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martedì 19 maggio 2009

Gli studenti stranieri e le liste di proscrizione che ritornano

Da Repubblica.it, Genova.

Vi ricordate quando le insegnanti per far stare calmi i bambini tra un cambio di lezione e l'altro assegnavano a due o tre di loro il compito di scrivere sulla lavagna la lista dei "buoni e dei cattivi", con i nomi di chi faceva baccano messi li' in bella vista per l'ingresso della maestra successiva? Ora le cose sono cambiate un po'....


STUDENTI "CLANDESTINI", I NOMI SULLA LAVAGNA


UN GIORNO è entrata in aula la preside, ha preso un gessetto e si è messa a scrivere sulla lavagna un elenco di alunni. Ha fatto lo stesso in tutte le classi e nelle tre scuole del plesso, e quando non tracciava la sua lista era perché pronunciava ad alta voce i nomi degli studenti. Nomi di origine straniera. Nomi di presunti, futuri clandestini. Di prossimi fuorilegge. Nomi di ragazzi che nel corso dell´anno scolastico avrebbero compiuto il diciottesimo anno di età, e che non avevano chiarito la loro posizione ai sensi del futuro permesso di soggiorno.


Perché in Italia si può diventare degli irregolari per quello che si è, non per quello che si fa: basta raggiungere la maggiore età e avere dei genitori privi di permesso, o peggio ancora residenti in una casa troppo piccola, o titolari di un reddito considerato insufficiente. Prudente e precisa, la preside ? Rosanna Cipollina - ha redatto una sconcertante lista degli studenti «a rischio». E in qualche modo l´ha resa pubblica. Si è giustificata sostenendo di aver scritto quei nomi sulla lavagna perché temeva altrimenti di sbagliarne la pronuncia, e che quello era semplicemente un invito a presentare al più presto i relativi documenti in segreteria. Cosa che gli studenti hanno fatto puntualmente nei giorni successivi, ribadendo la loro «regolare» presenza sul territorio italiano.


E´ successo nell´istituto professionale per il commercio Casaregis, a Sampierdarena, nelle altre due strutture scolastiche accorpate, l´istituto tecnico industriale Galilei e l´Einaudi. Diversi insegnanti hanno sottoscritto indignati una lettera, trasmessa al provveditore agli studi e alla stessa preside. Abbiamo provato a contattarla, ma non c´è stato nulla da fare.

Ci sono purtroppo buone ragioni per credere che questa storia non finisca qui. L´inedito episodio, accaduto nei mesi scorsi, è tornato sulla bocca di molti in questi giorni in cui il Parlamento legifera sul reato di clandestinità. Lo ha ricordato anche Paolo Quatrida, segretario generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza: sono decine gli studenti di origine straniera che frequentano le superiori genovesi e compiono i diciott´anni nel corso di questo anno scolastico. Rischiano di finire tutti in una ignobile lista di proscrizione? «Un problema grave, una storia orribile», dice Quatrida. I minori extracomunitari non hanno bisogno di un permesso di soggiorno. «In genere gli istituti, quando raggiungono la maggiore età, fanno finta di niente: non vanno a verificare se gli studenti diventeranno automaticamente regolari´. La questione diventa però inevitabile quando i ragazzi sostengono l´esame di maturità. In passato si è aggirato il problema grazie a visti temporanei. Di questi tempi, però, può accadere qualsiasi cosa. Anche che si scrivano dei nomi su di una lavagna».

mercoledì 13 maggio 2009

Vi siete chiesti dove finiscono gli immigrati respinti? Scopritelo qui.

“Le espulsioni collettive di migranti dall’Italia alla Libia costituiscono una violazione del principio di non refoulement. Le autorità italiane non hanno rispettato i loro obblighi internazionali”. Era il 14 aprile del 2005 e il Parlamento Europeo adottava una risoluzione di condanna contro le deportazioni collettive con cui il Governo italiano aveva espulso in Libia 1.500 persone intercettate al largo di Lampedusa tra l’ottobre 2004 e il marzo 2005. “Il parlamento europeo - continuava la risoluzione su Lampedusa P6_TA(2005)0138 - è profondamente preoccupato sul destino di centinaia di richiedenti asilo respinti in Libia, dal momento che questo paese non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, non ha un sistema d’asilo, non offre garanzie effettive per i diritti di rifugiati, e pratica arresti arbitrari detenzioni e espulsioni”.

