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mercoledì 13 ottobre 2010

Genova, il signor Thomson e la guerra in Afghanistan

Chi mi conosce sa che io le partite di calcio non le guardo mai. Solo una breve abbuffata di calcio ogni 4 anni in occasione dei mondiali e poi il pallone finisce di nuovo nell’oblio per il quadriennio successivo. Ieri sera però nonostante tutto nel corso dello zapping televisivo mi sono imbattuto nella diretta della partita Italia – Serbia allo stadio Marassi a Genova, ed ho visto tutto quello che è successo e che oggi abbiamo saputo tutti. Dopo la partita è partito senza che facessi a tempo a spegnere la tv il solito, pesantissimo Porta a Porta. Tema di ieri, giorno dei funerali dei 4 alpini morti in un attentato, proprio l’Afghanistan. Con una sola domanda predominante a cui tutti pretendevano di saper rispondere: perché siamo lì?
E’ la stessa cosa che mi ha chiesto nel dormiveglia la mia ragazza, mentre sullo schermo il ministro Frattini declamava i 6 motivi fondamentali per cui gli italiani sono e devono ancora per non si sa quanto rimanere in quel paese lontano. “Gli italiani sono a combattere in una nazione dove nessuno sembra bene sapere cosa siano andati a fare, negli stadi la gente si mena e fa tutto fuorchè teoricamente quello che è venuta a fare, cioè vedere una partita. Ma in che razza di mondo siamo?”
Non so perché, ma dopo aver visto tutto quello che era accaduto in serata alla sua domanda ho risposto più o meno così:
“Vedi, in Afghanistan è successo in 9 anni quello che è successo allo stadio stasera. C’è una partita che si deve giocare (che potremmo paragonare al cosiddetto ripristino della democrazia in Afghanistan) e che tutti gli attori più o meno vogliono che si giochi, perché per vari motivi (soldi che girano, biglietti pagati, sponsor da un lato e governi, industria delle armi e scacchiere internazionale di alleanze dall’altro) tutti ne traggono interesse. Poi ci sono le forze dell’ordine ed i soldati, che sono messe lì per fare in modo che la partita in ambo i campi si possa giocare, gli osservatori degli organismi internazionali (UEFA da una parte e ONU dall’altra) che vigilano che tutto vada come deve, e gli ultras (o teppisti che dir si voglia) cattivi che sono come i talebani, e vogliono far saltare tutto per aria: vuoi per farsi vedere in mondovisione e far conoscere i loro slogan nazionalisti anti Kosovo in un caso, o vuoi per mantenere lo status di dominio del campo e la possibilità di mantenere la propria egemonia radicale dall’altro.
Alla fine ieri sera allo stadio è successo ne più ne meno  - con le ovvie differenze – che è successo in questi 9 anni in Afghanistan: si voleva far giocare la partita della democrazia, con gli ultras talebani che tentavano di impedirlo e le forze dell’ordine a tentare di ripristinare il corretto funzionamento del gioco, sotto la guida degli osservatori internazionali. Anche qui un pugno di ultras – teoricamente inferiori per numeri e mezzi – è riuscito ad impedire con petardi e violenza lo svolgimento del match che tutti volevano. Prima hanno tentato di giocare le due squadre in campo, ma gli ultras non l’hanno reso possibile. Poi ha provato a intervenire la polizia, ma non sapeva bene cosa fare perché la posizione della tifoseria e la presenza di famiglie inermi nei settori vicini e nella stessa curva rendeva difficili gli interventi radicali di “estirpazione” dal territorio della frangia violenta. Si era pensato a cariche localizzate, interventi più “decisi”, ma non è stato possibile. Quindi, dopo un po’ di sguardi feroci i poliziotti si sono allontanati e hanno tentato di far ripartire il gioco in campo sperando che tra gli spalti ritornassero la calma e il buonsenso.Ancora invece, petardi dalla curva e minacce di sfondamento negli altri settori hanno fatto fermare il gioco, che comunque era partito in campo vistosamente falsato, con l’arbitro che non fischiava falli alla squadra serba (di cui gli ultras erano teoricamente tifosi) per non far infiammare ancora di più la situazione nella curva. L’unica differenza è che – al contrario di quello che è successo a Kabul – almeno nello stadio le due frange non si sono affrontate  - nemmeno in scaramucce - e non ci sono stati ne morti ne feriti.
Nessuno in campo a quel punto – in quella situazione di stallo – sapeva più che fare. “Dobbiamo giocare – dicevano gli uni – perché fermarsi ora è come dargliela vinta e dimostrare loro che sono i più forti”. “Dobbiamo sospendere – rispondevano gli altri – perché in queste condizioni il gioco comunque sarebbe falsato, e non avrebbe senso: una partita non si può giocare così!”. Gli osservatori internazionali, nota più grave di tutte, non sapevano neanche loro cosa fare, divisi tra le due fazioni.

