venerdì 20 novembre 2009

Stragi di mafia: il nuovo complotto ed i vecchi segreti

Mentre i pm sembrano pronti a riaprire l’inchiesta sul premier per le stragi di mafia negli anni di Falcone e Borsellino, circola voce che nuovi boss siano disposti a parlare e racontare le loro verità, che potrebbero provocare un terremoto politico di proporzioni gigantesche. Grazie al Blog del La Rana, un'anticipazione dell'inchiesta in edicola domani sull'Espresso.

IL NUOVO COMPLOTTO

Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell’Utri. (nella foto sotto a sx). Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell’Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza (nella foto a sinistra), quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del ’93 e del ’92 e del ’94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L’inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l’ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l’ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell’Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia.

Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Per cui «solo l’emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell’inchiesta. È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio ’94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c’è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell’Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora. Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94.

Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell’indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il ’94 e il ’96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti». E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l’ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l’onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l’aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l’altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l’aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani. Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano. È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell’ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d’appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: “Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi”. Gli ho detto: “Mi faccia leggere i verbali” (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora…».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl, nella foto a sinistra) alias “agente betulla”, entra nel carcere di Opera, nell’ambito dell’iniziativa promossa dai Radicali. L’ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro “cella per cella” degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.

martedì 17 novembre 2009

L'8 per mille destinato allo Stato? In realtà arriva alla Chiesa Cattolica. Ecco come e perchè succede questo.

I soldi dell'8 per mille destinati allo stato? In realtà finiscono per il restauro di monasteri e chiese. La maggioranza dei soldi che i contribuenti avevano deciso di destinare allo stato (29 milioni di euro su 44 totali) è stata infatti "girata" alla Chiesa Cattolica italiana, mascherando il tutto come contributi per il restauro archittetonico. Peccato che la stessa Chiesa abbia, all'interno del "suo" 8 per mille, un apposito fondo per l' "edilizia di culto" che proprio a quello dovrebbe servire! Artefice di tutto questo il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che detiene di fatto la piena discrezionalità per quanto attiene al loro utilizzo, guarda caso nel periodo dopo le polemiche che videro coinvolti i giornali di destra sul caso Boffo

Qui sotto l'articolo integrale di Corriere.it firmato da Carmelo Lopapa.

ROMA -
Pontificia Università Gregoriana in Roma, 459 mila euro. Fondo librario della Compagnia di Gesù, 500 mila euro. Diocesi di Cassano allo Ionio, 1 milione 146 mila euro. Confraternita di Santa Maria della Purità, Gallipoli, 369 mila euro. L'elenco è lungo 17 pagine e porta in calce la firma del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Non si tratta di uno dei tanti decreti, ma quello che ripartisce per il 2009 i 43 milioni 969 mila 406 euro che gli italiani hanno destinato allo Stato in quota 8 per mille dell'Irpef. Basta sfogliarlo per scoprire che confraternite, monasteri, congregazioni e parrocchie assorbono la quota prevalente di quanto i contribuenti avevano devoluto a finalità umanitarie o per scopi di assistenza e sussidi al volontariato.

E invece? Succede che i 10 milioni 586 mila euro assegnati al capitolo "Beni culturali" sono finalizzati in realtà a restauri e interventi in favore di 26 immobili ecclesiastici. Opere che avrebbero tutte le carte in regola per usufruire della quota dell'8 per mille destinata alla Chiesa cattolica, col suo apposito fondo "edilizia di culto". Come se non bastasse, la medesima destinazione (chiese e parrocchie) hanno anche gli altri 19 milioni destinati alle aree terremotate del centro Italia (14 per l'Abruzzo).

"L'atto del governo n. 121" è stato predisposto ai primi di settembre da un presidente Berlusconi reduce dall'incidente diplomatico del 28 agosto con la Segreteria di Stato Vaticano. Sullo sfondo, la (mancata) Perdonanza dopo il caso Giornale-Boffo. Il documento, poi trasmesso alla Camera il 23 settembre, conferma intanto che i soldi vanno allo Stato ma entrano di diritto nella piena discrezionalità del capo del governo, per quanto attiene al loro utilizzo. È un atto "sottoposto a parere parlamentare" delle sole commissioni Bilancio. Quella della Camera lo ha già espresso, "positivo", il 27 ottobre, quella del Senato lo farà nei prossimi giorni. Eppure, anche la maggioranza di centrodestra della commissione Bilancio di Montecitorio ha lamentato le finalità distorte e ha condizionato il parere finale a una serie di modifiche, contestando carenze e incongruenze del decreto.
Tra le più sorprendenti, quella che riguarda la "Fame nel mondo", "alla quale nel decreto vengono attribuite risorse finanziarie alquanto modeste, a fronte di richieste di finanziamento di importo limitato che avrebbero potuto essere integralmente accolte". Insomma: governo ingeneroso verso i bisognosi. In effetti, ultima pagina, al capitolo "Fame nel mondo", sono solo dieci le onlus e associazioni finanziate per 814 mila euro, pari al 2 per cento del totale.