Un mese dopo, il 10 maggio del 2005, la Corte europea dei diritti umani sospese l’espulsione da Lampedusa di 11 cittadini stranieri sbarcati a marzo e che avevano presentato ricorso. Quattro anni dopo, ciò che ieri era illegale è divenuto regola d’ingaggio dei pattugliamenti di Frontex partiti poche settimane fa nel Canale di Sicilia.

E ora gli immigrati, fermati direttamente in acque internazionali, ritornano direttamente indietro: in Libia, in Egitto, in Istraele...dovunque. A molti basta sapere questo: che non sono più da noi. Ma se avete il coraggio di guardare oltre, e di veder dove e come il loro viaggio interrotto continua le tre inchieste sotto sono per voi.

Dal blog Fortress Europe, tre reportage sugli immigratiscritti e fotografati da persone che hanno toccato con mano le loro sofferenze. Che hanno visto tutto, e non lo dimenticheranno. Leggeteli, e poi pensate. E decidete cosa fare.

Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia

La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Vedo 30 persone. Sul muro hanno scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa.

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico

Stipati come animali, dentro container di ferro. Così gli immigrati arrestati in Libia vengono smistati nei centri di detenzione nel deserto libico, in attesa di essere deportati. Siamo i primi giornalisti autorizzati a vederli. Le condizioni dei centri sono inumane. I funzionari italiani e europei lo sanno bene, visto che li hanno visitati. Ma si astengono da ogni critica, alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti

Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah

Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli

Inoltre sul blog trovate ancora "Le Croci di Malta": il documentario sui cpt maltesi che l'Europa vuole prendere a modello con le drammatiche condizioni di vita di chi ci vive dentro, dimenticato da Dio e dagli uomini.
Il documentario é stato girato da colleghi Enzo Di Masi, Gilberto Mastromatteo, Giuseppe Bucca e Loris Zamparelli. I loro contatti sono a disposizione, e potete richiedermeli con una mail in caso di necessità.

Il coraggio di Saviano e la sfida del Parlamento sul decreto sicurezza

Oggi si vota in parlamento.


Si vota con la fiducia, su come si possano far sparire i figli dei migranti rendendoli invisibili, togliendo alla madre clandestina il diritto di riconoscerli e dandoli tutti in adozione (che se crescono in una famiglia con sani valori italiani e padani DOC é meglio).
Si vota su come si possa segregare chi arriva in Italia cercando protezione per ben 6 mesi in un centro di detenzione temporanea, senza alcuna tutela, e su come si possano creare delle ronde di cittadini e contemporaneamente dare meno fondi alla polizia "quella vera".

Si vota su come si possa creare un registro dei clochard e garantire "più sicurezza urbana", senza che nessuno sia ben in grado di spiegarci l'utilità di ognuna di queste cose e di quelle sopra. Si vota sulla decisione di far pagare 200 euro di tassa ad ogni migrante (e questo si', si capisce perché) semplicemente per chiamarlo "cittadino" come tutti noi, e contemporaneamente appioppargli un reato che lo rende "diverso" più di quanto già non sia, e che permette a tutti di denunciarlo solo per il fatto che respira sul nostro Paese e farlo vivere in un clima di costante terrore ("non fai quello che voglio io, ad esempio lavorare per metà stipendio degli altri? guarda che ti denuncio...").

Oggi si vota in Parlamento. E non so perché, ma ho un po' di paura.

Poi leggo Saviano, ed altri come lui. E un po' sto meglio: perché forse capisco che non sono solo. E che anche i clandestini, i barboni, gli immigrati, i "senza nome", forse non lo sono neanche loro.

Alle 10:30 si comincia. Nell'attesa, leggetevi questo...

IL CORAGGIO DIMENTICATO
(di Roberto Saviano)

Chi racconta che l'arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull'onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.

Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: "Ora basta" ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent'anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un'estorsione ma appena persa la scorta l'hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze.

Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L'obiettivo era attirare attenzione e dire: "Non osate mai più". Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le 'ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese.