"The Show must go on”, sembrava essere la  parola d’ordine, anche a dispetto di ciò che accadeva in campo e fuori. Nessuno  - tantomeno il delegato UEFA, carica più alta in grado in quel momento nella scala della diplomazia - ha dichiarato lo stop definitivo alla partita: per due ore è stato un balletto di “si gioca – non si gioca”, con i potenti di turno a decidere come muovere le truppe sul campo per non darla vinta all’opposta fazione. Il balletto non è finito neppure quando l’arbitro scozzese Thomson ha deciso di dire basta a tutto questo, assumendosi la responsabilità che nessuno voleva prendere. “Basta, finisce qui. E’ due ore che siamo fermi e non si va da nessuna parte. Non lo vedete?”: nessuno ha voluto vedere, e si è andati avanti ancora un’ora buona, aspettando che i delegati UEFA, i commissari alla sicurezza e i grandi nomi della FIGC accettassero le decisioni di questo piccolo arbitro che alla fine ha voluto chiudere la partita di testa sua, costringendo gli altri ad andargli dietro.
Beh, vedi, in Afghanistan – a differenza che a Genova – l’arbitro non è ancora arrivato, e si è ancora nella fase in cui tutti vogliono a parole giocare quella maledetta partita. Anche se poi nei fatti nessuno sa come farlo perché gli ultras talebani, pure allontanati con cariche e contrattacchi, sono ancora lì. Anzi, hanno pure guadagnato qualche gradino perché  - come al Ferraris – i giocatori afghani pur di calmarli hanno fatto qualche passo con il loro capitano Karzai lanciando proclami nazionalistici nella loro direzione. Anche se al pubblico e agli osservatori internazionali questo non è piaciuto, non hanno potuto far altro che stare a guardare.
Perché siamo lì? Per far giocare la partita, ci dicono. Perché andiamo con le armi ad una partita? Perché è l’unico modo per farla giocare, ci dicono ancora. Perché non siamo ancora riusciti a farla giocare? Come a Genova, fino ad ora non si è potuto, ne si sa quando si potrà farlo.
Come a Genova infatti, nessuno degli attori impegnati sa bene che fare per sbloccare la situazione, nemmeno gli alti papaveri dell’establishmenti mondiale,  se non sperare che arrivi anche tra le montagne dei pashtun una persona piccola piccola come il signor Thomson a dire che basta, tutto questo non ha senso e non si gioca più.
Lo so, dirai, la cosa non è certo così semplice: una partita di calcio non si può certo paragonare ad una guerra (o missione di pace che dir si voglia) che in 9 anni ha ucciso migliaia di persone. E’ da stupidi cercare analogie tra due cose che sono in fondo completamente diverse. Lì il campo di gioco non è fatto di erba verde, ma di valli e grotte nascoste tra le montagne, gli spettatori non sno migliaia ma milioni di persone inermi, e non si gioca con un pallone ma con mine e fucili, e bombe devastanti. E chissà cosa mi è saltato in testa ieri sera quando ho unito – nel dormiveglia di Porta a Porta e del ministro Frattini che parlava come un fiume in piena – queste due cose così distanti tra loro. Non sapevo bene come spiegartelo, e così mi sembrava quasi logico”.
Però oggi un altro interrogativo non smette di frullarmi in testa, mentre il ministro Frattini ha finito di parlare, Porta a Porta è finito, la notte è passata e a Genova la guerriglia è finita e si contano – adesso sì – anche i feriti: non è che magari  - come a Genova - il signor Thomson in Afghanistan c’era già arrivato, e nessuno dei presenti in campo lo abbia ascoltato?

lunedì 12 novembre 2007

Della morte di Gabriele Sandri, delle sottovalutazioni della stampa e dei disordini che (forse) si potevano evitare

Cosa è successo ieri nell'area di servizio dell'A1 vicino ad Arezzo? Ancora per certo non lo sa nessuno. L'unica cosa certa della storia, per dirla all'hard-boiled, è il morto. Un ragazzo di 28 anni, ucciso in una macchina con un proiettile al collo. Punto. Il resto è una marea di forse, supposizioni, indiscrezioni, che rimbalzano di media in media per tutta la giornata, e che causano (o meglio. sicuramente rinfocolano) la violenza negli stadi e fuori che seguirà di lì a poco.

Ieri si è parlato tanto nelle varie trasmissioni tv e radio anche di questo: l'informazione ha agito bene?

