lunedì 7 aprile 2008

I Giochi, il Tibet, e i troppi silenzi all'ombra della fiaccola.

Vista la giornata, oggi potrei parlare o di Olimpiadi o di Politica o di cazzeggi vari... Ma siccome piuttosto che parlare di politica preferisco fare qualsiasi cosa (anche perchè alla fine dei fatti lo ritengo piuttosto inutile, e perchè mi viene ancora da pensare al camioncino del La Destra fermo ieri pomeriggio in Prato della Valle che per fare propaganda sparava nell'aria le musiche del Ventennio fascista...che tristezza...), e cazzeggio c'è sempre spazio per farlo, posto uno degli articoli più belli che abbia visto scritti fino ad ora sulle Olimpiadi.

Direttamente da Repubblica.it (chi è curioso può guardare direttamente qui) "Pechino, i Giochi e i diritti umani. Ora i reporter stranieri sono nemici", a firma del bravissimo Federico Rampini, corrispondente storico dall'Asia.

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PECHINO - E' bastato che la fiaccola olimpica toccasse il suolo europeo a Londra, per accendere proteste che continueranno oggi a Parigi, dilagheranno da San Francisco a New Delhi. Queste manifestazioni rivelano un turbamento profondo tra le opinioni pubbliche democratiche, un disagio che i governi occidentali non riescono a interpretare.

Abbiamo visto crescere la Cina come la nuova superpotenza dell'economia globale, l'abbiamo scoperta capace di esportare non solo prodotti e capitali ma anche influenza diplomatica, politica, perfino culturale. Quella parabola ha ispirato una certa ammirazione: per le centinaia di milioni di persone affrancate dalla miseria in pochi decenni; per l'efficienza di una classe dirigente capace di traghettare verso la modernità la nazione più popolosa del pianeta.

Sullo sfondo di una formidabile ascesa, restava in sospeso l'interrogativo drammatico sulla natura autoritaria del suo sistema politico, incompatibile con i valori universali dei diritti dell'uomo. Oggi l'avvicinarsi dei Giochi fa esplodere la contraddizione tra l'immenso peso della Cina nel mondo, e la sua pericolosa diversità, l'intransigenza con cui i suoi dirigenti rifiutano di imboccare la via delle riforme democratiche. Europei e americani sono sgomenti di fronte al mutismo dei loro governi perché dietro vi intuiscono un'impotenza, sospettano opportunismi e viltà.

Sono passate appena tre settimane dall'inizio della rivolta del Tibet, schiacciata dalla repressione cinese. Pochi giorni fa il regime di Pechino ha dato un'altra prova dei metodi con cui garantirà l'ordine durante i Giochi di agosto: ha condannato a tre anni e mezzo di carcere Hu Jia, l'attivista umanitario colpevole di aver difeso i malati di Aids, di battersi per la tutela dell'ambiente, per la libertà religiosa; un dissidente odiato dalle autorità per i suoi contatti con la stampa estera e il coraggio con cui usava Internet sfidando la censura.

Questo giro di vite contraddice gli impegni di liberalizzazione presi dalla Repubblica popolare quando ottenne l'assegnazione delle Olimpiadi, il 13 luglio 2001. Nessun governo occidentale finora ha trovato le parole per dirlo. Pochi giorni fa da un vertice dell'Unione europea è uscita una penosa cacofonia sul Tibet e i Giochi. La Francia ha peggiorato la confusione, dettando precise condizioni per la partecipazione di Sarkozy alla cerimonia inaugurale, che sono state smentite dopo poche ore.

Colpisce il silenzio dell'Occidente su un altro spettacolo preoccupante che va in scena a Pechino: il tiro al bersaglio contro la stampa straniera. Irrigidito per la tensione interna ed esterna che sente crescere all'avvicinarsi di agosto, esasperato per l'impatto mondiale della repressione in Tibet, il regime di Hu Jintao ha deciso di prendere di mira chi diffonde le notizie sgradite. Dopo aver sigillato il Tibet e perfino regioni limitrofe come il Sichuan, vietando l'accesso ai giornalisti stranieri; dopo aver blindato l'informazione interna con la propaganda, ora il governo dirige una virulenta campagna contro la stampa estera accusata di pregiudizi, distorsioni e manipolazioni.

