sul sito di Corriere. it per esempio oggi la top 6 delle notizie più lette sia fatta cosi'...

Nell'ordine: Panseca 1 (pubblicizzata cosi': "Silvio, la ministra e la Lario senza veli"), Baldini che trionfa alla Fattoria, Panseca 2, il vincitore di X-Factor, il "Ratto del Serraglio in topless", e la tomba di Antonio e Cleopatra individuata in Egitto (cultura! Miracolo!).

Siamo davvero un paese di reality e vallette...altro che santi e navigatori... :(

martedì 14 aprile 2009

L'Aquila e gli avvoltoi 2/ La vendetta della rete

Vi ricordate il TG1 che si vantava dei record d'ascolto ottenuti il giorno del terremoto in Abruzzo?

Beh, ecco come gli hanno fatto i complimenti gli internauti... :)




E sottotitolo: ben gli sta!

mercoledì 8 aprile 2009

L'Aquila e gli avvoltoi

L'edizione del TG1 delle ore 13 del 7 aprile 2009 elenca fiera i dati di ascolto del giorno del tragico terremoto in Abruzzo.



Non so il vostro parere al riguardo: ma vantarsi dei risultati ottenuti penso sia come minimo di cattivo gusto....

UPDATE! A quanto pare non sono stato il solo a pensarla cosi': se siete curiosi di sapere come é finita cliccate qui... :)

venerdì 20 febbraio 2009

Tv spazzatura? Forse gli italiani la preferiscono così.

Dal blog "Cablogrammi" di Massimo Russo, giornalista di Repubblica, un articolino carino di un po' di giorni fa (mi scuso per non averlo postato prima, ma ero in piena crisi da esame) che spiega un po' di cose ovvie ma forse sottovalutate sugli italiani di oggi.

Avete presente quelli che si lamentano dicendo che "la tv è piena solo di reality spazzatura come il Grande Fratello" e "non capiscono perchè "gli venga data solo quella robaccia e non programmi informativi, o più semplicemente di cultura"? Qui sotto la risposta. O meglio, una delle risposte possibili, che è tanto ovvia, quanto deprimente. Gli italiani semplicemente tutto questo...lo vogliono!!!

Gli italiani votano con il mouse: Grande Fratello batte Eluana 38 a 2

So che può sembrare blasfemo parlarne oggi, e a chi mi chiede un parere personale dico che mi sono identificato totalmente in quel che in questi giorni ha scritto Marco Cattaneo qui e qui. Però credo si debba avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, anche (anzi soprattutto) quando non ci piace.

Ci pensavo da ieri sera, quando Enrico Mentana si è dimesso perché Canale 5 non ha cambiato il palinsesto, rifiutando di spostare la puntata del Grande Fratello per mandare in onda uno speciale di Matrix sulla morte di Eluana. Ebbene, se gli italiani avessero potuto votare con il telecomando, o meglio con il mouse, avrebbero dato ragione alla scelta dei vertici di Mediaset.


Il grafico che vede qui sopra è tratto da Google Insights, il servizio di Google che stima l’interesse degli utenti di internet per un certo tema, misurando le richieste che su quella parola chiave vengono fatte al motore di ricerca in un determinato arco di tempo. Le due curve mettono a paragone la popolarità delle ricercche Eluana (in rosso) e Grande Fratello (in azzurro). Ebbene, nei 30 giorni tra l’11 gennaio e l’8 febbraio, il Grande fratello batte Eluana 38 a 2. Vuol dire che in una scala da zero a 100 (dove 100 spetta al termine più cercato nel periodo), il reality televisivo ha avuto nella media dei 30 giorni una magnitudo 17 volte superiore alla vicenda di Eluana, se lo si misura in base al numero di richieste che sui due temi sono state fatte a Google. In particolare, poi, il picco assoluto delle ricerche si registra martedì 13 gennaio (lettera B), in concomitanza con la prima puntata del reality.

Basterebbe a farsi un’idea, non è tutto. Martedì 3 febbraio gli echi dell’uscita dalla casa del Grande Fratello di Daniela Martana - la hostess della Cai che ha dovuto lasciare la trasmisione non avendo ricevuto l’aspettativa, e di Leonia - fanno segnare un interesse pari a 40. Sabato, nel picco dello scontro tra primo ministro e presidente della Repubblica per la mancata firma di Napolitano al decreto legge del governo, il tema Eluana ha fatto registrare un’attenzione pari a 14. Circa un terzo di quella tributata alla hostess.

