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lunedì 29 giugno 2009

"Scappo, qui la ricerca é malata". Lettera di una ricercatrice al Presidente Napolitano.

"Scappo: qui la ricerca é malata". Con queste semplici ma terribili un altro ricercatore, un altro pezzettino del futuro e della possibile crescita e rinascita di questo paese fugge dall'Italia. Ancora una volta, per colpa delle ingiustizie del clientelarismo, dei tagli e della sostanziale miopia di chi governa un mondo - quello della ricerca - molto spesso senza esserne davvero mai stato parte e conoscerne i meccanismi che lo regolano e che gli permetterebbero di crescere, a vantaggio di tutti.

Il bello - con la dovuta ironia - é che ne parlavo ieri con la mia ragazza, che vorrebbe andarsene via anche lei da qui per poter fare nella vita ciò per cui ha studiato. Ieri parlando con lei ero ottimista su quello che si sarebbe potuto trovare guardando in giro. Oggi un pezzettino di quell'ottimismo l'ho perso per strada. Spero di ritrovarlo prima che scappino anche tutti gli altri attorno a lui. O finirò per scappare anch'io.

Da Corriere.it:

Una laurea in Medicina, due spe­cializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di geneti­ca dell’Università di Pavia. Rita Cle­menti ( foto sotto a sinistra), 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origi­ne genetica di alcune forme di lin­foma maligno, in questa lettera in­dirizzata al presidente della Re­pubblica Napolitano racconta la sofferta decisione di lasciare l’Ita­lia. Da mercoledì 1˚luglio lavorerà come ricercatrice in un importan­te centro medico di Boston.

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.

Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi

mercoledì 13 febbraio 2008

Quanto sappiamo dei soldati che muoiono all'estero?

Morto un altro soldato italiano in Afghanistan. Il dodicesimo dall'inizio della "guerra", il tredicesimo dall'inizio dell'anno, mentre il numero totale dei caduti stranieri supera quota 200.

Non voglio andare in discussione sulla missione in Afghanistan, come nelle altre in Iraq, Kosovo e resto del mondo. Non voglio discutere se sia giusta, e come e quanto. Sono uno di quelli che si è sentito italiano (per usare le parole del presidente Ciampi) quando ci fu il tristemente famoso attentato a Nassirya contro la base dei nostri carabinieri, e che gli italiani impegnati all'estero in missioni difficili comunque li rispetta. Nassirya fu un attacco vile, e mi dispiacque sul serio per chi quel giorno non potè più uscire da quella base.

Però vorrei solo scrivere queste due righe per farvi riflettere su una cosa.

Quanto sappiamo di quello che realmente accade in quelle terre lontane? Afghanistan, Iraq, e tutte le altre...?

Oggi sono andato, una volta appresa la notizia, a curiosare oltre che sui siti tradizionali (Corriere, Repubblica, Etc) sui siti di quelli che si definiscono in genere "media alternativi": Peace Reporter, WarNews, etc. E ho scoperto che in Afghanistan due giorni fa un civile afghano è stato ucciso dalle forze di reazione rapida italo spagnole. In Italia non ne ha parlato nessuno.
Il motivo? Paura: stava guidando una macchina, non si è fermato tempestivamente all'alt e i soldati hanno sparato pensando ad un'autobomba. "
Abbiamo fatto fuoco verso terra", hanno detto, ma l'autista è morto, colpito al petto. Verità o falsità? Probabilmente non lo sapremo mai. Ma ora pensate ad un certo Calipari, a come è morto: le similitudini ci sono.

Ancora: lo sapevate che la notte tra il 3 ed il 4 febbraio gli italiani parteciparono ad un raid delle forze Nato contro la presunta abitazione di un capo talebano nel distretto di Bakwa, dove morirono "solo"11 civili, e che il fatto è oggetto tuttora di un'inchiesta del ministro della Difesa Parisi?

E...per caso sapete nulla di una certa "Operazione Sarissa" (dal nome della lunga lancia usata dalle falangi macedoni di Alessandro il Grande), denominata anche "La guerra segreta degli italiani in Afghanistan"?

Probabilmente no, perchè nessuno ne parla e nessuno cerca di saperne di più. Nemmeno chi dovrebbe farlo, ovvero i media, che si attengono strettamente alle agenzie ed ai comunicati scarni delle autorità.

Oggi un altro italiano è morto, in un posto lontano che si chiama Rudbar, in un paese distante migliaia di chilometri dal nostro. Cerchiamo almeno di sapere perchè. Se non per lui, almeno per noi.

Post Scriptum: ieri, quando ero già andato via, sul sito del Corriere è comparso anche questo:

"«Era già scampato alla strage di Nassirya nel novembre del 2003, si trovava a cinquanta metri da quell'esplosione. Eppure, nonostante quello spevento era rimasto in missione. Un appuntamento con la morte, purtroppo, solo rimandato», racconta davanti alla casa dei parenti a Carinola uno dei suoi amici di sempre".

Ho citato la strage di Nassirya per caso, senza saperlo, ma quello c'era stato davvero...