L'operazione è partita in sordina, con la denuncia di errori in alcune immagini diffuse da Cnn e Bbc. Poi sono sbocciati dei siti Internet animati da cittadini-vigilantes a caccia di disinformazione: uno di questi si chiama www. anti-cnn. com. In un paese che ha ormai più utenti online dell'America (230 milioni), e dove 30.000 informatici lavorano a tempo pieno per censurare il web, il principale portale nazionale Sina. com ha lanciato una petizione popolare per condannare i "pregiudizi" dei mass media stranieri: fino a ieri aveva raccolto 1.140.000 firme (secondo dati del governo, naturalmente incontrollabili).

Il principale giornale nazionale, il Quotidiano del Popolo, ha un forum online dove i lettori autorizzati inseriscono commenti di questo tenore: "A Lhasa sono stati commessi crimini violenti ma i mass media occidentali ne hanno dato versioni false e tendenziose". "I cinesi sono indignati, la stampa estera deve vergognarsi". Dalle denunce generiche si è passati alle intimidazioni personali. Alcuni corrispondenti americani hanno ricevuto centinaia di telefonate e sms anonimi con minacce di morte estese ai familiari. Gli autori sono "gruppi nazionalisti" non meglio identificati. Due giornalisti occidentali si sono dovuti trasferire per precauzione da Pechino a Hong Kong.

Dietro questo crescendo di ostilità c'è una regìa inequivocabile. Il governo non ha neppure cercato di nascondere il suo ruolo: il sito ufficiale delle forze armate ha pubblicato un lungo elenco di giornalisti stranieri con le loro coordinate personali, dal numero di cellulare all'indirizzo di casa. La caccia alle streghe riecheggia in modo sinistro certe pagine di storia del maoismo. A quattro mesi dalle Olimpiadi per le quali aveva promesso libertà d'azione ai mezzi d'informazione, Pechino sta orchestrando con le risorse dello Stato un linciaggio virtuale dei mass media stranieri.

Se avvenisse in un paese meno importante i governi occidentali avrebbero già reagito. In questo caso invece dall'America all'Europa il silenzio è assordante. E i nostri comitati olimpici nazionali, riuniti proprio in queste ore a Pechino, fanno finta di non vedere nulla. Il realismo che deve guidare le diplomazie non ci impone di calpestare i valori su cui sono fondate le nostre democrazie. Visto che queste Olimpiadi si terranno, è ancora possibile riscuotere dai dirigenti cinesi un pedaggio, per la vetrina nazionalista che si sono conquistati. Se George Bush e i leader europei vogliono essere a Pechino l'8 agosto, almeno non si limitino ad apparire in tribuna d'onore alla cerimonia inaugurale. Che chiedano di andare anche dove a noi è vietato: a Lhasa.

Federico Rampini

venerdì 4 aprile 2008

Uomo morde cane più varie ed eventuali.

Dal sito di Corriere.it.
"Se un cane morde un uomo non è una notizia. Ma se un uomo morde un cane, allora è una notizia". Ebbene, l'evento che tutti i giornalisti attendevano, oggi è accaduto.
Un grazie per la segnalazione a Stefano Vannucci (che tanto sono sicuro l'avrà copiata da Josip Topovich).

È accaduto a Minneapolis, in Minnesota
UNA DONNA PER SALVARE IL SUO CANE MORDE IL PITBULL CHE L'AVEVA AGGREDITO

Amy Rice ha preso a morsi l'animale sul naso e l'ha costretto a lasciare il suo labrador

WASHINGTON - Per salvare il suo cane la padrona non ha esitato ad affrontare il pit bull che lo aveva aggredito e non ha trovato sistema migliore che prenderlo a morsi. Amy Rice ha combattuto con il pit bull dopo che questi era saltato nel giardino di casa e aveva attaccato il suo Labrador. È accaduto a Minneapolis, in Minnesota. La donna, che ora dovrà fare l'antirabbica, ha letteralmente preso a morsi il naso del pit bull, costringendolo a mollare. E' così riuscita a salvare il suo cane dalle fauci del pit bull, che è stato successivamente messo in quarantena.

Dopo una breve ricerca ho scoperto però che era già successo! Il 4 luglio 2007, in Cina... (finisco sempre lì oggi...). E per fare un po' di cazzeggio creativo sopra ci metto anche questo pezzettino và: tratto dal blog "Penne digitali 2.0", a firma di Carlo Baldi.

Riportiamo un passo tratto dalla versione aggiornata del celebre manuale di Sergio Lepri, che mette in luce, riprendendo e ribaltando un vecchio motto del giornalismo, quanto molteplici siano gli aspetti da considerare nel valutare se un accadimento sia meritevole o meno di essere raccontato.

