mercoledì 14 ottobre 2009

Silvio santo subito! (E ci cascano in 30mila!)

Un sito per "Silvio Santo subito"? C'è chi, sulla scia del "sito per il comitato per il Nobel per la pace 2010 a Silvio Berlusconi" ci ha provato, anche se non con intenti seri stavolta. Ed invece, a dispetto delle previsioni, ci sono cascati in 30mila!

Ecco l'intera storia, dal blog di Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica:

SILVIO SANTO SUBITO: E ACCORRONO IN 30MILA

Silvio Berlusconi è stato il nostro salvatore e merita più di chiunque altro italiano negli ultimi secoli di storia una beatificazione ufficiale da parte della nostra Santa Madre Chiesa. Il nostro comitato nasce per questo e con questo sogno preghiamo e adoriamo il Signore auspicando che la Sua verità e la Sua luce raggiungano i vertici della nostra amata Chiesa.

È un passo delle motivazioni che animano il sito di “Berlusconi beato“. Seguivano nomi di avvocati e semplici cittadini, codici Iban dove privati e aziende potevano fare donazioni per sostenere la causa. Tutto finto, ovviamente. Una provocazione nata da Massimo Scialò, imprenditore musicale e docente in un master di comunicazione e marketing della Sapienza. “Era una scommessa con i miei studenti: volete vedere che la gente ci casca?” ci dice al telefono da Parigi. Gli è bastato promuovere il sito su Facebook e il passaparola ha fatto il resto.

In meno di due giorni il sito ha avuto oltre 30 mila visite e lui ha dovuto rispondere a centinaia di mail: “C’era gente che mi ha scritto per dire che i conti correnti erano incompleti, che doveva esserci un errore e se potevo dar loro quelli giusti”. Insomma, apparentemente qualcuno pronto a metter mano al portafoglio. E poi svariate richieste di interviste. “L’idea mi è venuta” spiega Scialò “quando qualcuno, sul serio, aveva pensato di organizzare un comitato per candidarlo al Nobel. Quando si parla di quest’uomo non c’è limite alla credulità”. E infatti…

Le province? Erano da abolire, ma poi... Un articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

Direttamente da Corriere.it, un bellissimo articolo di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sulla questione delle province: erano da eliminare secondo tutti i contendenti (stando a quanto dichiaravano in campagna elettorale), ma come si vedrà leggendo la situazione è finita in modo un po' diverso...

Il numero è quesi raddoppiato dall'unità d'Italia: adesso sono a quota 109.
E I CAMUNI GRIDARONO: "UNA PROVINCIA ANCHE A NOI"
Gli enti che dovevano essere aboliti e le promesse infrante. E i Camuni? Niente ai Camuni?

Deciso a vendicare l’ingrata storia, il deputato leghista Davide Caparini ha deciso di tirare dritto: vuole a tutti i costi la nuova Provincia della Valcamonica. Capoluogo: Breno, metropoli di 5.014 anime. Direte: ancora un’altra provincia? Ma non avevano promesso quasi tutti di abolirle? Certo: prima delle elezioni, però.

Promessa elettorale, vale quel che vale. Tanto è vero che il disegno di legge per sopprimerle, presentato alla Camera dalla strana coppia Casini & Di Pietro, è già morto. Se dovesse passare l’iniziativa camunica del parlamentare del Carroccio, quella con capita­le Breno (inno ufficiale: «E su e giù e per la Val­camonica / la si sente la si sente...») sarebbe la provincia numero 110. Quando nacquero nel 1861, al momento dell’Unità d’Italia, erano qua­si la metà: 59. Distribuite sul territorio con un criterio semplice: dovevi attraversare ciascuna in una giornata di cavallo. Nel 1947 erano già 91. E col passaggio dagli equini alle autoblu, hanno continuato ad aumentare, aumentare, aumentare a dispetto del proposito dei padri costituenti, che avevano previsto la loro aboli­zione con l’arrivo delle Regioni, fino a diventa­re 95 e poi 102 e su su fino a 109 grazie a new entry e soprattutto al raddoppio (da 4 ad 8) di quelle della Sardegna. La quale con l’Ogliastra (57.960 abitanti, due terzi di Sesto San Giovan­ni) mise a segno il capolavoro, la provincia a due teste: Tortolì (10.661 anime) e Lanusei, che di anime ne ha ancora meno: 5.699. Un re­cord mondiale. Che con l’arrivo di Breno ver­rebbe stracciato in attesa di nuove province e nuove capitali tipo Quinto Stampi, Pedesina, Zungri, Maccastorna, Carcoforo... Direte: ma dai, Carcoforo! Perché no, scusate? Se la pro­vincia è indispensabile per essere vicina ai cit­tadini, cosa han fatto di male i carcoforesi per non avere anche loro una provincia?