La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l'inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell'edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio.

L'egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri - anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi - si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall'aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della 'ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti.

Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: "Non ci piegheremo", riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno.

E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L'agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro.

Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. "Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l'Italia" di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall'elementare desiderio di vivere.

L'omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l'inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l'Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all'estero.

Oggi, come le indagini dell'FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell'est in loro colonie d'investimento e come dimostra l'ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D'Avorio, dall'Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici).

E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall'Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai.

Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell'eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l'alleanza delle mafie italiane.

Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l'alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l'assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle "anime belle", come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi - insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo - è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d'Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L'Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency, da Repubblica.it

lunedì 4 maggio 2009

I vù cumprà, i cartelli gialli e i veneziani: sfida all' OK Corral all'ombra del doge.

Due file parallele, a guardarsi in cagnesco, sotto il sole di mezzogiorno che tagliava le gambe ai turisti impegnati in quel momento ad affollare la Riva degli Schiavoni nel tratto delimitato da Palazzo Ducale da una parte e l'Arsenale dall'altra. Un'atmosfera da sfida all'OK Corral davanti alla laguna di Venezia, con due teorie di uomini in attesa a pugni chiusi, gli sguardi fermi, ognuno con la certezza di dover evitare provocazioni e al contempo rimanere saldo a difendere la posizione.


Il primo gruppo é nero: circa 50-60 persone, schierate schiena al mare. Sono i venditori ambulanti, perlopiù africani, disposti uno a fianco all'altro con un piccolo telo bianco davanti ad ognuno di loro dove espongono la merce: quelle borse Louis Vuitton o Prada che piazzano ai turisti ad un centesimo del prezzo degli originali esposti nei negozi. Il secondo gruppo, che li guarda negli occhi ma che subito abbassa lo sguardo con evidente disagio, é quello dei residenti. I manifestanti, i "veneziani doc che ancora esistono", sponsorizzati dall'ASCOM, che indossando magliette a manica corta passeggiano davanti ai cartelli che li dividono dall'opposta fazione.

A dividere i due gruppi una fila di cartelloni gialli, illuminata dal sole. "I venditori di strada sono foraggiati dalle mafie", "Comprare da loro é illegale", "Le merci degli abusivi sostengono la criminalità organizzata e non sono originali". Sono queste le frasi che i veneziani ci hanno appiccicato sopra incollando ritagli di giornali, piazzandoli poi a mo' di sfida davanti ai posti dove di solito si schierano gli ambulanti. Ma questi, anziché andarsene, stavolta hanno preferito restare. E schierarsi davanti ai cartelli a resistere, ignorando la probabile tentazione di saltare addosso al più sparuto gruppetto di residenti, stimato in circa 20-30 persone.


Più lontano, a "vigilare" sul tutto c'era la polizia, che schierava la bellezza di due carabinieri a due ponti di distanza. Forse per evitare di riscaldare gli animi, forse per evitare provocazioni, la sparuta pattuglia si limitava ad osservare da lontano e a venire filmata dalla piccola Minolta di un'entusiatica turista giapponese, giubilante di fornte a due veri "calabinieli".

Non so da quanto andasse avanti la protesta. Se fosse il primo giorno, il secondo o l'ennesimo. Non so come sia finita, né chi abbia vinto. Se i residenti, riuscendo a far calare il traffico di borsette false degli Schiavoni, o gli immigrati, dimostrando che i turisti scelgono consapevolmente di comprare da loro.
So che c'era nervosismo, quello si. E qualcuno si lamentava che "oggi vendere poco", e "oggi brutta giornata", anche se il sole spaccava le pietre. So che le foto non erano gradite, come mi hanno fatto capire alcuni di loro a gesti e parole quando ho tirato fuori la macchina per scattare queste immagini.



Non ho voluto essere io a far scoppiare la tensione. Cosi', visto che in quel giorno ero un semplice turista, ho rinfilato la mia piccola digitale nella custodia e me ne sono andato. Quello che volevo farvi vedere, l'atmosfera che c'era li' ieri alle ore 13:05, ormai l'avevo in tasca. Sono ripassato 4 ore dopo, ed erano ancora li', tutti e due i gruppi, a guardarsi ancora sotto il sole. L'unica assente, la polizia: i due agenti sul ponte al ritorno non li ho più visti.