Certo, la rete non è sovrapponibile al paese. Si tratta di un campione, ma sono pur sempre 20 milioni di navigatori. Insomma, non è un sondaggio scientifico. Ma la sproporzione tra le cifre parla da sola. E il messaggio è oltremodo eloquente.

giovedì 21 febbraio 2008

La "tecnologia del consenso". Tre piccoli video...

Da uno spunto trovato sul blog di Beppe Grillo: tre video trovati su Youtube, proiettati nel 2005 all'Università La Sapienza di Roma (ma non si dice in che contesto...), che spiegano come nasce quella che viene comunemente chiamata "Tecnologia del consenso", ovvero l'uso dei mezzi di informazione e non per distorcere, condizionare o distogliere da determinate cose il pensiero della gente.

Vederli credo comunque sia interessante, al di là di come vengono presentati (con netta connotazione politica antiberlusconiana, che secondo me c'entra ma finisce per limitare un po' il filmato. Come avrete capito, odio le prese di posizione a priori su qualsiasi cosa, e sono convinto che la gente sia perfettamente in grado di capire le cose da sola se si sforza con un minimo di volontà di farlo). Probabilmente un panorama un po' più ampio anche sul resto della politica italiana e mondiale (i perdenti, oltre che i vincenti) non sarebbe stato male...

Qui sotto i video e il piccolo testo di presentazione:


Filmato "Tecnologia del consenso" (Feb. 2005) proiettato durante un incontro all'Universita' di Roma La Sapienza. Il film della durata di 30min ed interamente composto da clip scaricate da internet, ripercorre il periodo del dominio di Silvio Berlusconi sull'Italia e sulle menti degli italiani tra il 1994 ed il 2005.
Dall'"uso criminoso" dell'editto bulgaro che e' costato il posto a Biagi, Santoro, Luttazzi e Sabina Guzzanti, via via a ritroso fino agli albori di Mike, Vianello ed Ambra. Il controllo diretto della televisione e' cio' che ha permesso l'illegale (L. 30/3/1957 n.361) ascesa al potere di Silvio Berlusconi. Non dimentichiamolo mai. Liberta' d'informazione sempre!


Parte 1/3



Parte 2/3



Parte 3/3



Tra un po' si voterà, di nuovo.

Il mio invito è sempre quello: informatevi, sugli uni e sugli altri, e fatelo senza farvi influenzare da visioni o prese di posizione altrui, nel modo più ampio che potrete. Fate che la vostra idea sia davvero vostra, e non confezionata a tavolino da altri. Credete ai fatti, e non alle illusioni.
Spero che, per una volta, servirà a qualcosa... Se non altro all'Italia...

mercoledì 23 gennaio 2008

I finanziamenti pubblici all'editoria: una piccola guida per capire (e andare al di là degli urli di Beppe Grillo).

Complice il nuovo V-Day lanciato da Beppe Grillo per il prossimo 25 aprile, stavolta per combattere "l'informazione corrotta" (e non mi addentro nei dettagli), sta tornando d'attualità un argomento da sempre scottante nel panorama italiano: quello dei finanziamenti pubblici all'editoria.

In libreria i testi sull'argomento crescono come funghi dopo la pioggia, e nei blog e nella rete il dibattito si fa sempre più forte, di solito con un solo interrogativo: "Quando li aboliamo?".

Dalle inchieste della Gabanelli ai libri di Gomez, Travaglio, Stella e tutti quelli che mi dimenticherò di citare emerge infatti più prepotentemente di tutto il resto solo la realtà di un sistema andato completamente o quasi in malora, con finanziamenti dati a chi non ne avrebbe bisogno e potenti di ogni genere pronti ad ogni mistificazione pur di ottenere il proprio "soldino".

Questo però spesso fa dimenticare una cosa fondamentale: perchè i contributi all'editoria sono stati creati? A cosa dovevano servire, prima della loro corruzione in inutili elargizioni?

Ho trovato sul web, sul sito di Megachip, un articolo a firma di Marco Niro che voglio condividere con voi. Il titolo? "Quel pasticciaccio brutto dei contributi all'editoria". Dentro è spiegato tutto: leggetelo...
E magari la prossima volta che sentirete parlare qualcuno di questo tema, potrete rendervi conto di quante cazzate si sentano a volte, purtroppo non solo su questo...

---

"Quel pasticciaccio brutto dei contributi all'editoria". (Marco Niro, Megachip. Qui il link all'originale)

La civiltà di un Paese si può valutare anche guardando ai contributi che esso stanzia per il pluralismo della propria informazione? Se così fosse, dovremmo avere un'opinione piuttosto bassa della civiltà dell'Italia. Quella dei contributi all'editoria è una pratica che è passata, negli ultimi anni, dalla oscura nebulosa che l'avvolgeva fittamente, rendendola ignota prima ancora che incompresa, a un diffuso sentimento pubblico di condanna dal sapore spesso qualunquistico, che non ha d'altra parte aiutato ad aumentarne la comprensione.