Quanto costino lo ha calcolato l’anno scorso il Sole 24 Ore : 17 miliardi di euro. Con un au­mento del 70% rispetto al 2000. Da dove arriva­no i denari? Un po’ dai trasfe­rimenti. Parte dal prelievo del 12,5% sull’assicurazione delle auto e delle moto: 2 mi­liardi nel 2007, il 54% in più rispetto al 2000. Più aumenta l’assicurazione, più intasca la Provincia. Altri quattrini arri­vano dall’imposta provincia­le di trascrizione: le annota­zioni al Pubblico registro au­tomobilistico che doveva es­sere abolito. Ci sono poi un’addizionale sulla bolletta elettrica e il tributo provincia­le per l’ambiente.

Come mai i cittadini non si arrabbiano? Occhio non ve­de, cuore non duole: sono tut­te tasse dentro altre tasse. Non si notano. Va da sé che a quel punto, ignaro delle spe­se, il cittadino vede titillato il suo campanilismo. Come nel caso della provincia di Fer­mo nata dalla divisione di quella di Ascoli Piceno. Una specie di scissione dell’ato­mo: da una piccola provincia ne sono nate due minuscole. In compenso, al posto di un solo consiglio da 30 membri, ne sono nati due da 24: totale 48 poltrone. Per non dire del­la provincia a tre piazze di Barletta-Andria-Trani, chia­mata così per non far torto ai permalosi cittadini dell’una o l’altra capitale. Quanti sono i comuni di quel­la nuova Provincia? Dieci in tutto, sono. Il che, diciamolo, aumenta la pena per i sette tagliati fuori dal nome: Bisceglie, Trinitapoli, Minervi­no Murge. E la targa automobilistica? «BT». Ri­volta: «E Andria? Non si può fare “Bat”?». «No, quella è di Batman».

C’è da sorridere? Mica tanto. Sull’abolizione delle province, infatti, fu giocato un pezzo del­l’ultima campagna elettorale. «Aboliremo le Province, è nel nostro programma», disse Ber­lusconi a Porta a porta il 10 aprile 2008. «Ma la Lega sarà d’accordo?», eccepì Bruno Vespa. E lui: «La Lega è composta da persone leali». «Presidente, che cosa ha previsto per abbassa­re i costi folli della politica?», gli chiese la si­gnora Ines nella chat-line al Corriere . E lui: «La prima cosa da fare è dimezzare il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali, dei con­siglieri comunali». E le Province? «Non parlo delle Province, perché bisogna eliminarle». Mostrava di crederci al punto, il Cavaliere, che cercava sponde: «Se Veltroni ci darà una ma­no... ». La linea veltroniana, del resto, era già stata dettata: «Cominceremo da subito abolen­do le Province nei grandi comuni metropolita­ni ». Posizione confermata a Matrix : «All’aboli­zione delle province penso ci si possa arrivare. Ma non sono un demagogo. È facile dirlo in campagna elettorale...». Il socio fondatore del Pdl Gianfranco Fini era d’accordo: «I carrozzo­ni non sono intoccabili e si possono abolire per esempio le Province». Una tesi già benedet­ta da altri. Come l’ex ministro degli Interni az­zurro Giuseppe Pisanu: «Le Province ormai non hanno più senso».

Qualche settimana dopo le elezioni il capo del Governo sventolava il primo trionfo, rias­sunto dai tg amici con titoli così: «Abolite no­ve Province». In realtà nove province cambia­vano soltanto nome. D’ora in avanti si sarebbe­ro chiamate aree metropolitane. Un ritocco se­mantico. Ma naufragato lo stesso. Poi comin­ciarono i distinguo. «C’è un solo punto nel pro­gramma in cui ho difficoltà serie con gli allea­ti, l’abolizione delle Province. La Lega ha una posizione molto ferma», confessò Berlusconi nel dicembre 2008. «Sono enti inutili, ma non riusciremo a cancellarli in questa legislatura», confermava Renato Brunetta. Di più: nel dise­gno di legge sulle autonomie locali definito dal ministro Roberto Calderoli non solo so­pravvivevano. Venivano addirittura rafforzate, con la possibilità di riscuotere tasse proprie.

Vero è che Bossi aveva eretto un muro insor­montabile: «Le Province non si toccano». Ma che la marcia indietro collettiva sia stata dovu­ta solo all’altolà del Carroccio non si può dire. Basti rileggere quanto affermò il deputato del Pd Gianclaudio Bressa nell’ottobre scorso: «Non siamo d’accordo con l’abolizione delle Province, né abbiamo mai detto di esserlo in passato. È ora di finirla con questa mistificazio­ne ». E quello che diceva Veltroni? Coro demo­cratico: Veltroni chi? Ma è niente in confronto alle contraddizioni della maggioranza. Dove Sandro Bondi, da coordinatore forzista, era a pié fermo al fianco del Capo: «Aboliamo le Pro­vince. Sono un diaframma inutile fra i Comuni e le Regioni». Era il 14 luglio 2007: qualche me­se dopo, con marmorea coerenza, si candidava alla presidenza della Provincia di Massa Carra­ra.