Tutto il resto? A chi sono andate le quote parte dell'Irpef che gli italiani hanno devoluto allo Stato? La parte del leone quest'anno la fanno gli "interventi per il sisma in Abruzzo". Sono 32 e assorbono 14 milioni 692 mila euro. Ma il condizionale è d'obbligo. A parte la preponderanza anche qui di parrocchie e monasteri (la quasi totalità) tra l'Aquila, Pescara e Teramo, tuttavia altro non quadra. E a rivelarlo è proprio la commissione parlamentare presieduta dal leghista Giancarlo Giorgetti: "Le richieste di finanziamento relative all'Abruzzo risultano presentate in data antecedente al sisma dell'aprile 2009 ed appare quindi opportuna una puntuale verifica e un coordinamento con gli interventi previsti dopo il sisma".

L'ammonimento è chiaro: quei beni finanziati in Abruzzo non sarebbero stati danneggiati dal terremoto del 6 aprile, non quanto altri almeno. Perché dunque si dirotta lì un quinto dell'intera quota dell'8x1000? Il sisma del dicembre 2008 in Emilia garantisce a 9 tra parrocchie e monasteri del Parmense altri 4 milioni, mentre 11 milioni sono parcellizzati per i danni delle restanti calamità in tutta Italia.

Ma ecco il punto. Oltre 10 milioni finiscono ad appannaggio dei Beni culturali. Ventisei tra consolidamenti e restauri, quasi tutti per diocesi, chiese, parrocchie, monasteri. Solo per restare alle cifre più consistenti, ecco il milione 314 mila euro per la cattedrale dell'Assunta di Gravina di Puglia, il milione 167 mila euro per il restauro degli affreschi della chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, oppure i 987 mila euro per il restauro di Santa Maria ad Nives di Casaluce (Caserta), i 579 mila euro per San Lorenzo Martire in Molini di Triora o i 413 mila euro per la "valorizzazione della chiesa San Giovanni in Avezzano". E poi, la Pontificia Università Gregoriana e la Compagnia di Gesù. Anche su questo capitolo le bacchettate del Parlamento: la priorità dovevano essere "progetti presentati da enti territoriali", non ecclesiastici. Ci sarebbe anche il capitolo "Assistenza ai rifugiati", al quale però, per il 2009, il decreto firmato dal premier Berlusconi destina 2,6 milioni, poco più del 5 per cento del totale. E quasi tutto (2,3 milioni) va al solo Consiglio italiano per i rifugiati. Concentrazione "non opportuna", censura infine la commissione Bilancio: "Altri progetti non finanziati risultavano meritevoli di attenzione".

domenica 15 novembre 2009

Le pensioni dei giovani di oggi? Condannate al taglio: ecco perchè, e come funziona il meccanismo.

Un bell'articolo tratto dal sito di Repubblica.it ci svela come nel silenzio più totale le future pensioni dei lavoratori italiani siano state cassate, e non di poco. La ragione di tutto questo? E' che si vive di più, ed i soldi ora disponibili per il pagamento delle pensioni non sono più sufficienti. Così, una pensione che prima poteva garantirti perlomeno di che vivere, molto probabilmente in futuro non lo farà più. E la cosa, manco a dirlo, colpirà prima di tutto i giovani: quelli cioè che oggi sopravvivono grazie a co.co.co. e contratti interinali vari, e che vedranno annerirsi ancora un po' il proprio futuro.

L'articolo in versione integrale lo trovate qui sotto. A dire il vero è a riproduzione riservata, ma visto che in questo blog lo scopo di lucro non esiste (se vi mostro quanto mi arriva con gli adsense scoppiate a ridere da qui a Natale...) e che l'argomento tocca tutti gli italiani e credo meriti di essere diffuso, spero che quelli di Repubblica mi perdoneranno per il gesto. In caso segnalatemi, e tolgo tutto quanto prima.

Signore e signori, a voi la lettura.

ROMA - Si potrebbe chiamare "tassa sulla speranza di vita". Il fatto che gli italiani vivano più a lungo rispetto a quindici anni fa nasconde una contropartita che in pochi conoscono: la pensione sarà più bassa. Con buona pace di chi annuncia che il sistema previdenziale non sarà toccato. Tutto nasce da un semplice problema: vivere di più significa, a parità di condizioni, ricevere la pensione per un numero maggiore di anni, con un costo che lo Stato ritiene fin d'ora insostenibile. La soluzione trovata è aritmeticamente ineccepibile: l'assegno mensile non potrà più essere quello di prima, ma necessariamente più leggero.

