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lunedì 10 dicembre 2007

Il contratto (di categoria)? Un sogno per 7 milioni di persone.

Buon Natale Italia...

Provate a indovinare cosa chiederanno questi sette milioni di persone nella letterina a Babbo Natale? Certo che sette milioni sono tanti... Dà da pensare un po'...

In fondo, per la cronaca, ci siamo anche noi (giornalisti)..

Dal sito dell'Ansa:

Ancora 7 mln di lavoratori in attesa di rinnovo

ROMA - L'accordo il contratto di 320mila bancari bancari alleggerisce di poco il numero dei lavoratori italiani in attesa di rinnovo del contratto, che resta intorno ai 7 milioni. Secondo le rilevazioni Istat più recenti, "alla fine di ottobre risultano in vigore 50 contratti, che regolano il trattamento economico e normativo di circa 5,2 milioni di dipendenti. Per contro, risultano scaduti 26 contratti relativi a circa 7,0 milioni di dipendenti e al 58,1 per cento del monte retributivo totale". Sempre a ottobre, ha rilevato l'Istat, "i mesi di attesa per i lavoratori con il contratto scaduto sono in media 13,4 in ulteriore crescita rispetto a settembre 2007 (13,0 mesi), e superiori rispetto al valore relativo al medesimo mese dell'anno precedente (10,7 mesi)". L'intesa raggiunta per i lavoratori delle banche rinnova un contratto scaduto a fine 2005. Questi, in sintesi, i principali confronti ancora aperti per il rinnovo di contratti scaduti.

- DIPENDENTI PUBBLICI: I contratti sono scaduti a fine 2005. C'é un accordo quadro per rinnovi che prevedano aumenti medi di 101 euro (la base considerata per i ministeriali) ma per ora hanno raggiunto un'intesa solo ministeriali (250.000 lavoratori), parastato (circa 60.000 addetti) e scuola (circa un milione di addetti). Mancano gli accordi per enti locali, sanità, agenzie fiscali, comparti per i quali manca ancora la direttiva del Governo all'Aran. Tutti i contratti scadranno di nuovo a fine anno e per il 2008-2009 il Governo in Finanziaria ha messo risorse molto inferiori anche alla copertura della vacanza contrattuale.

- METALMECCANICI: Il confronto fra Federmeccanica e sindacati riprenderà in riunione plenaria il 12 dicembre, dopo i tavoli per delegazioni ristrette. La Federmeccanica ha proposto un aumento di 100 euro per 2/3 legato agli istituti sulla produttività. Il contratto che riguarda oltre 1,5 milioni di lavoratori è scaduto il 30 giugno. I sindacati hanno chiesto un aumento di 117 euro medi oltre a 30 euro per i lavoratori che non fanno contrattazione integrativa. Proseguono scioperio e mobilitazione a sostegno della vertenza.

- COMMERCIO: per i quasi due milioni di lavoratori tra commercio, terziario e servizi il contratto è scaduto a fine 2006. La richiesta di aumento per il 2007-2008 è di 78 euro (per 14 mensilità). Le trattative tra Confcommercio e sindacati si sono interrotte il 25 settembre. Per la categoria sarà una vigilia natalizia all'insegna: i lavoratori del commercio che si asterranno dal lavoro nei giorni 21 (per chi lavora su cinque giorni) o 22 dicembre (per chi lavora su sei giorni). Una seconda giornata di sciopero è stata preannunciata per gennaio.

- IMPRESE PULIZIA: circa 400.000 persone, in stragrande maggioranza donne, sono da oltre due anni senza contratto. Non sono stati fissati nuovi appuntamenti ma al ministero del lavoro, che a fine novembre a parlato di "trattativa sbloccata", si studia una mediazione.

- FERROVIE: Il contratto scaduto a fine 2006 riguarda circa 120.000 lavoratori delle attività ferroviarie. La richiesta di aumento salariale è di 115 euro medie.

- GIORNALISTI: il contratto che riguarda 16.500 lavoratori (su 85.000 iscritti all'albo) è scaduto da oltre due anni e mezzo (28 febbraio 2005) e la trattativa economica non è stata mai avviata nel merito perché non si è superato lo scoglio normativo (disciplina del precariato, lavoro autonomo e multimedialità). Sono già state effettuate oltre 15 giornate di sciopero.

giovedì 15 novembre 2007

Sembra ieri...

Giusto un anno fa: dal blog " Il Corriere della Serra", un piccolo post che riporto interamente.