E meno male anche per lui (oggi ministro) che non ce l’ha fatta. Sennò sarebbe andato a ingrossare la folta schiera dei fedeli di sant’Al­fonso Maria de’ Liguori al quale Dio concesse il dono della bilocazione. Cioè quei politici che sono insieme assisi su due poltrone: quella di parlamentare e quella di presidente provincia­le. La legge dice che il presidente di una Provin­cia o il sindaco di una città con oltre 20 mila abitanti non può essere eletto parlamentare? Sì, ma non dice il contrario. Così i casi di dop­pio o triplo incarico si sono moltiplicati. Ades­so sono nove, di cui sei pidiellini: c’è il presi­dente foggiano Antonio Pepe, quella astigiana Maria Teresa Armosino, quello avellinese Cosi­mo Sibilia, quello salernitano Edmondo Ciriel­li, quello napoletano Luigi Cesaro, quello cio­ciaro Antonio Iannarilli...

Poi ci sono gli «ubi­qui » della Lega: il presidente biellese Roberto Simonetti, quello bergamasco Ettore Pirovano e quello bresciano Daniele Molgora, che è an­che sottosegretario all’Economia: un esempio di trilocazione mai tentato neppure dal santo fachiro Sai Baba capace al massimo di apparire insieme nell’Andra Pradesh e a Toronto. Chie­derete: ma come fa uno a stare in tre posti di­versi? La risposta la può forse suggerire lo stes­so Pirovano. Il quale il 27 luglio scorso, mentre teneva la giunta a Bergamo, votava alla Came­ra a Roma materializzandosi grazie al tesserino usato al posto suo dal collega Nunziante Consi­glio. Il quale, pizzicato da Fini, disse: «Era un gesto innocente, pensavo stesse per arriva­re... ». Ma se di lunedì ha la giunta! «Oh signur, credevo fosse martedì...».

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

martedì 13 ottobre 2009

Trenitalia e i treni dimenticati: il treno passeggeri a Milano e l'ETR 500 storico di Pavia.

Avete presente il treno deragliato tre settimane fa a Milano e caduto in un cortile? Bene: è ancora lì, come ci racconta il pezzettino tratto dal Corriere.it di oggi.

La locomotiva e la carrozza deragliate a Milano lo scorso 21 settembre, durante le operazioni di manovra di un treno vuoto, non sono state ancora rimosse. Il materiale, fanno sapere da Trenitalia, è stato sottoposto a sequestro da parte del'autorità giudiziaria. Trenitalia comunica di avere già avviato istanza di dissequestro e, non appena lo avrà ottenuto, si provvederà a sezionare i vagoni coinvolti nell'incidente: lo spostamento dei mezzi interi è impossibile, a causa del loro peso e ingombro. Per quanto riguarda invece la presenza di senzatetto e clandestini a bordo della carrozza incidentata, denunciata nei giorni scorsi, "occorre ricordare che tali questioni, attinenti all'ordine pubblico, non rientrano nelle competenze delle Ferrovie"
. Il vicesindaco Riccardo De Corato: "Scriverò al magistrato per chiedere di accelerare le procedure" (immagine Fotogramma)


Ma non è la prima volta che per un motivo o per l'altro Trenitalia si dimentica in giro i treni, abbandonandoli magari per anni in binari dimenticati. Come era accaduto a questo qui, che avevo ritrovato per caso questo agosto vicino Pavia: un pezzo di storia delle Ferrovie, abbandonato da anni appena fuori dalla città. Eccovi le foto ed il pezzo che avevo scritto allora per la Provincia Pavese (questo sì, invece, l'avevano pubblicato!)

REMO, IL PENDOLINO DIMENTICATO

Una fine ingloriosa per un treno, l’ETR 500 Y, la cui storia comincia nel maggio del 1983, quando le Ferrovie dello Stato decidono di creare il primo treno italiano ad alta velocità. Senza casse oscillanti come i vecchi Pendolini, ma composto di locomotive capaci di raggiungere i 300 km/h e speciali carrozze pressurizzate. Della costruzione si occupa il consorzio Trevi (Treno Veloce Italiano), che raccoglie il gotha della produzione ferroviaria dell’epoca: Ansaldo, Breda, Fiat Ferroviaria, ABB Tecnomasio e Firema Trasporti.

Il progetto porta dopo cinque anni alla costruzione di un treno prototipo definito ETRX 500, e di due treni sperimentali ETRY 500 (soprannominati Romolo e Remo) che scendono sulle rotaie nel 1990. In Italia si gioca in quell’anno il mondiale di calcio, e la prima corsa con passeggeri a bordo viene fatta proprio per portare gli spettatori ad una delle sue partite. La ribalta mediatica è enorme, perchè l’Italia può ora concorrere alla pari con i famosissimi TGV francesi.