Il Paese dell'Informazione

Facciamo un esempio terra terra, per permettere a tutti di capire meglio di cosa stiamo parlando. Immaginiamo di vivere nel Paese dell'Informazione, dove esistono 10 imprese private che fanno informazione, 3 tv e 7 giornali. Queste 10 imprese operano in condizioni di mercato del tutto libero, e vivono esclusivamente delle vendite: di pubblicità e, per i giornali, delle copie.

Gli inserzionisti pubblicitari, che guardano al portafoglio, decidono di investire tutti i loro soldi in televisione, perché il pubblico guarda quella e legge poco. I 7 giornali protestano duramente, dicendo che così li si costringe a chiudere, con perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale).

Segue quindi il primo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale: per legge, almeno un quarto degli investimenti pubblicitari dovrà finire alla stampa. Ma anche così i 7 giornali arrancano, stremati dalla concorrenza televisiva. Cinque di loro trovano subito la soluzione: diventare attraenti, come la televisione, o quasi. Inseguirla a colpi di informazione spettacolarizzata, gridata, intrisa di gossip e di gadgets. Diminuisce la qualità dell'informazione, ma aumentano i lettori, e i bilanci tornano a quadrare, anzi diventano floridi, per la gioia degli editori.

E gli altri 2 giornali? No, quelli hanno deciso di non compromettere la qualità della loro informazione, e di continuare a privilegiare l'approfondimento e l'inchiesta, per quanto meno attraenti per il pubblico, che infatti diminuisce, e con esso gli investimenti pubblicitari. I bilanci iniziano ad avere buchi enormi e allora i 2 giornali decidono di farsi sentire, perché la loro chiusura significherebbe perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale).

Ed ecco il secondo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale. I 2 giornali hanno ragione, meritano un finanziamento pubblico. Cioè, meritano che la collettività decida di contribuire alla loro esistenza come si contribuisce all'esistenza del trasporto pubblico o del servizio di approvvigionamento di acqua nelle case. In altre parole, meritano tutela in nome della massima di Victor Hugo: “Non essere ascoltati non è un buon motivo per tacere”.

Un bene per il pluralismo

Il finanziamento all'editoria nasce dunque dall'esigenza di finanziare chi decide di non trattare l'informazione come una merce al pari delle altre, per permettere anche a tali soggetti di farsi udire. Il finanziamento pubblico all'editoria, quindi, di per sé, non è qualcosa di negativo. Tutt'altro. Senza di esso, rimarrebbero udibili solo le voci di chi confeziona un'informazione attraente, dipendente dagli imperativi del mercato, non importa se di qualità o meno.

Peccato che interventi come quello di Milena Gabanelli, che al tema ha dedicato una puntata di “Report” nel 2006, e di Beppe Lopez, che invece nel 2007 vi ha scritto un libro (“La casta dei giornali”, Stampa Alternativa), nella foga di condannare l'attuale regime di finanziamento pubblico all'editoria, abbiano finito col gettare via il bambino con l'acqua sporca, o almeno con l'indurre gli spettatori e i lettori a farlo: l'impressione ricavabile e ricavata dai più è stata: “è una porcheria, meglio abolirlo”. Le loro documentate inchieste sulle storture del sistema, infatti, non sono purtroppo state precedute da una premessa a nostro avviso essenziale e doverosa: il finanziamento pubblico all'editoria (se erogato correttamente) garantisce il pluralismo.

La domanda chiave non è dunque “finanziare o no l'editoria?”, ma “chi finanziare?”.

La risposta sembrerebbe piuttosto semplice. Siccome io legislatore ti finanzio perché tu non vuoi, per scelta, mercificare la tua informazione, ti chiederò di rinunciare alla possibilità di ricavare utili dalla stessa. E siccome chi non vuole fare utili con l'informazione in genere non trova un editore disposto a stipendiarlo, io legislatore finanzierò solo i giornali di proprietà dei giornalisti che li scrivono, ovvero le cooperative di giornalisti (i cui soci siano tutti giornalisti e che associno almeno la metà dei giornalisti dipendenti). Inoltre, io legislatore mi accerterò di due cose: primo, che i tuoi ricavi pubblicitari non superino una determinata percentuale dei tuoi costi (bisogna infatti scegliere: o ci si fa finanziare dalla pubblicità o dalla collettività); secondo: che tu abbia davvero un pubblico, per quanto ristretto, perché non voglio finanziare “giornali fantasma”, che non vengano acquistati e letti da nessuno: ovvero, mi accerterò che almeno una parte delle copie da te stampate sia effettivamente acquistata a un prezzo di mercato (non simbolico!): poniamo una copia su quattro.