Non so come sia andata e finita la protesta, ma mi piacerebbe tanto che qualcuno me lo dicesse. E raccontasse, non solo a me, se davvero tutti sono riusciti a rimanere fermi e civili, mostrando ognuno in faccia all'altro le proprie ragioni senza dare in escandescenze. L'esperimento dei cartelloni infatti era già stato tentato dal Comune l'anno prima davanti alla chiesta di San Moisé con delle colonnine fisse, che finirono pero' distrutte dagli stessi ambulanti poche sere dopo la loro posa.


Oggi so che i vù cumprà, come li chiama ormai la gente, sono andati sotto il palazzo del sindaco per chiedere di poter avere come in Francia un metro quadrato a testa dove poter esporre le merci. Pagando licenza, ovviamente. La maggior parte delle persone infatti non lo sa, ma molti di quelli che si incontrano in strada la licenza di venditore ambulate già la posseggono. Solo che non gli permetterebbe di vendere nei centri storici delle città con più di 50mila abitanti per cui ne servirebbe un'altra ben più costosa che azzererebbe in pratica i loro guadagni. Chi ha la licenza, tra l'altro, per non perderla non vende falsi. Chi é clandestino, e non puo' permettersi i soldi per farla, rischia vendendo quello che puo'.

Vedremo come finirà, per entrambe le cose. E rimarremo in attesa di sapere se avranno luogo ancora altre sfide all'Ok Corral all'ombra del doge, dove lunghe file di genti rimarranno a guardarsi in fila sotto il sole per disputarsi i turisti; sullo sfondo di una città bellissima che pian pianino muore, sacrificando al commercio anche un po' della sua umanità.

giovedì 21 agosto 2008

"Le Croci di Malta". Il documentario su cpt, immigrazione e segregazione al centro del Mediterraneo.

Ok, ora si parla di cose serie...

Grazie alla disponibilità del collega Gilberto Mastromatteo posso finalmente posso postare qui (diviso in tre parti) il documentario "Le Croci di Malta", finalista al premio Ilaria Alpi 2008 che per poco non ha rischiato di essere trasmesso anche su "Matrix", il programma di approfondimento informativo serale condotto da Enrico Mentana su Canale 5!

Cos'è? Un documentario girato da Gilberto Mastromatteo, Giuseppe Bucca, Loris Zamparelli ed Enzo Dimasi (quattro studenti del master in giornalismo di Padova, che tra l'altro se lo sono interamente pagato di tasca propria!) in trasferta sull'isola di Malta per una settimana, per documentare la realtà dell'immigrazione clandestina ed il trattamento che gli immigrati ricevono nei cpt (i tristemente noti "centri di permanenza temporanea", lì direttamente chiamati "centri di detenzione") una volta portati a terra.

Stipati come bestie, grazie alla nuova direttiva sull'immigrazione recentemente approvata anche dalla UE questi disgraziati possono essere trattenuti in detenzione anche 18 mesi senza godere di alcuna garanzia o processo! La cosa più shockante è che sia l'Unione Europea che Malta (che ne fa parte dal 2004) si spaccino come grandi difensori dei diritti umani...

Il documentario, della durata di 20 minuti circa, è disponibile anche in dvd. E' stato creato principalmente per raccontare la realtà dell'immigrazione a chi non la conosce, per poter informare ed essere divulgato il più possibile. Almeno, questo è il sogno dei suoi autori, e il desiderio con cui l'hanno creato.


Per i mezzi di informazione o quasiasi altro ente che sia interessato a trasmetterlo, basta mandare un'email al blog o lasciare un commento al post: vi metterò in contatto con gli autori al più presto! Il video è ovviamente disponibile anche su Youtube: siete liberi di usarlo, a patto di citare gli autori e linkare questa pagina o quella di Youtube da cui proviene.
Buona visione!

Le Croci di Malta - Parte 1



Le Croci di Malta - Parte 2



Le Croci di Malta - Parte 3



Se vi è piaciuto, fatemelo sapere! Gli autori passano di qua ogni tanto, e gli girerò i commenti... :)