C’è un solo problema: le linee sono vecchie, ancora a corrente continua, e non supportano le velocità che l’ETR 500 può raggiungere salvo qualche tratto sulla Direttissima Roma-Firenze e sulla Roma-Reggio Calabria dove Romolo e Remo finiscono per essere impiegati. Tra il 1994 ed il 1996 vengono effettuati i lavori di rimodernamento strutturale e richiamate per adattamenti tutte le 60 locomotive nel frattempo prodotte. Ed è qui che la storia di Remo prende il binario dell’oblio.

Secondo Trenitalia il treno viene riadattato ed usato per viaggi charter e promozionali fino al 2001, quando ne viene decisa la dismissione a solo 11 anni di età. Fatto strano, se si considera che il parco locomotive dei convogli pendolari oggi in servizio ha un’anzianità media tra i 27 ed i 32 anni.

Tra il 2003 ed il 2005 vengono asportati i 9 vagoni interni, ed abbandonate sui binari di Pavia le due locomotive. Cosa strana - che contrasta un po’ con la versione fornita - è il fatto che all’interno delle cabine, dove tutto è devastato e i vandali si sono portati via anche i circuiti stampati della plancia di comando, siano ancora appoggiate aperte delle riviste datate dicembre 1996. Il treno viene poi dimenticato persino dagli addetti della stazione e abbandonato a sé stesso nello scalo merci nel frattempo dismesso. Nascosto tra gli alberi che nel frattempo hanno preso possesso dei binari, è diventato palestra per graffitari e regno dei vandali che ne hanno saccheggiato l’interno, rimasto tutto come allora, e solo i numeri di serie impressi sul telaio raccontano a chi sa decifrarli la sua vera storia di pioniere dimenticato.

Per chi poi avesse 5 minuti per guardare, su Youtube avevo anche trovato un video del treno abbandonato, fatto da alcuni ragazzi che l'avevano "esplorato" come me un paio di anni fa.




Un'altra incredibile storia di spreco all'italiana

1992-1994, alcune cose che è utile sapere.

Dal blog "Piovono Rane" del giornalista di Repubblica Giuseppe Giglioli, un articolo sulla storia recente che ritengo possa essere utile leggere. Se non altro per capire pagine di una storia non troppo lontana, che stanno tornando di attualità.

1992 - 1994, F.A.Q.

Questo è un elenco di date su quel che è successo tra il ‘92 e il ‘94, che forse può aiutare in termini di chiarezza e di memoria.

In gran parte si tratta di un banale copiaincolla dalla cronologia di un mio libro del ‘94, oggi fuori catalogo, sulla nascita di Forza Italia, integrato da un po’ di notizie uscite in passato o di recente e da qualche considerazione conseguente. E’ quindi solo un penny offerto alla ricostruzione di quel periodo: non contiene niente di nuovo e sicuramente manca qualcosa - perciò qualsiasi aggiunta o correzione è benvenuta.

Perché è importante quello che è successo tra il 92 e il 94?
Perché è un periodo fondamentale per capire tutto quello che è successo dopo. La situazione in cui viviamo oggi è il risultato del grande caos che ci fu tra il 92 e il 94, con la fine della Prima repubblica e l’ingresso in politica di Berlusconi.

Partiamo dal 1992: i fatti.
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione chiude il maxiprocesso alla mafia con 360 condanne - di cui 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere. E’ la prima volta che Cosa Nostra subisce un colpo così duro.

Poco dopo però, lo Stato entra gradualmente in una crisi di gravità mai vista prima, che inizia il 17 febbraio, con l’arresto di Mario Chiesa: scoppia Tangentopoli, il Psi e la Dc (che reggevano il governo) iniziano a sfaldarsi.

Il 1 marzo viene ucciso il deputato dc Salvo Lima (foto), andreottiano, già garante dei rapporti tra mafia e Stato, rapporti entrati in crisi dopo il maxiprocesso e la sentenza della Cassazione.

Il 23 maggio viene ucciso Giovanni Falcone, tra gli artefici del maxiprocesso che aveva messo in crisi Cosa Nostra.

Tra maggio e luglio c’è una gigantesca speculazione attorno alla lira che porta il paese al rischio default (e qualcuno ritiene che a innescare questa crisi siano stati anche i capitali della mafia).

Il 1 giugno, per la prima volta Berlusconi dice che “potrebbe fare un pensierino” a diventare presidente del Consiglio (a Cernobbio, intervistato dalla “Provincia” di Como).

Il 19 luglio viene ucciso Paolo Borsellino (strage di via D’Amelio).

Ad agosto diventa legge il “carcere duro” (articolo 41 bis) per i mafiosi.

Il 17 settembre la mafia uccide Ignazio Salvo, un altro ex referente politico della mafia in Sicilia.

A settembre iniziano le cene di Berlusconi con gli imprenditori, con cui il Cavaliere sonda il gradimento di un suo ingresso in politica.

Il 15 dicembre 1992 Craxi riceve il suo primo avviso di garanzia.

Insomma?