Mi spiego: se non avesse collegato istantaneamente, in base a dubbie prove, la passione da tifoso di Gabriele Sandri alla sua morte, sarebbe successo tutto quello che è accaduto dopo lo stesso, con la guerriglia urbana dei tifosi nelle strade? Se non fosse stato "un tifoso della Lazio" ma "un ragazzo qualunque", tutto quello che è seguito negli stadi sarebbe accaduto comunque?

Per quello che penso io, forse no. Non si è pensato, credo, alla polveriera-tifosi su cui si stava seduti, in una situazione che dopo l'omicidio Raciti non è cambiata per nulla. E l'informazione ha sbagliato, sottovalutando tutto questo. Ho provato a capire come sia sata raccontata la storia ieri andando a veder le prime agenzie. Ho preso quelle dell'Agr, dove ho lavorato, perchè conosco l'agenzia e perchè in genere sono abbastanza fedeli alle agenzie così come escono. Guardarle tutte sarebbe stato troppo lungo per i tempi a mia disposizione.

La prima notizia viene data all'una, e dalle agenzie viene sparata così: ho preso il primo lancio dell'Agr, che è datato 11:50.

Arezzo: scontro tra tifosi in area di servizio A1, un morto

11 nov 11:50 Cronache

AREZZO - Una persona e' morta dopo uno scontro tra tifosi in un'area di servizio lungo l'A1, nel territorio di Arezzo. Secondo le prime informazioni la vittima sarebbe un tifoso laziale. Non e' ancora chiara la dinamica di quanto accaduto e le responsabilita' sulla morte del tifoso. Sembra, secondo quanto emerso, che la vittima sia stata raggiunta da un colpo di pistola. Tutto e' avvenuto nell'area di servizio di Badia al Pino dove si sarebbero scontrati tifosi della Lazio e della Juventus. Sul posto e' intervenuta la polizia. (Agr)

Credo che dopo aver letto questo lancio non collegare tutto ad una rissa tra tifosi (e quindi al calcio) sia quasi impossibile. Alle 12:07, 17 minuti dopo, esce la notizia che a sparare sarebbe stato un poliziotto, ed esce così:

Arezzo: scontro tra tifosi, a sparare forse un poliziotto

11 nov 12:07 Cronache

AREZZO - Sarebbe stato un poliziotto a sparare il colpo di pistola che ha ucciso il tifoso laziale nell'area di servizio lungo l'autostrada A1, nell'aretino. Secondo le prime ricostruzioni, l'agente avrebbe aperto il fuoco per sedare i tafferugli scoppiati tra le tifoserie biancocelesti e juventine che si sono scontrate nell'area di servizio di Badia al Pino. (Agr)

Alle 13 si scopre l'identità del ragazzo (citato solo come "tifoso") ucciso: un dj romano di 28 anni. In meno di un'ora il tam tam della curva svelerà il nome, e comincerà ad organizzare le proteste. Si attende una sospensione delle partite, come successe per la vicenda dell'ispettore Filippo Raciti. Ancora non è resa nota nessuna possibile dinamica dell'accaduto. Si sa solo che un poliziotto ha probabilmente ucciso un tifoso. Senza alcun apparente motivo. E ancora nessuno si rende conto delle conseguenze a cui questo potrà portare.

Arezzo: tifoso ucciso, e' un dj romano

11 nov 13:01 Cronache

AREZZO - Sarebbe un dj del litorale romano, di 26 anni, l'ultras ucciso negli scontri tra le tifoserie della Lazio e della Juventus scoppiati nell'area di servizio dell'A1. La vittima stava andando in auto a Milano per seguire la partita contro l'Inter insieme ad altri tre tifosi laziali. Questi ultimi sarebbero stati poi portati alla questura di Arezzo per essere ascoltati come testimoni. A riferirlo sono altri supporter biancocelesti che, dopo aver appreso la notizia della morte del tifoso, hanno raggiunto la caserma della polizia stradale di Arezzo. Sempre nell'area della caserma si

trova l'auto su cui viaggiava la vittima. La macchina avrebbe il finestrino posteriore sinistro infranto. (Agr)

Alle 13:37 la notizia dei primi scontri a Bergamo. Nel frattempo ancora nessuna versione ufficiale sulla dinamica dei fatti. Voci, solo voci. Che nessuno conferma o smentisce. Lasciando le tifoserie ad organizzarsi e l'informazione nel caos, mentre rimbalzano le dichiarazioni del fratello della vittima che parla di "omicidio volontario".