Lo Stato, invece di pagare poniamo 1.000 euro al mese per 19 anni (era la speranza di vita dei maschi ultrasessantenni una quindicina di anni fa), darà 905 euro al mese per 21 anni (speranza di vita attuale). E non è finita qui, perché ogni ulteriore aumento della vita media in futuro farà scattare di tre anni in tre anni un taglio della pensione. Insomma, campare di più non è un regalo ma ha un prezzo da pagare alla collettività. Non stiamo ovviamente parlando di quanti vanno in pensione adesso o ci stanno per andare: per loro l'assegno più o meno resta quello previsto. Stiamo parlando di tutti gli altri: i cinquantenni cui manca ancora una decina di anni, e soprattutto i giovani appena assunti o destinati ad esserlo. Che si porranno subito una domanda: scegliendo di andare in pensione più tardi, si eviterà la decurtazione dell'assegno? Per i cinquantenni la risposta è "sì", almeno in parte. Per i giovani "no".

Tutto questo non è un progetto, è già deciso e scatterà dal primo gennaio 2010. Lo ha disposto la riforma Dini del '95, lo ha tradotto in cifre una legge del 2007, lo ha confermato l'attuale governo. Dunque, decisione assolutamente bipartisan. Il fatto che non se ne parli tanto è almeno in parte dovuto all'astruso titolo di questa norma, incomprensibile per i non addetti ai lavori: "Revisione dei coefficienti di trasformazione". Si tratta di quei numeretti che moltiplicati per la totalità dei contributi versati danno come risultato la pensione dovuta a ciascun lavoratore. Ogni tre anni questi numeri andranno rivisti al ribasso man mano che crescerà la speranza di vita. Primo taglio a gennaio, dopo un lungo rimpallo tra i governi succedutisi dopo Dini.

Ma lasciamo parlare i dati, cominciando dalla situazione del lavoratore dipendente cinquantenne (diciamo 52), assunto nel 1985. Immaginiamo che voglia andare in pensione nel 2020 all'età minima consentita: 62 anni e 35 di contributi. Se non fosse introdotta la nuova "tassa sulla speranza di vita", prenderebbe il 62 per cento dello stipendio. Con la penalizzazione avrà invece il 58,5%. Per continuare a prendere il 62%, dovrà aspettare tre anni, fino al sessantacinquesimo anno di età. Se invece il lavoratore aveva deciso in ogni caso di andare in pensione a 65 anni, perderà quattro punti percentuali del proprio stipendio: circa 80 euro al mese su uno stipendio di 2.000 euro.

Prendiamo ora un giovane ventisettenne che dopo un lungo precariato sta finalmente per essere assunto all'inizio del prossimo anno. Nel 2045 avrà 62 anni e 35 anni di contributi (di più non è riuscito ad accumularne). Lasciando il lavoro a quell'età, se non venisse introdotta la nuova "tassa sulla speranza di vita", avrebbe un assegno pari al 60 per cento del proprio stipendio. Con la tassa, otterrà solo poco più del 52%. Se invece decidesse di rinviare il pensionamento fino al sessantacinquesimo compleanno, otterrebbe il 57 per cento, ossia recupererebbe qualcosa ma perderebbe comunque tre punti percentuali del proprio stipendio. Una stangata anche maggiore subirebbe chi avesse fin dall'inizio progettato di andare in pensione a 65 anni: perdita secca di nove punti, che per uno stipendio di 2.000 euro equivale a quasi 200 euro al mese in meno.

Tutto chiaro. Ma resta un dubbio, anzi due. Finora ci hanno ripetuto fino alla nausea che per salvare il sistema previdenziale è necessario innalzare l'età pensionistica, anche più di quanto già previsto. E ora scopriamo che per tutti i giovani lavoratori e i futuri assunti, rinviare l'addio al lavoro non servirà affatto a evitare un taglio dell'assegno. Ci si aspetterebbe che il sacrificio richiesto andasse in una sola direzione, e invece non solo si dovrà andare in pensione più tardi, ma si riceveranno meno soldi.

Un doppio onere che per molti critici del nuovo sistema non sembra avere alcuna logica. Secondo dubbio: il taglio dei coefficienti si applica a tutta la massa dei contributi versati nel corso della propria vita lavorativa e non - come sarebbe più giusto per evitare la retroattività - solo a quelli successivi all'introduzione del nuovo sacrificio.