Insomma nel 92 avvengono due processi in parallelo e forse intrecciati: da un lato sta iniziando a cadere il sistema politico che ha retto l’Italia dall’inizio del Dopoguerra, e qualcuno si prepara per sostituirlo. Dall’altro c’è la mafia che, persi i suoi tradizionali appoggi nello Stato e infuriata per quanto ottenuto dal pool di Palermo, reagisce con la bomba di Capaci firmata Riina. Poi, attraverso Vito Ciancimino (altro andreottiano) da quanto emerso di recente Cosa Nostra avrebbe iniziato una trattativa con settori dello Stato (servizi e carabinieri). A quella trattativa si sarebbe opposto Borsellino. Alcuni ritengono che Borsellino sia stato ucciso proprio per questo. Di recente Riina (condannato anche per l’omicidio Borsellino) ha sostenuto che Borsellino “lo hanno ammazzato loro”, cioè uomini dello Stato, dei servizi, che lo consideravano d’intralcio alla trattativa.

In ogni caso, dall’agosto del 92 i mafiosi vengono sottoposti al 41 bis, nel gennaio dell’anno dopo Riina finisce in carcere e Cosa Nostra ha un nuovo capo, Provenzano. La strategia di Riina (quella che ha portato alla strage di Capaci e, per quel che si sa finora, a quella di via D’Amelio) è quindi fallita.

E nel ‘93 che cosa succede?
Lo smottamento della prima repubblica prosegue, con l’inchiesta Mani Pulite che va espandendosi fino a coinvolgere buona parte della Dc e il Psi.

L’11 febbraio ‘93 Craxi si dimette da segretario del Psi.

Il 27 marzo ‘93 Andreotti viene indagato per associazione mafiosa.

Il 5 aprile è indagato Forlani. Dunque i tre uomini che garantivano la stabilità di governo (il cosiddetto Caf, Craxi, Andreotti, Forlani) sono finiti.

Il 15 aprile del ‘93 Silvio Berlusconi convoca i vertici del gruppo ad Arcore e parla dei gravi rischi che il gruppo Fininvest corre nel dopo Tangentopoli, venuti a mancare gli amici di sempre nel Palazzo. “C’é il fondato pericolo”, dice, “che si crei una situazione ostile ai nostri interessi. Bisogna prepararsi a scendere sul terreno politico”. Il Caf era stato il suo referente politico per anni: lo aveva ammesso pubblicamente lo stesso Confalonieri, in un’intervista a L’europeo del 25 agosto 1989 (”Il tg di Canale 5 sarà omogeneo al mondo che vede nei Craxi, nei Forlani e negli Andreotti l’accettazione delle libertà»).

Il 14 maggio 1993 in via Fauro a Roma Cosa Nostra piazza quasi un quintale di tritolo per far saltare Maurizio Costanzo. Si salva per un soffio, grazie un allineamento fortuito che crea un cono d’ombra sulla sua auto. Costanzo nei suoi show aveva ospitato spesso Falcone e, dopo la morte di questi, aveva fatto delle puntate molto dure contro la mafia. Forse volevano punirlo solo per quello. Alcuni tuttavia ipotizzano che la mafia volesse anche dare un messaggio a Berlusconi. Un messaggio del tipo: vedi di fare il bravo. Ma questa è solo un’ipotesi.

Il 27 maggio 1993 viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo a Firenze, vicino alla sede dell’Accademia dei Georgofili (5 morti, nella foto.) Un messaggio della mafia allo Stato, in un momento in cui lo Stato stesso è in confusione: caduto il governo Amato, si chiama da Bankitalia il tecnico Ciampi, mentre Craxi viene assalito con le monetine fuori dall’hotel Raphael di Roma.

Il 25 maggio Andreotti viene indagato anche per l’omicidio Pecorelli.

Nell’estate del 93, come emergerà in seguito, Berlusconi inizia a preparare la discesa in campo. A giugno Fininvest inizia l’opera di acquisto a tempo indeterminato, in tutte le agenzie fotografiche, di tutte le immagini circolanti di Silvio Berlusconi in cui il Cavaliere non era venuto bene. Sempre a giugno, Berlusconi incarica un dirigente del suo marketing - Gianni Pilo - di fare delle proiezioni elettorali per capire se è il caso di fondare un suo partito o di appoggiare i leader nascenti, come Mario Segni; ancora a giugno, due dirigenti del gruppo (Domenico Lo Jucco di Publitalia e Ennio Doris di Programma Italia) iniziano a sondare le strutture locali di Publitalia (la concessionaria di pubblicità del gruppo) per verificare la loro disponibilità a lavorare sul territorio in vista della creazione di un eventuale partito (quelli che diventeranno i club di Forza Italia).

Il 10 luglio 93 Berlusconi dice ai suoi più stretti collaboratori che sta pensando di entrare in politica: Confalonieri è contrario, Dell’Utri favorevole.

Subito dopo iniziano le cene di Berlusconi con gli imprenditori per la nascita di Forza Italia.