Bergamo: scontri tra tifosi e forze dell'ordine

11 nov 13:37 Sport

BERGAMO - Scontri tra tifosi e forze dell'ordine a Bergamo, dove e' in programma la partita Atalanta-Milan. La tensione e' esplosa all'arrivo della notizia della morte dell'ultra' laziale, rimasto ucciso in un'area di servizio vicino ad Arezzo. Secondo le prime informazioni, la polizia avrebbe lanciato lacrimogeni, e ci sarebbero alcuni contusi. (Agr)


A questo punto cominciano ad uscire le prime versioni sulla dinamica, non riportate dalle agenzie. Sono perlopiù le televisioni a dare la notizia, e restano assurdamente ferme per tre ore a parlare di una versione che fa acqua da tutte le parti. L'agente, accortosi dall'altra parte dell'autostrada (nell'autogrill in senso di marcia opposto a quello dei ragazzi) (!) dei tafferugli, spara due colpi in aria per avvertimento. La versione non regge per tre lampanti motivi, che però non vede nessuno. 1) Da un lato all'altro dell'autostrada ci sono sei corsie per complessivi 18 metri di strada, guardrail, jersey e rete di protezione, oltre al traffico circolante. Come fa l'agente a sentirli litigare e a veder bene la scena? 2) L'agente dichiara di aver sparato due colpi in aria per avvertimento. Come fa uno di questi a colpire il finestrino di una machina che è più basso addirittura della traiettoria di un colpo sparato ad altezza uomo? Il proiettile ha forse rimbalzato su un gabbiano di passaggio? 3) Le versioni successive dicono che al momento dello sparo dell'agente la lite si fosse già conclusa, e le macchine si stessero avviando verso l'uscita della piazzola di sosta. Perchè l'agente spara proprio in quel momento?

Queste domande sorprendentemente sembra non porsele nessuno, e la versione viene divulgata fino alle prime incertezze che le agenzie addebitano addirittura al questore. Cominciano ad essere messe in dubbio anche le versioni che legano la lite all'essere tifosi da parte dei partecipanti. Si cerca di slegare il tutto dall'ambiente del tifo. Questo però solo alle 14:48, 12 minuti prima dell'inizio delle partite.

Tifoso ucciso: questore, "Tragico errore"

11 nov 14:48 Cronache

ROMA - ''E stato un tragico errore''. Lo ha detto il questore di Arezzo Vincenzo Giacobbe, in riferimento alla morte del giovane tifoso laziale. ''Il nostro agente era intervenuto per evitare che i tafferugli tra due esigui gruppi di persone che non erano stati individuati come tifosi degenerassero, con gravi conseguenze per entrambi - ha spiegato - esprimo profondo dolore e sincere condoglianze alla famiglia della vittima''. (Agr)

E' ormai troppo tardi per tornare indietro, e la nuova domenica assurda del calcio italiano finisce così, tra caccia ai poliziotti, ai giornalisti e devastazioni ai commissariati e al palazzo del Coni a Roma. (Altri link di riassunto ai fatti di ieri qui (Rai news 24), qui (La Repubblica) e qui (il Sole 24 ore sport)).

Mi sono chiesto come avrei fatto se fosse toccato a me da giornalista raccontare le cose. Forse sarei caduto anch'io, lo ammetto sinceramente, nella trappola del "tifoso", a legare tutto a risse per il calcio. Non conoscendo il morto e volendo dare una caratterizzazione all'evento, legarsi a questo era facile, e confesso che non credevo avrebbe scatenato le violenze che invece sono poi seguite. Poteva succedere in un lunedì, anzichè in quella "maledetta domenica. Poteva succedere fuori da una discoteca, come ha detto qualcuno. Poteva essere, e tutto sarebbe stato quasi sicuramente diverso, niente mo toglie questa idea. Quasi sicuramente penso che avrei posto dei dubbi da subito sulla versione fornita dalla questura: troppi i particolari che non collimavano, per non accorgersene, e troppe le interpretazioni errate che stavano nescendo in ogni dove per non sentirle e rendersi conto di dove si andava. Altrettanto sicuramente sarei stato picchiato se fossi andato a riprendere le immagini degli scontri, perchè non mi sarei accontentato di vederli da lontano.

Intanto mi accontento di imparare una lezione: tutto quello che fai e dici porta a conseguenze, che a volte nemmeno ti immagini se non tieni conto del terreno in cui agisci. Pare semplice, ma non lo è stato. Se mai mi toccherà in futuro qualcosa del genere, mi ricorderò di quello che è successo ieri e oggi.

L'inchiesta va avanti, le contestazioni e i fatti anche, ma non è di questo che volevo parlare. Volevo solo sperare in un piccolo pensiero da parte degli addetti ai lavori, perchè secondo me ieri, nel mondo della stampa, qualcuno un po' ha sbagliato. A voi non pare?

Fatemi sapere.