«È notizia l’uomo che morde il cane, mentre invece – come spesso si sente dire – non è notizia il cane che morde l’uomo? Dipende: da chi è la persona morsicata, da chi è il proprietario del cane , da dove avviene il fatto e in quale momento della giornata; dal cane se è solo o con altri cani e quanti; se la persona morsa è sola o in compagnia (e quale) o se i morsicati sono più di uno; se ci sono stati altri casi di persone morse da un cane nello stesso luogo o nella stessa giornata; se il cane è sano o sembra oppure è rabbioso; se è un bastardo o un cane di gran razza o piccolissimo o grossissimo; se il morso è dato a una mano o a un braccio oppure in qualche parte più delicata; se è un caso isolato o uno di molti casi nella stessa giornata o nella stessa zona.


Un cane qualsiasi che morde un uomo qualsiasi in un modo qualsiasi non è notizia; ma un certo cane che morde un certo uomo in un certo modo (e in un certo momento) è notizia che può andare perfino in prima pagina».


Sul Mattino di Padova - oserei - si becca pure la locandina. :)


Il prezzo del coraggio.

Dal sito di Corriere.it.

L'immagine del famoso studente di piazza Tienanmen solo contro i carri armati è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo aver letto il titolo. Nessuno tuttora sa con certezza come si chiamasse e che fine abbia fatto, ma tutti ricordano il suo gesto come quello di un uomo, solo, che tentò per un attimo di cambiare il mondo. Era il 5 giugno 1989.

Ora della Birmania non se ne parla quasi più, come succederà tra poco anche con il Tibet, e come è successo prima con tanti, troppi altri fatti e Paesi.
Non dimentichiamoci di quello che è successo.
E, per quello che possiamo, non lasciamoli soli.

In Birmania
MANIFESTO' DA SOLO, CONDANNATO ALL'ERGASTOLO
Ohn Than, 60 anni, arrestato nel 2007 durante le manifestazioni contro il carovita e la mancanza di libertà

RANGOON - Un birmano che la scorsa estate manifestò da solo e pacificamente davanti all'ambasciata statunitense a Rangoon contro il regime militare è stato condannato all'ergastolo. Lo rivela il suo avvocato. Ohn Than, 60 anni, era stato arrestato il 23 agosto del 2007, quando in tutto il Paese si susseguivano le manifestazioni illegali contro il carovita e la mancanza di libertà, poco prima che i monaci buddisti si ponessero alla guida della protesta, poi repressa in settembre.

Quel giorno Than, in silenzio e da solo, andò davanti all'ambasciata Usa esibendo cartelli che chiedevano la convocazione del parlamento e il contenimento del carovita. «È stato condannato mercoledì all'ergastolo e a una multa di 1.000 kyat (meno di un euro), ha detto all'Afp l'avvocato Aung Thein, che ha denunciato la sproporzione fra l'azione compiuta dal suo assistito e la pena e ha annunciato ricorso.

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Girando poi su Repubblica oggi ho trovato altre due storie simili. La prima è quella del tibetano Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, in carcere dallo scorso dicembre dopo 200 giorni di arresti domiciliari, che è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione da un tribunale di Pechino per "istigazione a sovvertire i poteri dello stato".

Unione Europea e Stati Uniti hanno già chesto la sua liberazione, ma resta da veder che cosa succederà.

La seconda storia, ancora più drammatica, è quella di Palden Gyatso, monaco buddista arrestato nel 1959 dopo le proteste seguite all'invasione cinese del Tibet che ha passato nelle carceri cinesi 33 anni. Anni di torture, violenze e lavori forzati, a cui questo monaco è incredibilmente riuscito a resistere. Palden è uscito dalle carceri quasi sordo, senza piedi e senza i denti, caduti a forza di scariche elettriche procurategli inserendogli bastoni elettrici direttamente in bocca.

"Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", è l'unico commento delle autorità cinesi, pronunciato nel 1995 dall'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

Qui sotto il reportage integrale di Anais Ginori, dal titolo "La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità", con le foto di Jokim Eneroth dal sito di Repubblica.it. Lo potrete trovare in edicola domani su "D", il supplemento settimanale del quotidiano italiano.

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Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".
GUARDA IL SERVIZIO FOTOGRAFICO

Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico.

A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe".

I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo.

Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi.

Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista.

Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti".

I cimeli della prigionia
Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti".

Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi".

Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita".

La voce interiore
Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama.

"Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere".

Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni.

Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili".

Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue". Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni.

Soldi sulla punta del coltello
Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato.

"La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità".


(
3 aprile 2008)

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...è
questo il Paese a cui abbiamo dato le Olimpiadi?



giovedì 3 aprile 2008

"Sensualità a corte", tutta la quarta serie! Ritorna il mitico Jean Claude...

E' TORNATO!!!!! E' TORNATO!!!!! E' TORNATO IL MITICO BARONETTO JEAN CLAUDE!!!!!!

Torna "Mai dire martedì", e con lui la mitica serie (la quarta) di Sensualità a corte! Le avventure del baronetto Jean Claude, ambientate in una Parigi improbabile di fine 1700, ancora una volta interpretate dallo straordinario Marcello Cesena!

In questo post, che verrà aggiornato ogni settimana, potrete godervi direttamente da Youtube tutta la nuova serie, preceduta dal fantastico trailer della trasmissione ricalcato sulla falsariga di quella dei nuovi canali Mediaset (con Uma Thurman e Hugh Laurie) Premium!

In attesa delle prossime puntate, buona visione... :)


Trailer "Mai dire martedì"



Puntata 1



Puntata 2




Puntata 3



Puntata 4



Puntata 5



Puntata 6



Puntata 7 (ultima!)



E come extra, un piccolo estratto del backstage della scorsa serie! Per vedere cosa c'è veramente dietro Sensualità a Corte... :)



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Per chi fosse curioso poi, le puntate delle scorse serie più speciali inediti, wallpaper ed ogni genere di minchiate sul tema le trovate tutte qui, sul sito più o meno ufficiale della serie! E' un po' lungo da caricare (dipende dalla vostra connessione), ma vale la pena...

PS: ho aggiunto un piccolo bottoncino-link a questo post nella colonna dei link a destra (un pochino più sotto..), così la prossima volta fate prima! :)

mercoledì 2 aprile 2008

Un rigraziamento ed una citazione.

E' da febbraio, anzi da marzo quando me ne sono accorto, che devo farlo...

Cosa? 1) ringraziare una persona perchè ha scritto di me, e 2) perchè ha scritto una cosa che me ne ha ricordata un'altra che adoro...

Lei si chiama Acid Juicy, scrive da S. Diego, California, e il suo blog se siete curiosi lo trovate qui...

"[post del 19 febbraio] Sono ancora nella fase entusiastica di qualche giorno fa quando chissà per quale percorso neuronale sono tornata a visitare il Mestiere di Scrivere e altrettanto fortunosamente ho scoperto CalleDelVento Due esempi non convenzionali onvenzionali di "portali", anzi Portali. Mi fanno pensare a quelle porte ottomane in legno, intarsiate, forate, delicate come ricami, che lasciano immaginare, all'interno dei palazzi che proteggono, harem e giardini.

Oggi, arrivata a casa, avevo scelto un libro dalla piccola libreria di Jack, ma poi la voglia di esplorare ancora un pò è stata più forte ed eccomi a scoprire Il blog del Mestiere di Scrivere, certo un pò autoreferenziale nel titolo, ma intricante quanto il sito primario. E da qui tante altre porte, tanti fili come li chiama Luisa Carrada, sentieri che si allonatano dal luogo originario e conducono a nuovi siti, a terre da scoprire, genti da conoscere, fantasie meditate e costruite con lo stesso piacere con cui si gioca coi Lego.

Leggo un pò qua e un pò la, velocemente, cercando di filtrare le cose migliori, confusa dai tanti link che mi si aprono davanti, dalle troppe scelte,
dai titoli scoppiettanti e dalle scritture raffinate, dai grafi. Semi gettati con generosità nella rete, ma cresciuti su alberi che per anni sono stati innaffiati e potati, sotto il sole e nella pioggia.
Chissà quanti fuochi fatui, e quanti inganni... ma io scappo via prima di accorgermene e torno qui a raccontare a tutti che ho trovato una nuova conchiglia...
"

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Non vi ricorda nulla? A me ha ricordato tanto questo: viene da "Corto Maltese, Sirat al-bunduqiyya", meglio conosciuta come "Favola di Venezia"...

Porte, posti nascosti, sogni, viaggi e tante altre storie... Mi piacerebbe che il mio blog riuscisse ad essere per qualcuno veramente questo... Ultimamente chi segue il blog da un po' di tempo avrà notato che vado molto a periodi in ciò che scrivo, a seconda di quello che mi prende in quel momento: a volte qusto spazio sembra una succursale di Emergency, altre una costola di Cazzate.net, altre una fumetteria ed altre ancora un'agenzia di news per i poveri, ma che volete farci: sono così!