Il 23 luglio muore l’imprenditore Raul Gardini: da sempre considerata un suicidio, la morte di Gardini è adesso di nuovo al centro un’inchiesta perché secondo un pentito una società di Gardini - la Calcestruzzi - riciclava i soldi della mafia.

Il 26 luglio la Dc si scioglie.

Il 27 luglio scoppiano due nuove bombe di mafia, una a Milano e una a Roma. La bomba a Roma viene fatta esplodere accanto alla chiesa di San Giovanni in Laterano e non fa vittime. Quella di Milano in via Palestro fa cinque morti, probabilmente per sbaglio (foto). Sono dei messaggi allo Stato: lo scopo è far sapere - in un Paese il cui quadro politico è in rapido cambiamento - che la mafia può inaugurare una nuova strategia della tensione e che quindi a chi prenderà le redini dello Stato converrà trattare.

A settembre Berlusconi dice a Marcello Dell’Utri di iniziare lavorare all’organizzazione del nuovo partito. Dell’Utri parte per la creazione di Forza Italia basandosi sulle strutture locali di Publitalia e organizzando i club.

A ottobre iniziano sulle reti Fininvest due trasmissioni volute da Berlusconi sull’attualità politica, in cui si chiede ai passanti “che cosa vuole la gente”. Si tratta di “Luogocomune” di Davide Mengacci su Retequattro e di “Qui Itali”a di Giorgio Medail su ItaliaUno. L’esito è sempre che la gente è stufa dei vecchi politici e vorrebbe un nuovo partito con Berlusconi leader.

Il 16 ottobre un’auto carica di esplosivo non scoppia per puro caso fuori dallo stadio Olimpico di Roma, durante una partita.

Il 10 novembre in uno stabile di viale Isonzo a Milano iniziano i provini per il casting su 650 persone selezionate da Publitalia e candidabili con il nuovo partito che ufficialmente non esiste ancora.

Il 23 novembre Berlusconi appoggia pubblicamente Fini come candidato sindaco di Roma contro Rutelli. Lo stesso giorno, di ritorno in aereo da Casalecchio di Reno insieme con il giornalista Andrea Pamparana, chiede a questi notizie su Antonio di Pietro nell’eventualità di includerlo nel nuovo partito.

Il 25 novembre nasce ufficialmente Forza Italia, che vincerà le elezioni nel marzo dell’anno successivo.

Che è Dell’Utri, l’organizzatore di Forza Italia?

Amico di Berlusconi dai tempi in cui entrambi studiavano Legge a Milano nella seconda metà degli anni ‘50, con lui dagli inizi alla Edilnord e (dopo un breve periodo al gruppo Rapisarda, legato alla mafia di Palermo) ai vertici del gruppo del Cavaliere fino a diventare nel 1984 amministratore delegato del gruppo Fininvest. Palermitano, è lui che negli anni ‘70 porta ad Arcore il boss mafioso Vittorio Mangano, con funzioni di stalliere. La presenza di Mangano ad Arcore verrà giustificata come una sorta di “protezione” che Dell’Utri avrebbe garantito alla famiglia Berlusconi spaventata da possibili sequestri di persona; secondo altri, rappresentava invece il punto di collegamento tra Cosa Nostra e Berlusconi.

Dopo aver fondato Forza Italia, Dell’Utri verrà eletto parlamentare e lo rimarrà ininterrottamente fino a oggi (attualmente è senatore).

Nel dicembre del 2004 Dell’Utri verrà condannato a 9 anni di carcere (in primo grado, quindi è ancora innocente) per concorso esterno in associazione mafioso. Insomma, per aver fatto gli interessi della mafia. In particolare il tribunale scriverà nella sentenza che “c’è la prova che Dell’Utri aveva promesso alla mafia precisi vantaggi in campo politico”.

Recentemente il pentito Nino Giuffré, già uomo di fiducia di Bernardo Provenzano, ha confermato in aula che negli anni Novanta Cosa Nostra era in rapporti con Dell’Utri, l’uomo che secondo Provenzano (stando alla versione Giuffrè) garantiva il rapporto con Forza Italia e quindi con il potere politico. Nel corso del processo a Dell’Utri il pentito Giovanni Brusca ha ammesso di aver tenuto contatti con Dell’Utri, mediati prima da Mangano e poi da altri, durante tutto il ‘93.

Detto tutto ciò, cosa si può ragionevolmente stabilire?

Primo: che dall’inizio del 1992 la mafia di Riina ha perso i tradizionali punti di riferimento nei rapporti con lo Stato.

Secondo: che nel 1992 Cosa Nostra ha messo una bomba per uccidere Falcone, artefice della maxicondanna al processo.

Terzo: che nei due mesi tra la morte di Falcone e quella di Borsellino c’è stato almeno un inizio di trattativa tra la mafia e settori dello Stato.