GIORNALISMO E PRECARIATO: ASPETTIAMO ALMENO UNA RISPOSTA


Settembre 20, 2006

Se il precariato sembra essere la malattia del 2000, nel settore dell’informazione il problema è ancora più forte e sembra strano notare che solamente adesso la questione cominci a venire a galla. Se ne parla, sì, ma non si sentono proposte per affrontare concretamente un problema che è serio.


Il recente dibattito sugli stagisti lascia ancor più la sensazione che non si voglia affrontare il problema in modo reale e concreto, se si è addirittura arrivati a specificare che “finito lo stage i ragazzi tornano nelle loro scuole”.

I master, che negli ultimi anni sembrano nascere come funghi, hanno sempre più l’aspetto di specchietti per le allodole. Attirano grandi quantità di giovani, che per iscriversi devono prima superare degli esami di ammissione, pagano fior di quattrini, frequentano otto ore al giorno le lezioni, lavorano in redazioni, grandi o piccole che siano, e affrontano l’esame di Stato per poi finire nella massa di disoccupati.


Eppure la soluzione non può essere quella di chiudere le scuole, chiudere l’accesso alla professione, far sì che da oggi in poi non si possa più neanche aspirare alla professione.

Si dovrebbe forse intervenire sulle aziende stesse, cercando di favorire l’accesso nei giornali di nuove leve che dimostrino di amare la professione e avere le qualità per svolgerla. Lo stage dovrebbe essere un reale banco di prova, oltre che un modo per imparare il lavoro sul campo, che permetta a chi mostri di avere le qualità di continuare a lavorare, sia pure come collaboratore o come libero professionista. Invece lo stagista è diventato solamente un tappabuchi o addirittura una figura che a stento si sopporta e si accetta. Spesso visto come pericoloso concorrente e non come una persona che vorrebbero imparare e lavorare.


Non è questo il modo di gestire l’accesso alla professione, tantomeno di risolvere il problema della disoccupazione e del precariato. Si vede, in determinate soluzioni che vengono proposte, soltanto la paura di perdere i propri privilegi, la propria posizione, ma si evita di pensare a una reale e concreta soluzione.


Il problema non può poi essere ridotto solo a disoccupati e precari iscritti all’Ordine. Riguarda, invece, un maggior numero di persone, quelle che a causa del precariato non sono riuscite neanche a prendere il tesserino. Precari, per la maggior parte dell’anno disoccupati, e per di più senza diritti. Non si può non pensare anche a questo, significherebbe prendere in esame una parte sola del problema e non analizzarlo nella sua complessità. Risulta condivisibile la posizione di chi chiede di “mettere ancora una volta gli editori di fronte alle loro gravi responsabilità e sollecitare il Governo a una presa di coscienza sull’urgenza di una soluzione complessiva”, ma ancora una volta si aspetta di capire “come” si intende agire, quali sono le proposte e,soprattutto, aspettiamo risposte.

One comment to “Giornalismo e precariato: aspettiamo almeno una proposta”

è una questione gravissima, e sottovalutata dai non addetti ai lavori e anche da molti addetti ai lavori. I problemi sono:

-miopia degli editori e allo stesso tempo una strategia di compressione delle spese e del numero dei giornalisti

-sostituzione di lavoro dipendente con lavoro precario in forme che farebbero impallidire i call center.

-oscurità delle vie dell’accesso alla professione che avvengono per cooptazione e raccomandazione. come ricorda mario tedeschini lalli, i giornali americani, quando hanno bisogno di giornalisti, pubblicano annunci sui propri giornali, per esempio. e leggono i curriculum.

-sostanziale inutilità di master e scuole che tutt’al più procurano collaborazioni. Il tesserino da professionista, dopo, può anche divenire un peso.

mercoledì 7 novembre 2007

Gianni, è l'ottimismo!!!! Ma...sarai mica un giornalista?

"GIANNI, E' L'OTTIMISMO!!!!! L'OTTIMISMO E' IL SALE DELLA VITA!!!!!!". Ve la ricordate?!?

Ma chi vuole iniziare oggi il mestiere di giornalista, di ottimismo si deve far scoppiare tutte le arterie!!!

Leggete qua... E' un post preso dal blog "Precari News" e datato 2 marzo 2006. nato da un'indagine tra Ordine dei giornalisti e Assostampa. Un po' vecchio e riguardante solo la Sardegna, ma chi lavora nel campo sa bene che in tutto questo tempo non è cambiato nulla....

Povero, frustrato e abusivo.
Ordine e Assostampa frugano nel giornalismo sommerso in Sardegna.
Ma l'identikit è quello di ogni precario italiano.