Tutto qui. E invece, cosa è accaduto? Che, anziché scrivere una norma di questo genere, semplice e stringata, il legislatore abbia prodotto, negli ultimi venticinque anni, un coacervo di leggi, leggine, codici e codicilli - sovrapponibili, incastrabili e scomponibili – che han reso la materia disorganica e incomprensibile, talvolta persino agli stessi addetti ai lavori. Questo caos ha portato con sé, in taluni casi, un allargamento eccessivo delle maglie, che ha ammesso al finanziamento anche chi non lo meritava, e in certi altri casi una loro assurda restrizione, che ha tagliato fuori chi ne aveva davvero bisogno. Facciamo alcuni esempi concreti, per capirci.

Maglie sciaguratamente larghe

Il legislatore ha ammesso al contributo non solo le testate edite da cooperative giornalistiche, ma anche quelle possedute a maggioranza da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro. Conseguenza? Possono avvalersi del contributo anche Avvenire , quotidiano della potente Conferenza Episcopale Italiana, che giuridicamente è una fondazione e si “merita” 6 milioni di euro di contributo (questa e le seguenti somme si riferiscono all'anno 2003), e ItaliaOggi , quotidiano della ClassEditori, gruppo quotato in Borsa, ma formalmente posseduto al 50,1% dalla coop Coitalia, che si ingoia 5 milioni di contributo. Bisognosi? Non diremmo…

Come non sono certo bisognosi i grandi gruppi editoriali che però incassano pure loro ingenti contributi. La legge, infatti, li prevedeva per la carta (fino al 2005), e li prevede per le spese telefoniche e postali. Tali finanziamenti sono erogati “a pioggia” (si parla di contributi indiretti): cioè, ne ha diritto chiunque, al di là di assetti societari e bilanci. Così, il 70% dei fondi pubblici destinati all'editoria (circa 450 milioni l'anno sui complessivi 700 erogati) se ne va nelle casse di grandi gruppi “for profit” come “Editoriale-L'Espresso” e “RCS”. Precisamente, oltre 23 milioni di euro vanno al Corriere della Sera , quasi 20 a Il Sole-24 Ore, oltre 16 a la Repubblica .

Il legislatore ha poi ammesso a contributo anche i giornali di partito. Giusto? Sbagliato? Evitiamo di addentrarci nella risposta (che presupporrebbe un ragionamento più ampio sul finanziamento pubblico ai partiti), limitandoci a rilevare le falle del finanziamento a questa categoria di giornali.

Per ricevere il contributo, il giornale di partito, oggi, deve legarsi a un gruppo parlamentare. Ma ricordiamo che il legislatore ha dissennatamente permesso, fino all'anno 2000, che il contributo finisse anche a quelle testate organi di movimenti politici sostenuti anche solo da due parlamentari italiani. Conseguenza? Si è verificata la moltiplicazione dei “movimenti politici”, esistenti solo nella fantasia di chi ne ha trovato i nomi, spesso davvero pittoreschi. Così, sostanziosi contributi sono finiti a rimpinguare le casse di quotidiani come Il Foglio , organo del movimento politico “Convenzione per la Giustizia” (3,5 milioni di euro di contributo) o Libero , organo del “Movimento Monarchico Italiano” (oltre 5 milioni di euro). Nel 2000, lo scandalo si chiudeva… “all'italiana”: la norma veniva abrogata, ma le testate che avevano già ricevuto contributi in quanto organi di movimenti politici avrebbero potuto continuare a riceverli trasformandosi in cooperative. Tutte più o meno fasulle, e per nulla giornalistiche, ovviamente.

Va poi rilevata la disparità di trattamento oggi esistente tra i giornali di partito e i giornali editi da cooperative, in relazione al requisito delle vendite. I giornali editi dalle cooperative devono vendere almeno il 25% delle copie stampate se testate nazionali e almeno il 40% se locali. Invece i quotidiani di partito non sono sottoposti a questo vincolo, e potrebbero, per assurdo, anche regalare tutte le copie che stampano. E questo nonostante parte del contributo sia erogato proprio in base alla tiratura! Risultato? L'Unità , giornale dei DS, vende 60.000 copie, ma ne stampa più del doppio, per arrivare ad assicurarsi oltre 6 milioni di euro di contributo. Ancora più eclatante il caso di Europa , giornale della Margherita, che vende poche migliaia di copie, ma ne stampa 30.000, arrivando a incassare oltre 3 milioni di euro.