Quarto: che Borsellino si è opposto a questa trattativa e forse è stato ammazzato anche per questo, secondo alcuni con la complicità di qualcuno esterno alla mafia.

Quinto: che con l’introduzione del 41 bis nell’agosto del 92 la mafia ha subito un altro duro colpo e ha visto fallire la strategia di Riina.

Sesto: che all’inizio del ‘93 Riina è stato arrestato e a comandare la mafia è rimasto Provenzano.

Settimo: che dopo questo cambio, nell’estate del ‘93 e fino a ottobre, la mafia ha messo bombe a Firenze, Milano e Roma per provare a costringere lo Stato a stabilire un nuovo rapporto.

Ottavo: che tutto questo accadeva mentre la stabilità della politica veniva terremotata, prima per il crollo della lira e poi a seguito di Tangentopoli.

Nono: che in questa confusione e in questo vuoto dello Stato Berlusconi ha iniziato a ipotizzare di scendere in politica già nel giugno del ‘92 e ha iniziato a render concreto questo progetto nel maggio del ‘93.

Decimo: che il progetto è stato operativamente affidato a Marcello Dell’Utri, che 21 anni dopo verrà condannato (in primo grado) per mafia e in particolare per i suoi rapporti con Provenzano.

Tutto questo per arrivare tendenziosamente a dire che Berlusconi era in rapporti con la mafia?

No, tutto questo è un insieme di fatti, che poi ciascuno può interpretare nella logica e nei nessi che crede, facendosene un’opinione politica prima ancora che giudiziaria.

Gli eventuali rapporti di Berlusconi con la mafia necessiterebbero di approfondimenti molto maggiori, a partire dai finanziamenti avuti a 27 anni da Silvio Berlusconi per la fondazione di Edilnord dalla Banca Rasini, i cui principali proprietari erano gli Azzaretto di Misilmeri (potenti amici di Andreotti in Sicilia), che aveva tra i suoi clienti Calò, Riina e Provenzano e collegata a società offshore di Calvi e Gelli.

Ma questa è un’altra storia.

lunedì 12 ottobre 2009

Checco Zalone e la canzone di Silvio e la D'Addario

Checco Zalone remixa a modo suo la "Canzone di Marinella" di Fabrizio De Andrè nel suo One Man show su Canale 5, con protagonisti la escort Patrizia D'Addario e Silvio Berlusconi... :)


giovedì 8 ottobre 2009

Ecco perchè lo scudo fiscale favorisce i mafiosi: Roberto Scarpinato racconta...

Il ministro dell'economia Tremonti ha dichiarato recentemente che il provvedimento per il recupero dei capitali all'estero (più noto come "scudo fiscale") non aiuterà il riciclaggio del denaro mafioso.

Ma non è vero.

A spiegare il perchè è Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto presso la procura Antimafia di Palermo nonchè dirigente del dipartimento Mafia-Economia, in un bellissimo pezzo che ho ripreso lo scorso martedì alla conferenza "Mafia e criminalità del potere" organizzato nell'ambito della settimana di lotta alla mafia tenuta per il quinto anno dagli studenti dell'UDU.

Manca il primo pezzettino, ma per chi avrà la pazienza di leggerlo tutto sotto trovate anche la trascrizione integrale dell'intervento. Così saprete anche voi chi dice il vero e chi no.



[...] Un altro tema è quello dello scudo fiscale. Che mi pare interessante perchè è come la tela di Penelope. Sono anni che a Palermo buttiamo il sangue per sequestrare i capitali mafiosi (dal 2008 ad oggi abbiamo sequestrato 2 milardi e 400 milioni di euro) dopodichè improvvisamente vengono allargate le maglie. Lo scudo fiscale del 2001 determinò il rientro in Italia di 100 milardi di euro. A fronte di questa enorme quantità di denaro furono effettuate meno di 300 segnalazioni sospette in tutt'Italia di cui nessuna riguardava la Sicilia. Eppure la mafia fece rientrare i suoi capitali. Noi lo sappiamo perchè, grazie alla collaborazione della magistratura svizzera, riuscimmo a sequestrare alcuni milioni di euro che uno dei più grossi riciclatori della storia di mafia, Giacomo Dannato, stava per far rientrare in Italia. Noi non l'avremmo mai scoperto, perchè ora vi spiego come funziona il meccanismo.

Cosa dice il legislatore? "Ma non c'è nessun problema, perchè noi abbiamo stabilito che con lo scudo fiscale garantiamo la non punibilità soltanto per alcuni reati: reati tributari, di evasione fiscale, falso in bilancio, atti societari, distruzione di documenti ecc.." Quando il bancario si trova dinanzi alla persona che vuole fare lo scudo fiscale, se lo fa per somme di denaro che derivano da questo tipo di reati, non deve fare la segnalazione di operazione sospetta. Se invece si rende conto che quella persona vuole regolarizzare somme che provengono da estorsione, dal traffico di stupefacenti, deve fare la segnalazione di operazione sospetta. Il che presuppone che in banca si presenti un signore con una coppola storta e la lupara fumante e che il bancario, quindi, capisca che questo non è frutto di evasione fiscale. Ma la mafia non si presenta così. La mafia si presenta sotto l'aspetto di imprenditori e commercianti, i quali chiedono di regolarizzare anni di evasione fiscale. Uno.