Alla fine, tirate le somme, il baratro che divide giovani e meno giovani non fa che allargarsi ulteriormente, con i primi costretti a pagare, oltre alle conseguenze della propria precarietà lavorativa, anche quelle della crescente speranza di vita. Su cui sta per abbattersi, silenziosa e implacabile, la nuova tassa occulta.

venerdì 13 novembre 2009

100.000 volte grazie!


Centomila visitatori ufficiali sul blog (Perlomeno da quando ho messo il contatore, per cui sarebbero da aggiungere altri 6 mesi ma vabbè...) e 138mila pagine viste fino ad ora!

Grazie a tutti: il blog non si ferma!

mercoledì 11 novembre 2009

Come salvare il giornalismo di qualità: le inchieste le scelgono (e le finanziano) i lettori.

Dal sito di Corriere.it, un'ottima proposta per salvare il vero giornalismo d'inchiesta. Come? Facendo decidere le inchieste ai lettori e sostenendole con i finanziamenti degli stessi, in modo da avere del giornalismo di qualità libero da pressioni e fatto dai lettori per i lettori. Un ottimo progetto, che spero arrivi presto anche da noi. Qui sotto, dal blog di Marco Pratellesi su Corriere.it. i dettagli.

Come salvare il giornalismo d’inchiesta e i reportage, generi molto costosi e quindi sempre più rari nei quotidiani? Un’iniziativa concreta è stata sperimentata nella sezione scienze del New York Times grazie a Spot.Us, un progetto non profit nato con l’intenzione di dare vita a una community per sostenere il giornalismo di qualità.

Il reportage su un area usata come pattumiera per i rifiuti nell’Oceano Pacifico non è stato scritto da un giornalista del New York Times, ma da un freelance che ha potuto sostenere le spese relative all’inchieste grazie alle donazioni arrivate dalla Fondazione.

Il sito Spot.Us, che è un progetto del Center for Media Change di San Francisco, invita gli utenti a commissionare inchieste e reportage sostenendole con donazioni. La storia della “pattumiera del Pacifico” è stata sostenuta da oltre 100 persone per un totale di 6000 dollari. Tra i donatori della Fondazione ci sono nomi importanti del web, come Craig Newmark, fondatore del sito di annunci Craigslist, Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, e Pierre Omidyar di eBay.

giovedì 5 novembre 2009

Il "Sevizio Diplomatico" della UE

Gustatevi il divertente svarione combinato dall'ufficio stampa del Parlamento Europeo, dove il "Servizio diplomatico" dell'unione Europea è diventato appunto...


(Cliccare sulla foto per allargarla)

martedì 3 novembre 2009

Vedere Sky e sport sul pc gratis? Così si può!

Vedere I canali della tv nazionale e quelli di Sky sul proprio computer di casa senza il decoder? Oggi si può, e senza spendere nulla! Basta una discreta connessione internet a banda larga, e nulla di più!

La possibilità la offre il sito
Italian Streaming che offre la possibilità di vedere in diretta streaming 36 canali, tra cui: Rai Uno, Rai Due, Raitre, Rai quattro, Retequattro, Canale 5, Italia Uno, La 7.

Per l'offerta Sky il sito offre la panoramica completa dei Sei canali dedicati al calcio, oltre a Sky Tg 24 e varie tv dedicate alle maggiori squadre e città italiane ed alle stazioni radio più famose come 105 e Deejay. Per gli appassionati ( a me personalmente fa schifo, ma lo guardano milioni di persone, e quindi...) Cc sono anche i sei canali di regia intercambiabili del Grande Fratello (A proposito, le serie complete di Sensualità a Corte le trovate qui sul blog nella banda a destra!)


In alternativa, un altro sito utile per vedersi un po' di sport e canali italiani sul proprio sito è questo di Coolstreaming (disponibile cliccando qui) che fornisce di volta in volta per le varie occasioni sportive un bel po' di trasmissioni visibili senza pagar nulla sul proprio pc.

Detto questo, buona visione a tutti!


E se trovate altre vie per vedere sport e Sky gratuitamente sul web, segnalatemele!

lunedì 2 novembre 2009

Teramo, come ti massacro il detenuto

Dopo il caso della morte del giovane Stefano Cucchi, avvenuta "misteriosamente" in carcere, un altro caso scuote i penitenziari italiani.

"Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...", sono le sconvolgenti parole Parole dal carcere di Castrogno a Teramo registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria, che svelano la realtà di un mondo - quello carcerario - dove non tutto è limpido come può sembrare.



Ora questo audio - come racconta Repubblica.it - è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole, quelle che potete ascoltare nell'audio, che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra un superiore e un agente che svela un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese, come molti altri in Italia, con carenze di organico e difficoltà strutturali.

Che speriamo serva ad accendere i riflettori su un problema noto da tempo, da tutti "dimenticato".