E che dire proprio del requisito imposto alle cooperative di vendere almeno una copia su quattro di quelle stampate? Questo vincolo oggi può essere (e viene) aggirato allegramente: basta vendere sottocosto. Così, ad esempio, l'Opinione delle Libertà , già organo del “Movimento delle Libertà per le garanzie e i diritti civili”, tira 30.000 copie e, per vendere le 7.500 necessarie a papparsi il contributo di 1 milione e 700.000 euro, le piazza sottocosto, a 10 centesimi l'una. Oppure, si esce in abbinamento a testate realmente vendute in edicola, facendo il cosiddetto “panino”: con questo sistema, i quotidiani locali del gruppo Ciarrapico ( Ciociaria Oggi , Latina Oggi e Oggi Nuovo Molise ), che escono in abbinamento con Il Giornale , riescono a garantirsi contributi compresi fra i 2 e i 2,5 milioni di euro.

Maglie sciaguratamente strette

Fin qui, le critiche alle maglie larghe della legge, quelle denunciate da Gabanelli, Lopez e molti altri in questi ultimi tempi. Ma raramente, accanto alla critica alle maglie larghe, si è affiancata l'altrettanto doverosa critica alle restrizioni inserite senza apparente ragione e con grave danno proprio per chi del contributo avrebbe più bisogno.

Partiamo dall'assurdità più grande: per ricevere il contributo, la cooperativa giornalistica deve editare la testata da almeno 5 anni. Non si vede quale cooperativa possa fondare un giornale e tenerlo in vita per 5 anni senza alcun sostegno, con la prospettiva di ricevere, se tutto va bene, alla fine del settimo anno i contributi relativi al sesto anno di vita. Questa norma non è altro che un modo per escludere dall'accesso al contributo tutti i nuovi soggetti. E, assurdità nell'assurdità, se cambi periodicità, riparti da zero. Ovvero, ipotizzando che un quindicinale che già percepisca i contributi voglia diventare mensile (anche per ridurre i costi), dovrà lasciar passare 5 anni per poterli ricevere nuovamente. Dovrebbe invece accadere il contrario. E' proprio all'inizio del percorso che una cooperativa giornalistica dovrebbe poter beneficiare del contributo più cospicuo, che poi potrebbe anche ridursi progressivamente, una volta trascorso il periodo iniziale di 5 anni necessario al rodaggio.

Altra assurdità: per ricevere il contributo, è necessario far certificare il bilancio da una società di revisione iscritta all'apposito elenco della Consob. Se per una testata nazionale questo implica una spesa relativamente bassa, per una testata locale può comportarne una insostenibile.

Dovrebbe esserci una differenza (che non c'è) tra il regime contributivo per le piccole cooperative, locali, e quello per le grandi, nazionali, che tirano più copie e fatturano di più. Questo è ancora più vero se si pensa a un ulteriore requisito che verrebbe introdotto dalla nuova disciplina in materia di contributi all'editoria, da mesi ferma in Parlamento in attesa di essere approvata: si tratta dell'obbligo di avere alle proprie dipendenze almeno 5 giornalisti se testate quotidiane e 3 se testate periodiche. La ragione per cui si è pensato di introdurre questo requisito è di per sé valida: si vuole evitare che il contributo finisca a giornali di poche pagine fatti da redazioni “inesistenti”, farcite di precari e di giornalisti prestanome. Ma è evidente che, se per una grande testata il costo di 5 (o 3) giornalisti non è solo sostenibile ma necessario a confezionare un buon prodotto, per una piccola, magari locale (appunto), sarebbe insostenibile e anche superfluo. Per evitare di finanziare le “redazioni fantasma”, sarebbe meglio, allora fare come suggerito da Mediacoop (l'Associazione nazionale delle cooperative editoriali), ossia variare il contributo sulla base del numero di giornalisti dipendenti assunti dal giornale: più ce ne sono, più sarà alto.

E che dire, infine, dell'ostacolo rappresentato dall'esistenza degli stessi contributi indiretti di cui beneficiano soprattutto le grandi imprese editoriali “for profit”? Si pensi che ben 270 milioni di euro finiscono ogni anno, a pioggia, nelle casse di oltre 7.000 testate, come contributo alle spese postali. Se, come suggerito sempre da Mediacoop, il diritto a tale contributo venisse concesso solo alle imprese che rinuncino alla distribuzione degli utili, gran parte della somma potrebbe essere risparmiata, e servire, ad esempio, a finanziare i primi 5 anni di vita di una nuova cooperativa giornalistica, come si diceva sopra.