Cento pensieri per la testa, mille posti dove vorrei andare, ed un computer solo davanti. Ieri ho saputo che purtroppo non potrò andare a fare lo stage all'Ansa come speravo, e che neanche Repubblica a quanto pare prenderà stagisti... Non importa: ci saranno altri posti, altri luoghi ed altre storie. Un sogno su mille si avvererà.

martedì 1 aprile 2008

L'inconsapevole ironia sui muri :-)

Italiani: popolo di santi, eroi e navigatori. Ma più di tutto, di grandi umoristi... Dedicata allo zio Gino, che so essere un grande e appassionato collezionista, una piccola galleria degli strafalcioni più o meno intenzionali che dominano i muri di tutta l'Italia!

Cliccate sulle immagini per allargarle, e buon divertimento...

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Qualunque Italia sia, basta che ci sia gnocca e va bene...
..e anche Silvio è daccordo!
Rialzati Italia... Ma prima finisci... :)Oppure resta a nanna e sogna...EVVIVA, CI SONO IDEE!!!!!...e divertiti!
Stupore dai muri....Italia in svendita!Se non sopravvive lui...Politica e bistecche.Per rialzare il Paese? Bastano 3 giorni...
No comment!
Che la politica sia un circo si sa...Al massimo si affittano!Dietro la maschera...
A kind of magic.
...e Cita vicesindaca!
...più bòna!I veri valori.
Prossimamente il 3x2...
Meglio tardi che mai!Se voti così allora sei fuori...
E qui la nota triste... Guardate quanta carta sprecata... Ci sono più strati sui muri che ere geologiche in Terra...

Vabbè, finchè c'è vita c'è speranza! In bocca al lupo, Italia!

Per chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui, altre locandine le potete trovare qui, sull'apposita sezione del sito di Repubblica.it dedicato ai manifesti elettorali da dove proviene anche tutto questo piccolo "Best of"!

Sperando che abbiate gradito, appuntamento alla prossima... :)

Stampa sportiva: i risultati (deludenti) del sondaggio.

Niente... non ci siamo... Non so perchè, ma in un mese in cui avreste potuto fare di tutto e in cui oltre 3000 visitatori sperduti o meno sono finiti su questo blog, solo in 16 hanno trovato un minuto per rispondere all'appello e votare un sondaggio...

Non so perchè, ancora, ma ogni volta che provo ad allungare la mano al di là del vetro del vostro schermo, trovo poco o niente... Venite, guardate, prendete, curiosate, imparate, fate imparare (e tanto) anche a me, ma svanite non appena una luce tenta di illuminarvi e di scoprire chi siete, e che faccia avete dietro i click che date su uno schermo o su una tastiera, e cosa vi spinge ad essere quello che siete...

Mi piacerebbe vedere cosa c'è al di là del vostro schermo che vi illumina davanti al vostro computer, ma mi sa che dovrò aspettare ancora un po'....

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Comunque: questi i risultati. Alla domanda "Tra poco nascerà un nuovo free-press sportivo, dedicato per il 70% al calcio e per il 30% agli altri sport. Se poteste decidere voi..." ( per il perchè ed i commenti andate al post "Come vorreste la stampa sportiva italiana" dello scorso marzo), avete risposto...

..lascerei questa divisione, il calcio merita più attenzione rispetto agli altri sport
2 (12%)
...dividerei il giornale 50% calcio e 50% di altri sport : è il giusto equilibrio.
6 (37%)
...darei più spazio agli altri sport che al calcio: di questo se ne parla troppo, e troppo poco del resto.
5 (31%)
...no so, non mi importa.
3 (18%)

Per un totale di 16 voti in 24 giorni.

Il che è poco, per quello che avevo in mente, ma tant'è... Volevo dimostrare che un giornale può nascere anche "dal basso", coi suggerimenti dei lettori, ma si vede che non è ancora tempo, o che non sono stato bravo io.
Le mostrerò lo stesso a Padovan quando tornerà qui al master, anche se penso avranno poco valore o nulla. Gente, non volevo il botto dei sondaggi di Repubblica in cui 15.000 persone votano solo in due ore, ma mi andava bene anche un millesimo...

Well, riproveremo la prossima volta...
Battete un colpo, se ci siete, e restate in ascolto: c'è ancora qualcuno, là fuori.

Au revoir!