Secondo. La legge stabilisce che il sospetto della segnalazione non può derivare soltanto dall'entità della somma (2 milioni di euro, 10 milioni di euro..) ma deve evincersi da un profilo di incongruità economica tra la somma e colui che vuol fare la sanatoria. Per cui, se io sono un pensionato e voglio regolarizzare milioni di euro c'è un sospetto. Ma questo presuppone che la banca conosca la persona che vuol fare la sanatoria fiscale. Ma siccome la sanatoria fiscale si può fare allo sportello, io posso scegliermi qualsiasi banca d'Italia, la quale non è in grado di conoscere la mia biografia personale e non è in grado di fare nessuna istruzione e posso fare la sanatoria fiscale anche attraverso un fiduciario, non c'è nessuna possibilità di rilevare questo profilo di incongruità. Con una gravissima ricaduta.

Ma perchè la mafia deve far rientrare i capitali dall'estero? Per un motivo molto semplice. Cosa faccio io come magistrato? Quando ritengo che una persona sia un prestanome di un mafioso, vado ad accertare come è costituito il suo capitale. E se è titolato in un'impresa che ha un fatturato di 100 mila euro e mi rendo conto che quella persona ha un patrimonio di 2-3 milioni di euro, rilevo questo profilo di incongruità.

Che cosa accadrà in futuro? Io individuo un possibile prestanome, vado per fare quest'accertamento e questa persona mi produce lo scudo fiscale. E io gli dico:"D'accordo, però voglio vedere i documenti contabili per verificare se effettivamente questi soldi derivano da evasione fiscale". E lui mi risponde: "I documenti contabili li ho distrutti. E rientro nella sanatoria, perchè la sanatoria sana anche il reato di distruzione di documenti". In questo modo io mi trovo dinanzi a una persona che ha distrutto i documenti e non ha nessuna punibilità, io non ho nessuno possibilità di dimostrare che quei soldi non sono frutto d'impresa e abbiamo dei mafiosi che sono in grado quindi di investire in immobili, in Italia, in imprese, con assoluta copertura di scudo fiscale. Questo è il trucchetto già sperimentato; tra l'altro, non si capisce neanche perchè non debbano segnalare, non solo le operazioni sospette, ma perchè non debbano comunicare i nomi di chi fa lo scudo fiscale all'Anagrafe Centralizzata dei Conti Correnti segnalandoli con un particolare codice convenzionale in modo di consentire ai magistati in tempo reale di sapere chi sono.

Lo scandalo è che attualmente, a distanza di a tre anni dalla legge che ha introdotto l'Anagrafe dei Conti Correnti Centrallizzata, l'accesso a questa è negata alla Banca d'Italia. L'Ufficio di Informazione Finanziaria che ha il compito istituzionale di monitorare il flusso di capitali sospetti non ha accesso attualmente all'Anagrafe. Quindi noi da una parte facciamo entrare i virus e dall'altra non abbiamo ancora attivati gli anticorpi necessari per evitare che capitali mafiosi rientrino in Italia. [...]"

(si ringrazia il blog Antimafie Pavia per lo sbobinamento del nastro)

C'è crisi

Un Emilio Fede visibilmente provato dà al tg4 la notizia della bocciatura pervenuta poco prima del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale.



Confesso che ogni tanto vedere il Tg4 mi piace. :)

lunedì 5 ottobre 2009

Quando gli ultra 90enni si arrapano...succede anche questo!

Chi l'ha detto che nella terza età non si è più capaci di far nulla? Guardate cosa hanno combinato questi attizzatissimi vecchiettini istraeliani... :) La notizia arriva da Corriere.it.

ORGIA IN CASA DI RIPOSO: SCANDALO IN ISTRAELE
Al festino avrebbero partecipato anche anziani di oltre 90 anni. Diffida dalla direzione dell'istituto.

TEL AVIV - Decisi a godersi la vita fino in fondo, alcuni ospiti di una lussuosa casa di riposo a nord di Tel Aviv hanno organizzato un festino che è sfociato in una vera e propria orgia. Lo riferisce il quotidiano "Israel ha-Yom" secondo cui alcuni dei protagonisti della vicenda hanno superato i 90 anni.

DIFFIDA - Di fronte all'inattesa eruzione di vitalità lo staff della casa di riposo ha preferito non intervenire e l'evento - che pure era stato notato - non è stato interrotto. Ma l'indomani, aggiunge il giornale, la direzione dell' istituto ha emesso un severo comunicato in cui diffida gli ospiti dal tornare a esibirsi in effusioni incontrollate.

Ma roba da matti... E poi diciamo male di Silvio... :)