Ha tra i 25 e i 40 anni, spesso è diplomato, talvolta laureato. Lavora almeno otto ore al giorno e quando va bene, ma deve andar bene, porta a casa ottocento euro: altrimenti il suo reddito, e non è un'eccezione, si aggira sui quattrocento euro. A patto che non si prenda l'influenza, perché non avendo né assistenza né malattia pagata, una settimana di letto lo porterebbe a non quadrare i conti del mese: così, racconta, in genere finisce per lavorare anche se ha la febbre a quaranta. Le ferie non se le può permettere, visto che ogni giorno di riposo fa calare drammaticamente i suoi incassi, e nemmeno stacca una volta alla settimana. Aspira al posto fisso ma sa che quasi certamente non lo conquisterà e, manco a dirlo, la sua soddisfazione professionale è molto bassa anche per le numerose ingiustizie che ritiene di subire da parte dei colleghi che quel posto fisso lo hanno ottenuto e che sono diventati i suoi capi pur senza gradi.

Ma cosa produce questo lavoratore sfruttato? Sorpresa: produce notizie. A basso costo per le aziende editoriali, che per ogni servizio gli versano una cifra che oscilla tra i cinque e i venti euro, anche se per raccogliere le notizie e scriverle lui ha speso un giorno intero o persino due.

Questo è il nuovo giornalismo di casa nostra. Ed è il risultato di una indagine che una commissione mista (presieduta da Celestino Tabasso) tra l'Associazione stampa sarda e l'Ordine dei giornalisti della Sardegna ha condotto su circa 240 giornalisti precari della Sardegna. La Commissione (presieduta da Celestino Tabasso) ha predisposto un questionario, diffuso tra i collaboratori di quotidiani e televisioni della Sardegna, e ha lavorato insieme all'Istituto di sociologia e all'Istituto di statistica della facoltà di scienze politiche dell'Università di Cagliari.

Si tratta della prima indagine a tappeto sul precariato nel giornalismo condotta in Italia negli ultimi anni. Dal lavoro è risultato che i precari dell'informazione producono ogni giorno una quota tra il 45 (Giornale di Sardegna) e il 75 per cento (Unione Sarda) delle notizie pubblicate dai tre quotidiani sardi. Un dato che mostra chiaramente il rovescio della medaglia: le redazioni sono ridotte a una sorta di salumifici, con il compito di insaccare il materiale prodotto all'esterno da colleghi che lottano per far quadrare i conti e arrivare in maniera decente alla fine del mese.

L'identikit dei circa 240 collaboratori e corrispondenti è fatto da un 55 per cento di uomini e un 45 di donne. Il 58 per cento ha il diploma, il 42 la laurea. L'11 per cento del campione considerato è composto da persone tra i 45 e i 59 anni, il venti per cento tra i 36 e i 44 anni, il cinquantadue per cento tra i 29 e i 35 anni e, infine, c'è una quota del 17 per cento dei collaboratori con una età tra i 23 e i 27 anni. La netta maggioranza è formata da pubblicisti (68 per cento), professionisti e praticanti sono il 14 per cento mentre il 18 per cento non è iscritto all'Ordine dei giornalisti. Appena 10 intervistati su cento guadagnano tra gli 800 e i 1.000 euro al mese, solo il sei per cento va oltre. La stragrande maggioranza (il 73 per cento) incassa meno di 800 euro netti al mese e, tra questi, circa la metà non raggiunge i 500 euro: il tutto in cambio di orari di lavoro che spesso vanno oltre le otto, dieci ore quotidiane. Preoccupante forse più di tutto il resto è l'aspetto dei diritti e dei doveri. Il 68 per cento dei precari racconta di svolgere mansioni tipiche del redattore, talvolta con servizi persino da inviato. Il 33 per cento degli intervistati copre notizie di politica, senza avere la copertura di un contratto o di una qualunque garanzia da parte dell'azienda editoriale.
Dall'indagine emergono anche cinque casi di neristi e tre di giudiziaristi senza contratto. L'80 per cento non ha rimborsi di alcun genere (né benzina né telefono), mentre il 90 per cento dei precari dichiara di non vedersi riconosciuto nemmeno un giorno di ferie all'anno.

Questo è il quadro emerso dall'indagine condotta in Sardegna. Col timore, che è quasi una certezza, che nel resto d'Italia, se solo si andasse a frugare, la situazione non sarebbe migliore.

Marco Mostallino, Consigliere Ordine dei giornalisti della Sardegna.

Chi volesse il testo integrale della relazione può scrivere a marco.mostallino@gds.sm (tratto da www.ilbarbieredellasera.com).

"Gianni, l'ottimismo.....E' MORTO!!!!"